giovedì 25 giugno 2009

La Cassazione conferma il dissequestro. Genchi: ''Saranno accertate le responsabilita' dei pupari''

di Monica Centofante - 25 giugno 2009 (www.antimafiaduemila.it)
Gioacchino Genchi riavrà finalmente il suo archivio. Perché non ha commesso illeciti nell’esercizio delle sue funzioni, ma ha semplicemente rispettato le indicazioni dell’allora pubblico ministero Luigi de Magistris.

Come ha sempre fatto, d’altronde, da vent’anni a questa parte con altri pm e con altre procure.
Lo ha deciso la quinta sezione penale della Cassazione, accogliendo la richiesta del sostituto procuratore generale Francesco Salzani che questa mattina ha dichiarato inammissibile il ricorso presentato dalla Procura di Roma contro il dissequestro deciso dal Tribunale del Riesame lo scorso 8 aprile. Quando un’ordinanza aveva scagionato Genchi da tutte le accuse mosse contro di lui predisponendo la restituzione del materiale sequestrato il 13 marzo nell’ambito di un’operazione disposta dai procuratori Toro e Rossi ed eseguita dagli uomini del reparto tecnico del Ros di Roma, guidati dal colonnello Pasquale Angelosanto.
In quell’occasione, nonostante la delibera del Tribunale, la procura romana aveva sorprendentemente deciso di non restituire al consulente la documentazione sottratta. Con un vero e proprio atto di “eversione giudiziaria”, come lo aveva definito lo stesso Genchi, aggravata dal fatto che negli atti portati via vi erano anche acquisizioni importantissime riguardanti proprio gli stessi magistrati che avevano eseguito il sequestro. Solo l’ultimo atto di una vicenda senza precedenti, montata ad arte nel clamore del mainstream mediatico e puntualmente sgonfiata nel silenzio delle aule di Giustizia.
Ora la Suprema Corte ha messo finalmente la parola fine ad un capitolo di questa assurda storia, che si chiuderà domani quando la sesta sezione penale prenderà in esame anche il secondo ricorso presentato dalla Procura di Roma, contro il dissequestro dell’archivio disposto sempre dal Riesame e sempre nel mese di aprile, ma in riferimento all’ipotesi di reato di abuso d’ufficio in relazione all’inchiesta Why Not e per alla presunta illecita raccolta di tabulati, anche riconducibili a parlamentari. Mentre il ricorso di stamattina era riferito all’accusa (infondata) di accesso abusivo al sistema informativo dell’Agenzia delle Entrate.
“Ho sempre avuto fiducia nella giustizia – ci ha detto Genchi in un commento a caldo - e con questo spirito mi sono presentato davanti ai miei giudici. Sono certo che questa vicenda sarà chiarita con l’accertamento delle vere responsabilità dei pupari che l’hanno determinata al solo scopo di sottrarsi alle loro responsabilità.
Alla legittima aspirazione di ogni cittadino ad una ‘giustizia giusta’ e veloce – ha quindi concluso - si aggiunge l’esigenza che la legge sia ‘uguale per tutti’.”

mercoledì 6 maggio 2009

''L'immoralita' e' insita nel nostro Paese'' - Intervista a Bruno Tinti


di Aaron Pettinari - 3 maggio 2009
Intervista a Bruno Tinti (http://www.antimafiaduemila.it/)
Dallo scorso dicembre si autodefinisce un “cantastorie”. Lasciare il proprio lavoro di magistrato dopo oltre 41 anni trascorsi ad occuparsi di diritto penale dell'economia, di falsi in bilancio, di frodi fiscali e reati finanziari sicuramente non è stata una decisione facile.
Non lo è mai quando si ha tanta passione.
“Lascio perché è sempre più difficile fare il magistrato. Sono allo studio riforme legislative che ridurranno i pm a puri dipendenti del ministero di Grazia e Giustizia. Ho sempre fatto il pubblico ministero in modo del tutto autonomo perché, a mio parere, non c' è differenza tra pm e giudice. Come pm ho sempre fatto un lavoro imparziale. Il pm chiede la condanna di un colpevole, non di un imputato. Non credo che possa essere identificato esclusivamente con l' accusa, preferisco definirlo come la parte pubblica che conduce l' indagine cercando di appurare la verità. Questo però presto diventerà impossibile. E quindi io non voglio trovarmi in una magistratura che non è più quella che conosco...”.
Così aveva spiegato la propria decisione lo scorso novembre.
Noi lo abbiamo raggiunto alla presentazione del suo nuovo libro: “La questione immorale”, tenutasi a Porto Sant'Elpidio, in provincia di Ascoli Piceno.

