
venerdì 25 dicembre 2009
lunedì 21 dicembre 2009
Palermo - 13-01-2010, ore 17:00 - Presentazione del libro "Il caso Genchi"

Mercoledì 13 gennaio 2010, alle ore 17,00, a Palermo, presso l'Auditorium della RAI, in Viale Strasburgo n. 19, parteciperò alla presentazione del libro "Il caso Genchi: storia di un uomo in balia dello Stato", di Edoardo Montolli, edito da Aliberti. Modererà il dibattito Salvatore Cusimano. Interverranno Enrico Bellavia e Armando Sorrentino. Ingrasso libero.
Per informazioni rivolgersi a Rosalba Cavadi (091362193 - Rosalba.cavadi@virgilio.it)
Benevento - 09-01-2009, ore 17:00 - Presentazione del libro "Il caso Genchi"

Sabato 9 gennaio 2010, alle ore 17,00, a Benevento, presso l'Auditorium del Museo del Sannio, in Piazza Matteotti, parteciperò alla presentazione del libro "Il caso Genchi: storia di un uomo in balia dello Stato", di Edoardo Montolli, edito da Aliberti. Interverrà Gabriele Corona, presidente dell'Associazione "Altra Benevento". Sarà possibile seguire la diretta streaming sul sito www.altrabenevento.org
mercoledì 16 dicembre 2009
Giovedì 17 dicembre, a Roma, presentazione del libro con Marco Travaglio

COMUNICATO STAMPA:
Giovedì, ore 15,00
Presso la Sala Cristallo dell'Hotel Nazionale di Roma
in piazza Montecitorio, 131
Presentazione del libro "IL CASO GENCHI- Storia di un uomo in balia dello Stato"
di Edoardo Montolli, Aliberti Editore, pagg. 980
Perché Why Not fu fermata? Cosa c'era davvero dentro il cosiddetto archivio Genchi, "il più grande scandalo della Repubblica", come lo definì Silvio Berlusconi?
Ora che il vicequestore e consulente delle Procure ha depositato nelle sue memorie difensive tutto ciò che aveva scoperto, ha potuto svelarne ogni dettaglio in questo libro. Con nomi e cognomi, date e luoghi. Raccontando episodi inquietanti e inediti sulle indagini relative alle scalate bancarie, al processo per le licenze Umts, al crac Cirio. Finoa elementi completamente nuovi per l'inchiesta sulle stragi del '92, che fu costretto ad abbandonare e sulle quali, dallo scorso luglio, sta testimoniando alla Procura di Caltanissetta.
"In Why Not arrivai a trovare le stesse persone sulle quali indagavo per via D'Amelio".
Interverranno:
Gioacchino Genchi
Edoardo Montolli
Antonio Di Pietro
Marco Travaglio
Vittorio Occorsio, nipote dell'omonimo magistrato che fu il primo ad occuparsi della P2, ucciso il 10 luglio 1976 per mano del terrorista nero Pierluigi Concutelli
Info, ufficio Stampa Aliberti Editore:
Miriam Zanetti miriam@alibertieditore.it
Laura Marras 0522 272494 laura@alibertieditore.it
martedì 8 dicembre 2009
Il Caso Genchi: storia di un uomo in balia dello Stato – Prefazione di Marco Travaglio

di Marco Travaglio
Vorrei, invece, parlare un po’ di Gioacchino Genchi e spiegare perché ce l’hanno tanto con lui. Perché è diventato, prima segretamente e da qualche anno apertamente, un nemico pubblico numero uno. E dunque perché Il caso Genchi (ma io l’avrei intitolato Il caso Italia) curato da Edoardo Montolli è tutto da leggere. Questione di memoria: Genchi non ha soltanto una memoria di ferro, Genchi è una memoria di ferro. Quella memoria che, per vivere tranquilli, bisognerebbe ogni tanto resettare e azzerare. Invece lui non ha mai proceduto per reset, ma sempre per accumulo. Possono levargli i fascicoli su cui sta lavorando, possono portargli via i computer, possono sequestrargli tutti i file memorizzati. Ma lui continua a ricordare e a collegare tutto. Dovrebbero proprio eliminarlo fisicamente, per renderlo inoffensivo. Con quel po’ po’ di database nel cervello, Genchi avrebbe potuto diventare stramiliardario (in euro), senza neppure il bisogno di ricattare questo o quello: gli sarebbe bastato far sapere di essere in vendita e mettersi all’asta. La prova migliore della sua onestà è proprio il fatto che non ha mai guadagnato un euro in più di quello che gli derivava dal suo lavoro. Che non ha mai fatto uso delle informazioni che, incrociando i dati delle intercettazioni e soprattutto dei tabulati telefonici acquisiti da decine di uffici giudiziari, per vent’anni è stato chiamato a esaminare al servizio della Giustizia. Mettete insieme memoria e onestà, e avrete una miscela esplosiva, anzi eversiva. Che basta, da sola, a spiegare perché in un Paese come l’Italia Genchi è visto come un pericolo pubblico. Non ruba, non ricatta, sa che cosa sono le leggi e lo Stato e li serve fedelmente, e per giunta non è ricattabile. Riuscite a immaginare un nemico peggiore, per i poteri fuorilegge che si spartiscono l’Italia praticamente da quando è nata?
Genchi è un poliziotto. Un vicequestore che fino all’anno scorso era in aspettativa per dedicarsi a tempo pieno a mettere a frutto la sua esperienza investigativa in materia informatica e telefonica in delicatissimi processi e inchieste, di mafia, di strage, di omicidio, di sequestro di persona, e così via. Lavorava già con Giovanni Falcone, di cui poi, dopo la strage di Capaci, riuscì a estrarre, da un computer manipolato dalle solite manine premurose, i diari segreti. Dopo via D’Amelio, riuscì a ricostruire – tabulati alla mano – gli ultimi due giorni di vita di Paolo Borsellino e i contatti fra alcuni suoi carnefici e una probabile sede distaccata dei servizi segreti al castello Utveggio sul Monte Pellegrino. Da diciassette anni è consulente di varie Procure, Tribunali e Corti d’Assise. Ha fatto catturare fior di latitanti, incastrato assassini e stragisti, ma anche tangentari e finanzieri sporchi, smascherato malaffari di ogni genere. Ha dato contributi decisivi alle indagini sui mandanti occulti delle stragi di Capaci e via D’Amelio, sui fiancheggiatori di Bernardo Provenzano, sugli amici mafiosi di personaggi come Marcello Dell’Utri e Totò Cuffaro.
Già nel 2004 l’onorevole Emerenzio Barbieri dell’Udc (il partito di Cuffaro, ma anche di Cesa, mesi dopo indagato a Catanzaro dal pm Luigi de Magistris) attacca Genchi alla Camera con un’interrogazione parlamentare al ministro della Giustizia Roberto Castelli, ma il secondo Governo Berlusconi deve ammettere a denti stretti che la sua attività era perfettamente regolare. Nel luglio del 2007 l’assalto riparte, quando il sito web Radiocarcere.it pubblica la sua relazione all’allora pm di Catanzaro Luigi de Magistris, in cui compare per qualche ora il numero di uno dei cellulari usati dal guardasigilli Mastella. Quest’ultimo gli dà del «mascalzone» e due mesi dopo lo chiama in una conferenza «Licio Genchi», come se l’amico di piduisti fosse Genchi e non Mastella. Lino Jannuzzi e altri parlamentari del centrodestra lo accusano apertamente di compiere indagini senza mandato e di raccogliere illecitamente dati su politici e uomini delle istituzioni per tenerli sotto ricatto. Genchi replica ricordando che lui è solo un consulente tecnico e che ogni suo atto è richiesto e autorizzato da un magistrato.
Poi spiega che il documento con il cellulare di Mastella ha il timbro del Tribunale del Riesame, dunque non esce dal suo ufficio, bensì dal Palazzo di Giustizia di Catanzaro. È finito in rete – constata – subito dopo essere stato depositato agli avvocati di un indagato, l’ex piduista Luigi Bisignani, condannato in via definitiva per la maxitangente Enimont e dunque amico del ministro della Giustizia del centrosinistra: «Metterlo per un’ora sul web» dichiara Genchi «è stata una trappola, una manovra contro di me e de Magistris. Per permettere di additare la fuga di notizie e gridare al complotto». Mastella finge di non capire e ripete la domanda già posta, con esiti disastrosi, dall’Udc due anni prima: «Ma uno che è in aspettativa dalla polizia può lavorare con la sua ditta per lo Stato?» Sì, può. Anzi, deve.
Ma Genchi, nelle inchieste catanzaresi Why Not, Toghe lucane e Poseidone, sta aiutando de Magistris a ricostruire la cosiddetta Nuova P2, cioè il trasversalissimo cupolone politico-affaristico-massonico-giudiziario che tiene in scacco l’Italia. Una piovra che affratella esponenti del centro, della destra e della sinistra. Infatti, nel giugno del 2007, il procuratore Mariano Lombardi toglie a de Magistris l’inchiesta Poseidone, il cui principale indagato è il suo amico Pittelli, senatore forzista e socio in affari del figlio della sua convivente. A settembre il ministro Mastella sperimenta per la prima volta la nuova facoltà di chiedere il trasferimento d’urgenza di un magistrato, conferitagli dall’ordinamento giudiziario Castelli che il centrosinistra aveva promesso di cancellare e che invece, proprio in quella parte, ha lasciato entrare in vigore tale e quale nel luglio 2006. E chi è, fra i novemila magistrati italiani, il fortunato vincitore della prima richiesta di trasferimento? L’unico in tutta Italia che indaga sul premier Romano Prodi e sulle telefonate tra Mastella e i suoi amici indagati Antonio Saladino (numero uno della Compagnia delle Opere calabrese) e Luigi Bisignani. Quando si dice la combinazione. Il Csm non ravvisa alcuna urgenza nella pratica, ma qualcun altro ha una gran fretta: il procuratore generale «reggente» di Catanzaro, Dolcino Favi, che proprio nel giorno in cui il Csm nomina il pg titolare, non attende nemmeno che questi si insedii e decide di avocare un altro fascicolo a de Magistris, facendoglielo portare via dalla cassaforte e spedendolo al Tribunale dei Ministri di Roma. Quale fascicolo, tra i tanti? Proprio il Why Not, che vede indagati Prodi (per abuso d’ufficio, ma solo come atto dovuto) e, da qualche giorno, pure Mastella (finanziamento illecito e truffa): quando si dice la combinazione. Motivo: de Magistris ce l’ha con Mastella che ha chiesto di trasferirlo. L’idea che sia Mastella ad avercela con de Magistris perché sta indagando su di lui non sfiora nemmeno il solerte «reggente». Il quale, anziché lasciare che della spinosa faccenda si occupi il pg titolare già nominato dal Csm e ormai in arrivo, assume un’altra iniziativa gravissima e irrimediabile: revoca tutti gli incarichi al consulente tecnico del pm, Gioacchino Genchi. Completa l’opera l’Arma dei carabinieri, che pensa bene di promuovere e trasferire su due piedi il capitano Pasquale Zacheo, braccio destro di de Magistris nell’unica inchiesta superstite: Toghe lucane. Via il braccio destro, via il braccio sinistro, via le indagini, in attesa di mandar via direttamente il pm. Che sarà trasferito di lì a poco dal Csm lontano da Catanzaro (a Napoli), con l’espresso divieto di esercitare mai più le funzioni di pubblico ministero.
«Sono a rischio le mie libertà» afferma Mastella con grave sprezzo del ridicolo, denunciando di essere stato intercettato illegalmente, cioè in barba all’immunità. Forse che de Magistris e Genchi non conoscono l’articolo 68 della Costituzione che proibisce di intercettare i parlamentari e di acquisirne i tabulati telefonici? O forse sono impazziti e hanno deciso di viziare fin dall’inizio un’indagine così delicata per mandarla a catafascio e salvare il guardasigilli dalle sue eventuali responsabilità?
Per comprendere ciò che è accaduto basta leggere la consulenza Genchi depositata a disposizione degli indagati (quella su Mastella e Bisignani). Genchi, esaminando i tabulati di Bisignani trasmessigli dal pm, s’è imbattuto in una serie di utenze telefoniche in contatto con lui. Non tutte le utenze hanno un nome e un cognome. Una è intestata alla Camera dei deputati, ma può essere in uso a un impiegato, a un usciere, a un segretario. Per sapere di chi è un telefono, bisogna fare accertamenti. E, per farli, bisogna acquisire i tabulati. Solo alla fine si scopre chi è il titolare, che fra l’altro può pure cederlo a un terzo. Così si è arrivati a scoprire che il telefono era di Mastella. Lo stesso è avvenuto per le telefonate intercettate tra Saladino e il ministro. «Per l’eventuale utilizzazione processuale» scrive Genchi nella consulenza
«dovrà richiedersi la prescritta autorizzazione al competente ramo del Parlamento». Segno evidente che sia lui sia il pm conoscono bene la legge. Tant’è, quando è stato scippato del fascicolo Why Not, de Magistris si apprestava a chiedere al Parlamento l’autorizzazione a usare le telefonate indirettamente intercettate fra Mastella e gli indagati Saladino e Bisignani. L’avocazione dell’inchiesta è arrivata appena in tempo per impedirglielo. Ma anche quella inesistente violazione dell’immunità verrà contestata in sede disciplinare a de Magistris dal procuratore generale della Cassazione, Mario Delli Priscoli.
Siamo in pieno «comma 22»: per essere esonerato dai voli di guerra, il pilota deve essere pazzo; ma, se chiede l’esonero dai voli di guerra, il pilota non è pazzo; pazzo è chi fa i voli di guerra; ergo è impossibile essere esonerati dai voli di guerra. L’ok del Parlamento è richiesto nel caso in cui l’indagato parli con un parlamentare. Per sapere se l’indagato parla con un parlamentare, bisogna indagare sulla titolarità dei telefoni in contatto con l’indagato. De Magistris lo fa, scopre che dall’altro capo del filo c’è Mastella, lo iscrive nel registro degli indagati, ma non può chiedere l’ok del Parlamento perché Mastella chiede il suo trasferimento e il pg gli leva l’inchiesta. E lo accusano di aver acquisito i tabulati prima dell’ok del Parlamento, al quale però non avrebbe mai potuto chiedere l’ok prima di acquisirli e di scoprire che vi compariva pure telefono di Mastella. Ergo, è vivamente sconsigliabile indagare su chicchessia: se poi si scopre che parla con Mastella, Mastella è salvo, i suoi amici pure, ma il pm è rovinato. La parola d’ordine, ormai, è distruggere la memoria di Genchi e chiunque la utilizzi. Una parola d’ordine che diventa addirittura legge il 31 luglio con la delibera numero 178 approvata dall’Autorità garante per la privacy per stabilire nuove regole per i consulenti dei pm e i periti dei giudici: essi non potranno più conservare nei loro archivi i dati e i documenti raccolti per un’indagine dopo che questa è terminata, ma dovranno restituirli ai magistrati o «cancellarli». Rigorosamente vietato «conservare, in originale o in copia, in formato elettronico o su supporto cartaceo, informazioni personali acquisite nel corso dell’incarico». Direttiva a dir poco discutibile: un’indagine archiviata può essere riaperta in qualsiasi momento se emergono elementi nuovi. E spesso è molto utile che il consulente conservi i dati vecchi per riusarli e incrociarli con quelli nuovi, senza dover ripartire ogni volta da zero. Ora non si potrà più farlo. Chissà perché: le banche dati dei periti non presentano alcun rischio per la privacy, visto che questi sono pubblici ufficiali tenuti alla massima riservatezza. Ma le perplessità aumentano se si guarda al relatore della delibera destinata a svuotare le indagini cancellando la memoria storica di tanti scandali: quella del vicepresidente dell’Autorità garante, Giuseppe Chiaravalloti. Ex magistrato, ex governatore forzista della Calabria, Chiaravalloti è indagato in quel momento a Catanzaro per associazione a delinquere nell’inchiesta Poseidone (poi il nuovo pm opterà per l’archiviazione) e a Salerno per corruzione giudiziaria e minacce. Ora, si dà il caso che a entrambe le indagini abbia collaborato Genchi. Ed è curioso che a impartire le nuove direttive ai consulenti, lui compreso, sia proprio uno dei suoi «clienti» più illustri. Possibile che il «garante» Franco Pizzetti abbia designato proprio Chiaravalloti come relatore, in barba al suo plateale conflitto d’interessi? Forse la scelta è caduta su di lui per la competenza maturata in fatto di indagini giudiziarie (a carico). O magari per le sue doti profetiche. In una telefonata intercettata nel 2006 con la segretaria, Chiaravalloti così parlava di de Magistris: «Questa gliela facciamo pagare… Lo dobbiamo ammazzare. No, gli facciamo cause civili per danni e ne affidiamo la gestione alla camorra napoletana…
Saprà con chi ha a che fare… C’è quella sorta di principio di Archimede: a ogni azione corrisponde una reazione… Siamo così tanti ad avere subito l’azione che, quando esploderà, la reazione sarà adeguata! Vedrai, passerà gli anni suoi a difendersi…»
Il 2 dicembre 2008 la Procura di Salerno fa perquisire gli uffici giudiziari di Catanzaro e le abitazioni di alcuni magistrati, politici e faccendieri calabresi, indagati per aver prima sabotato, poi esautorato e allontanato de Magistris dalle sue inchieste e dalla Calabria, e infine di aver compravenduto l’insabbiamento dei suoi fascicoli più scottanti.
Grazie anche a una consulenza firmata da Genchi, i pm salernitani Luigi Apicella, Gabriella Nuzzi e Dionigio Verasani ritengono di avere le prove della corruzione giudiziaria e di una serie di abusi. Calunnie e diffamazioni che hanno contribuito all’isolamento e alla cacciata del collega da Catanzaro per poi poterne «aggiustare» le indagini. Siccome da mesi chiedono, invano, la copia integrale degli atti di Why Not, stufi di attendere, vanno a sequestrarne l’originale. Apriti cielo. I magistrati catanzaresi si ribellano, controsequestrano il fascicolo appena sequestrato e, senz’alcuna competenza territoriale (che spetterebbe a Napoli), inquisiscono i pm salernitani che indagano su di loro. Anziché denunciare la reazione illegale e sediziosa dei magistrati calabresi, la classe politica tutta (tranne Di Pietro), con la stampa e le tv al seguito, grida alla «guerra fra Procure», mettendo sullo stesso piano aggressori e aggrediti. Anzi, prende le parti degli aggressori, cioè dei magistrati di Catanzaro. Il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, con un’interferenza mai vista in un’indagine in corso, chiede gli atti a Salerno e critica apertamente la perquisizione. L’Anm e il Csm, anziché difendere i pm attaccati mentre fanno il proprio dovere, si associano agli attacchi. Il Consiglio superiore appronta un processo sommario e in men che non si dica, comprimendo ogni elementare diritto di difesa, punisce in via cautelare e urgente il procuratore capo Apicella con la destituzione dalla magistratura e i suoi sostituti Nuzzi e Verasani con il trasferimento nel Lazio e con il divieto di esercitare mai più le funzioni requirenti. Come aveva fatto alcuni mesi prima con de Magistris.
La Procura di Roma indaga i tre pm e de Magistris, considerato il loro ispiratore, per interruzione di pubblico servizio e abuso d’ufficio. Poco importa se il Riesame di Salerno ha già ritenuto legittima e doverosa la perquisizione a Catanzaro e se il Tribunale di Perugia (cui il fascicolo sui magistrati è passato per competenza) archivierà ogni accusa, ritenendo che Nuzzi, Verasani, Apicella e de Magistris abbiano agito per esclusivi «fini di Giustizia». Nessuno deve osare mai più mettere il naso nel verminaio di Catanzaro, né tanto meno ipotizzare una Nuova P2 che inquina la vita democratica del Paese. Eppure proprio la sorte infausta che tocca a chiunque abbia l’ardire di sfiorarla non fa che portare nuove prove sulla sua esistenza e sulla sua geometrica potenza.
La classe politica tutta è ormai terrorizzata dalle intercettazioni e dai tabulati, che sempre più spesso svelano contatti e amicizie fra uomini di partito e uomini d’onore e disonore. Infatti prima Mastella e poi il suo degno successore Angelino Alfano (cioè Berlusconi) passano il tempo ad approntare leggi che impediscano le intercettazioni e imbavaglino la stampa. Così riparte l’assalto a Gioacchino Genchi, trasformato nel mostro da sbattere in prima pagina per creare a tavolino un allarme rosso che non ha fondamento nei fatti ma che, debitamente manipolato, può finalmente convincere gli italiani che in Italia non sono troppi i delinquenti, specie in guanti gialli e colletto bianco: sono troppi gli intercettati. Poco importa se Genchi non ha mai intercettato nessuno in vita sua: basta ripetere a reti unificate che intercetta tutti, che scheda milioni di persone, ovviamente a scopo ricattatorio, e il gioco è fatto. Tutti finiranno col crederci.
Si ripete pari pari la scena, anzi la sceneggiata, dell’ottobre del 1996, quando si trattava di far digerire un altro boccone sommamente indigesto agli italiani di destra e di sinistra: la Bicamerale, cioè l’inciucio fra D’Alema e Berlusconi per mettere in riga la magistratura e farla finita una volta per tutte con le indagini sui potenti. Il cavaliere convocò la stampa di tutto il mondo e mostrò all’intero orbe terracqueo una gigantesca «microspia» che, a suo dire, fantomatiche «Procure eversive e deviate» avevano nascosto nel suo studio a Palazzo Grazioli per spiare l’allora capo dell’opposizione di centrodestra calpestando la Costituzione. D’Alema, che stava per diventare presidente della Bicamerale con i voti di Forza Italia, si affrettò a solidarizzare col povero Silvio e ne approfittò per sollecitare un «colpo di reni» per riscrivere tutti insieme la Costituzione. Il presidente della Camera Luciano Violante, che non aspettava di meglio, convocò Montecitorio in seduta straordinaria e diede la parola al Cavaliere, che denunciò lo «spionaggio ai danni del leader dell’opposizione, il più grave attentato alle libertà parlamentari della storia repubblicana». Mesi dopo, nel silenzio dell’informazione, la Procura di Roma scoprì che il «cimicione» era un ferrovecchio inservibile che era stato nascosto in casa Berlusconi non dalle toghe rosse, ma da un disinvolto amico dell’addetto alla sicurezza del cavaliere: incaricato di «bonificargli» l’appartamento, il cialtrone non aveva trovato alcunché, dunque aveva pensato bene di nascondere lui la micro anzi macrospia. Una solennissima bufala, utilissima per spianare la strada alla Bicamerale.
Il 24 gennaio 2009 si replica per spalancare le porte al nuovo inciucio: il bavaglio sulle intercettazioni. Silvio Berlusconi, presidente del Consiglio, terrorizzato dalla possibile uscita di certe telefonate che minacciano di svelare il quarto segreto di Fatima (perché Mara Carfagna fa il ministro delle Pari opportunità e Mariastella Gelmini dell’Istruzione), annuncia in tv: «Sta per scoppiare uno scandalo enorme, il più grande della storia della Repubblica: c’è un signore che ha spiato trecentocinquantamila persone». Il signore in questione è Gioacchino Genchi che, come abbiamo appena ricordato, non ha mai intercettato nessuno in vita sua: riceve intercettazioni e tabulati disposti e acquisiti dai pubblici ministeri e dai giudici secondo la legge e li incrocia per leggerli e interpretarli al meglio. Incastrando colpevoli e scagionando innocenti.
Quella berlusconiana è un’altra patacca. Ma anche stavolta un’opposizione evanescente e disinformata (nel migliore dei casi) e una stampa sciatta e gregaria se la bevono d’un fiato, sparacchiando cifre a casaccio e accusando «lo spione» di ogni nequizia senza uno straccio di prova.
I politici, noti garantisti, emettono la loro unanime sentenza di condanna.
Maurizio Gasparri (Pdl): «Roba da Corte marziale». Francesco Rutelli (Pd): «Un caso molto rilevante per la libertà e la democrazia».
Fabrizio Cicchitto (Pdl): «Siamo di fronte a un inquietante Grande fratello». Lanfranco Tenaglia (Pd): «Vicenda grave». Italo Bocchino (Pdl): «Il più grande caso di spionaggio della storia repubblicana». Clemente Mastella (Udeur): «È un pericolo per la democrazia». Luciano Violante (Pd): «Intollerabile». Gaetano Quagliariello (Pdl): «Scenario inimmaginabile e preoccupante per la sicurezza dello Stato». Giuseppe Caldarola (ex Pd, commentatore de Il Riformista): «Spioni deviati spiano migliaia di cittadini, Parlamento e Governo». Luigi Zanda (Pd): «Tavaroli e Genchi, tante analogie» (infatti uno spiava illegalmente migliaia di persone per un’azienda privata, l’altro lavora legalmente per lo Stato). I giornali si scatenano. La Stampa e il Corriere: «Un italiano su dieci nell’archivio Genchi». Il Giornale: «Grande Orecchio, miniera d’oro». Libero: «L’intercettatore folle». Pierluigi Battista (Corriere della sera): «Lugubre monumento alla devastazione della privacy, nuvola potenzialmente ricattatoria».
Naturalmente è tutto falso: l’«archivio Genchi», almeno così come viene descritto, non esiste. Esistono invece montagne di dati che il consulente riceve dalle Procure che l’hanno nominato e che lui «incrocia» per espletare il suo mandato. Tutto lecito e alla luce del sole.
Ben altri sono gli archivi segreti e potenzialmente ricattatorii emersi nella recente storia d’Italia. Giulio Andreotti, senatore a vita, ammette di tenere un archivio segreto da una vita e fa sapere che «qualche mistero me lo porterò nella tomba». Eppure viene celebrato da tutti i politici, o forse proprio per questo. L’ex Presidente della Repubblica
Francesco Cossiga ogni tanto tira fuori una rivelazione o un’allusione sulla strategia della tensione anni Settanta-Ottanta, lasciando intendere di sapere molto di più. Eppure nessuno gliene chiede mai conto, o forse proprio per questo. Bettino Craxi, da Hammamet, distillava fax per fulminare questo o quel politico ostile («potrei ricordarmi qualcosa di lui…») e conservava dossier, «poker d’assi» e intercettazioni su colleghi e magistrati. Eppure la Casta lo beatifica ogni giorno, o forse proprio per questo. Nel 2005, in un ufficio di via Nazionale a Roma, fu rinvenuto l’archivio segreto di Pio Pompa, «analista» prediletto dell’allora comandante del Sismi Nicolò Pollari, con migliaia di dossier su cronisti, pm e politici sgraditi a Berlusconi, da «neutralizzare e disarticolare anche con azioni traumatiche». Pompa e Pollari sono imputati per quell’archivio illegale, eppure i governi di destra e sinistra li coprono, o forse proprio per questo. Giuliano Tavaroli, ex capo della «security» della Telecom di Marco Tronchetti Provera, è imputato per aver accumulato migliaia di dossier su giornalisti, politici e imprenditori spiati illegalmente. Eppure nessuno ne parla, o forse proprio per questo. Genchi lavora su intercettazioni e tabulati legalmente acquisiti da giudici in indagini su gravi reati. Eppure dicono che il delinquente è lui, o forse proprio per questo. Il problema in Italia non sono le intercettazioni illegali. Ma quelle legali.
Infatti Renato Farina, il giornalista al soldo del Sismi di Pollari e Pompa, nome in codice «agente Betulla», che ha patteggiato sei mesi al Tribunale di Milano per favoreggiamento nel sequestro Abu Omar e dunque prontamente promosso deputato dal Popolo delle libertà, propone una commissione parlamentare d’inchiesta sul «caso Genchi». E il Comitato parlamentare di controllo sui servizi di sicurezza (Copasir) convoca Genchi a discolparsi. Per un’intera giornata, il consulente spiega ai parlamentari del comitato come funziona la sua attività perfettamente legale. Ma quelli o non capiscono, o fingono di non capire. Come dimostra la loro relazione finale, un’accozzaglia di corbellerie, fraintendimenti e assurdità. Si confondono i tabulati (numero chiamante e chiamato, orari e luoghi della chiamata) con le intercettazioni (contenuto della telefonata). Si insiste sulla baggianata dell’«archivio», mentre si tratta dei tabulati di un’indagine in pieno corso detenuti da Genchi per elaborarli su ordine di un pm. Si seguita a scambiare i tabulati acquisiti in Why Not (752) con i «tracciati» (decine di migliaia di chiamate in entrata e uscita, spesso fatte dagli stessi utenti). Si mena scandalo per tracciati e tabulati di «persone non indagate», quando anche un bambino sa che i non indagati possono essere pure intercettati, e comunque il tabulato di un indagato contiene i suoi contatti con una miriade di utenti sconosciuti se non per il numero di telefono. Si insiste con la fesseria del segreto di Stato, come se questo potesse coprire numeri di telefono. E come se il problema non fossero i rapporti fra servitori dello Stato e noti faccendieri indagati. Si chiede di affidare le consulenze «alle forze di polizia» e non a Genchi (che è un vicequestore di polizia), come se ogni giorno le Procure non si affidassero a centinaia di privati (docenti universitari, medici legali, periti balistici, psichiatri e così via). E non si spiega perché il metodo Genchi va benissimo quando porta all’ergastolo assassini e stragisti, ma non quando si occupa di colletti bianchi. Resta da capire se dietro ci sia ignoranza o malafede. E che cosa sia peggio.
Sta di fatto che, dopo l’ordine lanciato da Berlusconi e subito raccolto dal Copasir di Rutelli, si muove la sempre servizievole Procura di Roma. I procuratori aggiunti Achille Toro (le cui gesta, giudiziarie e telefoniche, sono ampiamente raccontate nel libro) e Nello Rossi si affrettano a indagare Genchi per una serie di presunti reati commessi nella consulenza Why Not: accesso abusivo a sistema informatico, violazione della legge sulla privacy e abuso d’ufficio per inosservanza delle prerogative dei parlamentari e del segreto di Stato (intanto altri pm della stessa Procura nominano lo stesso Genchi consulente su un caso di omicidio). E, non contenti, gli fanno perquisire gli uffici a Palermo dal Ros dei carabinieri, che gli sequestrano non soltanto gli atti dell’indagine catanzarese, ma l’intero server informatico contenente gli originali di tutte le altre consulenze a cui sta lavorando, comprese quelle commissionategli dalla stessa Procura di Roma, comprese quelle in cui sono coinvolti ufficiali del Ros. La classe politica, pressoché unanime, esulta: finalmente hanno smascherato il mostro. Gasparri, col consueto equilibrio, chiede ufficialmente l’arresto di Genchi.
Ora, anzitutto, non si vede che cosa c’entri la Procura di Roma, e cioè quale competenza territoriale possa accampare su eventuali reati commessi a Catanzaro o a Palermo. Oltre alle denunce dei magistrati di Catanzaro (quelli indagati dalla Procura di Salerno grazie anche al lavoro di Genchi), ci sono a carico del consulente una serie di contestazioni per fatti accaduti a Mazara del Vallo, dove Genchi assiste la Procura di Marsala nelle indagini sulla scomparsa della piccola Denise Pipitone. Anche di questi, sorprendentemente, si occupa la Procura di Roma. Ma veniamo alle accuse, che rasentano la fantascienza.
Accesso abusivo all’Anagrafe tributaria dell’Agenzia delle entrate: Genchi è accusato di aver usato la password fornitagli dal Comune di Mazara per le indagini su Denise anche per estrarre dati utili ad altre consulenze che aveva in corso per conto di altri uffici giudiziari. Ma di password d’accesso se ne può avere soltanto una alla volta, e comunque l’accesso con la password del Comune di Mazara non può essere abusivo perché autorizzato da vari pm.
Abuso d’ufficio per violazione dell’immunità parlamentare: Genchi è accusato di aver acquisito tabulati telefonici «riconducibili a parlamentari» senza la preventiva autorizzazione del Parlamento. Ma, per sapere che un telefono è riconducibile a Tizio o Caio, bisogna prima acquisirlo. E ad acquisirlo non è il consulente, ma il pm. E l’autorizzazione delle Camere è richiesta per usare i tabulati nel processo, non per acquisirli in fase di indagine. E comunque i tabulati in questione non erano riconducibili a parlamentari: quello di Mastella era intestato alla Camera e al Dipartimento amministrazione penitenziaria (Dap); quello di Marco Minniti (Ds) faceva capo a un tizio di Treviso; quello di Beppe Pisanu (Pdl) a tale Stefania I.; quello del governatore calabrese Agazio Loiero non era neppure coperto da immunità perché Loiero non era parlamentare.
Abuso d’ufficio per violazione del segreto di Stato: Genchi è accusato di aver acquisito tabulati di agenti segreti e di essere così venuto a conoscenza di segreti di Stato. Ma i tabulati degli 007 non sono coperti da alcun segreto di Stato. E comunque, per sapere se un telefono appartiene a un agente segreto, bisogna prima acquisirlo e identificarne l’utilizzatore.
Violazione della privacy: non esiste alcuna privacy quando il soggetto intercettato o controllato nei suoi tabulati telefonici è oggetto di indagine giudiziaria.
Queste cose le sanno anche i bambini, ma per Genchi si voltano tutti dall’altra parte. Anzi, peggio. Dopo la perquisizione si mobilita il vertice della polizia di Stato. Per difendere il suo vicequestore attaccato da ogni parte? No, per sospenderlo dal servizio, con tanto di ritiro del tesserino e dell’arma di ordinanza. Motivo: ha rilasciato interviste per difendersi dalle calunnie e ha risposto su Facebook alle critiche di un giornalista, Gianluigi Nuzzi, all’epoca in forza a Panorama. Quella di Genchi viene definita nel provvedimento una «condotta lesiva per il prestigio delle istituzioni» che rende «la sua permanenza in servizio gravemente nociva per l’immagine della polizia». Firmato: il capo della polizia, Antonio Manganelli. Curioso provvedimento, se si pensa che Genchi, a parte le interviste e Facebook, è soltanto indagato.
Invece i poliziotti condannati in primo grado per aver massacrato di botte decine di no global al G8 di Genova 2001 sono rimasti tutti ai posti di combattimento e alcuni hanno addirittura fatto carriera (come racconta Massimo Calandri in Bolzaneto, la mattanza della democrazia, DeriveApprodi, 2009). Vincenzo Canterini, condannato a quattro anni in primo grado per le violenze alla scuola Diaz, è stato promosso questore e ufficiale di collegamento Interpol a Bucarest. Michelangelo Fournier, condannato a due anni in primo grado, è al vertice della Direzione centrale antidroga. Alessandro Perugini, celebre per aver preso a calci in faccia un quindicenne, condannato in primo grado a due anni e quattro mesi per le sevizie a Bolzaneto e a due anni e tre mesi per arresti illegali, è divenuto capo del personale alla Questura di Genova e poi dirigente in quella di Alessandria. Le loro condotte non erano «lesive per il prestigio delle istituzioni» e la loro permanenza non è «nociva per l’immagine della polizia»?
Contro la perquisizione e il sequestro, Genchi ricorre al Tribunale del Riesame attraverso il suo avvocato Fabio Repici. E il Riesame, sotto la presidenza del giudice Francesco Taurisano, annulla entrambi i decreti della Procura di Roma e ordina che gli vengano restituiti tutti i computer. Nella motivazione si legge che Genchi – il mostro che per Gasparri «merita l’arresto» – «ha agito correttamente» senza violare alcuna legge. Le accuse mossegli dai procuratori aggiunti Toro e Rossi – sostengono in pratica i giudici del Riesame – non stanno né in cielo né in terra. Genchi «non ha violato le guarentigie dei parlamentari interessati all’acquisizione dei tabulati» in quanto «agiva di volta in volta in forza del decreto autorizzatorio del pm de Magistris, comunicandogli ogni… coinvolgimento di membri del Parlamento intestatari delle utenze». L’accesso all’Anagrafe tributaria dell’Agenzia delle entrate «non ha arrecato nocumento» ad alcuno. Quanto ai tabulati di uomini dei servizi segreti, «non è dato comprendere il nocumento per la sicurezza dello Stato», ma soprattutto «il Tribunale non rinviene la norma di legge» che vieterebbe di acquisirli. Insomma «Genchi agì nell’esercizio delle sue funzioni di ausiliario del pm de Magistris». Di più: avrebbe commesso un reato non facendo ciò che ha fatto, visto che era suo dovere eseguire le disposizioni dei pm e dei giudici che l’avevano incaricato di studiare e incrociare i tabulati della discordia.
Ma, nonostante l’ordine del Riesame di restituirgli subito tutto il materiale sequestrato, la Procura di Roma gliene ridà indietro solo una parte, e ricorre in Cassazione. Qui il 25 e 26 giugno, i supremi giudici si producono in due sentenze contrastanti: una prima sentenza dichiara inammissibile il ricorso della Procura e conferma il dissequestro a proposito dei reati di accesso illegale a sistema informatico e di violazione della privacy; la seconda decisione accoglie solo in parte il ricorso contro il dissequestro a proposito del presunto abuso d’ufficio per violazione dell’immunità dei parlamentari.
È venuto il momento, cari lettori, di lasciarvi alla lettura di questo thriller-verità. Un thriller sconvolgente per vari motivi: spiega perché tanti potenti hanno paura del contenuto del cosiddetto «archivio Genchi»; che cosa aveva scoperto e stava per scoprire Luigi de Magistris, e dunque perché non doveva proseguire nelle sue indagini a Catanzaro sulla cosiddetta Nuova P2; perché chiunque gli abbia poi dato ragione doveva pagare, come lui, caro e salato; quali fili collegano i politici calabresi con i leader della politica nazionale e della parte più marcia della magistratura e della finanza nazionale, nonché della massoneria.
E poi magistrati in contatto con boss della ’ndrangheta, procuratori che vanno a pranzo con i loro indagati, giudici che vanno a braccetto con avvocati poco prima di scarcerare i loro assistiti, fughe di notizie pilotate per depistare e bloccare indagini o addirittura per favorire la fuga di ’ndranghetisti stragisti. E poi collegamenti, tanti, forse troppi per non impazzire: collegamenti insospettabili e inaspettati, come quelli che portano al delitto Fortugno e alla strage di Duisburg, ma anche all’affare Sme, al grande business miliardario delle licenze per i telefonini Umts, ai crac Cirio e Parmalat, alle scalate dei furbetti e dei furboni del quartierino all’Antonveneta, alla Bnl e al Corriere della sera, allo scandalo degli spionaggi e dei dossieraggi Telecom-Sismi. Vicende nelle quali, come fantasmi eternamente danzanti, ricicciano fuori personaggi già emersi nelle indagini di Genchi sulle stragi di Capaci e via d’Amelio, cioè sulla sanguinosa nascita della seconda Repubblica.
Personalmente, oltre ai capitoli su Catanzaro e sul clan Mastella, ho trovato agghiacciante quello sull’ex iscritto alla P2 Giancarlo Elia Valori, poi espulso per indegnità (sic) da Licio Gelli, e tutt’oggi gran collezionista di cariche pubbliche e private e di amicizie a destra come a sinistra, con incredibili entrature nei vertici della politica, della magistratura, della guardia di finanza, dei carabinieri, del Viminale, del salotto buono di Mediobanca ma anche di outsider come i furbetti delle scalate. Valori era il prossimo obiettivo di de Magistris, che fu fermato appena in tempo. I frenetici contatti telefonici di Valori con il procuratore aggiunto di Roma Achille Toro (sempre lui), anche sui telefoni della moglie e del figlio del magistrato, ma anche con i vari Latorre, Minniti, Cossiga, Ricucci, Geronzi, Benetton, Caltagirone, Gavio, Rovati, con i generali Cretella, Adinolfi e Jannelli delle Fiamme gialle, ma anche con i centralini del Viminale, di Bankitalia e del Vaticano nei giorni cruciali dei processi e delle indagini su umts, Parmalat, Cirio e Unipol dovrebbero imporre l’immediato intervento del Csm. Il fatto che Toro, così amico di Valori, non abbia avuto il buon gusto di astenersi dalle indagini su Genchi, di cui non poteva ignorare i risultati, è davvero sconcertante; tanto più che il procuratore non solo è intimo di Valori e, secondo Genchi, ha un figlio nominato consulente del Ministero della Giustizia da Clemente Mastella; ma – sempre secondo gli incroci di Genchi – telefonava spesso al principale indagato delle inchieste di de Magistris: l’onorevole avvocato berlusconiano Giancarlo Pittelli, legale della Torno Internazionale di cui è presidente, indovinate un po’? Ma sì, lo stesso Giancarlo Elia Valori. Suggerisco a Montolli e a Genchi di fare omaggio de Il caso Genchi a tutti i consiglieri di Palazzo dei Marescialli.
Ammesso e non concesso che le notizie riportate nel libro giungano nuove a qualcuno di loro. E che il Csm non voglia continuare a essere, all’infinito, l’acronimo di Ciechi Sordi Muti.
lunedì 7 dicembre 2009
"Siamo tutti intercettati?” – Sacile (PN), 7 dicembre 2009, ore 20,45
domenica 6 dicembre 2009
"Il caso Genchi” – Cervignano (GO), 6 dicembre, ore 21,00
venerdì 4 dicembre 2009
"Vittime di mafia e vittime di Stato” – Brescia, 4 dicembre, ore 20,30
L'evento sarà trasmesso in diretta sul canale web del Meetup: http://livestream.com/ricominciodagrillo
Aderiscono all'iniziativa:
- Circolo Libertà e Giustizia di Brescia;
- Comitato Antimafia di Brescia "Peppino Impastato";
- Comitato Antiusura della Valle Trompia
- Associazione "Vicus Minervum".
mercoledì 25 novembre 2009
“Chi ha ucciso il Generale Carlo Alberto Dalla Chiesa?” – Pieve Emanuele (MI), 3 dicembre 2009, ore 21,30
"Chi ha ucciso il Generale Carlo Alberto Dalla Chiesa?" – Pieve Emanuele (MI), 3 dicembre 2009, ore 21,30
Il 3 dicembre 2009 (giovedì), alle ore 21,00, presso la sala consiliare di Pieve Emanuele (MI), in Via Viquarterio n.1, parteciperò con Nando Dalla Chiesa, Peter Gomez e Leoluca Orlando al convegno organizzato dall'Associazione Valori di Milano, sul tema "Ma chi ha ucciso il Generale Carlo Alberto Dalla Chiesa? La mafia o i poteri deviati dello Stato? Chi sono i mandanti e dove vanno ricercati?".
“Quale Italia?” - Padova, 27 novembre 2009, ore 20,30
Introduce:
Armando Della Bella (coordinatore dell'Associazione Cittadini Attivi)
presiede:
Ario Gervasutti (giornalista, direttore de “Il Gazzettino di Padova”)
coordina:
Sandro Bianda (giornalista, già direttore di testate giornalistiche, televisive e radiofoniche, conduce programmi su Radio Gamma5 e su Free Channel TV)
venerdì 20 novembre 2009
"Giustizia e verità: solo un’utopia?” – Cosenza, 20-11-2009, ore 17,30
"Noi non stiamo a guardare – 1° assemblea dei giovani dell’IDV Puglia” – Bari, 21-11-2009, ore 9,30
domenica 8 novembre 2009
giovedì 5 novembre 2009
Roseto Premio Borsellino, Gioacchino Genchi e Leoluca Orlando declinano l’invito
Cambio di programma alla quattordicesima edizione del Premio Nazionale Paolo Borsellino che si tiene questa sera alle ore 21,00 a Roseto degli Abruzzi. La presenza prevista di Gioacchino Genchi e quella di Leoluca Orlando è stata declinata dai due. Luca Maggitti garante del Premio
in una sua nota spiega che comunque il Premio va avanti e sempre allle 21,00 alla Villa Comunale di Roseto dopo i saluti del Sindaco ci sarà l’incontro con Aldo Pecora il Portavoce di “Ammazzateci Tutti”.
martedì 3 novembre 2009
XIV Premio Paolo Borsellino: la mia coscienza e la mia coerenza mi impongono di non partecipare ad un evento con Gasparri e Mastella
innanzitutto consentimi di esprimerti tutta la mia solidarietà per la vile aggressione di cui sei stato vittima. Simili episodi di squadrismo si commentano da soli e fanno molto riflettere su chi, effettivamente, li ha voluti determinare.
Non a caso tutto è accaduto in concomitanza con la partecipazione al XIV Premio Paolo Borsellino del sen. Maurizio Gasparri, di cui sconoscevo l’invito all’evento.
Proprio alla luce delle gravi affermazioni del sen. Gasparri – offensive della verità e della memoria di Paolo Borsellino – ho maturato la determinazione di non partecipare agli incontri previsti a Roseto, a Giulianova e a Teramo, per i giorni 5 e 6 novembre, nell’ambito delle manifestazioni del “Premio”.
Ti ringrazio ancora per la cortesia che hai avuto nell’invitarmi e nell’insistere affinché io partecipassi, come ringrazio le amministrazioni e gli altri organizzatori.
La mia coerenza di uomo e di servitore dello Stato, il rigore che ho sempre imposto a tutte le mie scelte di vita e professionali, oltre alla determinazione con cui ho sempre rifiutato compromessi con chi fa dileggio della Verità, mi impongono di non partecipare ad un evento al quale ha preso parte uno come Gasparri ed a cui avrebbe dovuto presenziare – come ho pure appreso solo ieri – finanche Clemente Mastella.
Dopo la vile speculazione politica che Gasparri e il partito di Gasparri hanno fatto di Paolo Borsellino nel 1992, prima che fosse ucciso - votandolo come Presidente della Repubblica (sapendo che mai sarebbe stato eletto!), al solo di fine di delegittimarlo nella nomina a Procuratore Nazionale Antimafia, che in molti davano per scontata dopo la strage di Capaci e prima di quel voto – le affermazioni di ieri del sen. Gasparri concludono il ciclo della strumentale pantomima con cui in tanti, anzi in troppi, impediscono la ricerca e l’affermazione della verità sulla strage di Via D’Amelio, nelle cui Verità negate si fondano le origini della seconda Repubblica. A queste considerazioni, su cui molto ci sarebbe ancora da dire, si aggiunge il dileggio che dal proscenio del XIV Premio Paolo Borsellino il sen. Gasparri ha potuto fare del mio amico Salvatore Borsellino.
Orbene, caro Leo, dopo l’assassinio di Paolo Borsellino e dopo le mistificazioni, le strumentalizzazioni e i depistaggi che per 17 anni hanno celato la “Verità” sulla strage di Via d’Amelio, la voce e il ruolo di Salvatore Borsellino rappresentano per me, per tanti giovani come per tanti, tantissimi, italiani onesti, l’unica speranza di Giustizia, che è anche una speranza di Libertà, per questa martoriata Italia.
Ecco perché, caro Leo, al solo pensiero di trovarmi dalla parte di chi ha consentito a Gasparri di dire quello che ha detto su Paolo Borsellino e su Salvatore Borsellino, la mia coscienza si ribella e, con sommo rammarico per te e gli altri amici, mi impone di restarmene a casa.
Spero solo vorrai capirmi.
Con affetto e solidarietà
Gioacchino Genchi
lunedì 2 novembre 2009
Aggiornamento del calendario degli interventi delle prosime settimane
A richiesta dei numerosi amici che mi scrivono, riepilogo il calendario degli incontri a cui parteciperò nelle prossime settimane, sui temi della giustizia, della legalità e dell'informazione, in attesa dell'uscita del libro …:
"Le stragi del 1992-93 e i rapporti tra Mafia e Stato" - 14-11-2009, ore 17,00, Londra
Il 14 novembre 2009 (sabato), alle ore 17,00, presso l'UCL University di Londra (Gower Street WC1E 6BT), parteciperò con Salvatore Borsellino al convegno dal titolo "Le stragi del 1992-93 e i rapporti tra Mafia e Stato".
"In corso di programmazione" - 18-11-2009, Pedace (CS)
"In corso di programmazione" - 19-11-2009, San Giovanni in Fiore (CS)
"In corso di programmazione" - 20-11-2009, Cosenza
"In corso di programmazione" - 21-11-2009, Bari
"Legalità e Giustizia" - 23-11-2009, San Marco in Lamis (FG)
Il 23 novembre 2009 (lunedì), presso la Sala Teatro dell'Istituto "Pietro Giannone" di San Marco in Lamis (FG), parteciperò con Salvatore Borsellino e Clementina Forleo, all'incontro organizzato dagli Amici di Beppe Grillo del Gargano sul tema"Legalità e Giustizia".
"In corso di programmazione" - 25-11-2009, Fermo
"In corso di programmazione" - 26-11-2009, Bologna
"Quale Italia?" - 27-11-2009, ore 20,30, Padova
Il 27 novembre 2009 (venerdì), alle ore 20,30, presso la Sala Convegni comunale "Fornace Carotta" di Padova, in Via Siracusa, 61 (quartiere Sacra Famiglia), parteciperò con Armando Della Bella, Sandro Bianda, Oliviero Beha, Antonio Laudati ed Elio Veltri, all'incontro organizzato dall'Associazione Cittadini Attivi sul tema"Criminalità, mafia, antimafia, finanza, colletti bianchi, intercettazioni, lobby, potere politico, golpe bianco, nuovi mostri, informazione truccata: QUALE ITALIA?".
"E' ora di fare i conti con la storia. Con verità distorte non si può costruire futuro" – Enna, 01-12-2009, ore 18,00
L'1 dicembre 2009 (martedì), alle ore 18,00, presso la Sala Cerere di Enna, parteciperò con Salvatore Borsellino, Marcello Immordino e Armando Sorrentino, all'incontro organizzato dall'Associazione Antimafia&Antiraket Fuori dal Coro, sul tema "E' ora di fare i conti con la storia. Con verità distorte non si può costruire futuro".
"In corso di programmazione" – 03-12-2009, ore 20,30, Pieve Emanuele (MI)
"In corso di programmazione" – 04-12-2009, ore 19,30, Brescia
"In corso di programmazione" - 05-12-2009, Pordenone
"In corso di programmazione" - 06-12-2009, ore 21,00, Cervignano (UD)
"In corso di programmazione" - 07-12-2009, ore 21,00, Udine
"In corso di programmazione" - 12-12-2009, Palermo
"In corso di programmazione" - 17-12-2009, Campofelice di Roccella (PA)
"In corso di programmazione" - 18-12-2009, Sciacca (AG)
"In corso di programmazione" - 19-12-2009, Caltagirone (CT)
"In corso di programmazione" - 08-01-2010, Montegranaro (Fermo)
"In corso di programmazione" - 15-01-2010, Genova
"In corso di programmazione" - 16-01-2010, (Premio Livatino)
"In corso di programmazione" - 22-01-2010, Margherita di Savoia (BA)
"In corso di programmazione" - 05-02-2010, Tivoli
"In corso di programmazione" - 20-02-2010, Maiolati Spintoni (AN)
... si aggiungeranno altri eventi …, che aggiornerò nello stesso post…
"E’ ora di fare i conti con la storia. Con verità distorte non si può costruire futuro” – Enna, 01-12-2009, ore 18,00
"E' ora di fare i conti con la storia. Con verità distorte non si può costruire futuro" – Enna, 01-12-2009, ore 18,00
L'1 dicembre 2009 (martedì), alle ore 18,00, presso la Sala Cerere di Enna, parteciperò con Salvatore Borsellino, Marcello Immordino e Armando Sorrentino, all'incontro organizzato dall'Associazione Antimafia&Antiraket Fuori dal Coro, sul tema "E' ora di fare i conti con la storia. Con verità distorte non si può costruire futuro".
"Legalità e Giustizia" - 23-11-2009, San Marco in Lamis (FG)
"Legalità e Giustizia" - 23-11-2009, San Marco in Lamis (FG)
Il 23 novembre 2009 (lunedì), presso la Sala Teatro dell'Istituto "Pietro Giannone" di San Marco in Lamis (FG), parteciperò con Salvatore Borsellino e Clementina Forleo, all'incontro organizzato dagli Amici di Beppe Grillo del Gargano sul tema"Legalità e Giustizia".
"Quale Italia?" - 27-11-2009, ore 20,30, Padova
"Quale Italia?" - 27-11-2009, ore 20,30, Padova
Il 27 novembre 2009 (venerdì), alle ore 20,30, presso la Sala Convegni comunale "Fornace Carotta" di Padova, in Via Siracusa, 61 (quartiere Sacra Famiglia), parteciperò con Armando Della Bella, Sandro Bianda, Oliviero Beha, Antonio Laudati ed Elio Veltri, all'incontro organizzato dall'Associazione Cittadini Attivi sul tema"Criminalità, mafia, antimafia, finanza, colletti bianchi, intercettazioni, lobby, potere politico, golpe bianco, nuovi mostri, informazione truccata: QUALE ITALIA?".
“Chi ha ucciso Paolo Borsellino?” - 06-11-2009, ore 21,00, Giulianova (TE)

"Chi ha ucciso Paolo Borsellino?" - 06-11-2009, ore 21,00, Giulianova (TE)
Il 6 novembre 2009 (venerdì), alle ore 21,00, presso la Sala Convegni Kursaal di Giulianova (Teramo), , nell'ambito della XIV edizione del premio nazionale Paolo Borsellino, parteciperò con Cesare D'Alessandro, Franco Arboretti e Sandro Ruotolo alla manifestazione dal titolo "Chi ha ucciso Paolo Borsellino?".
(HO REVOCATO LA MIA PARTECIPAZIONE ALL'EVENTO. G.G.)
“Chi ha ucciso Paolo Borsellino?” - 06-11-2009, ore 17,30, Teramo

"Chi ha ucciso Paolo Borsellino?" - 06-11-2009, ore 17,30, Teramo
Il 6 novembre 2009 (venerdì), alle ore 17,30, a Piazza Martiri della Libertà di Teramo, nell'ambito della XIV edizione del premio nazionale Paolo Borsellino, parteciperò con Ferdinando Imposimato, Maurizio De Lucia, Tommaso Navarra e Sandro Ruotolo alla manifestazione dal titolo "Chi ha ucciso Paolo Borsellino?". (HO REVOCATO LA MIA PARTECIPAZIONE ALL'EVENTO. G.G.)
“Mafia & Stato: guerra o compromessi? Dal Prefetto Mori a Via D’Amelio” - 05-11-2009, ore 21,00, Roseto (TE)

"Mafia & Stato: guerra o compromessi? Dal Prefetto Mori a Via D'Amelio" - 05-11-2009, ore 21,00, Roseto (TE)
Il 5 novembre 2009 (giovedì), alle ore 21,00, presso la Villa Comunale di Roseto (TE), nell'ambito della XIV edizione del premio nazionale Paolo Borsellino, parteciperò con Leoluca Orlando, Carlo Costantini e Luca Maggitti alla manifestazione dal titolo "Mafia & Stato: guerra o compromessi? Dal Prefetto Mori a Via D'Amelio". (HO REVOCATO LA MIA PARTECIPAZIONE ALL'EVENTO. G.G.)
domenica 1 novembre 2009
"Mafia e politica: verbo o congiunzione?" - 07-11-2009, ore 17,00, Torino

"Mafia e politica: verbo o congiunzione?" - 07-11-2009, ore 17,00, Torino
Il 7 novembre 2009 (sabato), alle ore 17,00, presso la Sala Operti della Parrocchia Redentore di Torino (Corso Siracusa, 213), parteciperò con Salvatore Borsellino, Sonia Alfano e Benny Calasanzio alla manifestazione dal titolo "Mafia e politica: verbo o congiunzione?".
mercoledì 28 ottobre 2009
Fwd: "L'Agenda Rossa di Paolo Borsellino - Le verità nascoste" – Selvazzano Dentro (PD), 29-10-2009, ore 18,00
"L'Agenda Rossa di Paolo Borsellino - Le verità nascoste" – Selvazzano Dentro (PD), 29-10-2009, ore 18,00
Il 29 ottobre 2009 (giovedì), alle ore 18,00, presso l'Auditorium S. Michele di Selvazzano Dentro (PD), parteciperò con Fausto Fanelli (dell'esecutivo del COISP della Polizia di Stato) e Antonino Pipitone (Cordinatore IDV di Padova) alla manifestazione organizzata da Italia dei Valori sul tema "L'Agenda Rossa di Paolo Borsellino – Le verità nascoste".
domenica 25 ottobre 2009
Gioacchino Genchi: l’uomo e il padre