Dottor Tinti, quando si può parlare di “questione immorale”? La classe politica spesso usa questi termini ma poi si perde nel significato della parola stessa con atteggiamenti tutt'altro che morali...
“Io non farei esempi di moralità o immoralità della nostra classe dirigente. Il discorso è molto più ampio. Basta guardare la nostra situazione e la nostra storia. La rappresentanza politica che è presente in Parlamento non è certo nata oggi. Se il Paese, da anni ormai, esprime la propria preferenza per questa classe dirigente evidentemente questo significa che noi cittadini vogliamo essere rappresentati da certi soggetti, perché ci identifichiamo negli stessi. Poi va considerato che siamo in presenza di un circolo vizioso perché i cittadini non sono informati a causa di un tipo di informazione proprietaria che effettua un certo tipo di propaganda. Se il cittadino non viene informato, e non supera questo handicap tentando egli stesso di reperire informazioni tramite internet o quotidiani, ecco che i cittadini restano sudditi, continuando anche in futuro ad esprimere preferenze per leader che approfittano della situazione per proprio vantaggio. Ma la cosa ancora più preoccupante è che la nostra è una classe dirigente inquinata dal malaffare perché ad essere inquinato è il popolo italiano. E per dimostrare questo non serve fare grandi esempi, basta guardare alle piccole cose. Dalle auto parcheggiate in doppia fila, fino ai limiti di velocità mai rispettati. O ancora le leggi sulla parità di diritto tra uomini e donne sul lavoro o tra italiani e stranieri. Queste sono leggi che esistono ma che nel nostro Paese vengono raramente rispettate. E se si è così nel piccolo provate ad immaginare quando si ha tra le mani la gestione del potere”.

Come valuta il problema dell'informazione in Italia? Spesso si assiste alla scomparsa delle notizie. Per esempio in questi giorni Luigi De Magistris, dopo essere stato attaccato a reti unificate, è stato prosciolto da tutte le accuse che gli avevano addebitato. Sui giornali e in tv però nessuno o pochissimo risalto è stato dato a questa notizia, invece, importantissima.
Se ai tempi del terzo Reich Goebbels avesse avuto un ministero della propaganda come quello che abbiamo noi oggi staremmo ancora con il braccio alzato: efficientissimo. Si è assistito e stiamo tutt'ora assistendo a una delegittimazione della magistratura anche a livello subliminale. Persino nelle fiction ad apparire come eroi sono i poliziotti e i carabinieri. Il giudice è quello che “rompe”, un imbecille che non lavora o arriva sempre in ritardo. Anche tramite questi mezzi si fa passare il messaggio che la magistratura è qualcosa che frena il Paese così come dice il nostro ineffabile presidente del consiglio. Quindi appare ovvio che l'informazione, al momento di dare notizie che contrastano tale progetto, preferisce tacere. Mi stupisco dei giornali indipendenti. Avrebbero dovuto dare la notizia.