Gioacchino Genchi: l'uomo e il padre
Speranze di un cattivo magistrato

La scena finalmente si chiude, cala il sipario nero.
Regista ed attori tirano un respiro di sollievo: ancora un’ottima interpretazione, il pubblico può ritenersi soddisfatto. Giustizia è fatta.
Ma la platea è muta, nessuno plaude.
L’epilogo è paradossale, grottesco.
Due magistrati della Procura della Repubblica di Salerno sono stati severamente puniti dalla Sezione Disciplinare del Consiglio Superiore della Magistratura. Esautorati delle loro funzioni inquirenti, allontanati dalla sede in cui le esercitano. Cassato un pezzo di vita professionale. Ore, giorni, mesi dedicati, in silenzio, con scrupolo, a studiare carte, leggi, sentenze; a scrivere, indagare, nel tentativo di amministrare giustizia. Una Giustizia eguale per tutti.
Tempo sprecato.
I giudici disciplinari, che non avevano mai fatto mistero del proprio convincimento e chiaramente interessati al celere seppellimento della vicenda, possono finalmente veder consacrato il proprio verdetto.
Dunque, ora, non mi resta che prenderne atto: sono ufficialmente inserita nella lista nera dei cattivi magistrati.
Perché, nel legittimo esercizio delle mie funzioni istituzionali, ho osato indagare su altri magistrati -quelli del distretto di Catanzaro- per gravi delitti di corruzione in atti giudiziari, abuso d’ufficio, falso ideologico, omissione in atti d’ufficio, favoreggiamento, calunnia, diffamazione e quant’altro, connessi all’illegale sottrazione al Pubblico Ministero titolare, dott. de Magistris, delle inchieste POSEIDONE e WHY NOT e alla loro successiva disintegrazione.
Ho osato, come era mio obbligo, sequestrare atti e documenti processuali integranti il “corpo” di quei reati. Ho osato perquisire abitazioni e uffici dei magistrati indagati, per ricercare tracce e cose pertinenti ai reati, necessarie al loro accertamento.
Ho osato raccogliere e riscontrare minuziosamente decine e decine di denunce del Pubblico Ministero a cui le inchieste erano state sottratte, reo, anche lui, di aver scoperto il sistema di illecite cointeressenze che domina la gestione del denaro pubblico nel nostro Paese.
Ho osato fare i nomi e i cognomi dei presunti appartenenti a quel sistema e di coloro che, direttamente o indirettamente, ne avrebbero permesso il funzionamento.
Ho osato voler a tutti i costi applicare la legge, senza capire, assai imprudentemente, che nel mio “mestiere” il principio costituzionale dell’eguaglianza dei cittadini dinanzi alla legge non vige così rigorosamente, sempre e per tutti.
Esiste un superiore principio non scritto, di ordine “deontologico”, che è quello dell’Opportunità.
Avrei, cioè, dovuto chiedermi e non l’ho fatto: è proprio opportuno che indaghi il magistrato Tizio, il politico Caio, l’imprenditore Sempronio, il faccendiere Mevio? è proprio necessario perquisirne abitazioni e uffici, sequestrare carte e documenti ?
La risposta è variabile, dipende dalle circostanze. A volte è opportuno e necessario, altre, invece, non lo è.
Perché, mi dicono, la diligenza di un bravo magistrato si misura sulla sua prontezza di riflessi, sulla velocità nell’intuire quando è il caso di poter agire e quando non lo è affatto; sulla sua capacità di interpretare i segnali; di ricorrere a diplomazia e compromessi; di interloquire e persuadere; di attendere che i tempi di indagini lentamente scadano; di saper selezionare e, infine, archiviare.
E la sua correttezza sta nell’evitare di fare i nomi e i cognomi di illustri colleghi, politici, imprenditori, perché, anche quando sembra indispensabile riscontrarne il coinvolgimento, in fondo è una questione di privacy. E chi denuncia potrebbe essere sempre, dietro mentite spoglie, un folle congiuratore, anche se si riscontra che, purtroppo, è sincero.
Merito, dunque, una lezione. Mai eccedere nel perseguire fini di giustizia!
Si spera, per me, che io abbia inteso, una sola volta e per sempre.
Lo ammetto, ignoravo l’esistenza di tali singolari regole “deontologiche”, regole non scritte, sulle quali, pare, debba misurarsi la professionalità del magistrato.
Ma, ad essere seri, qui mi sembra che la vera deontologia non c’entri proprio un bel niente e sarebbe assai dignitoso per la nostra categoria non tirarla neppure in ballo.
Qui, invece, si tratta di capire le ragioni vere per cui tre magistrati della Procura della Repubblica di Salerno, legittimamente e doverosamente impegnati a far luce su un devastante sistema di corruzioni e collusioni giudiziarie, siano stati “fatti fuori” con gli strumenti della nuova legge disciplinare, pagando un prezzo altissimo per la loro autentica indipendenza, politica e associativa.
Si tratta di capire perché, al di là della vergognosa farsa della “guerra tra Procure” (una favoletta che amano raccontare ormai solo a se stessi, dai sicuri effetti tranquillizzanti e catartici) gli organi disciplinari stiano consentendo ad altri magistrati, indagati per gravi fatti di corruzione in atti giudiziari, falso ideologico, abuso d’ufficio, favoreggiamento e quant’altro, e autori anche di illecite attività ai danni dei loro indagatori, di continuare impunemente ad amministrare giustizia nei contesti criminosi oggetto delle indagini della Procura di Salerno.
C’è dunque da chiedersi: quali superiori principi di “deontologia professionale” vigono per costoro? quale eccezionale criterio di ragionevolezza ha indotto i supremi organi disciplinari a non intervenire anche in questo caso con gli strumenti cautelari e a perseverare in tale insensata omissione?
Esistono forse equilibri di poteri -politici, giudiziari, criminali- da dover preservare e che non conosciamo e non possiamo conoscere?
E chi ne sarebbero gli inamovibili garanti? Chi gli “eversori” da punire e cacciare?
Esiste forse un modus operandi, diverso da quello del contrasto aperto e diretto al crimine organizzato di ogni livello, che tende, invece, sottobanco, all’accordo e al compromesso e che serve a salvaguardare occulti sistemi di interessi?
C’è uno sfondo, in questa nostra vicenda, che si finge di non vedere; o forse, semplicemente, fa troppo paura guardare.
Credo, però, che i cittadini della Repubblica Italiana abbiano oggi il diritto di sapere a che gioco stanno giocando gli apparati istituzionali, soprattutto, perché quel gioco baro danneggia la vita di uomini integri, il cui solo scopo è servire lo Stato.
La ricerca della verità sul nostro passato di sangue è un passo fondamentale per comprendere quale sia l’attuale stato delle istituzioni democratiche, come si sia giunti ad esso, quali i meccanismi di reale funzionamento.
Ma occorre anche il coraggio del rinnovamento.
Un rinnovamento al quale la magistratura, che di questo nostro Stato Repubblicano è un pilastro fondamentale, non può restare estranea.
Sono necessarie e urgenti riforme serie che servano non a renderla inerme, ma a conferirle forza di autentica indipendenza dagli inevitabili condizionamenti del potere politico o criminale.
Occorrono soluzioni e strumenti in grado di preservarla anche dal suo interno, liberandola dagli effetti di dipendenza psicologica che, sull’esercizio delle funzioni giudiziarie, può di fatto produrre un’impropria strumentalizzazione dei meccanismi di nomina, promozione, assegnazione di incarichi extra-giudiziari, o per converso, di disciplina, che incidono direttamente sulla vita personale e professionale dei magistrati.
La nostra amara vicenda, che segue quelle di tanti altri colleghi, molti dei quali dimenticati o ignorati, dimostra quanto basso sia il punto in cui versa l’attuale “autogoverno” e quanto distante sia dai nobili intendimenti dei Padri Costituenti.
Un “autogoverno” ormai completamente prigioniero delle logiche di appartenenza e spartizione politica; in cui ruoli amministrativi e giurisdizionali si sovrappongono e si confondono in un tutt’uno; ove la regola dell’imparzialità vale solo per gli altri e il rispetto delle prerogative difensive ha il senso di un optional; ove non esistono più spazi di affermazione e tutela per magistrati davvero liberi e indipendenti, costretti all’isolamento dalla prepotenza degli schieramenti correntizi.
E ancor più forte è divenuto il bisogno, diffusamente avvertito eppur timidamente sussurrato, di un organo “sindacale” nuovo, in grado di assicurare tutela effettiva ai diritti del magistrato in quanto pubblico impiegato, capace di aprirsi ed interloquire con la società civile, per saperne cogliere le problematiche e le reali esigenze; un organo che non necessiti di tesseramenti, autenticamente autonomo e libero da condizionamenti politici, da ambizioni carrieristiche o di potere.
Mi piacerebbe avvertire questo sussulto di rinnovamento, davvero “democratico”, per la nostra categoria.
Mi auguro, da buon cattivo magistrato, che l’assordante e granitico silenzio, in cui si è chiuso l’ordine giudiziario riguardo alla vicenda salernitana, serva almeno alla riflessione.
Gabriella Nuzzi
"Sogni e idee civiche locali, al servizio della libertà”, Carini (PA) 27 ottobre 2009, ore 21
"Sogni e idee civiche locali, al servizio della libertà", Carini (PA) 27 ottobre 2009, ore 21
Il 27 ottobre 2009 (martedì), alle ore 21,00, presso l'auditorium comunale Totuccio Aiello di Carini (Palermo), parteciperò con Sonia Alfano, Luigi de Magistris e Piergiorgio Morosini, all'assemblea cittadina organizzata da "Un sogno per Carini", dal titolo "Sogni e idee civiche locali, al servizio della libertà".
"Borsellino e Genchi a Londra”, 14 novembre 2009, ore 17,00
sabato 24 ottobre 2009
"Futruro Remoto” – Palermo, 27-10-2009, ore 16,30
"Futruro Remoto" – Palermo, 27-10-2009, ore 16,30
Il 27 ottobre 2009 (martedì), alle ore 16,30, presso l'Aula Magna del Giudice di Pace Penale di Palermo, in Via Donizzetti n. 14 (a 30 m. del Teatro Massimo), parteciperò con Sonia Alfano e Luigi de Magistris (e altri) al convegno "Futuro Remoto – Giustizia fra esternalizzazione, precariato e rischi legati alla sicurezza della gestione informatica", organizzato dal Comitao informatici ATU della Giustizia.
INTERVENTI:
On. Dott. Luigi De Magistris Eurodeputato On. Sonia Alfano Eurodeputato Dott. Gioacchino Genchi Consulente informatico uffici Giudiziari Dott.ssa Lidia Undiemi Dottoranda di ricerca dell'università di Palermo Caterina Tusa FPCGIL Sicilia Eugenio Sasso FIOM REGIONALE CGIL Marco Caselli Testimonianze lavoratori ATU – EUTELIA Matteo Terzo Testimonianza lavoratori Stenotipia
L'attuale politica di esternalizzazione dei servizi informatici attuata dal ministero della Giustizia pone rilevanti questioni di interesse generale, che sostanzialmente ruotano attorno alla vicenda dei lavoratori addetti all'assistenza informatica presso gli uffici giudiziari, la cui precarizzazione dura ormai da più di dieci anni a causa delle precedenti strategie di outsourcing. Questo «giro d'affari» ha comportato la perdita del posto di lavoro di migliaia di tecnici informatici che per anni hanno prestato servizio presso i tribunali di tutta Italia. A breve stessa sorte toccherà a centinaia di lavoratori ancora in servizio. Nell'ottica della salvaguardia dell'attività giudiziaria, si consideri che un inevitabile effetto di tale politica è il coinvolgimento dei privati nella gestione dei dati giudiziari.
Da una prima analisi dei bandi di gara e dei contratti quadro stipulati fra il ministero della Giustizia e i privati pare, infatti, che non emergano specifiche, chiare ed adeguate garanzie circa i sistemi di sicurezza e l'attribuzione di responsabilità nei casi di violazione dei sistemi informatici oggetto di terziarizzazione. Occorre riflettere sul fatto che l' affidamento a fornitori esterni di determinati servizi pubblici implica che il cittadino, nei casi di cattiva amministrazione dell'attività esternalizzata, possa solo rivalersi nei confronti del privato. In altri termini, il rapporto pubblica amministrazionecittadino si trasforma in un rapporto fra privati, con la conseguenza che la gestione della cosa pubblica segue prevalentemente, se non addirittura esclusivamente, mere logiche di mercato. In questa direzione, si potrebbe infine prendere in considerazione l'eventuale esistenza di incompatibilità tra tale politica di outsourcing ed alcune disposizioni di legge. Fra queste: la normativa in materia di protezione dei dati personali (d.lgs. n. 196/2003), specie in riferimento ai trattamenti in ambito giudiziario; il Codice dell'amministrazione digitale (d.lgs. n. 82/2005); il Testo unico sugli appalti pubblici (d.lgs. n. 163/2006).
"L'Agenda Rossa di Paolo Borsellino - Le verità nascoste" – Padova, 29-10-2009, ore 20,45
"L'Agenda Rossa di Paolo Borsellino - Le verità nascoste" – Padova, 29-10-2009, ore 20,45
Il 29 ottobre 2009 (giovedì), alle ore 20,45, presso la Sala comunale Diego Valeri (Zona FF/SS Boschetti) di Padova, parteciperò con Salvatore Borsellino alla manifestazione organizzata da Italia dei Valori di Padova sul tema "L'Agenda Rossa di Paolo Borsellino – Le verità nascoste".
mercoledì 21 ottobre 2009
Segnalo, al seguente link, la mia intervista di oggi, 21 ottobre 2009, al TG3 Sicilia, sui rapporti di Ciancimino con apparati dello Stato e sulla tra
http://www.tgr.rai.it/SITOTG/TGR_popupvideo/1,8506,tgr%5Esicilia,00.html
Mafia/ Genchi: Nel '91 contatti tra Ciancimino Jr e governo
*Mafia/ Genchi: Nel '91 contatti tra Ciancimino Jr e governo *Mafia/ Genchi: Nel '91 contatti tra Ciancimino Jr e governo Nel 'festival degli smemorati' qualcuno ricorderà presto Palermo, 21 ott. (Apcom) - "Noi nell'indagine mafia e appalti, partendo dal ritrovamento di una agenda telefonica di un imprenditore arrestato per mafia, Benny D'Agostino, trovammo il numero di cellulare di Massimo Ciancimino segnato come 'Massimo Rolex'". Lo rivela al Tg3 Sicilia il consulente informatico Gioacchino Genchi che in passato si occupò anche delle stragi di Capaci e via D'Amelio. "Dall'analisi dei dati di traffico del 1991, cioè prima delle stragi, sono emersi contatti con utenze riservate della presidenza del Consiglio dei ministri e del ministero dell'Interno e con cellulari e utenze fisse del ministero della Giustizia". Genchi rivela anche che vennero riscontrate "frequentazioni romane che davano il quadro completo dei rapporti, non solo imprenditoriali, politici e affaristici di Ciancimino, ma davano contatti con apparati dello Stato". Per quanto riguarda la presunta trattativa tra Stato e Cosa nostra, Genchi ha sottolineato che "non ha mai riguardato lo Stato nella sua interezza, lo Stato, fortunatamente è un'istituzione sana e non può essere intaccata. Ci sono alcuni soggetti - sostiene - che per fare carriera nel corpo o istituzione di appartenenza o partito politico nel quale militano vengono di volta in volta in contatto con la mafia". A proposito dei ricordi, dopo 17 anni, sopraggiunti a molti protagonisti della vita italiana del 1992, Genchi ha detto che "non c'è da meravigliarsi di questo festival degli smemorati, qualcun altro ancora non ricorda, ma lo ricorderà presto".
Segnalo, al seguente link, la mia intervista di oggi, 21 ottobre 2009, al TG3 Sicilia, sui rapporti di Ciancimino con apparati dello Stato e sulla trattativa con Cosa Nostra.http://www.tgr.rai.it/SITOTG/TGR_popupvideo/1,8506,tgr%5Esicilia,00.html
martedì 20 ottobre 2009
Genchi: Stopparono le mie indagini e diedero tutto ai carabinieri, ma io so che ci fu la trattativa
Le Primissime fasi dell'indagine.
"Sin dall'immediatezza della strage l'attenzione si è rivolta alle attività importanti che in quel momento stava eseguendo Borsellino. In particolare alle dichiarazioni di Gaspare Mutolo, che era l'uomo di fiducia di Toto Riina. Mutolo era già stato sentito da Falcone a Dicembre 1991".
Qual era il suo incarico allora?
"Dirigevo il nucleo anticrimine per la Sicilia occidentale e zona telecomunicazioni, il capo della polizia mi aveva dato un secondo incarico per coordinare meglio l'attività investigativa nel periodo delle stragi. Ero consulente della procura di Caltanissetta"
Borsellino doveva essere fermato dopo le rivelazioni del braccio destro di Riina?
"L'attenzione si concentrò sulla pista dei mandanti esterni proprio per la gravità di Mutolo, che coinvolgevano apparati istituzionali dello Stato, politici, magistrati, uomini dei servizi segreti e della polizia, medici. Insomma: tutta la "zona grigia" che aveva fatto da contorno a cosa nostra. Proprio partendo da questa ipotesi, si è valutato chi volesse davvero fermare Paolo Borsellino. I contatti che il magistrato aveva avuto al magistero dell'interno lasciavano ipotizzare che qualcuno, in ogni modo, cercasse di fermarlo per le indagini he sarebbero scaturite dalle dichiarazioni di mutolo su persone di altissimo livello nelle istituzioni"
La vedova Borsellino ha raccontato che suo marito aveva paura di essere spiato dal monte Pellegrino, dal Castello Utveggio.
"La signora Borsellino, già molti anni fa mi confermò questa sua impressione che ora ha raccontato alla stampa e che sicuramente aveva già riferito ai magistrati di Caltanissetta. Borsellino aveva già individuato nel Castello e negli uomini un possibile e grave pericolo, fino al punto da imporre alla moglie di serrare le imposte della camera da letto".
Ma chi c'era nel Castello?
"Si era installato un gruppo di persone che erano state all'alto commissariato per la lotta alla mafia. Dopo il cambio di vertice nella struttura con la nomina di Domenico Sica, erano stati tutti spostati al Castello. C'erano ufficiali che erano stati all'alto commissariato, dov'era pure Bruno Contrada, che era capo di gabinetto del commissario De Francesco ed altri soggetti su cui abbiamo svolto delle indagini. Il Castello era in una posizione ottimale per garantire la visuale su via D'Amelio, da dove sarebbe stato facile, anche con un binocolo, avere il controllo della via per far detonare l'esplosivo"
Lei indicò la zona del castello come possibile luogo di appostamento di chi teneva il timer.
"Si. E i sospetti derivano dal fatto che, quando hanno saputo che le indagini si stavano appuntando su quell'edificio hanno smobilitato tutte le attrezzature e sono spariti.
Ma perchè proprio quella zona?
"Questo è l'interrogativo: perchè quell'attentato non è stato fatto a Villagrazia, dove Borsellino villeggiava e sarebbe stato agevole ucciderlo con una pistola, o in via Cilea dove abitava? Perchè in via D'Amelio dove occasionalmente si recava dalla madre? Perchè in quella zona c'era quel "controllo" del territorio, perchè era stato possibile eseguire un'intercettazione telefonica sul telefono della madre e perchè c'era la possibilità di colpirlo in un luogo dove fosse stato poco protetto".
Un'operazione che non sarebbe stata condotta solo dalla mafia.
"C'è la certezza che dal punto di vista dinamico-organizzativo ci siano dei soggetti esterni a cosa nostra che si sono occupati dell'attentato. Per tutte le altre stragi di Mafia, come Capaci, si è saputo del telecomando, di come è stato posizionato l'esplosivo, di come è stato operato. Per via D'Amelio, nonostante le collaborazioni che ci sono state in Cosa Nostra, non si è saputo nulla".
La trattativa c'è stata?
"Fummo fermati, ci fu detto che tutto doveva passare nella mani dei carabinieri che stavano gestendo importanti collaborazioni. Ci hanno tolto tutto manu militari, ci hanno fatto rientrare nel gruppo Falcone Borsellino, un fantoccio di cui la polizia non aveva alcun bisogno. perchè aveva già la squadra mobile, la Criminalpol, e perchè i magistrati Cardella e Boccassini, sono saltati dalla sedia e si sono messi di traverso minacciando le dimissioni dopo l'inspiegabile trasferimento di La Barbera al ministero dell'interno, senza incarico, nell'immediatezza dell'arresto di Contrada e pochi giorni prima della cattura di Riina"
Marco Menduni (IL SECOLO XIX, 20 ottobre 2009)
domenica 18 ottobre 2009
Agnese Borsellino: ''Paolo temeva spie castello Utveggio''

18 settembre 2009
ANSA
giovedì 15 ottobre 2009
CASSAZIONE: GENCHI NON HA SVOLTO ATTIVITA' ABUSIVE, ECCO PERCHE' L'ARCHIVIO E' STATO DISSEQUESTRATO
Roma, 15 ott. - (Adnkronos) - Gioacchino Genchi non ha violato la privacy di nessuno. Lo certifica la Cassazione che, nel motivare l'ok al dissequestro dell' 'archivio' disposto lo scorso 25 giugno, evidenzia come vada "esclusa la qualifica di abusivita' attribuita all'attivita' svolta" dal consulente informatico di diversi magistrati, "avendo questi effettuato l'accesso, a seguito dell'autorizzazione ricevuta dal comune di Mazara del Vallo nel sistema informatico dell'Agenzia delle Entrate". Nel caso in questione, scrivono dunque gli 'ermellini' nelle motivazioni della sentenza 40078, "essendo Genchi abilitato a consultare i dati presenti nel sistema informatico dell'agenzia delle entrate, non e' ipotizzabile una volonta' contraria del titolare dello 'ius excludendi'".
Il consulente informatico di diversi magistrati, tra cui Luigi De Magistris e Giovanni Falcone, era stato indagato per intromissione illecita nel sistema informatico dell'Agenzia delle Entrate e per violazione della privacy. Accuse che il Tribunale del Riesame di Roma, lo scorso aprile, aveva fatto cadere ordinando il dissequestro del materiale di Genchi. Contro questa decisione ha fatto ricorso in Cassazione la Procura della capitale ma la Suprema Corte, dichiarando il ricorso inammissibile, ha precisato che "non puo' condividersi la lettura della norma sottesa alla contestazione in esame che individua l'abisivita' della condotta nel fatto di chi, abilitato ad accedere al sistema informatico, usi tale facolta' per finalita' estranee al compito ricevuto".
Inoltre i supremi giudici fanno notare che il reato punito in base al dlg 196/2003, "non sussiste in caso di mancata dimostrazione che la violazione della normativa sulla tutela dei dati personali, abbia prodotto un 'vulnus' significativo alla persona offesa".
Sostenere, infatti, che questa condizione di punibilita' sia "implicita e intrinsecamente connessa - conclude piazza Cavour -
equivale ad asserire un capovolgimento dei principi in tema dell'onere della prova, assolutamente non giustificata dalla fase iniziale delle indagini".
(Dav/Pn/Adnkronos)
15-OTT-09 15:48
martedì 13 ottobre 2009
"Nuove Resistenze: Intercett-Azioni” - 17-10-2009, ore 21,15, Fermignano (PU)
"Nuove Resistenze: Intercett-Azioni" - 17-10-2009, ore 21,15, Fermignano (PU)
Il 17 ottobre 2009 (sabato), alle ore 21,15, presso il salone comunale di Fermignano (PU), parteciperò con Mirco Marchetti all'incontro organizzato da IDV di Fermignano, dal titolo "Nuve Resistenze: Intercett-Azioni".
"Dalle stragi ad oggi: alla ricerca della verità" - 16-10-2009, ore 20,45, Forlì
Il 16 ottobre 2009 (venerdì), alle ore 20,45, presso la Sala Santa Caterina di Via Romanello n. 8, a Forlì, parteciperò con Giancarlo Biserna e Tommaso Montebello alla manifestazione organizzata dal Gruppo Consiliare dell'IDV di Forlì, dal titolo "Dalle stragi ad oggi: alla ricerca della verità". Modererà il dibattito la giornalista Daniela Gaudenzi.
domenica 11 ottobre 2009
La nascita di Forza Italia - LE ARANCE DI MANGANO E I MESSAGGI DEI BOSS ALLA FININVEST
La nascita di Forza Italia
LE ARANCE DI MANGANO E I MESSAGGI DEI BOSS ALLA FININVEST
di Peter Gomez
Alla fine non è rimasto quasi niente: solo una condanna per corruzione e un giro milionario di fatture false. Le accuse di mafia sono cadute. Quelle per traffico di droga pure. Del presunto favoreggiamento al genero di Vittorio Mangano, Enrico Di Grusa, latitante a Milano negli anni Novanta, poi, è meglio non parlare. In cassazione è evaporato anche quello. Eppure la storia delle grandi cooperative di pulizie e servizi gestite a Milano dai messinesi Natale Sartori e Antonino Currò, due buoni amici dell'ex fattore di Arcore, è centrale per capire che cosa è successo negli anni delle stragi. A sentire il pentito Giovanni Brusca, infatti, un pezzo della trattativa tra Stato e mafia (la seconda, da non confondere con la prima condotta dall'ex sindaco di Palermo, Vito Ciancimino), è passata proprio attraverso quegli uffici dove, tra i quasi duemila dipendenti, lavorano pure due delle tre figlie di Mangano.
Brusca ne parla più di dieci anni fa. Racconta di aver convocato Mangano nel settembre del 1993 e di avergli chiesto di prendere contatto con Silvio Berlusconi. La prima trattativa è fallita: il 41 bis (il carcere duro) non è stato revocato, la pressione dello Stato su Cosa Nostra non si è allentata e, quello che è peggio, Totò Riina è in galera da 9 mesi. Discutere con i carabinieri come aveva fatto Ciancimino, non è insomma servito a niente. Così persino Luchino Bagarella, il cognato di Riina, quando gli si chiede come vanno le cose, allarga le braccia e dice: "Siamo in mezzo al mare". Certo nè lui, nè Brusca sanno nulla dei legami politici che Riina aveva coltivato prima della sua cattura. L'altro corleonese, Bernardo Provenzano, che di rapporti ad alto livello ne ha molti, sembra poi sparito.
I fratelli Graviano, i boss del Brancaccio che per tutta l'estate avevano messo a ferro e fuoco l'Italia, sono latitanti al nord. E se anche hanno qualche filo per le mani, non lo fanno sapere. Per questo Brusca, dopo aver letto su "L'espresso " del 26 settembre '93 che Marcello Dell'Utri, per conto di Berlusconi, sta' creando un partito, incontra Mangano: sul settimanale è riportata la storia dei suo antico legame con il braccio destro del Cavaliere. Una storia che lui non conosce, ma che adesso può essere importante.
L'ex fattore di Arcore prende appunti su un foglietto: deve dire a Berlusconi che "la sinistra (intesa come la sinistra Dc ndr) sapeva", cioè era al corrente di tutti i retroscena delle bombe visto che tra Stato e mafia c'era stata una trattativa. Poi va a Milano e in novembre vede Dell'Utri (risulta da delle agende sequestrate al senatore azzurro). A far da tramite con l'ideatore di Forza Italia, spiega però il pentito, sono "dei suoi amici, dei suoi parenti, che avevano a che fare con una ditta di pulizie". Attraverso di loro, secondo Brusca, vengono inviati messaggi alla Fininvest e, forse, per tutto il '94 giungono anche le risposte.
Quando invece era Mangano a muoversi, gli imprenditori telefonavano al gruppo del Biscione e dicevano: "Sono arrivate le arance ". Brusca però non sa chi siano esattamente questi amici dell'ex fattore. A scoprirlo, grazie anche un nuovo pentito, saranno gli investigatori. Le indagini della Dia (Direzione investigativa antimafia) svelano come Dell'Utri ancora nel 1998 sia in contatto con Sartori, mentre l'analisi sui tabulati telefonici delle cooperative del super esperto informatico Gioacchino Genchi, dimostrano che i legami sono molto antichi. Dell'Utri ha sulle sue agende un numero dell'imprenditore di Messina che risale a prima del 1990, e certamente, proprio come raccontato da Brusca, nel '94 riceve a casa una sua telefonata. È un bel riscontro anche se non basta ancora per chiudere il cerchio.
Nessuno infatti può discutere i legami tra i vertici delle cooperative e la famiglia Mangano. Quando Vittorio viene arrestato, nel '95, Sartori si precipita a Palermo; in altri casi le indagini hanno evidenziato passaggi di denaro e, persino, festività trascorse in famiglia tutti assieme. Il problema è che le cooperative per Publitalia per le reti televisive del Cavaliere ci lavorano: le pulizie negli uffici le fanno loro. E così, dal punto di vista processuale, il fatto che Sartori dia un impiego pure alle figlie del boss e si sia ritrovato a difendersi dalle accuse di aver favorito la latitanza di suo genero, resta una coincidenza. A Milano le dichiarazioni del pentito Vincenzo La Piana non bastano per ottenere la condanna di Sartori e del suo socio Currò per mafia. E anche se La Piana parla di un traffico di cocaina che, a metà anni Novanta, doveva essere finanziato dal senatore azzurro, la storia a poco a poco si scolora. Nei faldoni restano a prender polvere pure le informative che descrivono Sartori come un uomo legato persino al boss-imprenditore di Bagheria, Michelangelo Alfano e alla mafia di Messina. In aula, invece, l'avvocato di Sartori esulta. "Questa è una vittoria anche per Dell'Utri", dice. Il legale è un onorevole. Si chiama Gaetano Pecorella e di solito assiste Berlusconi. Ma anche questa è solo una coincidenza.
(Fonte: il Fatto Quotidiano, 11 ottobre 2009)
La faida finisce in politica
Le indagini su un assassinio del 2005, a Locri, e alcune intercettazioni ambientali aprono nuovi scenari sui rapporti tra 'ndrine e amministrazioni locali. Che portano dritto all'omicidio Fortugno
di Pietro Orsatti su left/Avvenimenti del 9 ottobre 2009
La cronaca, la semplice enumerazione di fatti, a volte può portare fuori strada nella narrazione di un determinato evento. Basta che un fattore sia occultato, o venga ritenuto irrilevante o marginale, per far saltare un intero processo logico e portarci del tutto fuori strada. Come in questo caso, se non si è molto attenti. L'omicidio di un capo clan della 'ndrangheta di Locri, Salvatore Cordì, ucciso a Siderno il 31 maggio 2005. Un omicidio che stampa locale e inquirenti inserirono immediatamente nella faida decennale tra i clan Cordì-Cataldo a Locri. Salvatore era nipote di Antonio Cordì, chiamato "U Ragiuneri", ritenuto per lungo tempo a capo dell'omonima cosca di Locri.
Per cominciare ad analizzare una storia come questa è sempre necessario iniziare dal fatto, quindi dalla dinamica dell'omicidio. Per uccidere Salvatore Cordì venne utilizzato un fucile calibro 12 caricato a pallettoni. A sparare, secondo quanto si apprese immediatamente dopo l'agguato, fu una persona che era in sella ad una moto di grossa cilindrata guidata da un complice. Entrambi indossavano un casco integrale, come da manuale in casi del genere. La vittima venne raggiunta alla spalla sinistra, al collo e alla testa dai pallettoni mentre, resosi conto di essere obiettivo di una attentato omicida correva per allontanarsi. Il decesso non fu immediato, ma avvenne in ospedale poche ore dopo. Fin qui la dinamica "apparente", gli eventi che si sono svolti in poche ore sul proscenio di Siderno. Appena tre mesi prima, cioè il 15 febbraio 2005, a Locri la cosca dei Cordì aveva eliminato Giuseppe Cataldo uscito dal carcere da pochi giorni. Un uomo, Giuseppe, di rilievo negli equilibri dei due clan contendenti; figlio, infatti, di Michele e nipote del patriarca Giuseppe. Un omicidio che inevitabilmente riaprì la faida che solo da qualche tempo sembrava essersi quantomeno acquietata. Se fosse possibile. Anno cruciale il 2005 per la famiglia Cordì. L'uccisione del boss della cosca rivale, poi la morte di quello che in parte deteneva il potere del clan, ovvero Salvatore, e poi "l'affare grosso", l'omicidio eccellente. L'omicidio Fortugno.
Il 2 febbraio di quest'anno sul caso del politico assassinato il 16 ottobre 2005 si è arrivati a un punto. Condannati all'ergastolo i mandanti e gli esecutori dell'omicidio Fortugno. La Corte d'assise di Locri, ha quindicondannato Alessandro e Giuseppe Marcianò, padre e figlio, considerati dalla DDA di Reggio Calabria i mandanti del delitto del vicepresidente del consiglio regionale della Calabria ucciso con cinque colpi di pistola all'interno del seggio allestito per le primarie dell'Unione a Locri. Ergastolo anche per Salvatore Ritorto, ritenuto l'autore materiale del delitto e Domenico Audino, definito come il fiancheggiatore. Il pm Marco Colamonici, nel corso della requisitoria del processo per l'omicidio del vicepresidente del Consiglio regionale della Calabria. Colaminici, facendo riferimento alle dichiarazioni del pentito Domenico Novella, dichiarò una cosa bene precisa, ovvero che i due erano organici del clan dei Cordì, e che Alessandro Marcianò, caposala dell'ospedale di Locri, era in rapporti stretti col boss Cosimo Cordì, ucciso a Locri in un agguato nel 1997. Con lo stesso Cordì, inoltre, Marcianò aveva un rapporto di comparaggio. Un aspetto, questo, che in Calabria e in particolare in determinati ambienti ha un significato ben preciso. Cosa c'entra l'omicidio di Salvatore Cordì con il successivo agguato mortale al vicepresidente della Regione? Nulla, forse. Ma la coincidenza temporale dei tre atti criminali, l'appartenenza dei protagonisti al medesimo clan, danno quantomeno da pensare.
Sempre dalla requisitoria del pm, accolta dal collegio giudicante del processo Fortugno, apprendiamo che l'omicidio «doveva anche rappresentare un messaggio al presidente della Regione Agazio Loriero. Questo per quanto riguarda il versante politico. Sull'altro versante, tutti gli accusati appartengono alla famiglia mafiosa dei Cordì. Ecco perché l'asse politico-mafioso». Il pm, ha anche aggiunto uno scenario ben preciso, individuando sia gli affari dei Cordì che il punto di incontro fra 'ndrangheta e politica, raccontando che «pensando ad un livello più alto, la matrice del delitto va inquadrata nelle risorse pubbliche e nella ripartizione dei fondi per la sanità nella Locride ed in tutta la provincia reggina. Non a caso la sanità pubblica viene definita da tempo come la Fiat della Calabria».
I Cordì stavano cercando di fare il salto nel grande affare della sanità? Oppure, lo avevano già fatto e i due omicidi, quello del capo della cosca rivale e quello del politico che poteva fermare la loro ascesa nel business, sono da mettere nel conto di una politica di mantenimento delle posizione acquisite? È qui, su questa seconda ipotesi, che probabilmente si inserisce la vicenda dell'omicidio di Salvatore Cordì. Non solo, perciò, un omicidio interno a una "faida", ma un omicidio interpretabile in uno scenario mafioso ben più ampio e allarmante, dove l'intreccio fra affari, politica e 'ndrine è terreno per la preparazione e la conduzione di un conflitto molto più ampio di quello che appare al primo sguardo. Non illudiamoci, infatti, che la 'ndrangheta sia mafia di serie B. Oggi la 'ndrangheta è una della quattro organizzazioni criminali più potenti non in Italia ma del mondo. E le famiglie Cataldo e Cordì sono perfettamente inserite in questo quadro, compresa la capacità di infiltrare, condizionare e determinare la politica sia a livello locale che nazionale.
E quindi torniamo a questo omicidio, ai tre colpi di fucile a pallettoni che hanno ammazzato Salvatore Cordì nel maggio del 2005. È in corso un processo nei confronti di sette persone: Antonio Cataldo detto "papuzzella", Francesco Cataldo detto "u prufissuri", Giuseppe Cataldo, Michele Curciarello, Antonio Martino, Antonio Panetta e Salvatore Panetta. Mentre altri due imputati, i fratelli Giuseppe e Domenico Zucco, sono stati processati separatamente. I nove sono stati individuati nel corso di un'indagine molto complessa partita da un'intercettazione telefonica.
Al momento dell'omicidio, infatti, come riportato dalla richiesta di applicazione delle misure cautelari della Direzione distrettuale antimafia «erano in corso attività di intercettazione telefonica ed ambientale» in relazione «di una indagine riguardante gli interessi della cosca Cataldo di Locri nel traffico di sostanze stupefacenti». Riascoltando immediatamente dopo l'agguato le registrazioni del giorno del delitto, l'attenzione degli investigatori si concentrò su un'utenza telefonica, quella intestata a Domenico Zucco dove si ascoltava all'ora del delitto «un tentativo di chiamata verso il telefono cellulare in uso a Panetta Antonio, che consentiva di registrare ed ascoltare le tracce sonore di quanto avveniva nell'ambiente in cui il chiamante – Zucco Domenico – si trovava in quel momento». E i pm proseguono raccontando che «in particolare, si registravano alcuni squilli a vuoto, quindi un rumore simile ad uno sparo e le immediate grida di una donna». Da qui è partita l'indagine. Che per la natura stessa (l'incrocio "relazionale" dei traffici telefonici e di intercettazioni) dell'inchiesta ha visto in qualità di perito Gioacchino Genchi, il poliziotto e consulente delle procure di mezza Italia conosciuto soprattutto per la perizia del processo per la strage di via D'Amelio nel '92 e per "l'affaire" Why Not. Un'indagine che è riuscita a determinare un movente chiaro (che è il controllo egemone dell'insieme delle 'ndrine della Locride), una catena di comando e un'insieme di relazioni inquietanti che si allargavano a macchia d'olio ben oltre i confini delimitati delle organizzazioni criminali.
C'è un'intercettazione ambientale, di cui è oggetto in parte lo stesso Genchi, che mostra uno spaccato del livello di potere della cosca che lascia senza fiato. L'intercettazione avviene in carcere, durante una visita di Francesco e Nicola Cataldo al detenuto Antonio Cataldo. I tre dialogano apertamente del processo in corso, fanno capire che sono a conoscenza di come vanno le indagine relative a loro e anche ad altri procedimenti e che temono un allargamento dell'indagine ad altre persone rimaste fino ad allora estranee. A un certo punto il boss detenuto esplode e fa un riferimento chiaro alle indagini: «Questo fatto qua, gli ha chiesto il rito immediato è un rito immediato è un rito pericoloso perché non gli dà spazio alla difesa, lui adesso porta carte nuove, dice che da tre anni che sta facendo indagini, quello Genchi è un pericolo… totale… Io ho letto carta in processi di giornali a Catanzaro (il riferimento all'inchiesta Why Not è evidente, ndr), a Napoli, dove lo chiamano da tutte le parti e non solo mette quello che è indagine pura e… ma mette pure di più…». L'intercettazione a questo punto diventa per alcuni secondi incomprensibile, chi trascrive parla di una sovrapposizione di voci, poi Antonio riprende infuriato: «Ma sai cosa vuol dire una custodia cautelare da qua dentro?… che il processo uno non lo può seguire, sai che vuol dire per innescare un meccanismo di quell'altro processo come siamo qua… e vi dovete muovere… basta, leggetevi i giornali… e la puttana della miseria». L'interpretazione dei pm dell'intera conversazione e che Antonio Cataldo, ispirato sia dalla lettura di un giornale (probabilmente un articolo pubblicato dal Calabria Ora, ndr) che probabilmente da altre informazioni, tema un allargamento dell'inchiesta, come poi effettivamente avvenuto, e cerca di esortare i suoi parenti affinché «si adottino adeguate contromisure, che possono consistere in iniziative processuali (evidentemente, all'interno del processo nei confronti di Zucco Domenico), ma che, si intuisce, potranno e dovranno essere anche di altra natura e quindi volte ad inquinare il quadro probatorio o a garantirsi l'irreperibilità». Quali siano queste "altre misure" è difficile capirlo, ma visti gli intrecci emersi a Locri di questo clan, come per quanto riguarda i rivali Caprì, pensare a appoggi "esterni" o all'uso della violenza non è azzardato.
sabato 10 ottobre 2009
"A colloquio con la Giustizia" - 11-10-2009, ore 18,00, Modugno (Bari)
L'11 ottobre 2009 (domenica), alle ore 18,00, presso la "Sala Romita" di Modugno (Bari), parteciperò con la scrittrice e giornalista Antonella Mascali, alla tavola rotonda organizzata dalla scuola di formazione politica "Antonino Caponetto" dal titolo "A colloquio con la Giustizia", nel ciclo delle manifestazioni del "Caffè letterario".
giovedì 8 ottobre 2009
"Dalle stragi ad oggi: alla ricerca della verità” – Forlì, 16-10-2009, ore 20,45
mercoledì 7 ottobre 2009
"Mafia e Stato" – Ferrara, 09-10-2009, ore 20,30
martedì 6 ottobre 2009
Il regime delle 'espulsioni' colpisce il dissenso scomodo
SCUDO FISCALE: CAMERA DEDICE SU COMPORTAMENTO BARBATO (IDV)
(AGI) - Roma, 6 ott. - E' convocato per stasera alle 18 l'Ufficio di presidenza della Camera chiamato a valutare le parole pronunciate in aula da Francesco Barbato, deputato dell'Italia dei valori, che ha dato del "mafioso" al presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi, nello scontro fra maggioranza e opposizione che ha segnato l'approvazione in via definitiva dello scudo fiscale a Montecitorio, la settimana scorsa. La conferma arriva dallo stesso Barbato che, in Transatlantico aspetta l'esito della vicenda in compagnia di Gioacchino Genchi, l'ex consulente dell'allora pm di Catanzaro, Luigi De Magistris.
"Sospeso io, sospeso lui… Siamo fra color che son sospesi..", scherza Genchi solidarizzando con il parlamentare. Poi mostra in anteprima la copertina del suo libro, in prossima uscita: "Il Caso Genchi. Storia di un uomo in balia dello Stato". Barbato sara' ascoltato dai questori a partire dalle 16,30 per la prevista istruttoria sul caso: "Come mi sento? Mi sto caricando ancora di piu', perche' - risponde - mi rendo conto che davvero bisogna fare pulizia nelle istituzioni, prima che nel Paese". Ad assisterlo ci sara' il capogruppo alla Camera dell'Idv, Massimo Donadi. Il partito, aggiunge Barbato, "su legalita' e lotta alla mafia non transige". (AGI)
venerdì 2 ottobre 2009
Intervista a Gioacchino Genchi – Se provano a fermarmi…
di Pietro Orsatti su Left-avvenimenti
Mentre la tempesta giudiziaria e politica si sta abbattendo sui palazzi del potere, uno dei protagonisti di molte delle inchieste, delle polemiche e degli scontri di questa stagione si sta preparando a sferrare un altro colpo a un sistema già traballante. Un libro (Il caso Genchi – Storia di un uomo in balia dello Stato) ormai pronto e solo in fase di correzione delle bozze prima della stampa. Gioacchino Genchi, il poliziotto e consulente delle procure, l'uomo che secondo i suoi detrattori intercettava milioni di italiani, è rilassato, sembra riposato, nonostante un tour di incontri e manifestazioni che lo hanno portato in mezza Italia.
Dopo la nostra ultima intervista sono successe molte cose.
Proprio le dichiarazioni che ho rilasciato a left sono state utilizzate come motivazione per il primo dei procedimenti disciplinari e per la sospensione dal servizio per sei mesi, il massimo che potessero darmi. Dichiarazioni che avevo rilasciato solo per difendermi.
C'era anche qualche esponente della maggioranza del governo che chiedeva addirittura il suo arresto. È l'unico provvedimento a cui è stato sottoposto?
No, c'è anche un altro provvedimento scaturito da un mio botta e risposta con un giornalista di Panorama che mi aveva insultato sulla bacheca di facebook. E qui è accaduta una cosa assurda. La mia sospensione quale sanzione per l'intervista a left è stata sospesa dalla misura cautelare del secondo procedimento, lasciandomi praticamente fuori dal servizio a tempo indeterminato, addirittura oltre i sei mesi della sanzione, per altro verso assurda, che sono pure trascorsi.
Un po' contorta come situazione, può spiegarla meglio?
Ovviamente ho fatto ricorso al Tar che, come sappiamo, ha i suoi tempi per decidere. A parte l'illogicità delle due contestazioni e delle sanzioni, che non hanno precedenti nella storia della pubblica amministrazione, la legge prevede che qualunque sanzione definitiva debba essere eseguita subito, quando diventa esecutiva. In questo caso, anche in campo penale, la misura cautelare, ove ne ricorrano i presupposti, è compatibile con l'espiazione della pena. È la misura cautelare che coesiste con la sanzione e non viceversa.
Perché, secondo lei, questo atteggiamento?
Per tenermi fuori dalla polizia allungano all'infinito i tempi con l'escamotage della sospensione dell'esecuzione della sanzione. Se poi rifletto su quanto sta emergendo in questi giorni dalle indagini di Caltanissetta e di Palermo sulle stragi del '92 e sui depistaggi che ci sono stati, non mi riesce difficile immaginare le convergenze di interessi che possono aver contribuito alla mia delegittimazione personale e professionale. Forse vogliono portarmi alla pensione mantenendomi sospeso dal servizio e costringendomi a difendermi fra la Procura di Roma e il ministero dell'Interno, per impedire che io mi occupi delle cose di cui mi stavo occupando. Diciamolo, tutta questa situazione, la tensione e gli attacchi hanno contribuito a colpire la mia salute, e il mio stato di salute potrebbe essere un modo per portarmi a una cessazione anticipata dal servizio. Oppure si aspetta che qualcuno mi ammazzi. Mi hanno tolto pure la pistola e a questo punto non mi potrei neppure difendere, se bastasse la pistola per difendermi.
Si sente ancora un poliziotto?
Non ho mai sentito tanto vicina la polizia e i poliziotti come da quando mi hanno sospeso dal servizio.
Da quando sono stati puntati i riflettori su di lei si è trovato al centro, da protagonista, di un dibattito politico.
Ho ricevuto la solidarietà della società civile, di tante persone oneste, di tante associazioni, di tanti poliziotti, e di qualche politico, per la verità pochi. Alcuni hanno voluto esprimermi la loro solidarietà in segreto, e sono uomini della maggioranza di governo che vivono una condizione terribile, perché sono costretti a subire, a bere da un calice che è sempre più amaro. Negli schieramenti esterni alla maggioranza questa solidarietà è stata più evidente. A partire da Antonio Di Pietro, che io non conoscevo, non avevo mai incontrato, se non per caso nel '92 al ministero della Giustizia, quando stavamo facendo l'ispezione dei computer di Giovanni Falcone, nel suo ufficio di via Arenula. Di Pietro da subito ha sposato la mia vicenda e quella di Luigi De Magistris e ha dato spazio nel suo partito alle istanze della società civile. Parlo di quella società civile di cui fa parte Sonia Alfano che, insieme a Beppe Grillo e Salvatore Borsellino sono stati gli unici a schierarsi al mio fianco. Per una circostanza assolutamente casuale, ci siamo ritrovati tutti nella stessa stazione ferroviaria e ci siamo accorti che stavamo tutti salendo sullo stesso treno.
Che treno è?
È un treno in cui si può fare un pezzo di strada insieme senza che nessuno pretenda di imporre una direzione di marcia. La meta di questo treno era ed è la verità e la giustizia. Se in uno Stato si riesce a coniugare verità e giustizia il valore assoluto della libertà sarà sempre più alto, e in una società libera altri valori che si sono divisi fra la destra e la sinistra diventano l'attuazione di un programma che non necessariamente deve essere un programma politico. Mi riferisco ai valori della solidarietà sociale, dei diritti umani e civili. Valori che si ritrovano nella storia di quella sinistra italiana in cui non ho mai militato ma della quale ho sempre avuto ammirazione, non tanto guardando ai leader che negli ultimi anni hanno occupato le stanze dei bottoni, ma nel ricordo di quei sindacalisti, di quei tanti militanti del Partito comunista, degli attivisti della Fiom, di quei giornalisti liberi che con orgoglio condiviso tenevano a chiamarsi "compagni". Quella sinistra di cui ho un ricordo sin da quando ero bambino, quando conobbi Pio La Torre.
Tentazione di fare politica, di "scendere in campo"?
Avrei potuto candidarmi per le europee. Ma fino a quando potrò rimanere a giocare un ruolo come funzionario dello Stato tenterò di portare avanti il mio lavoro. Se mi permetteranno di farlo.
Lei ha scritto un libro che uscirà nei prossimi mesi.
Sto aspettando il pronunciamento della Corte costituzionale sul Lodo Alfano. Ho scritto due capitoli, uno che vale se il Lodo viene bocciato, l'altro se viene approvato. Un'opzione A e un'opzione B.
Aspettare il pronunciamento della Corte. Un po' come la sua vita, per le scelte che dovrà fare?
Beh, certo. Forse sì. Se la Corte costituzionale accoglie il ricorso della magistratura di Milano e dichiara incostituzionale una legge che anche un bambino capirebbe essere contro la logica, e anche la giustizia di Dio e degli uomini, ovvero di un istituto giuridico che non consente di processare un qualunque soggetto, un qualunque cittadino, offende innanzitutto la coscienza. Offende i principi e i valori in base ai quali gli esseri umani vivono. La società, lo Stato, si arrogano il diritto e, mi si consenta, la prepotenza di tenere in carcere gli assassini, i rapinatori, i mafiosi. Cioè, noi uomini, organizzati in una struttura che si chiama Stato, che è regolato dall'ordinamento giuridico, ci arroghiamo il diritto di carcerare, di punire, di privare della libertà personale altri esseri umani. Noi lo facciamo nel nome di un principio che è la giustizia. Però, con lo stesso principio, diciamo "tutti tranne uno". Perché se noi parlassimo in astratto della possibilità di processare Berlusconi per qualunque altro reato, si potrebbe pensare a un tentativo politico di killerare il presidente del Consiglio. Ma qui siamo davanti alla condanna di Mills. Il giorno in cui il povero Mills dovesse andare in prigione perché diventa definitiva la condanna per corruzione giudiziaria, si creerebbe una situazione di ingiustizia e iniquità verso Mills prima di tutto. Certo che, se passasse questa idea di giustizia, la situazione e le decisioni personali e pubbliche muterebbero.
giovedì 1 ottobre 2009
Presidente, lascio la toga anche per colpa sua
Al Sig. Presidente della Repubblica - Piazza del Quirinale ROMA
Signor Presidente, scrivo questa lettera a Lei soprattutto nella Sua qualità di Presidente del Consiglio Superiore della Magistratura
E' una lettera con la quale Le comunico, formalmente, le mie dimissioni dall'Ordine Giudiziario.
Lei non può nemmeno lontanamente immaginare quanto dolorosa sia per me tale decisione.
Sebbene l'Italia sia una Repubblica fondata sul lavoro – come recita l'art. 1 della Costituzione – non sono molti quelli che possono fare il lavoro che hanno sognato; tanti il lavoro non lo hanno, molti sono precari, altri hanno dovuto piegare la schiena al potente di turno per ottenere un posto per vivere, altri vengono licenziati come scarti sociali, tanti altri ancora sono cassintegrati. Ebbene, io ho avuto la fortuna di fare il magistrato, il mestiere che avevo sognato fin dal momento in cui mi iscrissi alla facoltà di Giurisprudenza dell'Università "Federico II" di Napoli, luogo storico della cultura giuridica. La magistratura ce l'ho nel mio sangue, provengo da quattro generazioni di magistrati. Ho respirato l'aria di questo nobile e difficile mestiere sin da bambino. Uno dei giorni più belli della mia vita è stato quando ho superato il concorso per diventare uditore giudiziario. Una gioia immensa che mai avrei potuto immaginare destinata a un epilogo così buio. E' cominciata con passione, idealità, entusiasmo, ma anche con umiltà ed equilibrio, la missione della mia vita professionale, come in modo spregiativo la definì il rappresentante della Procura Generale della Cassazione durante quel simulacro di processo disciplinare che fu imbastito nei miei confronti davanti al Csm. Per me, esercitare le funzioni giudiziarie in ossequio alla Costituzione Repubblicana significava tentare di dare una risposta concreta alla richiesta di giustizia che sale dai cittadini in nome dei quali la Giustizia viene amministrata. Quei cittadini che – contrariamente a quanto reputa la casta politica e dei poteri forti – sono tutti uguali davanti alla legge. Del resto Lei, signor Presidente, che è il custode della Costituzione, ben conosce tali inviolabili principi costituzionali e mi perdoni, pertanto, se li ricordo a me stesso.
I modelli ai quali mi sono ispirato sin dall'ingresso in magistratura – oltre a mio padre, il cui esempio è scolpito per sempre nel mio cuore e nella mia mente – sono stati magistrati quali Giovanni Falcone e Paolo Borsellino. Ed è nella loro memoria che ho deciso di sventolare anch'io l'agenda rossa di Borsellino, portata in piazza con immensa dignità dal fratello Salvatore. Ho sempre pensato che chi ha il privilegio di poter fare quello che sogna nella vita debba dare il massimo per il bene pubblico e l'interesse collettivo, anche a costo della vita. Per questo decisi di assumere le funzioni di Pubblico Ministero in una sede di trincea, di prima linea nel contrasto al crimine organizzato: la Calabria. Una terra da cui, in genere, i magistrati forestieri scappano dopo aver svolto il periodo previsto dalla legge e dove invece avevo deciso (ingenuamente) di restare.
Ho dedicato a questo lavoro gli anni migliori della mia vita, dai 25 ai 40, lavorando mai meno di dodici ore al giorno, spesso anche di notte, di domenica, le ferie un lusso al quale dover spesso rinunciare. Sacrifici enormi, personali e familiari, ma nessun rimpianto: rifarei tutto, con le stesse energie e il medesimo entusiasmo.
In questi anni difficili, ma entusiasmanti, in quanto numerosi sono stati i risultati raggiunti, ho avuto al mio fianco diversi colleghi magistrati, significativi settori della polizia giudiziaria, un gruppo di validi collaboratori. Ho cercato sempre di fare un lavoro di squadra, di operare in pool. Parallelamente al consolidarsi dell'azione investigativa svolta, però, si rafforzavano le attività di ostacolo che puntavano al mio isolamento, alla de-legittimazione del mio lavoro, alle più disparate strumentalizzazioni. Intimidazioni, pressioni, minacce, ostacoli, interferenze. Attività che, talvolta, provenivano dall'esterno delle Istituzioni, ma il più delle volte dall'interno: dalla politica, dai poteri forti, dalla stessa magistratura. Signor Presidente, a Lei non sfuggirà, quale Presidente del CSM, che l'indipendenza della magistratura può essere minata non solo dall'esterno dell'ordine giudiziario, ma anche dall'interno: ostacoli nel lavoro quotidiano da parte di dirigenti e colleghi , revoche e avocazioni illegali, tecniche per impedire un celere ed efficace svolgimento delle inchieste.
Ho condotto indagini nei settori più disparati, ma solo quando mi occupavo di reati contro la Pubblica amministrazione diventavo un cattivo magistrato.
Posso dire con orgoglio che il mio lavoro a Catanzaro procedeva in modo assolutamente proficuo in tutte le direzioni, come impone il precetto costituzionale dell'obbligatorietà dell'azione penale, corollario del principio di uguaglianza dei cittadini di fronte alla legge. La polizia giudiziaria lavorava con sacrifici enormi, perché percepiva che risultati straordinari venivano raggiunti. Le persone informate dei fatti testimoniavano e offrivano il loro contributo. Lo Stato c'era ed era visibile, in un territorio martoriato dal malaffare. Le inchieste venivano portate avanti tutte, senza insabbiamenti di quelle contro i poteri forti (come invece troppe volte accade). Questo modo di lavorare, il popolo calabrese – piaccia o non piaccia al sistema castale – lo ha capito, mostrandoci sostegno e solidarietà. Non è poco, signor Presidente, in una Regione in cui opera una delle organizzazioni mafiose più potenti del mondo. E che lo Stato stesse funzionando lo ha compreso bene anche la criminalità organizzata. Tant'è vero che si sono subito affinate nuove tecniche di neutralizzazione dei servitori dello Stato che si ostinano ad applicare la Costituzione Repubblicana.
Non so se Ella, Signor Presidente, condivide la mia analisi. Ma a me pare che - dopo la stagione delle stragi di mafia culminate nel 1992 con gli attentati di Capaci e di via D'Amelio e dopo la strategia della tensione delle bombe a grappolo in punti nevralgici del Paese nel 1993 - le mafie hanno preso a istituzionalizzarsi. Hanno deciso di penetrare diffusamente nella cosa pubblica,nell'economia, nella finanza. Sono divenute il cancro della nostra democrazia. Controllano una parte significativa del prodotto interno lordo del nostro paese, hanno loro rappresentanti nella politica e nelle Istituzioni a tutti i livelli, nazionali e territoriali. Nemmeno la magistratura e le forze dell'ordine sono rimaste impermeabili. Si è creata un'autentica emergenza democratica, da sconfiggere in Italia e in Europa.
Gli ostacoli più micidiali all'attività dei servitori dello Stato sono i mafiosi di Stato: quelli che indossano abiti istituzionali, ma piegano le loro funzioni a interessi personali, di gruppi, di comitati d'affari, di centri di potere occulto. Non mi dilungo oltre, perché credo che al Presidente della Repubblica tutto questo dovrebbe essere noto.
Ebbene oggi, Signor Presidente, non è più necessario uccidere i servitori dello Stato: si creerebbero nuovi martiri; magari, ai funerali di Stato, il popolo prenderebbe di nuovo a calci e sputi i simulacri del regime; l'Europa ci metterebbe sotto tutela. Non vale la pena rischiare, anzi non serve. Si può raggiungere lo stesso risultato con modalità diverse: al posto della violenza fisica si utilizza quella morale, la violenza della carta da bollo, l'uso illegale del diritto o il diritto illegittimo, le campagne diffamatorie della propaganda di regime, si scelga la formula che più piace.
Che ci vuole del resto, signor Presidente, per trasferire un magistrato perbene, un poliziotto troppo curioso, un carabiniere zelante, un finanziere scrupoloso, un prete coraggioso, un funzionario che non piega la schiena, o per imbavagliare un giornalista che racconta i fatti? E' tutto molto semplice, quasi banale. Ordinaria amministrazione.
Per allontanare i servitori dello Stato e del bene pubblico, bisogna prima isolarli, delegittimarli, diffamarli, calunniarli. A questo servono i politici collusi, la stampa di regime al servizio dei poteri forti, i magistrati proni al potere, gli apparati deviati dello Stato.
La solitudine è una caratteristica del magistrato, l'isolamento è un pericolo. Ebbene, in Calabria, mentre le persone rispondevano positivamente all'azione di servitori dello Stato vincendo timori di ritorsioni, spezzando omertà e connivenze, pezzi significativi delle Istituzioni contrastavano le attività di magistrati e forze dell'ordine con ogni mezzo.
Quello che si è realizzato negli anni in Calabria sul piano investigativo è rimasto ignoto, in quanto la cappa esercitata anche dalla forza delle massonerie deviate impediva di farlo conoscere all'esterno. Il resto del Paese non doveva sapere. Si praticava la scomparsa dei fatti. Quando però le vicende sono cominciate a uscire dal territorio calabrese, l'azione di sabotaggio si è fatta ancor più violenta e repentina. Invece dello sbarco degli Alleati, c'è stato quello della borghesia mafiosa che soffoca la vita civile calabrese. L'azione dello Stato produceva risultati in termini di indagini, restituiva fiducia nelle Istituzioni, svelava i legami tra mafia "militare" e colletti bianchi, smascherava il saccheggio di denaro pubblico perpetrate da politici collusi, (im)prenditori criminali e pezzi deviati delle Istituzioni a danno della stragrande maggioranza della popolazione, scoperchiava un mercato del lavoro piegato a interessi illeciti, squadernava il controllo del voto e, quindi, l'inquinamento e la confisca della democrazia.
Sono cose che non si possono far conoscere, signor Presidente. Altrimenti poi il popolo prende coscienza, capisce come si fanno affari sulla pelle dei più deboli, dissente e magari innesca quella democrazia partecipativa che spaventa il sistema di potere che opprime la nostra democrazia. Una presa di coscienza e conoscenza poteva scatenare una sana e pacifica ribellione sociale.
Lei, signor Presidente, dovrebbe conoscere – sempre quale Presidente del CSM - le attività messe in atto ai miei danni. Mi auguro che abbia assunto le dovute informazioni su quello che accadeva in Calabria per fermare il lavoro che stavo svolgendo in ossequio alla legge e alla Costituzione. Avrà potuto così notare che è stata messa in atto un'attività di indebito esercizio di funzioni istituzionali al solo fine di bloccare indagini che avrebbero potuto ricostruire fatti gravissimi commessi in Calabria (e non solo) da politici di destra, di sinistra e di centro, da imprenditori, magistrati, professionisti, esponenti dei servizi segreti e delle forze dell'ordine. Tutto ciò non era tollerabile in un Paese ad alta densità mafiosa istituzionale. Come poteva un pugno di servitori dello Stato pensare di esercitare il proprio mandato onestamente applicando la Costituzione? Signor Presidente, Lei - come altri esponenti delle Istituzioni - è venuto in Calabria, ha esortato i cittadini a ribellarsi al crimine organizzato e ad avere fiducia nelle Istituzioni. Perché, allora, non è stato vicino ai servitori dello Stato che si sono imbattuti nel cancro della nostra democrazia, cioè nelle più terribili collusioni tra criminalità organizzata e poteri deviati? Non ho mai colto alcun segnale da parte Sua in questa direzione, anzi. Eppure avevo sperato in un Suo intervento, anche pubblico: ero ancora nella fase della mia ingenuità istituzionale. Mi illudevo nella neutralità, anzi nell'imparzialità dei pubblici poteri. Poi ho visto in volto, pagando il prezzo più amaro, l'ingiustizia senza fine.
Sono stato ostacolato, mi sono state sottratte le indagini, mi hanno trasferito, mi hanno punito solo perché ho fatto il mio dovere, come poi ha sancito l'Autorità Giudiziaria competente. Ma intanto l'obiettivo era stato raggiunto, anche se una parte del Paese aveva e ha capito quel che è accaduto, ha compreso la posta in gioco e me l'ha testimoniato con un affetto che Lei non può nemmeno immaginare. Un affetto che costituisce per me un'inesauribile risorsa aurea.
Ho denunciato fatti gravissimi all'Autorità giudiziaria competente, la Procura della Repubblica di Salerno: me lo imponeva la legge e prima ancora la mia coscienza. Magistrati onesti e coraggiosi hanno avuto il solo torto di accertare la verità, ma questa ancora una volta era sgradita al potere. E allora anche loro dovevano pagare, in modo ancora più duro e ingiusto: la lezione impartita al sottoscritto non era stata sufficiente. La logica di regime del "colpirne uno per educarne cento" usata nei miei confronti non bastava ancora a scalfire quella parte della magistratura che è l'orgoglio del nostro Paese. Ci voleva un altro segnale forte, proveniente dalle massime Istituzioni, magistratura compresa: la ragion di Stato (ma quale Stato, signor Presidente?) non può tollerare che magistrati liberi, autonomi e indipendenti possano ricostruire fatti gravissimi che mettono in pericolo il sistema criminale di potere su cui si regge, in parte, il nostro Paese.
Quando la Procura della Repubblica di Salerno – un pool di magistrati, non uno "antropologicamente diverso", come nel mio caso – ha adottato nei confronti di insigni personaggi calabresi provvedimenti non graditi a quei poteri che avevano agito per distruggermi, ecco che il circuito mediatico-istituzionale, ai più alti livelli, ha fatto filtrare il messaggio perverso che era in atto una "lite fra Procure", una guerra per bande. Una menzogna di regime: nessuna guerra vi è stata, fra magistrati di Salerno e Catanzaro. C'era invece semplicemente, come capirebbe anche mio figlio di 5 anni, una Procura che indagava, ai sensi dell'art. 11 del Codice di procedura penale, su magistrati di un altro distretto. E questi, per ostacolare le indagini, hanno a loro volta indagato i colleghi che indagavano su di loro, e me quale loro istigatore. Un mostro giuridico. Un'aberrazione di un sistema che si difende dalla ricerca della verità, tentando di nascondersi dietro lo schermo di una legalità solo apparente.
Questa menzogna è servita a buttare fuori dalle indagini (e dalla funzioni di Pm) tre magistrati di Salerno, uno dei quali lasciato addirittura senza lavoro. Il messaggio doveva essere chiaro e inequivocabile: non deve accadere più, basta, capito?!
Signor Presidente, io credo che Lei in questa vicenda abbia sbagliato. Lo affermo con enorme rispetto per l'Istituzione che Lei rappresenta, ma con altrettanta sincerità e determinazione. Ricordo bene il Suo intervento – devo dire, senza precedenti – dopo che furono eseguite le perquisizioni da parte dei magistrati di Salerno. Rimasi amareggiato, ma non meravigliato.
Signor Presidente, questo sistema malato mi ha di fatto strappato di dosso la toga che avevo indossato con amore profondo. E il fatto che non mi sia stato più consentito di esercitare il mestiere stupendo di Pubblico ministero mi ha spinto ad accettare un'avventura politica straordinaria. Un'azione inaccettabile come quella che ho subìto può strapparmi le amate funzioni, può spegnere il sogno professionale della mia vita, può allontanarmi dal mio lavoro, ma non può piegare la mia dignità, nè ledere la mia schiena dritta, nè scalfire il mio entusiasmo, nè corrodere la mia passione e la volontà di fare qualcosa di utile per il mio Paese.
Nell'animo, nel cuore e nella mente, sarò sempre magistrato.
Nella Politica, quella con la P maiuscola, porterò gli stessi ideali con cui ho fatto il magistrato, accompagnato dalla medesima sete di giustizia, i miei ideali e valori di sempre (dai tempi della scuola) saranno il faro del nuovo percorso che ho intrapreso. Darò il mio contributo affinchè i diritti e la giustizia possano affermarsi sempre di più e chi soffre possa utilizzarmi come strumento per far sentire la sua voce.
E' per questo che, con grande serenità, mi dimetto dall'Ordine giudiziario, dal lavoro più bello che avrei potuto fare, nella consapevolezza che non mi sarebbe più consentito esercitarlo dopo il mandato politico. Lo faccio con un ulteriore impegno: quello di fare in modo che ciò che è successo a me non accada mai più a nessuno e che tanti giovani indossino la toga non con la mentalità burocratica e conformista magistralmente descritta da Piero Calamandrei nel secolo scorso, come vorrebbe il sistema di potere consolidato, ma con la Costituzione della Repubblica nel cuore e nella mente.
Tratto da: Il Fatto Quotidiano
martedì 29 settembre 2009
Roma, agende rosse, occorre un audace passo in avanti: dialogo, linea politica e impegno per lavoro, scuola e sanità
Roma, agende rosse, occorre un audace passo in avanti: dialogo, linea politica e impegno per lavoro, scuola e sanità
lunedì 28 settembre 2009.La manifestazione delle agende rosse è andata molto bene. Tanti, a Roma, il 26 settembre.
Ragazzi e meno giovani hanno risposto all'appello di Salvatore Borsellino, uomo straordinario, che nella capitale ha voluto riproporre il raduno dello scorso 19 luglio a Palermo, per la verità su via d'Amelio (1992) e le stragi collegate. Debole e immobile lo Stato, i cui assetti dipendono dai rapporti di quegli anni con la mafia.
Oggi è difficile ravvivare le piazze, nell'indifferenza e sfiducia generale. Intanto perché sostituite dagli spazi virtuali; dell'eguaglianza digitale, bella ma anche apparente e pericolosa. Soprattutto c'è la crisi: mancano i soldi, che servono per spostarsi, partecipare, reagire.
Presente a Roma, ho contribuito come gli altri. Dovevamo esserci, alimentare l'impegno di Palermo, dimostrare che la memoria è attiva, che non sta nelle parate e non cede alla pedagogia della tv (lezioni istituzionali di piduisti, statistiche incontrollate, stupidità naturale, bellezza finta e vuota).
La politica è a un bivio cruciale, l'Italia smembrata e repressa. Dunque, mai come oggi, la società civile, di cui bisogna discutere seriamente, può permettersi il silenzio e la delega.
Il punto, mentre inizia a vedersi quella "bellezza del fresco profumo di libertà" indicata da Paolo Borsellino, è che i movimenti sono spesso solitari e confusi, disorganizzati.
Fin qui, il denominatore comune del "popolo delle agende rosse" è stato un senso puro di legalità e giustizia; in un Paese governato, sigle a parte, da profittatori, affaristi e maharajah. A livello centrale e periferico, dentro i palazzi dei colli e nei municipi spersi e degradati; Petilia Policastro, Rocca di Neto, Isola Capo Rizzuto o Amantea, per offrire esempi pratici, periferici, d'un dramma collettivo inavvertito.
Finora, ci siamo ritrovati nei cortei. Con striscioni, megafoni, motti e spirito civici, sostenendo a ragione una magistratura ammanettata, scorporata, spaventata e massacrata; prima uccisa col tritolo, poi col terrore e la propaganda, i due strumenti del totalitarismo applicato.
Abbiamo seguito un percorso. In modo spontaneo, per esigenza di democrazia, la quale non esiste più se, come ricordava Leonardo Sciascia, la Costituzione è tecnicamente di carta.
Allo scetticismo intransigente può bastare, a riprova, la mera constatazione di come nasce il Parlamento e, assieme, l'urlo flaccido d'un precariato sconfitto e agonizzante; sgretolato il fondamento della Repubblica, il lavoro. La sovranità popolare s'è dissolta perché oggi è cultura l'inganno, l'effimero, lo spasso, mentre l'intelligenza è confinata e oscurata con rigore scientifico.
Ho l'impressione, però, che anche noi non siamo abbastanza resistenti rispetto allo stordimento del sistema, che non è soltanto apparati e strutture di potere.
Il sistema è un modo di pensare e vivere, un linguaggio dominante, un metodo di orientamento e ordinamento sociale.
Lo dico nella speranza di fornire uno spunto di riflessione, perché il prossimo appuntamento non ci veda sguarniti.
Non c'è rivoluzione senza utopia, senza bussola, senza meta. Senza fiducia.
Dovremmo anche essere capaci di sostituire l'attuale classe dirigente, di assumerci la responsabilità d'una sfida al di là della denuncia e della contestazione, che, seguendo Chomsky, riconosco come necessarie.
Dovremmo fare un passo avanti. Certo è indispensabile informare, sensibilizzare, aggregare, combattere le mafie, istituzionalizzate e armate. Occorre riattivare speranze ed energie civili, ma è bene iniziare a parlarci, superando certe divisioni interne e la tentazione di individualismi e protagonismi, insensati quanto dannosi.
Attorno a un nucleo di princìpi, valori e ideali, occorre costruire un progetto politico. Vero e fattibile.
La mia proposta è che il nostro impegno per la legalità e la giustizia si articoli nella pratica; che l'eredità di Giovanni Falcone, Paolo Borsellino, Antonino Scopelliti e gli altri servitori dello Stato, che ricordiamo per moralità e coraggio, si concretizzi in un'iniziativa politica dal basso. Il che implica una direzione.
Dobbiamo essere capaci di produrre una cultura del rispetto delle regole, della tolleranza, della solidarietà. Dobbiamo scegliere che mondo vogliamo. Non ci bastano solo i riferimenti ideali(stici), che costituiscono il paradigma comune e il punto di partenza d'una condivisione nobilmente politica.
Credo che non si possa e debba disperdere quanto sin qui costruito con sacrifici, rischi, rinunce, bellezza morale e spirituale.
Ritengo che una splendida testimonianza di vita, altruismo e ingegneria sociale l'abbia data proprio Salvatore Borsellino; girando l'Italia a proprie spese, coinvolgendo le nuove generazioni, ascoltandole, responsabilizzandole.
Forse è giunto il momento di coordinarci maggiormente e di darci una linea, di affrontare pure questioni ed emergenze direttamente connesse alla giustizia e alla democrazia, per cui ci battiamo ogni giorno.
Non può esserci democrazia se il diritto al lavoro, il diritto all'istruzione e il diritto alla salute sono compr(om)essi, subordinati a volontà oligopolistiche e teocratiche.
Io vorrei che come antimafia civile ci prodigassimo, per esempio, anche per i precari della scuola, colpita da licenziamenti ingiusti, inaccettabili, spacciati per buoni nella situazione attuale. Mi piacerebbe che ci impegnassimo per la sanità pubblica, la libertà di cura, la dignità della vita.
E vorrei che guardassimo al Sud, lontano dall'Italia; alla Calabria, la mia terra, la terra degli avvelenamenti, delle scorie, dei rifiuti, della 'ndrangheta e dei ricatti per l'occupazione. Dimenticata, scaricata, complicata. Un inferno in ombra, un modello di speculazione e rovina, perversione e asservimento. Nonostante le buone volontà, che ci sono, e la sana ribellione di chi parla e documenta, lavora e non si piega.
Emiliano Morrone
lunedì 21 settembre 2009
Aggiornamento del calendario degli interventi delle prossime settimane
sabato 19 settembre 2009
Catturato il boss Salvatore Bagliesi di Maria Loi – 19 settembre 2009
Catturato il boss Salvatore Bagliesi
di Maria Loi – 19 settembre 2009
Partinico. E' stato arrestato questo pomeriggio Salvatore Bagliesi, classe '58, personaggio vicino alla cosca dei Vitale di Partinico.
Era latitante dalla fine del 2008 quando era stato condannato per l'omicidio di Francesco Paolo Alduino e Roberto Rossella.
Bagliesi era stato assolto in primo grado, ma il 9 dicembre 2008 il collegio presieduto da Innocenzo La Mantia, a latere Alfredo Montalto, ha accolto il ricorso presentato dal Pm Francesco Del Bene e dal procuratore generale Daniela Giglio.La sentenza di condanna è diventata definitiva il 9 luglio 2009 in seguito alla decisione della Cassazione che ha rigettato il ricorso del Bagliesi a quella Corte.
Bagliesi dopo la lettura della sentenza si è allontanato dall'aula e da quel momento si è dato alla latitanza.
Determinante per risalire alla responsabilità dell'imputato è stata una perizia del consulente informatico Gioacchino Genchi, che ha accertato che la mattina del delitto, così come aveva sostenuto il pentito Michele Seidita, Bagliesi si trovava nella zona in cui fu commesso il duplice omicidio, cioè nel panificio gestito da Alduino.
Smentendo così le dichiarazioni di Massimiliano Suriano che aveva testimoniato di essere stato in compagnia di Bagliesi sin dalle prime ore di quel 10 aprile 1999, impegnati al mercato ortofrutticolo nel trasporto e scarico di un camion di arance proveniente da Ribera.
Quando i Carabinieri hanno circondato la sua abitazioneBagliesi ha cercato di scappare ma è stato subito bloccato.
ARTICOLO CORRELATO:
Con l'alibi delle arance
http://www.antimafiaduemila.com/content/view/15186/84/
MAFIA: PARTINICO, ARRESTATO LATITANTE CONDANNATO PER DUPLICE OMICIDIO
MAFIA: PARTINICO, ARRESTATO LATITANTE CONDANNATO PER DUPLICE OMICIDIOPARTINICO (PALERMO) (ITALPRESS) - I Carabinieri della Compagnia di Monreale (PA) hanno arrestato il latitante Salvatore Bagliesi, 51 anni. L'uomo, ritenuto un affiliato al clan mafioso Vitale - Fardazza di Partinico, era stato condannato all'ergastolo dalla Corte d'appello dal capoluogo siciliano all'ergastolo per il duplice omicidio di Roberto Rossello e Francesco Paolo Alduino. I fatti risalgono al 1999. Determinante, per la condanna, fu una perizia dell'esperto informatico Gioacchino Genchi, che aveva dimostrato la presenza dell'arrestato sul luogo del delitto. Bagliesi e' stato catturato a Partinico ed era latitante dal mese di dicembre 2008. (ITALPRESS). col 19-Set-09 20:06
martedì 15 settembre 2009
I falsi "trenini" del Giornale
Ma quale "povera Italia".
Silvio Berlusconi attacca ingiustamente la (sua) stampa senza accorgersi che, invece, questa ha il merito di cercare le notizie, scavare (a fondo) e scovare lati oscuri e contraddizioni dei personaggi pubblici. Esiste un giornalismo d'assalto, in Italia, di cui nemmeno Berlusconi si era accorto.
Eppure ce l'ha a libro paga.
La notizia del giorno, che nessuno, forse per decenza, ha avuto la faccia di firmare, appare oggi sul sito del "Giornale" di Silvio Berlusconi (il Premier più volte ha dimostrato di esserne il vero dominus a dispetto della proprietà intestata alla Finanziaria del fratello Paolo) e diretto da Vittorio Feltri.
E' ovvio che se qualcuno gli dovesse chiedere spiegazioni lui dirà di non sapere. nulla e, magari, di non sentire Feltri da mesi.
E cosa è successo di così "scottante" da dover essere raccontato?
Succede che un gruppo di ragazzi dei Meetup di Beppe Grillo, i "Grilli del Pigneto" abbia organizzato una festa, e non un festino, a Lido di Maccarese, vicino Roma, invitando l'uomo, Luigi de Magistris, e la donna,Sonia Alfano, più votati alle ultime elezioni al parlamento europeo.
Una tornata elettorale che ha visto due stimatissime persone raggiungere uno straordinario risultato grazie alla loro specchiata moralità e alle loro capacità oggi al servizio dei cittadini italiani ed europei. Un risultato raggiunto anche grazie al sostegno della rete. Dove l'informazione, non manipolata e non "inFeltrita", circola liberamente e senza le incrostazioni del "sistema".
Quegli splendidi ragazzi, per organizzare questa festa, si sono autotassati per coprire tutte le spese organizzative e tenevano molto alla presenza degli importanti ospiti che non si sono fatti pregare.
In trenta righe di falso scoop, però, Il Giornale racconta almeno 5 bugìe infarcendo l'articolo di allusioni e parallelismi quantomeno azzardati, per non dire tristemente comici.
"Ma allora le feste non le fa solo il premier? – si domanda Il Giornale – No, anche l'opposizione balla e canta il karaoke, anche l'opposizione più feroce, quella dei Di Pietro boys and girls, alias grillini prestati al dipietrismo."
Lo scopo è difendere Berlusconi e le sue arcinote debolezze.
Nessuno potrebbe scandalizzarsi per una festa dove Berlusconi figurava tra gli invitati, a parte il compleanno di una diciottenne che lo "chiamava Papi" e sulla cui conoscenza il premier ha raccontato bugìe a raffica.
L'opinione pubblica è scossa per i "festini" di Silvio Berlusconi. Cosa ben diversa.
Sempre "Il Giornale", che vanta tra le sue file ottimi "informatori", racconta di un trenino a cui avrebbe preso parte, oltre a Sonia Alfano e Luigi de Magistris anche Gioacchino Genchi e Salvatore Borsellino.
Falso.
Salvatore Borsellino al "Paradise Village" non c'è mai stato. E' semplicemente intervenuto telefonicamente come Beppe Grillo per salutare i ragazzi e dare conforto del loro impegno in tante battaglie che ci li vedono quotidianamente protagonisti.
Quelle per la libera informazione, contro leggi anti-democratiche, a sostegno dei magistrati onesti che in questo paese sono tanti e circondati da ostacoli.
Sottolinea la presenza di "belle ragazze", Il Giornale, domandandosi ancora una volta se "le feste e le danze non si fanno solo nella maggioranza" dimenticando di raccontare un particolare che non è sfuggito agli ospiti né al servizio di sicurezza.
Sul finire della serata e non alle 6 del mattino come scritto, scesa da un'automobile scura e con autista, compariva tra gli invitati una ragazza molto "allegra" che si è dilettata nel farsi scattare foto.
Una giovane e bella ragazza estremamente spigliata, che sfortunatamentenessuno conosceva e nessuno aveva invitato voleva a tutti i costi essere immortalata, in pose anche poco ortodosse, al fianco degli invitati più in vista.
Lei si è allontanata, forse delusa di non aver completato la missione che le era stata assegnata.
"Il Giornale" si accontenta con le solite, grottesche, mistificazioni.
A differenza delle feste di Noemi, l'unico "minorenne" in quella festa era il figlio tredicenne di Gioacchino Genchi, Walter.
Le due uniche verità del Giornale, a conti fatti, sono rappresentate dalla presenza, sì, di belle ragazze e che, come tutti, avevano pagato 15 euro per partecipare.
Altra cosa, rispetto alle ragazze pagate per partecipare alle feste ed i festini del premier.
Particolare da non sottovalutare, inoltre, a Lido di Maccarese non ci sono state eruzioni del finto vulcano, né finte erezioni.Mancava pure il lettone di Putin.
Il trenino è vero. E' stato fatto in onore ad un giovane ragazzo costretto sulla sedia a rotelle.
Se solo gli spioni de "Il Giornale" avessero riportato l'intervento di Sonia per festeggiare il compleanno di Roberto Monaco ed il saluto ad un altro giovane disabile, forse ci sarebbe stata anche l'occasione per commuoversi.
Ma questa è solo la "verità" e come tale no può appartenere agli scoop de "Il Giornale".
Questi sono i sentimenti della gioia, dell'amicizia e della solidarietà sincerca della gente per bene, che di certo non può capire ed apprezzare chi vive solo di mistificazioni, di falsità e di ipocrisia.
La festa organizzata dai "Grilli del Pigneto" era stata intitolata "Onorevoli on the beach".
Qualcuno, rifacendosi a Villa Certosa o Palazzo Grazioli, ne aveva travisato il titolo. No. Non era "Onorevoli on the bitch".
mercoledì 9 settembre 2009
Se telefonando … (oggi più attuale di quando è stato pubblicato: il 21 marzo 2003)
Quando è scoppiato il "caso Genchi" in molti si sono chiesti il perché di tanto accanimento contro un funzionario di polizia, consulente dell'Autorità Giudiziaria, che per oltre un ventennio aveva collaborato con successo alle più importanti inchieste italiane.
A parte gli attacchi di Rutelli e di Mastella - che potevano spiegarsi, visto che le indagini di Catanzaro avevano toccato un loro amico - hanno lasciato di stucco le esternazioni del Presidente Berlusconi, quando ha parlato di me, anticipando la vigilia "del più grande scandalo della storia della Repubblica".
Oggi e nei prossimi giorni inizierete a spiegarvi il perché di tutto questo.
Il perché hanno cercato di bloccare e di distruggere un uomo e un servitore dello Stato, che aveva sempre operato alla ricerca della Verità e della Giustizia, commettendo il solo errore di ostinarsi nel pensare che la Legge fosse "uguale per tutti": per i mafiosi, i pedofili, gli extracomunitari, i politici, i potenti e financo per il Presidente del Consiglio.
Ovviamente mi sono sbagliato e per questo oggi pago le conseguenze.
In attesa dell'uscita del libro sulla mia vicenda - ormai agli sgoccioli - vi ripropongo un un articolo di Gianni Barbacetto, pubblicato sul Diario di Enrico Deaglio il 21 marzo 2003, oggi più attuale e interessante di quando è stato scritto.
Un forte abbraccio ed un arrivederci a quanti mi scrivono e mi hanno sostenuto in questi momenti difficili. Una rassicurazione per tutti: non ho alcuna intenzione di arrendermi!
Gioacchino Genchi
Se telefonando ...
C'è un contatto diretto, nel 1994, tra Silvio Berlusconi
e un uomo al lavoro per costruire il «partito di Cosa nostra».
È emerso al processo palermitano per mafia contro Dell'Utri
di Gianni Barbacetto
C'è stato un contatto telefonico diretto, nel 1994, agli albori di Forza Italia, tra Silvio Berlusconi e un uomo allora impegnato a costruire «il partito di Cosa nostra». Lo ha raccontato un consulente della procura di Palermo, Gioacchino Genchi, in una delle udienze del processo in corso nella città siciliana con imputato Marcello Dell'Utri, accusato di concorso esterno in associazione mafiosa. A telefonare ad Arcore, al numero riservato di Berlusconi, alle ore 18.43 del 4 febbraio 1994, è il principe Domenico Napoleone Orsini.
Esponente dell'aristocrazia nera romana, massone, Orsini è in contatto con il capo della P2 Licio Gelli, che va anche a incontrare a villa Wanda, ad Arezzo. Dopo una gioventù nell'estrema destra neofascista, nei primi anni Novanta Orsini si scopre leghista. Nel novembre 1993 accoglie Umberto Bossi che scende nella Roma ladrona per incontrare i suoi sostenitori nella capitale: si riuniscono nella villa di Trastevere di Gaia Suspisio per una cena e brindisi con Veuve Cliquot, costo politico centomila lire, a cui partecipano, tra gli altri, il giornalista Fabrizio Del Noce, la vedova del fondatore del Tempo Maria Angiolillo e Maria Pia Dell'Utri, moglie di Marcello. Mentre viene servita la crostata di frutta, Bossi si avventura in un comizio di tre quarti d'ora, che si conclude solo quando la brigata si trasferisce al Piper, storica discoteca romana.Orsini si impegna nella Lega Italia federale, articolazione romana della Lega nord. Ma, forte dei contatti con Gelli, lavora per un progetto più ampio: riunire tutti i movimenti «separatisti», tutte le «leghe» nate in quei mesi nel Sud del Paese. Sono per lo più uomini della massoneria a fondare in molte regioni del Sud, dalla Calabria alla Lucania, dalla Puglia alla Sicilia, piccoli gruppi che si ispirano alla Lega di Bossi. I partiti storici, Dc in testa, sono allo sbando, anche per effetto delle inchieste di Mani pulite. Molti lavorano sotto traccia per riempire quel vuoto politico, mentre le stragi del '92, in cui muoiono Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, e del'93, a Firenze, Roma e Milano, destabilizzano il Paese.
Il principe Orsini è tra i più attivi in quei mesi: contatta i notabili che hanno fondato le «leghe del Sud», li riunisce, si offre come loro candidato unico alle elezioni, proponendo la costituzione di un'unica, grande «Lega meridionale», in rapporti ambivalenti con la Lega di Bossi: contrapposizione polemica, dichiarata riscossa del Sud contro il Nord, ma sostanziale alleanza e convergenza d'intenti, nel comune progetto di spezzare e frantumare l'Italia. Nello stesso periodo, qualcun altro era molto attivo negli stessi ambienti. Lo racconta Tullio Cannella, uomo molto vicino al capo militare di Cosa nostra, Leoluca Bagarella, impegnato nelle stragi: «Sin dal 1990-91 c'era un interesse di Cosa nostra a creare movimenti separatisti; erano sorti in tutto il Sud movimenti con varie denominazioni, ma tutti con ispirazioni e finalità separatiste. Questi movimenti avevano una contrapposizione "di facciata" con la Lega nord, ma nella sostanza ne condividevano gli obiettivi. Successivamente, sorgono a Catania il movimento Sicilia libera e in altri luoghi del Sud movimenti analoghi. Tutte queste iniziative nascevano dalla volontà di Cosa nostra di "punire i politici una volta amici", preparando il terreno a movimenti politici che prevedessero il coinvolgimento diretto di uomini della criminalità organizzata o, meglio, legati alla criminalità, ma "presentabili"». È la mafia che si fa partito: dopo aver constatato l'inutilizzabilità della Democrazia cristiana, che aveva lasciato diventare definitive le condanne al maxiprocesso di Palermo, Totò Riina e i suoi cercano figure «presentabili» per varare in proprio una nuova forza politica.
«Nell'ottobre 1993», continua Cannella, «su incarico di Bagarella costituii a Palermo il movimento Sicilia libera», che apre una sede in via Nicolò Gallo e ha tra i suoi animatori, oltre allo stesso Cannella, anche Vincenzo La Bua. A Catania era nata la Lega Sicilia libera, controllata da Nando Platania e Nino Strano. Programma: la separazione dall'Italia della Sicilia, che doveva diventare «la Singapore del Mediterraneo», con conseguente possibilità di varare leggi più favorevoli a Cosa nostra, bloccare i «pentiti», annullare l'articolo 41 bis dell'ordinamento carcerario che aveva introdotto il carcere duro per i mafiosi, formare in Sicilia una autonoma Corte di cassazione...
I fondatori di «cosa nuova»
Agli uomini di Cosa nostra non sfugge fin dall'inizio che questo progetto è ambizioso e di difficile realizzazione. Per questo si lasciano aperta un'altra possibilità: cercare rapporti e offrire sostegno a nuove forze politiche nazionali che stanno nascendo sulle rovine del vecchio sistema dei partiti. «Le due strategie già coesistevano», racconta Cannella, «e lo stesso Bagarella sapeva della prossima "discesa in campo" di Silvio Berlusconi».
È Forza Italia, dunque, la carta di riserva di Cosa nostra. I suoi uomini sono informati in anticipo, attraverso canali privilegiati, dei programmi di Forza Italia. Li conoscono addirittura prima che il nome Forza Italia sia lanciato da Berlusconi sul mercato della politica. Prosegue infatti Cannella: «Bagarella, tuttavia, non intendeva rinunciare al programma separatista, perché non voleva ripetere "l'errore" di suo cognato (Riina, ndr), cioè dare troppa fiducia ai politici, e voleva, quindi, conservarsi la carta di un movimento politico in cui Cosa nostra fosse presente in prima persona. Inoltre, va detto che vi era un'ampia convergenza tra i progetti, per come si andavano delineando, del nuovo movimento politico capeggiato da Berlusconi e quelli dei movimenti separatisti. Si pensi al progetto di fare della Sicilia un porto franco, che era un impegno dei movimenti separatisti e un impegno dei siciliani aderenti a Forza Italia. Si pensi ancora che, all'inizio del 1994, da esponenti della Lega nord (Tempesta, Marchioni e il principe Orsini), con i quali avevo avuto diretti contatti, ero stato notiziato dell'esistenza di trattative fra Bossi e Berlusconi per un apparentamento elettorale e per un futuro accordo di governo che prevedeva, fra l'altro, il federalismo tra gli obiettivi primari da perseguire. Marchioni mi aveva riferito che un parlamentare della Lega nord, questore del Senato, aveva confermato che il futuro movimento, che avrebbe poi preso il nome di Forza Italia, aveva sposato in pieno la tesi federalista».
Giovanni Marchioni, un imprenditore vicino alla Lega Italia federale, l'articolazione romana della Lega nord, ha confermato che i promotori delle «leghe del Sud» si sono riuniti a Lamezia Terme. Erano presenti, tra gli altri, La Bua e Strano per Sicilia libera, oltre ai rappresentanti di Calabria libera, Lucania libera e Campania libera. In questa occasione il principe Orsini si propone come candidato unico del futuro raggruppamento di tutte quelle organizzazioni. Orsini conferma tutto ai magistrati palermitani e ammette «di avere chiaramente intuito il tipo di interessi che Sicilia libera intendeva tutelare», scrivono i magistrati di Palermo, «specialmente dopo che Cannella gli disse esplicitamente che "occorreva tenere un discorso all'Ucciardone per poi perorare la causa del noto 41 bis dell'ordinamento penitenziario"».
Già verso la fine del 1993, comunque, un boss di Cosa nostra impegnato in prima persona nella strategia delle stragi avverte Cannella che quella del movimento separatista non è l'unica via: «Nel corso di un incontro con Filippo Graviano, questi, facendo riferimento al movimento Sicilia libera di cui ero notoriamente promotore, mi disse testualmente: "Ti sei messo in politica, ma perché non lasci stare, visto che c'è chi si cura i politici... Ci sono io che ho rapporti ad alti livelli e ben presto verranno risolti i problemi che ci danno i pentiti». Graviano e, nell'ombra, Bernardo Provenzano, nei mesi seguenti constatano che la strada separatista non è percorribile. È in questo clima che si intrecciano rapporti frenetici tra esponenti delle «leghe» e uomini di Forza Italia.
Gioacchino Genchi è un poliziotto esperto in analisi dei traffici telefonici. Da tempo è in aspettativa dalla Polizia e dal suo ufficio di Palermo pieno di computer svolge il ruolo di consulente per diverse procure italiane. Per quella di Palermo ha analizzato, con i suoi programmi e i suoi data base, i flussi telefonici dei protagonisti della stagione di Sicilia libera. Scoprendo nei tabulati della Telecom e degli altri gestori telefonici una serie di contatti insospettabili.
Quel 4 febbraio 1994
Il giorno chiave è il 4 febbraio 1994. Il principe Orsini alle 10.50 telefona a Stefano Tempesta, esponente leghista vicino a Sicilia libera. Nel primo pomeriggio, alle 15.55, raggiunge al telefono Cannella, l'inviato di Bagarella nella politica. Subito dopo, alle 16.14, chiama la sede di Sicilia libera a Palermo. Alle 18.43 chiama Arcore: il numero è quello riservato a cui risponde Silvio Berlusconi. Immediatamente dopo chiama Marcello Dell'Utri. Alle 19.01 telefona di nuovo a Tempesta, che raggiunge ancora alle 19.20. Nei giorni successivi i contatti di Orsini continuano. Il 7 febbraio 1994, alle 17.34, chiama Sicilia libera. Il giorno dopo parla due volte con Dell'Utri. Il 10 febbraio alle 13.26 telefona a Cesare Previti. Il 14 febbraio contatta ancora Dell'Utri e, alle 16.04, Vittorio Sgarbi.
L'analisi al computer dei tabulati di migliaia di telefonate, naturalmente, non può far conoscere i contenuti dei contatti. Ma rivela i rapporti, le connessioni. Un deputato regionale siciliano dell'Udc, Salvatore Cintola, per esempio, nel periodo tra il 9 ottobre 1993 e il 10 febbraio 1994 chiama 96 volte il cellulare di Tullio Cannella, l'uomo di Sicilia libera. In quei mesi cruciali a cavallo tra il '93 e il '94 sono molti i contatti tra la sede di Sicilia libera e i numeri della Lega nord, a Roma, a Verona, a Belluno. Poi, quando l'opzione «leghista» tramonta, crescono i rapporti telefonici con uomini di Forza Italia. Gianfranco Micciché, Gaspare Giudice, Pippo Fallica, Salvatore La Porta. E Giovanni Lalia, che di Forza Italia siciliana è uno dei fondatori. È lui che dà vita al club forzista di Misilmeri, che anima il gruppo che si riunisce all'Hotel San Paolo di Palermo, formalmente posseduto dal costruttore Gianni Ienna, ma considerato dagli investigatori proprietà dei Graviano e per questo confiscato. È sempre lui, Lalia, che cede il suo cellulare a mafiosi di Misilmeri, il giro di Giovanni Tubato (poi ucciso) e Stefano Benigno (cugino di Lalia, in seguito condannato per le stragi del '93).
Le analisi dei traffici telefonici mettono in risalto anche gli intensi rapporti tra Marcello Dell'Utri e un gruppo di imprenditori siciliani attivi a Milano nel settore delle pulizie, capitanati da Natale Sartori e Antonino Currò, arrestati poi nel 1998 a Milano. Il gruppo di Sartori e Currò era a sua volta in strettissimi rapporti con il mafioso Vittorio Mangano, un tempo «stalliere» nella villa di Berlusconi ad Arcore. Un capomafia del peso di Giovanni Brusca ha testimoniato a Palermo che il tramite tra Berlusconi e Cosa nostra, a Milano, sarebbe proprio «un imprenditore nel settore delle pulizie». Chissà, si sono chiesti gli investigatori del caso Sartori-Currò, se ha a che fare con i nostri eroi. Ma per ora quell'imprenditore – ammesso che esista – è rimasto senza volto e senza nome.
Restano soltanto i fili sottili dei rapporti intrecciati, nel momento forse più drammatico della storia italiana del dopoguerra, tra gli uomini di Cosa nostra, i promotori delle leghe, i fondatori di Forza Italia. Che questi contatti ci siano stati è ormai certo. Che cosa si siano detti, quali trattative, quali eventuali promesse si siano fatti non è invece ancora dato di sapere con certezza. Il momento fondativo della cosiddetta Seconda Repubblica resta avvolto nel mistero.
Diario, 21 marzo 2003
venerdì 4 settembre 2009
Calendario degli interventi di settembre
Modera Monica Centofante, della redazione di "Antimafiaduemila"
... potrebbero aggiungersi altri eventi …, che aggiornerò nello stesso post
lunedì 17 agosto 2009
Salvatore Borsellino: «Mafia e Stato hanno ucciso mio fratello»