Restando in tema di delegittimazione una vera e propria strategia è stata ordita ai danni del “consulente” Gioacchino Genchi. La sua opinione a riguardo?
Questo fa parte dell'attacco contro le intercettazioni e della delegittimazione della magistratura e dei suoi funzionari. Hanno fatto credere che esistesse un grande archivio di telefonate registrate facendo intendere ai cittadini che siamo tutti spiati. Un allarme assurdo che l'informazione proprietaria ha reso credibile dando spazio ad opinioni di politici che per cognizione di causa o per non conoscenza, hanno strumentalizzato tutto questo per raggiungere il loro principale obiettivo che è quello di eliminare la possibilità di essere intercettati. Per quanto riguarda l'archivio del dottor Genchi voglio precisare una cosa. Il consulente, per definizione, ha con se la documentazione processuale. La possiede legittimamente perché è il pm a dargliela. Se si vuole effettuare un incrocio sui tabulati telefonici è chiaro che questi finiranno nelle mani del consulente. Un soggetto che dovrà essere sentito poi anche nell'eventuale processo. E se dovrà essere sentito riguardo ad un'indagine da lui compiuta perché non dovrebbe avere copia dei documenti su cui ha lavorato? Come potrebbe rispondere correttamente se no?

Per quanto riguarda le intercettazioni le principali imprese specializzate nell'eseguirle hanno minacciato il governo sia di non accettare futuri incarichi che di interrompere quelli già avviati se non verrà saldato il debito. Quale sarebbe il danno se ciò accadesse?
Secondo me il governo sarà contentissimo di questa cosa. Da tempo sta cercando di bloccare le intercettazioni, e se vi riuscirà senza fare leggi vergogna, prenderà due piccioni con una fava, risparmiando anche un sacco di soldi. Il danno per la giustizia sarebbe incalcolabile perché senza intercettazioni non si potranno più garantire se non quei processi più semplici come omicidi o quegli atti criminali commessi in flagranza di reato. Alcuni reati si scoprono solo tramite indagini complesse, lunghe e le intercettazioni sono fondamentali proprio in questi casi. Che così scomparirebbero dall'ordine dei processi.

Oggi si parla molto di necessità di maggior “controllo della magistratura”. C'è chi vorrebbe che quella italiana si uniformasse a quella straniera, sul modello degli Stati Uniti o della Svizzera.
Si può spiegare in due parole perché in Italia non può funzionare un sistema come questi. Negli Usa giudici ed i procuratori vengono eletti e sono direttamente appoggiati ad un partito. Questo implica una serie di aspetti. E' ovvio che alla fine del suo mandato il procuratore dovrà rendere conto al proprio elettorato. Dal suo agire può dipendere una rielezione o addirittura un avanzamento di carriera a sindaco o governatore. La domanda che subito sorge spontanea è “se può subire pressioni come può svolgere serenamente il proprio lavoro?”. Posso raccontare un episodio che ha coinvolto un collega svizzero. Svolgendo delle indagini su una banca questi era arrivato a scoprire delle movimentazioni con il ministero della giustizia, occupato da uno dei membri del partito che lo aveva eletto procuratore. Alle pressioni che arrivarono rispose con tono minacciando un coinvolgimento della stampa nel caso in cui non avesse più potuto porre a compimento l'indagine. Ecco perché in Italia questo sistema non potrebbe funzionare. Perché la stampa è fortemente intrecciata con la politica mentre all'estero no. A prescindere da questo poi credo che il sistema italiano sia migliore per un semplice motivo. Il giudice è un impiegato dello Stato. Non ci sono elezioni ma dei concorsi e la carriera è dettata dal merito. Ogni mese percepisce uno stipendio a prescindere da quello che sarà il suo giudizio ad un processo. Per questo potrà svolgere il lavoro con assoluta serenità. Certo è vero che può esserci il pm o il giudice corrotto con suoi progetti ed il suo santo protettore politico ma questi sono da considerare come una patologia, una malattia, e non rappresentano l'intera categoria.