Salvatore Borsellino racconta al Corriere Canadese tutte le nuove scoperte sulla strage di via D'Amelio
di Mario Cagnetta
Dopo tanti anni, un po' di verità sta venendo a galla sulla strage di via D'Amelio. Una strage che già allora era apparsa molto più complessa da capire rispetto a quella di Capaci dove perse la vita Giovanni Falcone assieme alla sua scorta.
Ora, per spiegare la morte di Paolo Borsellino si parla di servizi segreti deviati, dello Stato italiano che non solo cerca di scendere a patti con Cosa Nostra comandata da Totò Riina ma lascia anche da solo il magistrato che con Falcone più aveva contribuito alla lotta contro la mafia, emettendo così la sua definitiva condanna a morte. Salvatore Borsellino, fratello di Paolo, dopo anni di silenzio ha deciso di parlare e ora ci racconta la sua verità.
Dottor Borsellino dopo strage di Capaci, suo fratello Paolo capì di avere le ore contate. Che cosa stava accadendo intorno a lui?
«In quel periodo non era soltanto Paolo ad aver capito di avere le ore contate. Uccidere Falcone senza uccidere Paolo equivaleva a fare un lavoro a metà. Paolo, infatti, se lasciato vivo, avrebbe continuato a fare quello che aveva fatto insieme con Falcone: ovvero combattere in tutte le maniere la criminalità organizzata. Lo avrebbe fatto da solo o contando sull'aiuto di pochi perché in fondo lo Stato ha sempre delegato ai magistrati certi compiti e certe responsabilità che, invece, avrebbe dovuto assumersi in prima persona».
La strage, però, arrivò a neanche sessanta giorni da quella di Capaci. Come mai una così brusca accelerata per liberarsi di un uomo che sarebbe dovuto morire comunque?
«Quello che nessuno si aspettava, e forse nemmeno Paolo se non negli ultimi giorni, era che la strage di via D'Amelio avrebbe seguito a così breve distanza di tempo quella di Capaci. Del resto, numerosi mafiosi avevano giudicato troppo prematuro questo passo e lo avevano fatto presente direttamente a Riina. Ma Riina rispose che la strage si doveva fare subito perché era stata promessa a qualcuno».
Il capo dell'ufficio istruzione di Palermo, Antonino Caponnetto, disse che Falcone morì nel gennaio del 1988 quando nominarono Antonino Meli come suo sostituto. Mi dica quando cominciò a morire Paolo Borsellino?
«Mio fratello iniziò a morire il primo luglio del 1992 dopo l'incontro che ebbe con il ministro della Giustizia di allora Nicola Mancino. Nonostante quest'ultimo continui a negare pervicacemente, lì deve essere stata proposta quella trattativa tra lo Stato e la mafia alla quale Paolo si deve essere opposto nella maniera più assoluta. E a questo punto non restava che quella soluzione e cioè uccidere Paolo ed eliminarlo in fretta».
Che cosa avrebbe potuto fare un magistrato sia pur influente come lui, per fermare una trattativa tra Stato e mafia?
«Poco. Ma di sicuro avrebbe portato quella trattativa agli occhi dell'opinione pubblica come aveva fatto dopo che si era trasferito a Marsala e aveva denunciato il colpo di spugna dello Stato nei confronti della mafia. In quell'occasione affermò che si stava distruggendo il pool antimafia. A seguito dell'intervista a L'Unità e a La Repubblica venne deferito al Csm che però non ebbe il coraggio di prendere dei provvedimenti disciplinari».
Suo fratello capiva molto bene i giochi sotterranei della mafia e della politica. Come spiega allora i tentativi di nominarlo capo della Superprocura antimafia e la candidatura a presidente della Repubblica? Non crede che esporre la sua figura servisse soltanto ad indebolirlo fino a renderlo un bersaglio da eliminare?
«L'idea è che certi coinvolgimenti non servissero altro che ad aumentare il rischio intorno alla sua persona. Non tanto per la candidatura alla presidenza della Repubblica che poteva lusingarlo. Ma per la nomina a capo della Superprocura antimafia. Era chiaro, infatti, che questo portava la mafia a vendicarsi. Mio fratello rimproverò all'allora ministro Scotti di non avergli preannunciato nulla di quello che stava accadendo. Ricordo anche che gli telefonai e che mi rispose confermandomi la sua disponibilità ad accettare quella carica a patto però che le misure di sicurezza intorno alla sua persona cambiassero radicalmente».
A distanza di anni ci può spiegare perché alcuni magistrati di allora hanno denigrato due eroi come Falcone e Borsellino?
«Ricordo che Paolo chiamò giuda un esponente del Csm. Questo giudice era Vincenzo Geraci, che aveva fatto credere a Caponnetto e Falcone che fossero stati raggiunti i voti necessari per poter nominare Falcone come successore di Caponnetto. In seguito le cose andarono diversamente e lo stesso Geraci votò contro Falcone, favorendo l'elezione di Meli che ostacolò l'attività di Giovanni e portò allo smembramento del pool. Falcone decise allora di andare a lavorare al ministero di Giustizia. Cosa che si rivelò positiva perché riuscì a sfruttare anche questo campo di battaglia e fece applicare il meccanismo di rotazione anche all'interno della Cassazione. Ciò significò l'esclusione dell'"l'ammazzasentenze" Corrado Carnevale dal maxiprocesso, che venne affidato a un'altra sezione. E le condanne emesse in primo grado vennero confermate. Questo provocò la reazione selvaggia della mafia con l'uccisione di Salvo Lima, di uno dei cugini Salvo».
La congiura di certi giudici in quale misura spaventava suo fratello? Di cosa aveva paura?
«Quello che Paolo poteva temere sta venendo fuori adesso in maniera lampante con la deposizione fatta da due magistrati che facevano parte del suo staff a Marsala. Questi colleghi nel '92 lo andarono a trovare e lo trovarono distrutto. Mio fratello piangendo gli disse di essere stato tradito da un amico. Questi erano i reali pericoli all'interno della magistratura. Probabilmente un amico, forse un magistrato, ha causato direttamente l'accelerazione della strage di via D'Amelio».
Su questo ci sono anche delle deposizioni di alcuni pentiti. Giusto?
«Un collaboratore di giustizia, che si chiama Pulci, ha anche raccontato che all'interno delle cosche tutti sapevano che mio fratello si era confidato con un uomo delle istituzioni. Era l'uomo sbagliato perché avvertì le cosche mafiose e, come disse testualmente Pulci, la mafia "fu avvisata di fare la strage"».
Le stragi di mafia sono sempre state piene di misteri. Quando fu ucciso il generale Dalla Chiesa fu aperta la cassaforte nel suo appartamento. A Falcone fu manomesso e cancellato il suo diario sul computer. E a suo fratello sparì l'agenda rossa. Quale legame accomuna tutti questi fatti?
«Mio fratello aveva segnato sull'agenda rossa tutte le dichiarazioni dei collaboratori di giustizia e tutte le valutazioni e le indagini sulla strage di Capaci della quale sosteneva a ragione di essere un testimone. Per questo motivo si aspettava di essere sentito dai magistrati. Ma non fu mai sentito da nessuno e venne ucciso prima che potesse farlo».
Anche qui tante prove, tante indizi, addirittura un uomo che viene visto allontanarsi con la borsa. Ma alla fine non è rimasto nulla, soltanto misteri e domande alle quali non è stata ancora data una risposta. Perché?
«La cosa terribile di tutta questa storia è che nonostante esistano le prove fotografiche della persona che ha sottratto la borsa dalla macchina, non si è mai riusciti ad arrivare alla fase dibattimentale di un processo. Questi processi, evidentemente, non dovevano andare avanti».
Paolo Borsellino a un certo punto disse anche alle persone più care «di aver capito tutto». Che cosa aveva capito?
«Quello che aveva capito lo ha lasciato detto nell'intervista a Fabrizio Calvi e a Jean Pierre Moscardo, un video mai trasmesso in Italia e che ora è possibile trovare su Internet. Mio fratello disse che erano in atto dei contatti tra la mafia e la politica e tra Cosa Nostra e alcuni imprenditori del Nord per portare avanti certe strategie per entrare nel mondo finanziario e in quello della politica. Lui lo lasciò detto in una frase che disse anche mia madre. "Sto vedendo la mafia in diretta". È chiaro che non parlava della mafia che aveva sempre combattuto, ma di qualche altra cosa: cioè la commistione tra mafia, politica, istituzioni e servizi segreti. Stava vedendo qualcosa di nuovo e lo aveva capito dopo le dichiarazioni di Gaspare Mutolo, che gli stava parlando di Signorino e di Contrada. Deve essere stato terribile per lui incontrare Contrada e Parisi proprio pochi minuti dopo che Mutolo gli aveva raccontato tutto questo».
Ora si parla di Castel Utveggio come del luogo dove materialmente è partito il comando per far esplodere l'auto parcheggiata in via D'Amelio. Lì c'era un ente che fungeva da copertura per i servizi segreti e da dove sono partite delle telefonate durante i giorni precedenti alla strage e forse anche subito dopo. Dopo tanti anni è questa la pista giusta?
«Sono tre anni che continuo a parlare del Castel Utveggio. Ora finalmente ci sono dei giudici seri a Caltanisetta e a Palermo e poi ci sono le rivelazioni di Massimo Ciancimino, il figlio di Vito. Il fatto che parli solo ora non deve sorprendere perché più volte ha sostenuto che certe domande prima nessuno gliele aveva mai fatte. E oggi tutto questo è finito anche sui giornali e finalmente si comincia a parlare di quello che avvenne a Castell Utveggio in quei giorni».
Lei però non ha mai avuto dubbi e ha sempre confidato su quella pista seguendo le intuizioni di Gioacchino Genchi, che per primo indicò quel posto come il punto cardine di tutta la strage di via D'Amelio.
«Oggi tutti parlano e ricordano, come ha fatto Ayala su Mancino. E i giudici ex colleghi di Paolo dopo tanti anni di silenzi vanno a deporre a Caltanisetta. Da mesi si parla di trattativa tra lo Stato e la mafia e si dà per scontato che ci sia stata. Si parla di Castel Utveggio in cui c'era un centro del Sisde. Da lì, come ha dimostrato Gioacchino Genchi, ci fu una telefonata che raggiunse una barca nel golfo di Palermo dove c'era Bruno Contrada con altri funzionari del Sisde. Poi lo stesso Contrada fece una telefonata, forse al Castello Utveggio o forse al centro dei servizi di via Roma, per chiedere che cosa era successo. Lì gli venne comunicato che era morto Paolo Borsellino. Tutto questo accadde 140 secondi dopo la strage. Ed è davvero strano perché io, che ero suo fratello, ebbi la certezza della sua morte soltanto cinque ore dopo».
Teme che la morte di suo fratello possa essere strumentalizzata per portare a compimento progetti di tutt'altro genere anziché per ristabilire la verità storica e fare veramente giustizia sul ruolo dei colpevoli e dei mandanti?
«Spesso mi chiedo da cosa nasca tutto questo interesse. Prima c'era gente che non ricordava e che ora ricorda e altri che prima non parlavano che adesso parlano. Sicuramente è in atto la fine di un ciclo di equilibri nati dopo la fine del '92. Questo forse porterà a un equilibrio nuovo. Che stia cambiando qualcosa lo dimostra anche quello che sta accadendo al presidente del Consiglio. Improvvisamente spuntano registrazioni, foto e sembra quasi che qualcuno abbia deciso che si deve cambiare qualcosa. Genchi dice sempre "chi di servizi ferisce, di servizi perisce". E mi trova pienamente d'accordo. Qualcuno sta mettendo sul tappeto degli elementi per destabilizzare questo equilibrio e crearne uno nuovo. Purtroppo non mi aspetto che le cose migliorino. Dopo Andreotti alla guida dell'Italia è arrivato Berlusconi e dopo Berlusconi non può arrivare che qualcosa di peggio».
Paolo Borselino in un discorso definì la lotta alla mafia come un movimento culturale e morale che deve abituare tutti «a sentire la bellezza del fresco profumo di libertà che si oppone al puzzo del compromesso morale, dell'indifferenza, della contiguità e quindi della complicità». Che cosa manca all'Italia per sentire il fresco profumo di libertà?
«La gente, in Italia, si trova meglio a stare nel puzzo del compromesso e della indifferenza piuttosto che sentire il fresco profumo di libertà. Forse siamo una Paese fatto di gente abituata a tenere la testa per terra con qualcuno sopra che ce la schiaccia. Siamo un Paese schiavo di un potere che facendo strage della nostra Costituzione, che sta distruggendo l'indipendenza dei poteri e che sta togliendo ai magistrati e alle forze dell'ordine i mezzi per poter esercitare le loro funzioni. Siamo uno Stato che con lo scudo fiscale sta facendo del puro e semplice riciclaggio di Stato con la garanzia dell'anonimità. Che cos'altro le devo dire?».
Mi dica come vede il futuro...
«Dobbiamo aspettarci che gli avvenimenti precipitino। Spero che almeno all'interno di questi avvenimenti si riuscirà ad avere un barlume di verità. Perché solo così si guadagnerà qualcosa. E magari verrà fatta giustizia di tutti questi morti, compreso mio fratello sul quale da troppi anni è calato un silenzio davvero insopportabile».
http://www.corriere.com/viewstory.php?storyid=90553
giovedì 13 agosto 2009
Falcone non deve parlare