Vista la situazione generale quali possono essere gli anticorpi per far fronte al grave stato che ci ha descritto?
“Per prima cosa devo fare una considerazione. Io ho fatto l'impiegato tutta la vita. Io sono un tecnico, quando parlo di giustizia e di diritto; non mi sottraggo a queste domande anche se il mio giudizio vale come quello di qualunque altro. Detto ciò io ripeto ancora una volta che non posso pensare ad una Paese che esprime una classe dirigente diversa da ciò che il Paese stesso è. In un Paese sano non emerge una classe dirigente classe dirigente fondata sul malaffare. E' impossibile. Magari ci sarà una quota fisiologica di politici disonesti ma nel complesso la classe dirigente è sana ed efficiente. In un paese in cui i cittadini per primi non rispettano le regole è ovvio che emerga una classe dirigente di questo tipo. Se questo è vero, e non ho l'autorità per dire se è così o no, allora è dura uscirne perché bisogna aspettare una generazione di cittadini diversa da quella attuale. E quando arriverà chi la educherà? Come? Quindi, purtroppo, c'è da essere pessimisti”.

sabato 25 aprile 2009

La diffida al rispetto della decisione del Tribunale inviata il 23 aprile 2009 alla Procura della Repubblica di Roma

Nel silenzio più assoluto delle Istituzioni dello Stato preposte al controllo di legalità dei magistrati, ritengo doveroso pubblicare la diffida che il 23 aprile 2009 il mio legale, l'avv. Fabio Repici, ha inviato al Procuratore della Repubblica di Roma Giovanni Ferrara ed ai Procuratori Aggiunti Nello Rossi e Achille Toro che, con il Sostituto Procuratore Andrea De Gasperis hanno inopinatamente rifiutato la restituzione dei reperti informatici e dei dati sequestrati illegittimamente dal ROS presso il mio studio il 13 marzo 2009, a seguito di una perquisizione e di un sequestro annullato in toto dal Tribunale del Riesame di Roma, con le ordinanze dell'8 aprile 2009.
Gioacchino Genchi



Studio legale
Avv. Fabio Repici

PROCURA DELLA REPUBBLICA
presso il Tribunale di Roma

Procedimenti n. 5033/09 e 11434/09 r.g.n.r.