Dove sono i diari elettronici del magistrato morto a Capaci? Qualcuno potrebbe averli distrutti per cancellare le prove dell’esistenza di apparati deviati dello Stato.
La riapertura dell’inchiesta a Palermo e Caltanissetta sulla trattativa fra Stato e Cosa nostra e sulle stragi del ’92 costringe a un esercizio della memoria. Tornando, appunto, a quell’anno terribile. «Questa sera debbo astenermi rigidamente - e mi dispiace, se deluderò qualcuno di voi - dal riferire circostanze che probabilmente molti di voi si aspettano che io riferisca, a cominciare da quelle che in questi giorni sono arrivate sui giornali e che riguardano i cosiddetti diari di Giovanni Falcone. Per prima cosa ne parlerò all’autorità giudiziaria, poi - se è il caso - ne parlerò in pubblico. Posso dire soltanto, e qui mi fermo affrontando l’argomento, e per evitare che si possano anche su questo punto innestare speculazioni fuorvianti, che questi appunti che sono stati pubblicati dalla stampa, sul Sole 24 Ore dalla giornalista Milella, li avevo letti in vita da Giovanni Falcone. Sono proprio appunti di Giovanni Falcone, perché non vorrei che su questo un giorno potessero essere avanzati dei dubbi». Così parlò Paolo Borsellino nel corso di una manifestazione promossa da MicroMega presso la biblioteca di Palermo il 25 giugno 1992, poche settimane prima della sua morte. I diari di Falcone. Anche Giuseppe Ayala, altro pm del maxi processo, parla di questi scritti sempre nel giugno del 1992. «Aveva un diario, sul quale scriveva tutto. Tutto era riportato in un dischetto, perché Falcone scriveva sul computer. Che io sappia, soltanto io, forse una volta Paolo Borsellino, e probabilmente la moglie di Falcone, Francesca, eravamo stati messi a conoscenza dell’esistenza del diario. Non so se il dischetto è stato trovato e, se è stato trovato, naturalmente sarà stato letto e conosciuto. Nel caso in cui, invece, non sia stato trovato o sia stato smarrito, si è perduta l’occasione per ricostruire dalla fonte più autorevole quel che è accaduto intorno a Giovanni Falcone, dentro e fuori il palazzo di Giustizia di Palermo».
Il procuratore di Caltanissetta dell’epoca, Salvatore Celesti (diventato in seguito procuratore generale a Palermo), che indagava per competenza sulla strage di Capaci, in prima battuta negò l’esistenza dei dischetti, poi ammise in parte l’esistenza dei file: «Sono stati acquisiti alcuni dischetti nell’abitazione e negli uffici di Falcone, ora affidati a tecnici per la trascrizione. Il lavoro non è completo, ed è segreto. Se nei dischetti ci sono episodi privati non saranno da noi resi pubblici». Talmente segreti che vennero addirittura cancellati, cosa che in qualche modo già temeva Ayala, come si intuisce rileggendo con attenzione le sue parole. Cancellati da un portatile Toshiba, da un’agenda elettronica Casio in via Notarbartolo a Palermo, dai computer del ministero di Giustizia in via Arenula a Roma. Da chi? Della vicenda si occupò anche Gioacchino Genchi che testimoniò in seguito. Ecco cosa dice: «Dopo l’accettazione di questo incarico, in effetti, ho dovuto rilevare una serie di atteggiamenti estremamente diversi da parte del ministero dell’Interno - afferma Genchi -. (…) Tenga conto che io allora rivestivo l’incarico di direttore della Zona telecomunicazioni (…) e proprio dopo la strage mi era stato dato l’incarico, per coordinare meglio alcune attività anticrimine, presso la Criminalpol della Sicilia occidentale di dirigente del Nucleo anticrimine. Il dirigente dell’epoca, che sicuramente non agiva da solo perché si vedeva che era portavoce di volontà e decisioni ben più alte, in effetti non mi ha certamente agevolato in questo lavoro (…); siamo ritornati con la decodifica dell’agenda, ho ricevuto varie pressioni (…) fui trasferito, per esigenze di servizio con provvedimento immediato, (…) dalla Zona telecomunicazioni all’Undicesimo reparto mobile». Tornando al procuratore Salvatore Celesti, c’è da dire che la storia, nonostante la sua carriera, lo smentì clamorosamente. Il 23 giugno 1992 il procuratore si lasciò sfuggire una dichiarazione che all’epoca fece scalpore. Affermò, infatti, che secondo lui sulla strage di Capaci «non c’è più mistero per quanto riguarda il diario». E contemporaneamente c’era chi cancellava la memoria del Toshiba, alterava i dati sui computer al ministero e sottraeva la scheda di memoria dell’agendina Casio. Il sospetto emerse subito, la conferma, anche grazie alla perizia di Genchi, arrivò qualche anno dopo. Ma intanto qualcuno, L’espresso, aveva rivelato parte del contenuto di questi diari, in particolare i 39 punti di conflitto e di dissidio fra Giovanni Falcone e il procuratore capo Pietro Giammanco che mise il magistrato morto a Capaci nella condizione di abbandonare la Procura e Palermo. Si andava, questo raccontava il settimanale, dalla decisione di togliere al giudice assassinato la delega per le inchieste di mafia fino alla controversia che coinvolse Falcone dopo che il nucleo speciale dei carabinieri consegnò in Procura il rapporto sulla mafia degli appalti e che il procuratore capo sottovalutò e sminuì pubblicamente.
Torniamo a Borsellino e a ciò che disse in quello che è stato il suo ultimo intervento pubblico prima della strage del 19 luglio 1992 a via D’Amelio. «Ecco perché forse ripensandoci, quando Caponnetto diceva “cominciò a morire nel gennaio del 1988” aveva proprio ragione anche con riferimento all’esito di questa lotta che egli fece soprattutto per poter continuare a lavorare». Sembra quasi che oggi si presenti il conto di quanto avvenuto 17 anni fa. «Quando si parla di trattative, di presenza in via D’Amelio di uomini dei servizi, di servitori dello Stato infedeli, di agende rosse e di uffici del Sisde a Castel Utveggio - spiega Salvatore Borsellino, fratello di Paolo - in realtà si raccontano cose che già allora erano emerse ma che poi forse sono state fatte cadere». Come avvenne nel caso delle dichiarazioni del tenente Carmelo Canale, ex maresciallo dei carabinieri promosso tenente per meriti speciali e collaboratore di Paolo Borsellino. Nel 1994 rilasciò dichiarazioni esplosive. Fra le tante, ecco alcune battute indicative del clima e del personaggio: «Il dottor Falcone era molto agitato, aveva gli occhi di fuori, parlava con Borsellino. “Caro Paolo, il responsabile del fallito attentato all’Addaura era Bruno Contrada” (…) Io rimasi sconvolto e mentre scendevamo le scale chiesi a Borsellino chi fosse Bruno Contrada. Borsellino mi pregò di non parlare con nessuno di quell’episodio (…). Nel corso di una conversazione telefonica Borsellino mi disse che aveva appreso da Falcone dell’intenzione di Gaspare Mutolo di iniziare a collaborare. Fra le prime cose che aveva rivelato, Mutolo aveva parlato di episodi di corruzione inerenti il giudice Domenico Signorino e Bruno Contrada».
Successivamente, nel 1997, Canale, accusato da due pentiti di mafia, venne processato per associazione esterna, e poi in seguito assolto (nel 2008 la conferma)। Anche sulle sue rivelazioni, e sulla sua vicenda, ci sono tante ombre, e come tante altre dichiarazioni dell’epoca tornano attuali. È sempre più evidente che, all’epoca, a Palermo due uffici dello Stato molto particolari, i Ros del generale Mario Mori e il Sisde di Bruno Contrada, agissero al limite della legalità e, a volte - è il caso di Contrada condannato - sfociassero in vera e propria collaborazione con la criminalità, in una sorta di continuità. La domanda è, oggi, se i due uffici agissero in concorrenza e all’oscuro ciascuno di cosa stesse facendo l’altro, oppure se su distinti punti si muovessero in convergenza. È certo, però, che senza la loro azione oggi si saprebbe molto di più di quello che avvenne fra il 1992 e il 1993, anno degli attentati a Firenze, Milano e Roma: i due anni delle stragi.
http://www.orsatti.info/archives/1608
19 luglio 1992, i punti oscuri della strage di via d'Amelio

INCHIESTA Nuova pista per le indagini sull'assassinio del giudice Paolo Borsellino. Per Gioacchino Genchi, che arrivò due ore dopo sul luogo dell'esplosione, individuando nel castello di Utveggio la località da cui sarebbe stato azionato il radiocomando, «occorre indagare sui giorni precedenti».
Nuova pista per le indagini sull’assassinio del giudice Paolo Borsellino. Per Gioacchino Genchi, che arrivò due ore dopo sul luogo dell’esplosione, individuando nel castello di Utveggio la località da cui sarebbe stato azionato il radiocomando, «occorre indagare sui giorni precedenti».
Ci sono domande sulle stragi del 1992 che non hanno mai avuto una risposta certa. Non sono bastati i processi, gli arresti, le indagini. Non sono bastate le ricostruzioni, le perizie e il lavoro di centinaia di agenti di polizia, carabinieri, magistrati. Non ci sono state risposte neanche quando il capo di Cosa nostra, Totò Riina, venne arrestato l’anno successivo. Anzi, il suo arresto ha aperto altri scenari, posto altri interrogativi. «La strage di Capaci fu una strage di mafia con interessi di Stato, quella di via d’Amelio una strage di Stato con interessi di mafia».
Questa definizione è diventata, con il passare del tempo, un’accusa sempre insistente, rafforzata dai tanti misteri, dalle tante ombre infittitesi in questi diciassette anni. Delle due stragi si sa molto, di una in particolare. Quella di Capaci (23 maggio 1992), dove persero la vita il giudice Giovanni Falcone, sua moglie Francesca Morvillo e gli uomini della sua scorta, è sicuramente quella di cui si sa di più, si conoscono esecutori materiali e mandanti. Su quella di via d’Amelio, invece, periodicamente emergono dati nuovi, elementi di un puzzle ancora irrisolto.
A volte sembra essere arrivati a un punto, poco dopo i fatti sembrano smentirlo. Per cercare di capire cosa avvenne in quell’anno è necessario, e inevitabile, cercare di inserire questi due episodi nel momento storico che stava attraversando il nostro Paese. «Gli eventi cruciali del 1992 nessuno li dice. Tutti raccontano quello che succede dopo le stragi e nessuno parla di quello che successe prima – racconta Gioacchino Genchi, all’epoca commissario capo a Palermo e in seguito perito per il Tribunale di Caltanissetta sul processo Borsellino -. Nel 1992 si verificano due attacchi concentrici al sistema politico.
Uno viene da “tangentopoli”, dalla procura di Milano e dalle altre autorità giudiziarie che seguono, alcune bene e altre meno bene, l’esempio e il metodo investigativo milanese. E l’altro attacco arriva invece da un presidente della Repubblica che inizia a picconare quel sistema di cui ha fatto parte ed ha generato. Parliamo di Francesco Cossiga, un presidente della Repubblica che è arrivato alla fine del suo mandato e decide di “togliersi tutti i sassolini dalle scarpe”.
Oggi si direbbe che ha fatto “outing”. Messo addirittura sotto stato di accusa con l’impeachment. Ed è costretto a dimettersi perché c’è un qualcuno che in Italia vuole accelerare, e che magari per prendere le redini dell’Italia avrebbe voluto pure utilizzare i percorsi dell’autorità giudiziaria, strumentalizzare alcune iniziative e inchieste giudiziarie. Ma è ancora presto per parlare di questo. I dati sono questi: un presidente della Repubblica viene fatto dimettere e la strage di Capaci avviene mentre si sta votando l’elezione del capo dello Stato».
Poi la strage di via d’Amelio a Palermo del 19 luglio 1992. Genchi è uno dei primi investigatori ad arrivare sul posto. E ricorda ancora, perfettamente, quei momenti. «Il corpo di Borsellino ancora fumava per terra, i pezzi di Emanuela Loi cadevano dalle pareti, dall’intonaco del palazzo, e certamente là era scoppiato un ordigno che non poteva essere stato azionato sul posto. Perché se fosse stato azionato sul posto chiunque… sarebbe stato un attentato kamikaze e là non sono stati trovati morti se non i poliziotti e Borsellino. È da escludere che gli stessi poliziotti si siano fatti essi stessi un attentato, e non poteva, chi ha innescato la bomba, essere nei palazzi adiacenti perché sarebbe stato travolto dall’onda d’urto».
Uno strano paravento E quindi Genchi, con l’allora questore La Barbera, individua da subito l’unico punto di osservazione possibile. Castel Utveggio. «Dev’essere stato fondamentale l’elemento informativo – pro segue Genchi nel suo racconto -. C’è da tenere conto che non ci si può appostare con il joystick in mano per aspettare per mesi e giorni che arrivasse Borsellino, qualcuno ti deve pur dire quando Borsellino sta arrivando.
E poi ci vuole un punto di osservazione: visto che in via d’Amelio venne fatta anche l’intercettazione del telefono dell’abitazione della sorella e della madre per carpire questi elementi informativi e siccome l’intercettazione abusiva poteva essere eseguita solo in un ambito ristretto, per intenderci con la tecnologia di allora non poteva essere eseguita da Londra o da Milano o da Bruxelles, capimmo che doveva necessariamente essere stata posta da una località vicino. È allora che abbiamo ipotizzato come ci fosse un’unica postazione di ascolto clandestino e di avvistamento».
Nel castello aveva sede un ente regionale, il C.e.r.i.s.d.i., dietro il quale avrebbe trovato copertura un organo del Sisde. La circostanza era stata negata inizialmente dal Sisde che aveva così esposto ancor più gli uomini del gruppo investigativo costituito per indagare sulla strage. Questo scenario inquietante vede uomini dei servizi sul luogo di quello che è probabilmente il punto di osservazione e di azionamento del telecomando dell’autobomba che uccise Borsellino e i ragazzi della scorta. Non è l’unica “stranezza” quell’ufficio dei servizi nel castel Utveggio, posizionato in un punto strategico sulle pendici di monte Pellegrino.
Sempre Genchi, nella sua deposizione alla Corte di Caltanissetta racconta: «Rilevo che il cellulare di Scaduto, un boss di Bagheria condannato all’ergastolo fra l’altro per l’omicidio di Ignazio Salvo, aveva tutta una serie di strani contatti con varie utenze del gruppo La Barbera. Cioè, del gruppo degli altofontesi, di cui parlavo anche in relazione a quei contatti con esponenti dei servizi segreti, rilevo che questa utenza aveva pure contatti con il C.e.r.i.s.d.i. Quindi, questo C.e.r.i.s.d.i. mi ritorna un po’ come punto di triangolazione».
Una strana telefonata Genchi prosegue raccontando di una strana telefonata che arriva al castello nei giorni che precedono la strage. «C’è pure una telefonata, se ricordo bene, mi pare… di Scotto al C.e.r.i.s.d.i. Ovviamente, non so, avrà fatto un corso di eccellenza, perché là preparano manager, non so, avrà avuto le sue ragioni per telefonare». E questo Scotto chi è? C’è un certo Pietro Scotto, dipendente della società di servizi telefonici Elte, che ha un fratello, Gaetano, sospetto mafioso appartenente alla famiglia di Cosa nostra del rione Acquasanta di Palermo.
Ed è proprio Gaetano a mettersi in contatto con utenze del C.e.r.i.s.d.i. nei mesi precedenti l’attentato. E poi c’è quell’altra telefonata, una manciata di secondi dopo l’attentato, che raggiunge il capo palermitano dei servizi, Contrada, in gita nel golfo di Palermo su una barca. Un nuovo spiraglio sui possibili moventi della strage lo ha aperto recentemente Massimo Ciancimino, figlio di don Vito, il sindaco del “sacco” di Palermo.
Massimo ha raccontato ai magistrati di Caltanistetta e di Palermo che la trattativa, quella che portò poi al famoso “papello” di Totò Riina con le richieste allo Stato da parte di Cosa nostra, non iniziò mesi dopo la strage di via d’Amelio, ma nei primi di giugno, ovvero nel periodo in cui Borsellino stava scavando sui mandanti ed esecutori dell’omicidio del suo amico e collega Giovanni Falcone.
Sempre secondo Ciancimino, protagonisti di questa trattativa sarebbero stati il capo dei Ros dei carabinieri Mario Mori, Vito Ciancimino (e lo stesso Massimo che è colui, per sua stessa ammissione, che ha il primo contatto con l’Arma), Totò Riina dal suo covo da latitante e il medico della mafia, il boss Antonino Cinà. Non solo, Ciancimino racconta che i contatti iniziali con i vertici di Cosa nostra avvenivano attraverso Cinà ma che il “papello”, ovvero le proposte di Riina allo Stato, non fu consegnato a Vito Ciancimino dal medico della mafia, ma da “una persona distinta” il cui nome per ora è coperto da omissis.
Queste dichiarazioni del figlio di Vito, sommate alle altre recenti del probabile futuro pentito Spatuzza, da un lato sembrano confermare nel rifiuto da parte del giudice assassinato di accettare la trattativa fra Stato e Cosa nostra il vero movente della strage, come da tempo sospetta e denuncia il fratello di Borsellino, Salvatore, dall’altro aprono spiragli sui probabili depistamenti sulle dinamiche dell’attentato messe in atto da elementi mafiosi e non solo nel corso dei tre processi già celebrati.
L’ultimo dichiarante si autoaccusa di essere colui che ha rubato per la mafia la 126 utilizzata poi come autobomba a via d’Amelio. Gaspare Spatuzza, che è uno dei killer di padre Puglisi, con le sue dichiarazioni ha rimesso in discussione quindi alcuni dei fondamenti del processo, aprendo di conseguenza la possibilità di una revisione.
Anche nelle sue dichiarazioni emerge un “uomo senza nome” come in quelle di Massimo Cancimino। Consegna, infatti, la 126 ad alcuni mafiosi di sua conoscenza ma alla presenza di un altro uomo, sconosciuto, che lui ritiene “estraneo”। Altri misteri, altri personaggi e gregari che compaiono a quasi vent’anni di distanza. E come spesso accade l’unica certezza in questa vicenda rimane la morte. Che ha dato appuntamento in via D’Amelio alle 16:58 e 20 secondi del 19 luglio 1992.
domenica 26 luglio 2009
L'ombra dei servizi sulle stragi. Intervista a Gioacchino Genchi