Istanza di restituzione di reperti all’avente diritto

Quale difensore di fiducia del dr. Gioacchino GENCHI, persona sottoposta a indagini nei sopra indicati procedimenti,
tenuto conto delle due ordinanze emesse dal Tribunale del riesame di Roma (nn. 454 e 455 r.g. sequestri) in esito all’udienza dell’8 aprile 2009 (motivazioni depositate il 16 aprile 2009), con le quali sono stati annullati in radice perché illegittimi i decreti di perquisizione e sequestro emessi da codesto Ufficio nei due sopra indicati procedimenti l’11 marzo 2009 ed eseguiti il 13 marzo 2009;
preso atto del provvedimento, apparentemente recante la data del 20 aprile 2009 ma in realtà depositato il 21 aprile 2009, con il quale codesto Ufficio, in violazione delle predette ordinanze del Tribunale del riesame ha disposto la restituzione al dr. Genchi di uno solo dei reperti sequestrati il 13 marzo 2009, ed esattamente del “‘case’ color nero e argento marca “winner” sequestrato presso l’abitazione dell’indagato in data 13.3.2009”, dichiarando, contrariamente al vero, che nessuna altra res appartenente al dr. Genchi sarebbe stata posta sotto sequestro, sostenendo che l’ablazione degli altri reperti sequestrati il 13 marzo 2009 avrebbe riguardato “l’acquisizione di copie”;
che tale ultima affermazione è plasticamente contraria alla realtà, come anche risultante dalle operazioni di sequestro del 13 marzo 2009:
che, infatti, in dettaglio:
A. Il supporto di memorizzazione esterna della capacità di 2TB marca “LACIE” venne acquistato dal dr. Gioacchino Genchi al prezzo di € 371,95 come risulta dal buono di consegna e fattura FPR092205659 emessa il 17 dicembre 2008 da PIXmania-PRO.com (all. 1). Del resto ciò emergeva dai verbali di sequestro e dallo stesso provvedimento di codesto Ufficio (20-21 aprile 2009), laddove si legge che tale supporto contiene “il back-up, effettuato alle ore 23:00 dell’11.3.09, del server denominato ‘CIAMPI’ (contenente il data base ‘TESEO’ e altro) sequestrato presso la sede operativa della C.S.I. srl”. Il back-up risalente alle ore 23 dell’11 marzo 2009 (due giorni prima del sequestro), infatti, venne compiuto dal dr dr. Genchi per esigenze relative alla propria attività e non può, quindi, in nessun modo essere considerato copia, essendo peraltro contenuto in un reperto di notevole valore appartenente al dr . Genchi (si veda anche il verbale di sequestro: “dietro formale richiesta avanzata nei confronti di SANFILIPPO Massimo, in atti generalizzato, veniva fornito il sottonotato materiale informatico, posto sotto sequestro”);
B. Il supporto di memorizzazione esterna della capacità di 3TB marca “LACIE” venne acquistato (insieme ad altro supporto uguale e ad altro con capacità di memoria maggiore) dal dr. Gioacchino Genchi al prezzo di € 499,17 oltre IVA come risulta dalla fattura 1177992 del 26.2.2009 (all. 2) e dalla relativa bolla d’accompagnamento del 25.2.2009 (all. 3). Del resto ciò emergeva dai verbali di sequestro e dallo stesso provvedimento di codesto Ufficio (20-21 aprile 2009), laddove si legge che tale supporto contiene “il back-up, effettuato il 10.3.09, del server denominato ‘GIFUNI’ (contenente il data base ‘TESEO’ e altro) sequestrato presso la sede operativa della C.S.I. srl”. Il back-up risalente al 10 marzo 2009 (tre giorni prima del sequestro), infatti venne compiuto dal dr. Genchi per fini relativi alla propria attività e non può, quindi, in nessun modo essere considerato copia, essendo peraltro contenuto in un reperto di notevole valore appartenente al dr. Genchi (si veda anche il verbale di sequestro: “dietro formale richiesta avanzata nei confronti di SANFILIPPO Massimo, in atti generalizzato, veniva fornito il sottonotato materiale informatico, posto sotto sequestro”);
C. I due DVD contenenti copia del sito web della C.S.I.srl, che come risulta dal verbale di sequestro sono di marca Verbatim capacità 4.7 Gb, vennero acquistati (insieme ad altri esemplari uguali) dalla C.S.I. srl Gioacchino Genchi, come risulta dalla fattura 1538425 dell’8 ottobre 2008 emessa dalla Nierle media group (all. 4). Pertanto anch’essi appartengono inequivocabilmente al dr. Genchi (si veda anche il verbale di sequestro: “dietro formale richiesta avanzata nei confronti di SANFILIPPO Massimo, in atti generalizzato, veniva fornito il sottonotato materiale informatico, posto sotto sequestro”);
D. Il CD contenente copia del programma “Pathdumper” venne acquistato (insieme ad altri esemplari uguali) dal dr. Gioacchino Genchi, come risulta dalla fattura 1364041 del 18 gennaio 2008 emessa dalla Nierle media group (all. 5). Pertanto, anch’esso appartiene inequivocabilmente al dr. Genchi (si veda anche il verbale di sequestro: “dietro formale richiesta avanzata nei confronti di SANFILIPPO Massimo, in atti generalizzato, veniva fornito il sottonotato materiale informatico, posto sotto sequestro”);
E. I quattro supporti (DVD) contenenti una cartella denominata “651.Saladino”, che come risulta dal verbale di sequestro sono due DVD di marca Philips Double Layer da 8,5 Gb e due DVD di marca Verbatim da 4,7 Gb, vennero acquistati (insieme ad altri esemplari uguali) dal dr. Gioacchino Genchi, come risulta (per i due DVD Philips) dalla fattura già indicata come all. 5 e (per i due DVD Verbatim) dalla fattura già indicata come all. 4. Pertanto, anch’essi appartengono inequivocabilmente al dr. Genchi (si veda anche il verbale di sequestro: “dietro formale richiesta avanzata nei confronti di SANFILIPPO Massimo, in atti generalizzato, veniva fornito il sottonotato materiale informatico, posto sotto sequestro”);
che, quindi, in definitiva, tutte le res indebitamente mantenute da codesto Ufficio sotto sequestro in violazione delle sopra richiamate ordinanze del Tribunale del riesame e degli obblighi di legge, appartengono tutte al dr. Genchi;
che, in realtà, tutto il materiale utilizzato dai militari del R.o.s. nei sequestri eseguiti il 13 marzo 2009 appartiene al dr. Genchi, fatta eccezione per la ceralacca utilizzata per l’apposizione dei sigilli (quest’ultima fornita dai militari del R.o.s. dalla Stazione CC. che si trova nello stesso stabile degli uffici del dr. Genchi);
che così la carta da imballo utilizzata dal R.o.s. fu acquistata dalla C.S.I. srl, come risulta dalla fattura 2386 e dallo scontrino del 18 novembre 2008 emessi dalla Bellotti s.r.l. (all. 6), lo spago utilizzato dal R.o.s. fu acquistato dalla C.S.I. srl, come risulta dalla fattura 5423 del 22 giugno 2001 emessa dalla Bellotti s.r.l. (all. 7), e il nastro utilizzato dal R.o.s. fu acquistato dalla C.S.I. srl, come risulta dalla fattura emessa il 15 gennaio 2002 da EMME Distribuzione s.r.l. (all. 8) e dalla relativa bolla di consegna del 16 gennaio 2002 (all. 9);
che, per tutto quanto sopra, tutte le res in sequestro devono immantinente essere restituite all’avente diritto dr. Gioacchino Genchi, essendo contra legem qualunque altra determinazione di codesto Ufficio;
per le indicate ragioni
diffido
codesto Ufficio, anche ai sensi dell’art. 328 c.p., affinché provveda all’immediata restituzione al dr. Genchi di tutti i reperti sequestrati il 13 marzo 2009, con l’invito a non violare, prima della restituzione, i sigilli, stante l’illegittimità del sequestro statuita dal Tribunale del riesame.
Messina, 23 aprile 2009
Avv. Fabio Repici