Tratto da: l'Unità
Genchi: «Ancora indizi utili»
Andate a vedere là, al castello Utveggio, quella è roba vostra» ha detto Totò Riina venerdì parlando per la prima volta dopo 17 anni con i magistrati di Caltanissetta e accreditando l’ipotesi che sulla strage di via D’Amelio ci sia, anche, la mano dei servizi segreti. È il passaggio forse più significativo del colloquio investigativo durato quasi tre ore. Ed è un passaggio che si ritrova pari pari nelle motivazioni di sentenze passate in giudicato. «Le testimonianze del dottor Gioacchino Genchi e della dottoressa Rita Borsellino hanno offerto contributi determinanti su quello che realisticamente potrebbe essere stato l’intervento di soggetti esterni su Cosa Nostra (nella realizzazione delle stragi, ndr)» si legge nella sentenza di condanna per la strage di via d’Amelio. E ancora, qualche pagina dopo: «Il dottor Genchi ha chiarito che l’ipotesi che il commando stragista potesse essere appostato nel castello Utveggio, ipotesi utile per ulteriori sviluppi, era stata lasciata cadere da chi conduceva le indagini».
Piste abbandonate
Insomma, può essere un ossimoro, ma Riina e le indagini dicono la stessa cosa e puntano sui servizi segreti. «Di certo - spiega Genchi impegnato oggi in comizi e dibattiti a tenere alta l’attenzione sui nuovi sviluppi sulle stragi del 1992 e del 1993 - il riscontro alle mie indagini non arriva oggi da Riina ma da tracce telefoniche inequivocabili acquisite alle inchieste». E che prescindono dal fatto che magari quel processo sia da rifare dopo che il boss Gaspare Spatuzza ha smentito Scarantino, uno dei perni della vecchia inchiesta.
Genchi, esperto di telefonia, chiamato in causa di recente per eccessi nell’acquisizione di tabulati seppur come consulente delle procure, era all’epoca uomo di punta nel pool investigativo creato per la strage di Capaci e poi per via d’Amelio. (rapporto concluso nel maggio 1993 per divergenze). Scoprì, ad esempio, che, si legge in sentenza, «nel castello Utveggio (costruzione che domina Palermo e via d’Amelio, ndr) aveva sede il Cerisdi, ente regionale dietro il quale trovava copertura un organo del Sisde». E che questo luogo divenne crocevia di utenze clonate, telefonate intercettate e, soprattutto, «il possibile punto di osservazione per cogliere il momento in cui dare impulso all’esplosivo» caricato sotto la 126 parcheggiata davanti all’abitazione della madre di Paolo Borsellino e che saltò in aria alle 16,58,02 del 19 luglio 1992.
Le indagini hanno individuato Pietro Scotto (condannato e poi assolto) come «autore di lavori non autorizzati sulla linea telefonica del palazzo di via d’Amelio (l’intercettazione con cui Cosa Nostra seppe che il magistrato sarebbe andato lì, ndr)». Scotto è stato riconosciuto da due testimoni; era dipendente della società telefonica Sielte che lavorava con gli 007; soprattutto è fratello di Gaspare Scotto, boss del mandamento dove è avvenuta la strage. «L’analisi delle telefonate di Gaetano Scotto - si legge in sentenza - evidenzia contatti con le utenze di castello Utveggio fino al febbraio 1992».
Genchi, trova la prova che «un’utenza telefonica clonata (di una signora napoletana ignara di tutto, ndr) era in possesso dei boss fin dall’autunno 1991» . E che quell’utenza, «in prossimità del 19 luglio (giorno della strage, ndr) chiama una serie di villini che si trovano lungo il percorso che l’auto di Borsellino aveva percorso quella domenica». Si tratta di contatti telefonici con probabili punti di osservazione lungo il tragitto. Lo stesso apparecchio clonato chiama altre «utenze del Sisde che si incrociavano con telefoni che la domenica avevano chiamato i villini- punti di osservazione».
Il funzionario del Sisde
Era di uno 007 anche il numero di telefono trovato sulla montagnola di Capaci da dove fu fatta saltare l’auto di Falcone. Infine Bruno Contrada, lo 007 poi condannato per mafia. Il pomeriggio del 19 luglio era in barca con un altro funzionario, lo stesso il cui numero è stato trovato a Capaci. Ottanta secondi dopo l’esplosione, quando nessuno ancora sapeva, dal cellulare di Contrada partì una telefonata. Era diretta, ancora una volta, al Sisde. Ne aveva ricevuta anche un’altra, due minuti prima dell’attentato. Ma su questa c’è solo una testimonianza. All’epoca i tabulati non trattenevano le chiamate dal fisso al mobile. «Nonostante il tempo passato restano ancora molte tracce» dice Genchi, «vanno sapute seguire».
Riina ai pm ha puntato il dito «sul castello Utveggio». Qui negli anni novanta c’era un sede coperta del Sisde. E da qui partirono telefonate ai boss nei mesi prima e fino a pochi secondi dopo la strage.
Tratto da: l'Unità
venerdì 24 luglio 2009
TermometroPolitico intervista Gioacchino Genchi - ESCLUSIVA
Dottor Genchi, molti si chiederanno ancora in cosa consiste esattamente il suo lavoro. Ce lo vuole spiegare?
Io da oltre vent'anni svolgo un'attività di consuenza per l'autorità giudiziaria, e solo ed esclusivamente per l'autorità giudiziaria; lo puntualizzo perché a differenza di tanti altri periti che svolgono il proprio lavoro o per la difesa o per l'accusa, io ho sempre lavorato per i pubblici ministeri o per i giudici, nel settore dell'informatica, della telematica e nell'analisi dei dati di traffico telefonico e delle intercettazioni; le intercettazioni, fatte dalla polizia giudiziaria, poi mi vengono consegnate esattamente come le hanno i difensori degli imputati, i giudici, i pm e i periti dei vari tribunali. E con queste svolgo l'attività di analisi, di elaborazione dei dati, leggendo dei risultati che poi vengono riversati integralmente nei processi, ed è anche sulla base di questi risultati che vengono pronunciate le sentenze di assoluzione o di condanna.
Ma la nuova legge sulle intercettazioni, su cui il presidente Napolitano e il Csm hanno espresso dei forti dubbi, cambierebbe il suo lavoro? Ci sono cose che non potrebbe più fare?
Io, come ho già detto, non mi occupo di fare intercettazioni, quelle le può fare solo la polizia giudiziaria. Chiaramente, venendo meno le intercettazioni telefoniche, verrebbe meno la possibilità di accertare reati gravissimi inerenti all'associazione mafiosa, al traffico degli stupefacenti, della pedofilia, dei reati contro la pubblica amministrazione, e così via. Oggi gli strumenti telematici (telefonia, informatica) sono il migliore ausilio per la criminalità. Una volta il pericolo principale erano le armi da fuoco, tant'è che sono stati previsti dei reati gravissimi per la detenzione di armi pericolose; oggi però in ausilio al proprio lavoro la criminalità utilizza anche e soprattutto strumenti di comunicazione tecnologicamente avanzata, si pensi alle reti criminali internazionali che si avvalgono di questi strumenti per organizzare il trasporto di droga e il riciclaggio del denaro illecito proveniente da queste attività illegali. Togliere le intercettazioni alle indagini in materia di reati così gravi, anche connessi strettamente alla criminalità organizzata, è come pensare di mandare avanti una bellissima carrozza, quale è in questo caso l'indagine penale, togliendole i cavalli, senza i quali la "carrozza" non cammina. Le intercettazioni sono fondamentali nel momento in cui la criminalità, semplice od organizzata, utilizza il telefono come strumento principale per delinquere. Pensiamo ai latitanti, ai rapporti collusivi con imprenditori o con esponenti politici. Questi vogliono togliere le intercettazioni per eliminare il pericolo di cadere nelle intercettazioni, non solo per reati gravi, ma anche per vicende personali, anche a livello intimo; è paradossale come nel momento in cui fanno una legge per abolire le intercettazioni fatte dall'autorità giudiziaria stia emergendo che persone che hanno frequentato delle prostitute, magari perché portategli da soggetti sospettati di collusioni criminali come "prezzo" di una possibile corruzione, sono state "intercettate" dalle persone con cui hanno avuto rapporti intimi, evitando che le intercettazioni le facessero legittimamente le procure ma finendo comunque registrati dalle "escort", come le chiamano adesso.
Lei è stato oggetto di una violentissima campagna di attacchi da parte di esponenti del mondo politico, in particolare di centrodestra. Il presidente del Consiglio, parlando della sua vicenda, l'ha definita "il più grande scandalo della storia della Repubblica": secondo lei, perché ha usato quest'espressione? E lei come ha risposto a questo tipo di attacchi?
Il presidente Berlusconi probabilmente intravvedeva all'orizzonte quello che stava per capitargli, e quindi, poiché di scandali se ne intende, invece di pensare a lui che rappresenta il più grande scandalo non solo nella storia della Repubblica ma di tutta l'Italia unità, periodo monarchico compreso, ha pensato a me. Non so darmi altra spiegazione, è come se lei mi chiedesse perché il bue abbia dato del cornuto all'asino. Non so perché, ma è stato così, anche se sta emergendo in questi giorni che l'unico vero scandalo è Berlusconi, che ha trasformato palazzo Grazioli in un "mignottificio" e si avvale dell'impunità per sé e per tutti coloro che pensano di affermare l'arroganza della propria posizione nel nome della politica. Io non me la sono mai presa, ne ho anzi sorriso, probabilmente lo stesso Berlusconi si è accorto che gli hanno consigliato di dire una fesseria e magari dovrebbe guardare meglio da chi si fa consigliare.
Perché secondo lei la attaccano anche da sinistra? Anche loro hanno da temere per le sue indagini?
Le mie indagini riguardano tutti coloro che hanno commesso dei reati o hanno avuto a che fare con persone che hanno commesso dei reati. Io non ho mai svolto attività di indagine, per conto dei magistrati, su persone ritenute innocenti; noi le indagini le abbiamo svolte sempre e solo su persone che sospettavamo di comportamenti criminali, anche se dopo la verifica costituita dall'indagine stessa, queste si sono rivelate innocenti. Come se una persona, sentendosi poco bene, andasse dal medico, e questi le prescrivesse delle analisi per stabilire se vi sia o meno qualcosa da curare. Qualche volta si trova qualcosa per cui intervenire, altre volte si tratta di un falso allarme. Le indagini, che sono fatte da persone oneste, non vengono fatte a senso unico, per colpire Berlusconi o chi per lui; ci sono parecchi che hanno il gusto di fare le indagini in una sola direzione politica, forse in questo Berlusconi non ha tutti i torti, ma io ho sempre collaborato con magistrati che hanno fatto le loro indagini a 360°, senza preclusioni, pregiudizi o ricerca di colpevoli individuati a tavolino. Nelle vicende calabresi erano emerse delle collusioni, oltre che alcuni politici di centrodestra, anche di politici di centrosinistra. Centrosinistra che, a differenza di un centrodestra che non nasconde di farsi delle leggi ad personam, o che definisce "eroe" un mafioso pluriomicida come Vittorio Mangano, ha la presunzione di ritenersi "casto e puro", come se fosse un'eresia pensare che gente di sinistra possa commettere dei reati, o comunque collusi in vicende illecite; l'illecito, in questo caso i reati e le collusioni con la criminalità organizzata, fa parte della natura umana, il reato è una componente della condotta umana, certamente negativa ma pur sempre una componente, e come tale può caratterizzare l'uomo politico di destra così come quello di sinistra. L'indipendenza e l'autonomia della magistratura servono a garantire che le indagini, i processi e l'applicazione delle leggi siano uguali per tutti, siano essi di destra o di sinistra. Questo era quello che si stava facendo in Calabria, e nel momento in cui si sono toccati alcuni "santuari" della politica, alcuni esponenti della politica calabrese si sono ribellati e hanno, attraverso dei canali che hanno anche dentro la magistratura, mi riferisco a magistrati che poi vengono nominati capo di gabinetto dai ministri, anche da ministri di sinistra, e che un giorno fanno i capi di gabinetto e il giorno dopo assolvono degli imputati amici del ministro che li ha nominati e inquisiscono le persone che stavano indagando magari sul ministro e sugli amici del ministro; questa è appunto la logica becera di una certa sinistra che in certi casi fa del giustizialismo e poi, quando le indagini toccano uno dei loro, grida al garantismo e ritiene uno scandalo che qualcuno possa verificare i loro comportamenti.
Chi la avversa, a leggere le cronache, ha utilizzato contro di lei le parole del pm Ilda Boccassini, a cui i media hanno dato ampio spazio. Può spiegarci il suo punto di vista su questa vicenda?
La vicenda nasce da un contrasto che abbiamo avuto nella conduzione delle indagini di Caltanissetta allorché mi opposi al fermo di un indagato, Scotto (il quale successivamente fu assolto), per quanto riguarda la vicenda dell'intercettazione della sorella del giudice Borsellino, nella casa di via D'Amelio dove abitava anche la madre, e sulla "scaratterizzazione" di quella indagine: cioè nel momento in cui l'indagine si rivolse verso i mandanti esterni, occulti, di quella strage che non fu solo mafiosa, e si iniziò ad indagare su persone presenti nelle istituzioni, ci fu una "virata" al ribasso, per cui furono sopravvalutate le dichiarazioni di un collaboratore, Scarantino, nel tentativo di arrivare a dei risultati giudiziari che io reputo del tutto sbagliati. Scarantino dichiarò di avere partecipato ad una riunione di correnti di Cosa Nostra in cui la "cupola" aveva deciso di organizzare l'assassinio di Borsellino, la strage di via D'Amelio; ma chi conosce gli uomini di Cosa Nostra, chi ha conosciuto Scarantino, non può mai credere a queste parole, perché è impensabile che i capi di Cosa Nostra possano aver ammesso Scarantino a partecipare ad una riunione; io credo che i capi di Cosa Nostra a Scarantino non avrebbero nemmeno consentito di fare il parcheggiatore all'esterno del luogo della riunione, perché in famiglia Scarantino si era dediti al furto d'automobili, erano ladri d'auto e nient'altro. Pensare che Cosa Nostra si affidasse a Scarantino significa volerle dare una patente di imbecillità che secondo me è infondata; è nelle collusioni con gli uomini delle istituzioni che va cercata la vera causale e le vere responsabilità di quell'attentato. Oggi, a distanza di quasi 17 anni, i fatti a quanto pare mi stanno dando ragione, perché i processi costruiti sulla base delle dichiarazioni di questo collaboratore stanno cadendo miseramente. Aggiungo che questa sopravvalutazione di Scarantino è una responsabilità che pesa tutta su quei magistrati che gli hanno creduto, magari anche in buona fede, perché altri magistrati molto più accorti e che meglio conoscevano le dinamiche di Cosa Nostra, e mi riferisco a quelli di Palermo, allorché Scarantino rese le sue dichiarazioni che coinvolgevano anche esponenti della mafia palermitana, nessun magistrato di Palermo lo ha mai preso sul serio; quindi io non riesco a capire come un pentito come Scarantino possa essere giudicato inattendibile a Palermo, dove avrebbe operato e dove è stato condannato insieme al fratello per furti d'auto, e venga invece sopravvalutato a Caltanissetta fino al punto da essere considerato nelle sentenze di ergastolo di alcune persone indicate come esponenti della "cupola", mandanti o esecutori.
La storia delle stragi su cui è nata la Seconda Repubblica è tornata d'attualità proprio in questi giorni con le rivelazioni di Riina e Ciancimino jr. Lei è stato recentemente sentito dai magistrati in relazione alla strage di via D'Amelio, cosa ci può dire di nuovo rispetto a quella vicenda, e qual è la sua opinione sugli intrecci mafia-politica di quegli anni?
Rispetto a quello che ho detto ai magistrati non posso dire nulla di più, né posso dirvi quello che ho detto, e anche volendo non posso perché sono stato sentito per molte ore. Quello che posso dire è che vi sono degli elementi certi, incontrovertibili, che mi hanno visto mio malgrado testimone, che dimostrano che vi fu una trattativa tra lo Stato e Cosa Nostra, che ha portato alla volontà di delegittimare e bloccare l'operato di quanti stavano, ed io con essi, svolgendo seriamente delle indagini. Quello che avvenne in Italia tra fine dicembre '92 e gli inizi di gennaio '93 è la prova evidente di come la cattura di Riina sia stata un cavallo di Troia, un regalo per conquistare spazio e posizioni che poi sono serviti per portare avanti un disegno, che purtroppo secondo me è tracimato negli ulteriori segnali che Cosa Nostra ha dato allo Stato con le stragi di Roma, Firenze e Milano, proprio per reclamare una trattativa che probabilmente era già iniziata prima delle stragi del '92 e a ridosso della sentenza del maxiprocesso. Cioè tutto inizia quando i boss di Cosa Nostra vengono sconfitti in Cassazione dopo aver ribaltato per molti anni in Cassazione l'esito dei processi; dopo quel fallimento iniziò il conto alla rovescia, ci furono le minacce, i segnali, i tentativi di dialogo, le stragi, e tutto quello che ha tragicamente segnato la storia d'Italia in quegli anni.
Recentemente ci sono stati degli interessanti rinvii a giudizio a Catanzaro, sia per politici di entrambi gli schieramenti, sia all'interno della stessa Procura, la stessa che aveva contribuito fortemente alla messa in stato d'accusa sua e del pm De Magistris. Lei ha partecipato a queste ultime indagini? E questi rinvii a giudizio crede che siano un punto a favore delle posizioni sue e di De Magistris che dimostrano l'accanimento che avete subìto?
I rinvii a giudizio ci sono stati nei confronti di soggetti già individuati nel corso delle indagini, mi auguro che siano supportati da elementi adeguati, quali quelli che stavamo cercando e che abbiamo trovato con De Magistris sul loro conto. Perché fare il rinvio a giudizio perché si è indagati dalla Procura di Salerno nella gestione di questa indagine è come confezionare un grande uovo di Pasqua, molto bello con un bel fiocco, e dimenticare di mettere dentro una sorpresa. Il processo penale non è fatto di clamori, di rinvii a giudizio, di nomi altisonanti eccetera, ma di contenuti processuali. Tornando all'esempio dell'uovo di Pasqua, se lei ad un bambino ne regala uno enorme, fatto col migliore cioccolato del mondo, il bambino se ne fa poco dell'uovo e del fiocco: la prima cosa che cercherà è la sorpresa, e io mi auguro che dentro questi rinvii a giudizio vi siano le sorprese, e cioè le prove e gli elementi per far condannare queste persone. Se viceversa prelude ad una assoluzione o ad un proscioglimento, era meglio che non venisse fatto.
Il Tribunale di Roma ha stabilito che lei non ha violato la privacy di nessuno ed ha disposto la restituzione del materiale raccolto svolgendo il suo incarico di consulente per diversi magistrati. Cosa pensa dell'eco ridotto che ha avuto questa notizia, rispetto a quello avuto dal sequestro iniziale, e pensa che ora potrà riprendere il suo lavoro come prima?
Guardi, tutta la stampa che si è occupata di me fa parte di una stampa di regime, prezzolata dal potere, dal potere economico o dalla politica. In Italia non c'è un giornalismo libero, non a caso io sto facendo questa intervista con voi, non con i principali network; è dovuto venire un allenatore di calcio, per giunta straniero, per dire che in Italia c'è una stampa prezzolata, d'altra parte i giornalisti non possono dire male di chi li paga, di chi gli assicura le carriere, magari in Rai, sulla base di menzogne o di vera e propria prostituzione. Quindi è normale che coloro che mi avevano attaccato e "lapidato", nel momento in cui i risultati hanno clamorosamente smentito l'impalcatura accusatoria fatta di fandonie e falsità orchestrate nei miei confronti senza alcuna accusa concreta, non ne abbiano parlato. La gente si sarebbe aspettata che io fossi colpevole di chissà quali reati, collusione con mafia, con massoneria, magari addirittura di pedofilia, tutto purché mi si trovasse colpevole di qualcosa. Quando invece è emerso che la mia sola colpa era stata quella di indagare sulle frequentazioni poco limpide di Mastella, piuttosto che di Rutelli, la gente non poteva non capire chi fossero le persone perbene e chi fossero i perseguitati. In tema di persecuzione, è chiaro che un potere giudiziario, sempre più avviluppato col potere politico, ed in concerto con il quarto potere che è quello della stampa, interviene spesso per creare questi "mostri" e per cercare di distruggere le persone che cercano di affermare in questo Paese maledetto un tantino di verità nel nome di una legge che sia uguale per tutti.
Considerando gli ambiti su cui ha svolto le sue indagini e le minacce che ha subito, ritiene oggi di essere in pericolo in qualche modo?
No guardi le minacce finora le ho ricevute solo dalla classe politica, dalle centrali di potere e dalla stampa collegata a queste, non le ho subite dalla mafia. Nel caso mio c'è stato un accanimento di delegittimazione e di minacce molto più perfido rispetto a quanto avviene con investigatori o magistrati minacciati o in seguito uccisi dalla mafia. Nel caso mio la criminalità si è rivolta ai politici per farmi "togliere di mezzo", non c'è stato nemmeno bisogno che fossero i criminali stessi a scendere in campo, ecco perché non ho paura di morire, perché loro hanno cercato di "uccidermi" attraverso le loro amicizie in Parlamento, al Copasir, alla Rai, a Mediaset, per cercare di impedirmi di continuare a fare il mi lavoro, perché hanno capito che in alcuni processi (il processo a Dell'Utri, il processo a Cuffaro, il processo alle talpe di Palermo, ai carabinieri collusi del Ros) sono stati determinanti i miei contributi. Tutte queste cose fanno comodo ad un sistema che vuole la giustizia sommaria solo per gli extracomunitari, che vuole il carcere solo per chi sbarca a Lampedusa o per qualche spacciatore di borgata, perché persino per lo spacciatore che entra in centro storico e magari rifornisce spesso e volentieri qualche VIP, esiste una legge diversa da quella per lo spacciatore di borgata. Io nel mio lavoro non mi sono mai abbassato a questa logica del considerare la "carica" degli indagati e ho lavorato con dei magistrati che hanno fatto sempre e solo il loro dovere. Tutto questo in Italia non è possibile, quando c'è un sistema come quello che si è instaurato.
http://www.termometropolitico.it/index.php/Politica-Interna/tp-intervista-gioacchino-genchi-esclusiva.html
martedì 21 luglio 2009
La vittoria di Via D'Amelio e l'omerta' della stampa di stato

La vittoria di Via D'Amelio e l'omerta' della stampa di stato
di Anna Petrozzi - 21 luglio 2009 (ANTIMAFIADuemila)
Poca gente, fallimento, insuccesso, niente politici… questo quanto fatto emergere dal mainstream della stampa di stato sulle giornate appena trascorse a Palermo in ricordo del giudice Paolo Borsellino e dei suoi agenti di scorta: Emanuela Loi, Eddi Cosina, Vincenzo Fabio Li Muli, Agostino Catalano e Claudio Traina.
Quattro gatti sotto il sole cocente a rassicurare la coscienza ipocrita e sporca degli italiani stravaccati al mare, quelli tantissimi invece, che hanno fatto bene a non scomodarsi perché tanto è inutile.
Beh peccato che le cose non siano andate esattamente così.
Se da una parte è vero che gli italiani e i siciliani erano vergognosamente pochissimi ad omaggiare la memoria di servitori dello Stato che hanno sacrificato la loro vita e la felicità delle loro famiglie per restituire un po’ di dignità al nostro popolo molliccio ed egoista che ben si identifica nella sua classe politica corrotta e clientelare, dall’altra non si può accettare che si neghi quanto di importante sia accaduto a Palermo in questi tre lunghi e intensi giorni.
Dopo tantissimo tempo, forse più di dieci anni, senza che vi sia stato, grazie a Dio, nessun morto oltraggiato dal piagnucolio di stato, più di cinquecento italiani si sono organizzati tramite la rete e a spese loro, adattandosi al caldo torrido di una Palermo trascurata, sporca e dimenticata, sono venuti a dimostrare di avere compreso, di essere consapevoli, che la lotta alla mafia non è di esclusiva competenza della magistratura e delle forze dell’ordine ma è quel movimento culturale, soprattutto di giovani, che tanto auspicava Paolo Borsellino.
In più di duecento persone hanno accettato la sfida di farsi quattro chilometri e mezzo in salita, alle tre del pomeriggio palermitano, da via D’Amelio fino su al castello Utveggio da dove potrebbe essere stato azionato il comando che ha ucciso Paolo Borsellino e i suoi ragazzi, per chiedere con la loro agenda rossa in mano verità e giustizia su quella e sulle altre stragi attraverso le quali si è fatta politica in Italia e attraverso le quali personaggi squallidi, lugubri e criminali hanno costruito il loro potere e lo detengono occupando indegnamente, come ricorda Salvatore Borsellino, le più alte cariche dello stato.
Quest’uomo coraggioso e arrabbiato che ha girato tutta l’Italia per risvegliare in tutti noi quei valori di cui suo fratello Paolo era rappresentante e baluardo. Quei valori di correttezza, rigore, pulizia interiore, semplicità, forza, coraggio, senso del dovere, umanità, solidarietà che, così come quelli di Giovanni Falcone, incutevano terrore nei mafiosi di Cosa Nostra e nei mafiosi del potere perché avrebbero potuto ostacolare i loro piani e far diventare il nostro un Paese degno, civile e democratico invece di questa italietta da quattro soldi che si vende al miglior offerente per un piatto di lenticchie.
Al grido di giustizia di Salvatore Borsellino hanno risposto più di settecento persone sabato sera, 18 luglio 2009, nell’atrio della facoltà di giurisprudenza di Palermo. Per non contare tutte quelle altre (almeno
300) collegate in diretta streaming da tutta Italia. Un convegno bellissimo, emozionato, partecipato. I relatori, a partire dal saluto iniziale di Rita Borsellino, sono stati continuamente interrotti da uno scrosciare costante, forte e commosso di applausi. Erano anni che a Palermo non si assisteva ad un evento del genere. E invece cosa ha scritto e trasmesso la stampa locale e nazionale? Niente. Un paio di righe qua e là e se citata la conferenza sono stati ben attenti i “nostri colleghi” a non scrivere che è stata organizzata da ANTIMAFIADuemila e che l’appello al sostegno dei magistrati Antonio Ingroia e Nino Di Matteo oltre che alla procura di Caltanissetta impegnati nelle delicatissime indagini sui mandanti impuniti, proprio il titolo della nostra conferenza ignorato da tutti, non è stato lanciato da un fantasma, da un soggetto indefinito, ma dal nostro direttore Giorgio Bongiovanni.
Si sono ben guardati i grandi giornalisti della grande stampa nazionale di riportare poi con attenzione e con il rispetto della completezza dell’informazione le parole dei relatori: Antonio Ingroia, Salvatore Borsellino, Luigi De Magistris e Beppe Lumia.
Informazioni importanti, nuove, esclusive, emozionanti, indice di voglia di riscatto e libertà: una notizia!!!! Ma dove eravate, cari, presunti colleghi, a dormire?
Stesso dicasi per il 19 luglio in via D’Amelio.
borsellino-paolo-web-big.jpgL’obiettivo che si era prefissato Salvatore Borsellino e tutti noi che lo abbiamo accompagnato era di impedire che come ogni anno quella strada teatro di una delle peggiori pagine della nostra storia forse oltraggiata dalle solite corone di fiori come per assicurarsi – dice sempre Salvatore – che Paolo Borsellino sia morto davvero.
Al loro posto quest’anno c’era invece un grande striscione con su scritto “quest’anno i fiori portateli sulla tomba dei vostri eroi” e a fianco c’era una lapide di cartone con la fotografia e le date di nascita e di morte di Vittorio Mangano.
Questa sarebbe dovuta essere la foto di apertura di tutti i giornali almeno per par condicio a tutto lo spazio dato al signor Marcello Dell’Utri, condannato in primo grado a nove anni e mezzo per concorso esterno in associazione mafiosa, e “all’utilizzatore finale” dei suoi buoni contatti, cioè il presidente del consiglio Silvio Berlusconi, quando hanno inneggiato al loro eroe, assassino e mafioso.
E invece non è stata nemmeno accennata.
Sta di fatto che le corone di fiori lì a marcire sul marciapiede quest’anno non c’erano e che i politici non sono venuti a fare la loro passerella.
Questo vuol dire solo una cosa: che Salvatore Borsellino ha vinto la sua sfida!
Che via D’Amelio è stata salvata che la gente comune si è riappropriata della memoria di una strada violentata da una oscura strage di Stato.
Che i politici hanno avuto paura di venire a confrontarsi con quei quattro gatti sotto il sole di via D’Amelio con le loro agende rosse alzate.
Vuol dire che via D’Amelio ha vinto, con buona pace della coscienza dell’italietta al mare.
La buona notizia è che i giornali cartacei stanno per fallire, mentre la rete sta prendendo il sopravvento. Il nostro modesto umile sito di ANTIMAFIADuemila ha raggiunto i 60.000 accessi univoci mensili.
Grazie a tutti voi, grazie a Salvatore Borsellino e a tutti i ragazzi che si sono adoperati perché quest’anno le commemorazioni non fossero di circostanza.
giovedì 25 giugno 2009
La Cassazione conferma il dissequestro. Genchi: ''Saranno accertate le responsabilita' dei pupari''
Gioacchino Genchi riavrà finalmente il suo archivio. Perché non ha commesso illeciti nell’esercizio delle sue funzioni, ma ha semplicemente rispettato le indicazioni dell’allora pubblico ministero Luigi de Magistris.
Come ha sempre fatto, d’altronde, da vent’anni a questa parte con altri pm e con altre procure.
Lo ha deciso la quinta sezione penale della Cassazione, accogliendo la richiesta del sostituto procuratore generale Francesco Salzani che questa mattina ha dichiarato inammissibile il ricorso presentato dalla Procura di Roma contro il dissequestro deciso dal Tribunale del Riesame lo scorso 8 aprile. Quando un’ordinanza aveva scagionato Genchi da tutte le accuse mosse contro di lui predisponendo la restituzione del materiale sequestrato il 13 marzo nell’ambito di un’operazione disposta dai procuratori Toro e Rossi ed eseguita dagli uomini del reparto tecnico del Ros di Roma, guidati dal colonnello Pasquale Angelosanto.
In quell’occasione, nonostante la delibera del Tribunale, la procura romana aveva sorprendentemente deciso di non restituire al consulente la documentazione sottratta. Con un vero e proprio atto di “eversione giudiziaria”, come lo aveva definito lo stesso Genchi, aggravata dal fatto che negli atti portati via vi erano anche acquisizioni importantissime riguardanti proprio gli stessi magistrati che avevano eseguito il sequestro. Solo l’ultimo atto di una vicenda senza precedenti, montata ad arte nel clamore del mainstream mediatico e puntualmente sgonfiata nel silenzio delle aule di Giustizia.
Ora la Suprema Corte ha messo finalmente la parola fine ad un capitolo di questa assurda storia, che si chiuderà domani quando la sesta sezione penale prenderà in esame anche il secondo ricorso presentato dalla Procura di Roma, contro il dissequestro dell’archivio disposto sempre dal Riesame e sempre nel mese di aprile, ma in riferimento all’ipotesi di reato di abuso d’ufficio in relazione all’inchiesta Why Not e per alla presunta illecita raccolta di tabulati, anche riconducibili a parlamentari. Mentre il ricorso di stamattina era riferito all’accusa (infondata) di accesso abusivo al sistema informativo dell’Agenzia delle Entrate.
“Ho sempre avuto fiducia nella giustizia – ci ha detto Genchi in un commento a caldo - e con questo spirito mi sono presentato davanti ai miei giudici. Sono certo che questa vicenda sarà chiarita con l’accertamento delle vere responsabilità dei pupari che l’hanno determinata al solo scopo di sottrarsi alle loro responsabilità.
Alla legittima aspirazione di ogni cittadino ad una ‘giustizia giusta’ e veloce – ha quindi concluso - si aggiunge l’esigenza che la legge sia ‘uguale per tutti’.”
mercoledì 6 maggio 2009
''L'immoralita' e' insita nel nostro Paese'' - Intervista a Bruno Tinti