giovedì 23 aprile 2009

Gli ultimi aggiornamenti sulla farsa della Prcoura della Repubblica di Roma, nel silenzio delle Istituzuoni e della stampa di regime


Genchi lancia un appello a Napolitano: ''Intervenga, rivoglio il mio archivio''
Roma, 21 aprile 2009, ore 13:10 - Il consulente informatico dell'ex pm De Magistris chiede l'intervento del capo dello Stato: ''La Procura di Roma sta deliberatamente rifiutando la restituzione dei reperti e dei dati sequestrati presso il mio studio. Siamo in presenza di un atto eversivo di inaudita gravità"
Roma, 21 apr. - (Adnkronos) - L'intervento del presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano e' stato chiesto da Gioacchino Genchi, il consulente informatico dell'ex pm Luigi De Magistris per ottenere la restituzione degli atti e dei dati sequestrati di recente nel suo ufficio dal Ros dei carabinieri su disposizione della Procura di Roma. La scorsa settimana il Tribunale del riesame aveva accolto la richiesta di Genchi e del suo legale, Fabio Repici di restituire i documenti sequestrati. Ma oggi la Procura della capitale, secondo quanto dice Genchi si sarebbe rifiutata di farlo.
''La Procura di Roma, nonostante la lapalissiana evidenza dei provvedimenti di annullamento delle perquisizioni e dei sequestri illegittimamente eseguiti e disposti dal Tribunale del riesame, sta deliberatamente rifiutando la restituzione dei reperti e dei dati sequestrati presso il mio studio - dice Genchi all'ADNKRONOS - contenenti risultanze di indagini riservatissime di numerosi uffici giudiziari anche nei confronti di magistrati della stessa Procura di Roma''.
Secondo Genchi ''siamo in presenza di un atto eversivo di inaudita gravita'. Chiediamo l'immediato intervento del capo dello Stato e, per gli atti urgenti concernenti l'esecuzione del provvedimento del riesame, del procuratore generale di Roma e del procuratore della Repubblica di Perugia''. Genchi e Repici sono ancora in Procura di Roma.
http://www.adnkronos.com/