di Aaron Pettinari - 3 maggio 2009
Intervista a Bruno Tinti (http://www.antimafiaduemila.it/)
Dallo scorso dicembre si autodefinisce un “cantastorie”. Lasciare il proprio lavoro di magistrato dopo oltre 41 anni trascorsi ad occuparsi di diritto penale dell'economia, di falsi in bilancio, di frodi fiscali e reati finanziari sicuramente non è stata una decisione facile.
Non lo è mai quando si ha tanta passione.
“Lascio perché è sempre più difficile fare il magistrato. Sono allo studio riforme legislative che ridurranno i pm a puri dipendenti del ministero di Grazia e Giustizia. Ho sempre fatto il pubblico ministero in modo del tutto autonomo perché, a mio parere, non c' è differenza tra pm e giudice. Come pm ho sempre fatto un lavoro imparziale. Il pm chiede la condanna di un colpevole, non di un imputato. Non credo che possa essere identificato esclusivamente con l' accusa, preferisco definirlo come la parte pubblica che conduce l' indagine cercando di appurare la verità. Questo però presto diventerà impossibile. E quindi io non voglio trovarmi in una magistratura che non è più quella che conosco...”.
Così aveva spiegato la propria decisione lo scorso novembre.
Noi lo abbiamo raggiunto alla presentazione del suo nuovo libro: “La questione immorale”, tenutasi a Porto Sant'Elpidio, in provincia di Ascoli Piceno.
Dottor Tinti, quando si può parlare di “questione immorale”? La classe politica spesso usa questi termini ma poi si perde nel significato della parola stessa con atteggiamenti tutt'altro che morali...
“Io non farei esempi di moralità o immoralità della nostra classe dirigente. Il discorso è molto più ampio. Basta guardare la nostra situazione e la nostra storia. La rappresentanza politica che è presente in Parlamento non è certo nata oggi. Se il Paese, da anni ormai, esprime la propria preferenza per questa classe dirigente evidentemente questo significa che noi cittadini vogliamo essere rappresentati da certi soggetti, perché ci identifichiamo negli stessi. Poi va considerato che siamo in presenza di un circolo vizioso perché i cittadini non sono informati a causa di un tipo di informazione proprietaria che effettua un certo tipo di propaganda. Se il cittadino non viene informato, e non supera questo handicap tentando egli stesso di reperire informazioni tramite internet o quotidiani, ecco che i cittadini restano sudditi, continuando anche in futuro ad esprimere preferenze per leader che approfittano della situazione per proprio vantaggio. Ma la cosa ancora più preoccupante è che la nostra è una classe dirigente inquinata dal malaffare perché ad essere inquinato è il popolo italiano. E per dimostrare questo non serve fare grandi esempi, basta guardare alle piccole cose. Dalle auto parcheggiate in doppia fila, fino ai limiti di velocità mai rispettati. O ancora le leggi sulla parità di diritto tra uomini e donne sul lavoro o tra italiani e stranieri. Queste sono leggi che esistono ma che nel nostro Paese vengono raramente rispettate. E se si è così nel piccolo provate ad immaginare quando si ha tra le mani la gestione del potere”.
Come valuta il problema dell'informazione in Italia? Spesso si assiste alla scomparsa delle notizie. Per esempio in questi giorni Luigi De Magistris, dopo essere stato attaccato a reti unificate, è stato prosciolto da tutte le accuse che gli avevano addebitato. Sui giornali e in tv però nessuno o pochissimo risalto è stato dato a questa notizia, invece, importantissima.
Se ai tempi del terzo Reich Goebbels avesse avuto un ministero della propaganda come quello che abbiamo noi oggi staremmo ancora con il braccio alzato: efficientissimo. Si è assistito e stiamo tutt'ora assistendo a una delegittimazione della magistratura anche a livello subliminale. Persino nelle fiction ad apparire come eroi sono i poliziotti e i carabinieri. Il giudice è quello che “rompe”, un imbecille che non lavora o arriva sempre in ritardo. Anche tramite questi mezzi si fa passare il messaggio che la magistratura è qualcosa che frena il Paese così come dice il nostro ineffabile presidente del consiglio. Quindi appare ovvio che l'informazione, al momento di dare notizie che contrastano tale progetto, preferisce tacere. Mi stupisco dei giornali indipendenti. Avrebbero dovuto dare la notizia.
Restando in tema di delegittimazione una vera e propria strategia è stata ordita ai danni del “consulente” Gioacchino Genchi. La sua opinione a riguardo?
Questo fa parte dell'attacco contro le intercettazioni e della delegittimazione della magistratura e dei suoi funzionari. Hanno fatto credere che esistesse un grande archivio di telefonate registrate facendo intendere ai cittadini che siamo tutti spiati. Un allarme assurdo che l'informazione proprietaria ha reso credibile dando spazio ad opinioni di politici che per cognizione di causa o per non conoscenza, hanno strumentalizzato tutto questo per raggiungere il loro principale obiettivo che è quello di eliminare la possibilità di essere intercettati. Per quanto riguarda l'archivio del dottor Genchi voglio precisare una cosa. Il consulente, per definizione, ha con se la documentazione processuale. La possiede legittimamente perché è il pm a dargliela. Se si vuole effettuare un incrocio sui tabulati telefonici è chiaro che questi finiranno nelle mani del consulente. Un soggetto che dovrà essere sentito poi anche nell'eventuale processo. E se dovrà essere sentito riguardo ad un'indagine da lui compiuta perché non dovrebbe avere copia dei documenti su cui ha lavorato? Come potrebbe rispondere correttamente se no?
Per quanto riguarda le intercettazioni le principali imprese specializzate nell'eseguirle hanno minacciato il governo sia di non accettare futuri incarichi che di interrompere quelli già avviati se non verrà saldato il debito. Quale sarebbe il danno se ciò accadesse?
Secondo me il governo sarà contentissimo di questa cosa. Da tempo sta cercando di bloccare le intercettazioni, e se vi riuscirà senza fare leggi vergogna, prenderà due piccioni con una fava, risparmiando anche un sacco di soldi. Il danno per la giustizia sarebbe incalcolabile perché senza intercettazioni non si potranno più garantire se non quei processi più semplici come omicidi o quegli atti criminali commessi in flagranza di reato. Alcuni reati si scoprono solo tramite indagini complesse, lunghe e le intercettazioni sono fondamentali proprio in questi casi. Che così scomparirebbero dall'ordine dei processi.
Oggi si parla molto di necessità di maggior “controllo della magistratura”. C'è chi vorrebbe che quella italiana si uniformasse a quella straniera, sul modello degli Stati Uniti o della Svizzera.
Si può spiegare in due parole perché in Italia non può funzionare un sistema come questi. Negli Usa giudici ed i procuratori vengono eletti e sono direttamente appoggiati ad un partito. Questo implica una serie di aspetti. E' ovvio che alla fine del suo mandato il procuratore dovrà rendere conto al proprio elettorato. Dal suo agire può dipendere una rielezione o addirittura un avanzamento di carriera a sindaco o governatore. La domanda che subito sorge spontanea è “se può subire pressioni come può svolgere serenamente il proprio lavoro?”. Posso raccontare un episodio che ha coinvolto un collega svizzero. Svolgendo delle indagini su una banca questi era arrivato a scoprire delle movimentazioni con il ministero della giustizia, occupato da uno dei membri del partito che lo aveva eletto procuratore. Alle pressioni che arrivarono rispose con tono minacciando un coinvolgimento della stampa nel caso in cui non avesse più potuto porre a compimento l'indagine. Ecco perché in Italia questo sistema non potrebbe funzionare. Perché la stampa è fortemente intrecciata con la politica mentre all'estero no. A prescindere da questo poi credo che il sistema italiano sia migliore per un semplice motivo. Il giudice è un impiegato dello Stato. Non ci sono elezioni ma dei concorsi e la carriera è dettata dal merito. Ogni mese percepisce uno stipendio a prescindere da quello che sarà il suo giudizio ad un processo. Per questo potrà svolgere il lavoro con assoluta serenità. Certo è vero che può esserci il pm o il giudice corrotto con suoi progetti ed il suo santo protettore politico ma questi sono da considerare come una patologia, una malattia, e non rappresentano l'intera categoria.
Vista la situazione generale quali possono essere gli anticorpi per far fronte al grave stato che ci ha descritto?
“Per prima cosa devo fare una considerazione. Io ho fatto l'impiegato tutta la vita. Io sono un tecnico, quando parlo di giustizia e di diritto; non mi sottraggo a queste domande anche se il mio giudizio vale come quello di qualunque altro. Detto ciò io ripeto ancora una volta che non posso pensare ad una Paese che esprime una classe dirigente diversa da ciò che il Paese stesso è. In un Paese sano non emerge una classe dirigente classe dirigente fondata sul malaffare. E' impossibile. Magari ci sarà una quota fisiologica di politici disonesti ma nel complesso la classe dirigente è sana ed efficiente. In un paese in cui i cittadini per primi non rispettano le regole è ovvio che emerga una classe dirigente di questo tipo. Se questo è vero, e non ho l'autorità per dire se è così o no, allora è dura uscirne perché bisogna aspettare una generazione di cittadini diversa da quella attuale. E quando arriverà chi la educherà? Come? Quindi, purtroppo, c'è da essere pessimisti”.
sabato 25 aprile 2009
La diffida al rispetto della decisione del Tribunale inviata il 23 aprile 2009 alla Procura della Repubblica di Roma
Gioacchino Genchi
Studio legale
Avv. Fabio Repici
PROCURA DELLA REPUBBLICA
presso il Tribunale di Roma
Procedimenti n. 5033/09 e 11434/09 r.g.n.r.
Istanza di restituzione di reperti all’avente diritto
Quale difensore di fiducia del dr. Gioacchino GENCHI, persona sottoposta a indagini nei sopra indicati procedimenti,
tenuto conto delle due ordinanze emesse dal Tribunale del riesame di Roma (nn. 454 e 455 r.g. sequestri) in esito all’udienza dell’8 aprile 2009 (motivazioni depositate il 16 aprile 2009), con le quali sono stati annullati in radice perché illegittimi i decreti di perquisizione e sequestro emessi da codesto Ufficio nei due sopra indicati procedimenti l’11 marzo 2009 ed eseguiti il 13 marzo 2009;
preso atto del provvedimento, apparentemente recante la data del 20 aprile 2009 ma in realtà depositato il 21 aprile 2009, con il quale codesto Ufficio, in violazione delle predette ordinanze del Tribunale del riesame ha disposto la restituzione al dr. Genchi di uno solo dei reperti sequestrati il 13 marzo 2009, ed esattamente del “‘case’ color nero e argento marca “winner” sequestrato presso l’abitazione dell’indagato in data 13.3.2009”, dichiarando, contrariamente al vero, che nessuna altra res appartenente al dr. Genchi sarebbe stata posta sotto sequestro, sostenendo che l’ablazione degli altri reperti sequestrati il 13 marzo 2009 avrebbe riguardato “l’acquisizione di copie”;
che tale ultima affermazione è plasticamente contraria alla realtà, come anche risultante dalle operazioni di sequestro del 13 marzo 2009:
che, infatti, in dettaglio:
A. Il supporto di memorizzazione esterna della capacità di 2TB marca “LACIE” venne acquistato dal dr. Gioacchino Genchi al prezzo di € 371,95 come risulta dal buono di consegna e fattura FPR092205659 emessa il 17 dicembre 2008 da PIXmania-PRO.com (all. 1). Del resto ciò emergeva dai verbali di sequestro e dallo stesso provvedimento di codesto Ufficio (20-21 aprile 2009), laddove si legge che tale supporto contiene “il back-up, effettuato alle ore 23:00 dell’11.3.09, del server denominato ‘CIAMPI’ (contenente il data base ‘TESEO’ e altro) sequestrato presso la sede operativa della C.S.I. srl”. Il back-up risalente alle ore 23 dell’11 marzo 2009 (due giorni prima del sequestro), infatti, venne compiuto dal dr dr. Genchi per esigenze relative alla propria attività e non può, quindi, in nessun modo essere considerato copia, essendo peraltro contenuto in un reperto di notevole valore appartenente al dr . Genchi (si veda anche il verbale di sequestro: “dietro formale richiesta avanzata nei confronti di SANFILIPPO Massimo, in atti generalizzato, veniva fornito il sottonotato materiale informatico, posto sotto sequestro”);
B. Il supporto di memorizzazione esterna della capacità di 3TB marca “LACIE” venne acquistato (insieme ad altro supporto uguale e ad altro con capacità di memoria maggiore) dal dr. Gioacchino Genchi al prezzo di € 499,17 oltre IVA come risulta dalla fattura 1177992 del 26.2.2009 (all. 2) e dalla relativa bolla d’accompagnamento del 25.2.2009 (all. 3). Del resto ciò emergeva dai verbali di sequestro e dallo stesso provvedimento di codesto Ufficio (20-21 aprile 2009), laddove si legge che tale supporto contiene “il back-up, effettuato il 10.3.09, del server denominato ‘GIFUNI’ (contenente il data base ‘TESEO’ e altro) sequestrato presso la sede operativa della C.S.I. srl”. Il back-up risalente al 10 marzo 2009 (tre giorni prima del sequestro), infatti venne compiuto dal dr. Genchi per fini relativi alla propria attività e non può, quindi, in nessun modo essere considerato copia, essendo peraltro contenuto in un reperto di notevole valore appartenente al dr. Genchi (si veda anche il verbale di sequestro: “dietro formale richiesta avanzata nei confronti di SANFILIPPO Massimo, in atti generalizzato, veniva fornito il sottonotato materiale informatico, posto sotto sequestro”);
C. I due DVD contenenti copia del sito web della C.S.I.srl, che come risulta dal verbale di sequestro sono di marca Verbatim capacità 4.7 Gb, vennero acquistati (insieme ad altri esemplari uguali) dalla C.S.I. srl Gioacchino Genchi, come risulta dalla fattura 1538425 dell’8 ottobre 2008 emessa dalla Nierle media group (all. 4). Pertanto anch’essi appartengono inequivocabilmente al dr. Genchi (si veda anche il verbale di sequestro: “dietro formale richiesta avanzata nei confronti di SANFILIPPO Massimo, in atti generalizzato, veniva fornito il sottonotato materiale informatico, posto sotto sequestro”);
D. Il CD contenente copia del programma “Pathdumper” venne acquistato (insieme ad altri esemplari uguali) dal dr. Gioacchino Genchi, come risulta dalla fattura 1364041 del 18 gennaio 2008 emessa dalla Nierle media group (all. 5). Pertanto, anch’esso appartiene inequivocabilmente al dr. Genchi (si veda anche il verbale di sequestro: “dietro formale richiesta avanzata nei confronti di SANFILIPPO Massimo, in atti generalizzato, veniva fornito il sottonotato materiale informatico, posto sotto sequestro”);
E. I quattro supporti (DVD) contenenti una cartella denominata “651.Saladino”, che come risulta dal verbale di sequestro sono due DVD di marca Philips Double Layer da 8,5 Gb e due DVD di marca Verbatim da 4,7 Gb, vennero acquistati (insieme ad altri esemplari uguali) dal dr. Gioacchino Genchi, come risulta (per i due DVD Philips) dalla fattura già indicata come all. 5 e (per i due DVD Verbatim) dalla fattura già indicata come all. 4. Pertanto, anch’essi appartengono inequivocabilmente al dr. Genchi (si veda anche il verbale di sequestro: “dietro formale richiesta avanzata nei confronti di SANFILIPPO Massimo, in atti generalizzato, veniva fornito il sottonotato materiale informatico, posto sotto sequestro”);
che, quindi, in definitiva, tutte le res indebitamente mantenute da codesto Ufficio sotto sequestro in violazione delle sopra richiamate ordinanze del Tribunale del riesame e degli obblighi di legge, appartengono tutte al dr. Genchi;
che, in realtà, tutto il materiale utilizzato dai militari del R.o.s. nei sequestri eseguiti il 13 marzo 2009 appartiene al dr. Genchi, fatta eccezione per la ceralacca utilizzata per l’apposizione dei sigilli (quest’ultima fornita dai militari del R.o.s. dalla Stazione CC. che si trova nello stesso stabile degli uffici del dr. Genchi);
che così la carta da imballo utilizzata dal R.o.s. fu acquistata dalla C.S.I. srl, come risulta dalla fattura 2386 e dallo scontrino del 18 novembre 2008 emessi dalla Bellotti s.r.l. (all. 6), lo spago utilizzato dal R.o.s. fu acquistato dalla C.S.I. srl, come risulta dalla fattura 5423 del 22 giugno 2001 emessa dalla Bellotti s.r.l. (all. 7), e il nastro utilizzato dal R.o.s. fu acquistato dalla C.S.I. srl, come risulta dalla fattura emessa il 15 gennaio 2002 da EMME Distribuzione s.r.l. (all. 8) e dalla relativa bolla di consegna del 16 gennaio 2002 (all. 9);
che, per tutto quanto sopra, tutte le res in sequestro devono immantinente essere restituite all’avente diritto dr. Gioacchino Genchi, essendo contra legem qualunque altra determinazione di codesto Ufficio;
per le indicate ragioni
diffido
codesto Ufficio, anche ai sensi dell’art. 328 c.p., affinché provveda all’immediata restituzione al dr. Genchi di tutti i reperti sequestrati il 13 marzo 2009, con l’invito a non violare, prima della restituzione, i sigilli, stante l’illegittimità del sequestro statuita dal Tribunale del riesame.
Messina, 23 aprile 2009
Avv. Fabio Repici
giovedì 23 aprile 2009
Gli ultimi aggiornamenti sulla farsa della Prcoura della Repubblica di Roma, nel silenzio delle Istituzuoni e della stampa di regime

Genchi lancia un appello a Napolitano: ''Intervenga, rivoglio il mio archivio''
Roma, 21 aprile 2009, ore 13:10 - Il consulente informatico dell'ex pm De Magistris chiede l'intervento del capo dello Stato: ''La Procura di Roma sta deliberatamente rifiutando la restituzione dei reperti e dei dati sequestrati presso il mio studio. Siamo in presenza di un atto eversivo di inaudita gravità"
Roma, 21 apr. - (Adnkronos) - L'intervento del presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano e' stato chiesto da Gioacchino Genchi, il consulente informatico dell'ex pm Luigi De Magistris per ottenere la restituzione degli atti e dei dati sequestrati di recente nel suo ufficio dal Ros dei carabinieri su disposizione della Procura di Roma. La scorsa settimana il Tribunale del riesame aveva accolto la richiesta di Genchi e del suo legale, Fabio Repici di restituire i documenti sequestrati. Ma oggi la Procura della capitale, secondo quanto dice Genchi si sarebbe rifiutata di farlo.
''La Procura di Roma, nonostante la lapalissiana evidenza dei provvedimenti di annullamento delle perquisizioni e dei sequestri illegittimamente eseguiti e disposti dal Tribunale del riesame, sta deliberatamente rifiutando la restituzione dei reperti e dei dati sequestrati presso il mio studio - dice Genchi all'ADNKRONOS - contenenti risultanze di indagini riservatissime di numerosi uffici giudiziari anche nei confronti di magistrati della stessa Procura di Roma''.
Secondo Genchi ''siamo in presenza di un atto eversivo di inaudita gravita'. Chiediamo l'immediato intervento del capo dello Stato e, per gli atti urgenti concernenti l'esecuzione del provvedimento del riesame, del procuratore generale di Roma e del procuratore della Repubblica di Perugia''. Genchi e Repici sono ancora in Procura di Roma.
http://www.adnkronos.com/

GENCHI: "ABUSI DA PROCURA ROMA, TRATTIENE MIO ARCHIVIO"
Palermo, 21 aprile 2009, ore 13:52 - Il superconsulente informatico nell'inchiesta Why Not, Gioacchino Genchi, denuncia presunti abusi da parte della Procura di Roma, per la mancata restituzione dei dispositivi elettronici e dei dati sequestrati allo stesso Genchi il 13 marzo e di cui il Tribunale del Riesame della capitale aveva ordinato la restituzione. "La Procura di Roma - dice Genchi in una nota - rifiuta illegittimamente la restituzione di quanto, altrettanto illegittimamente, era stato sequestrato dai carabinieri del Ros. Siamo in presenza di un atto eversivo di proporzioni inaudite e per questo chiediamo l'immediato intervento del Capo dello Stato, del procuratore generale di Roma e del procuratore di Perugia". Quest'ultimo intervento, secondo Genchi, e' necessario perche' i sequestri hanno riguardato "indagini riservatissime di varie autorita' giudiziarie e contengono precise acquisizioni e intercettazioni telefoniche - prosegue la nota - riguardanti gli stessi magistrati che hanno proceduto al sequestro e un altro magistrato gia' in servizio alla Procura di Roma e di recente nominato a incarichi ministeriali". Genchi conclude sostenendo che "le acquisizioni delle indagini Why not, riguardanti quel magistrato, sono state legittimamente eseguite dal Pm Luigi De Magistris, quando il magistrato in questione ricopriva l'incarico di Pm di Roma. Il sinedrio della magistratura romana intende stravolgere le regole e i principi dell'ordinamento giuridico".
http://www.repubblica.it/

La procura di Roma non restituisce l'archivio. Genchi si appella a Napolitano. 21 aprile 2009
Apprendiamo proprio ora che nonostante l’ordinanza del Tribunale del Riesame la procura di Roma ha deciso deliberatamente che non restituirà l’archivio sottratto lo scorso 13 marzo a Gioacchino Genchi.
Il consulente delle procure ha invocato l’immediato intervento del capo della Stato, della Pg di Roma e della procura di Perugia. “Siamo in presenza – ha detto - di un atto di eversione giudiziaria di una gravità inaudita. Negli atti del sequestro vi sono infatti acquisizioni importantissime riguardanti gli stessi magistrati della procura di Roma che hanno eseguito il sequestro”.
E’ roba da matti. E da criminali. La procura di Roma, nonostante l’ordinanza del Tribunale del Riesame che scagiona Gioacchino Genchi da tutte le accuse mosse contro di lui non vuole restituire l’archivio sottratto al consulente delle procure lo scorso 13 marzo. Nell’ambito di un’operazione di sequestro disposta dai procuratori Toro e Rossi ed eseguita dagli uomini del reparto tecnico del Ros di Roma, guidati dal colonnello Pasquale Angelosanto.
Gioacchino Genchi, si legge in quelle carte firmate dal presidente estensore Francesco Taurisano – che proponiamo in forma integrale (SCARICA IN PDF 1- 2) – ha agito correttamente, non ha violato la legge quando, nella veste di collaboratore dell’ex pm di Catanzaro Luigi De Magistris, ha acquisito ed elaborato i tabulati telefonici relativi a utenze in uso a parlamentari ed esponenti dei servizi di sicurezza, né ha violato la privacy quando ha effettuato 2600 interrogazioni all’Anagrafe Tributaria utilizzando l’abilitazione del Comune di Mazara del Vallo. Non arrecando “nocumento” ad alcuno.
Ancora, scrive il riesame, “le attività di acquisizione, di elaborazione e di trattamento dei dati storicizzati nei tabulati attestanti il traffico telefonico non possono definirsi illecite”. Perché Genchi “non violò le guarentigie a tutela dei parlamentari interessati dalle acquisizioni dei tabulati di traffico telefonico”, agendo, “di volta in volta, in forza del decreto autorizzatorio emesso dal pm, comunicandogli ogni emergenza di conoscenza storica circa il coinvolgimento di membri del Parlamento come soggetti intestatari ovvero usuari di utenze di telefonia”.
In quanto al contestato profilo di illiceità nella condotta acquisitiva si legge che anche questo è inconsistente, così come non è rinvenibile illiceità “nell’esercizio delle funzioni di elaborazione e trattamento dei dati, legittimamente e lecitamente raccolti in forza dei provvedimenti del pm, funzioni legalmente dovute nella qualità di consulente tecnico”.
Stesso discorso per l’analisi delle utenze telefoniche intestate alla Presidenza del Consiglio, al ministero della Difesa, a quello dell’Interno e a una persona. Mentre la procura di Roma, secondo il tribunale del riesame, “non ha definito la specificità e la concretezza della violazione addebitabile al consulente tecnico, strutturante ‘il factum’ costituente il reato di abuso d’ufficio”.
In parole povere, Gioacchino Genchi, ha sempre agito “nell’esercizio delle sue funzioni di ausiliare del pm De Magistris” anche per quanto concerne i tabulati di uomini dei servizi segreti. Per i quali non è “dato comprendere il nocumento per la sicurezza dello Stato”. Ma soprattutto “il tribunale non rinviene la norma di legge, ovvero di regolamento” che vieterebbe l’acquisizione di tabulati di uno 007.
La redazione di AntimafiaDuemila aderisce con piena convinzione alla richiesta di intervento di Gioacchino Genchi e se ne rende promotrice nella speranza che possa trionfare la Giustizia.
L'avvocato di Genchi: ''Nell'archivio del consulente le indagini sulla procura di Roma''
“Siamo oltre il porto delle nebbie”.
Lo ha dichiarato Fabio Repici, avvocato di Gioacchino Genchi, in seguito alla decisione della procura di Roma di non restituire l’archivio del consulente nonostante l’ordinanza del Tribunale del Riesame. “Oggi – ha spiegato il legale, la procura capitolina – ha fatto ammutinamento rispetto ai provvedimenti dei giudici che hanno decretato l’illegittimità totale dell’operato della stessa Procura. I reperti che la Procura di Roma sta mantenendo abusivamente in sequestro sono tutti di proprietà del dr. Gioacchino Genchi”. Per tale motivi oggi i pm romani “si sono resi responsabili, tra l’altro, dei reati di rifiuto di atti d’ufficio e di appropriazione indebita”. Tanto più che “nei supporti informatici trattenuti ci sono atti relativi a delicate indagini per le quali il dr. Genchi aveva ricevuto incarichi dall’Autorità giudiziaria. E ci sono perfino atti e intercettazioni che riguardano il procuratore aggiunto Toro: tra l’altro sue conversazioni nelle quali nel maggio 2006 concordava con altra persona, con insospettabili capacità profetiche, gli incarichi al ministero della giustizia presso l’appena nominato ministro Mastella e presso altri ministeri, riferendo anche gli incarichi graditi da altri magistrati romani, ivi compreso il dr. Nello Rossi. I magistrati della Procura di Salerno sono stati cacciati su due piedi dal Csm per aver emesso un provvedimento dichiarato legittimo dal competente Tribunale del riesame. Mi chiedo: cosa assicura ai magistrati romani l’impunità davanti al Csm ed al ministro della giustizia? Mi auguro – ha concluso - che la risposta non sia da rintracciare nel contenuto di quelle conversazioni”।
http://www.antimafiaduemila.it/
venerdì 10 aprile 2009
Il Tribunale del Riesame di Roma ha annullato la perquisizione ed i sequestri del ROS del 13 marzo 2009
Ringrazio il mio difensore – l’avv. Fabio Repici – per l’eccellente impegno profuso nel difendermi.
Ringrazio i tanti amici che mi sono stati vicini da ogni parte d’Italia. Spero solo di trovare il tempo, a questo punto, per rispondere alle centinaia di migliaia di e-mail e di messaggi su facebook che ho ricevuto in questi giorni.
Confermo la mia più assoluta stima ed incondizionata subordinazione al Capo della Polizia, alle Istituzioni dello Stato e ringrazio i tantissimi colleghi della Polizia di Stato, dell’Arma dei Carabinieri, del ROS, della DIA e della Guardia di Finanza, con i quali ho avuto l’onore di collaborare in oltre 20 anni della mia attività professionale.
Ringrazio ancora i numerosi signori magistrati – requirenti e giudicanti – che hanno avuto fiducia nel mio lavoro e nella mia persona e che questa fiducia mi hanno confermato fino a ieri, con attestazioni di stima e conferimenti di incarichi in delicatissimi procedimenti di mafia e di omicidio, anche pendenti presso la Procura della Repubblica di Roma che mi ha indagato.
Un grazie particolare va a mia moglie ed ai miei figli, che mi sono stati vicino ed insieme a me hanno sofferto questo calvario e patito le ingiustizie di una perquisizione domiciliare della mia abitazione e delle abitazioni di Trabia e di Castelbuono dei miei congiunti, che i giudici del Riesame di Roma hanno dichiarato del tutto illegittime.
In ultimo mi sia consentito di ringraziare più di tutti Salvatore Borsellino ed i ragazzi del movimento 19 luglio 1992, che mi hanno dato la forza e la voce per resistere alle ingiustizie che ho subito.
Gioacchino Genchi
Palermo, 10 aprile 2009
lunedì 23 marzo 2009
Sono stato sospeso dal servizio dalla Polizia di Stato
Col provvedimento di sospensione dal servizio mi sono stati ritirati il tesserino, la pistola e le manette.
Il provvedimento è fondato sulla mia replica al giornalista Gianluigi Nuzzi di Panorama, che mi aveva dato del bugiardo su facebook. Il mio amico Marco Bertelli ha ripreso la chat, pubblicandola sul mio blog “Legittima difesa”.
Il senso dello Stato ed il rispetto che ho per le Istituzioni mi impongono di tacere e subire in silenzio.
Sono vicino e solidale con chi in questo momento, probabilmente, è sottoposto a pressioni politiche assai maggiori delle violenze e delle mistificazioni che sto subendo io.
Confermo da cittadino e da poliziotto la mia assoluta stima e subordinazione al Capo della Polizia – Prefetto Antonio Manganelli – che ha adottato il provvedimento di sospensione.
Mi difenderò nelle sedi istituzionali senza mai perdere la mia fiducia nella Giustizia e nelle Istituzioni.
Vi ringrazio di tutto e spero che le mie sofferenze servano al trionfo della Verità ed alla vittoria dei giusti.
Un forte abbraccio per tutti quanti mi siete stati e mi sarete vicini!
Gioacchino Genchi
giovedì 19 marzo 2009
Auguri a tutti i papà, in una Patria che ormai sembra rimasta orfana ... L'affetto e l'abbraccio dei miei figli mi consola e mi aiuta a combattere
di Marco Bertelli (dal sito http://www.19luglio1992.com/index.php?option=com_content&view=article&id=1190:botta-e-risposta-tra-gioacchino-genchi-e-gianluigi-nuzzi-su-facebook&catid=20:altri-documenti&Itemid=43)
Facebook, il popolare sito di social network, sta diventando uno strumento molto comodo per scambiarsi informazioni ed organizzare iniziative a partire dalla rete. Vogliamo prestare al