GENCHI: "ABUSI DA PROCURA ROMA, TRATTIENE MIO ARCHIVIO"
Palermo, 21 aprile 2009, ore 13:52 - Il superconsulente informatico nell'inchiesta Why Not, Gioacchino Genchi, denuncia presunti abusi da parte della Procura di Roma, per la mancata restituzione dei dispositivi elettronici e dei dati sequestrati allo stesso Genchi il 13 marzo e di cui il Tribunale del Riesame della capitale aveva ordinato la restituzione. "La Procura di Roma - dice Genchi in una nota - rifiuta illegittimamente la restituzione di quanto, altrettanto illegittimamente, era stato sequestrato dai carabinieri del Ros. Siamo in presenza di un atto eversivo di proporzioni inaudite e per questo chiediamo l'immediato intervento del Capo dello Stato, del procuratore generale di Roma e del procuratore di Perugia". Quest'ultimo intervento, secondo Genchi, e' necessario perche' i sequestri hanno riguardato "indagini riservatissime di varie autorita' giudiziarie e contengono precise acquisizioni e intercettazioni telefoniche - prosegue la nota - riguardanti gli stessi magistrati che hanno proceduto al sequestro e un altro magistrato gia' in servizio alla Procura di Roma e di recente nominato a incarichi ministeriali". Genchi conclude sostenendo che "le acquisizioni delle indagini Why not, riguardanti quel magistrato, sono state legittimamente eseguite dal Pm Luigi De Magistris, quando il magistrato in questione ricopriva l'incarico di Pm di Roma. Il sinedrio della magistratura romana intende stravolgere le regole e i principi dell'ordinamento giuridico".
http://www.repubblica.it/






La procura di Roma non restituisce l'archivio. Genchi si appella a Napolitano. 21 aprile 2009
Apprendiamo proprio ora che nonostante l’ordinanza del Tribunale del Riesame la procura di Roma ha deciso deliberatamente che non restituirà l’archivio sottratto lo scorso 13 marzo a Gioacchino Genchi.

Il consulente delle procure ha invocato l’immediato intervento del capo della Stato, della Pg di Roma e della procura di Perugia. “Siamo in presenza – ha detto - di un atto di eversione giudiziaria di una gravità inaudita. Negli atti del sequestro vi sono infatti acquisizioni importantissime riguardanti gli stessi magistrati della procura di Roma che hanno eseguito il sequestro”.


E’ roba da matti. E da criminali. La procura di Roma, nonostante l’ordinanza del Tribunale del Riesame che scagiona Gioacchino Genchi da tutte le accuse mosse contro di lui non vuole restituire l’archivio sottratto al consulente delle procure lo scorso 13 marzo. Nell’ambito di un’operazione di sequestro disposta dai procuratori Toro e Rossi ed eseguita dagli uomini del reparto tecnico del Ros di Roma, guidati dal colonnello Pasquale Angelosanto.
Gioacchino Genchi, si legge in quelle carte firmate dal presidente estensore Francesco Taurisano – che proponiamo in forma integrale (SCARICA IN PDF 1- 2) – ha agito correttamente, non ha violato la legge quando, nella veste di collaboratore dell’ex pm di Catanzaro Luigi De Magistris, ha acquisito ed elaborato i tabulati telefonici relativi a utenze in uso a parlamentari ed esponenti dei servizi di sicurezza, né ha violato la privacy quando ha effettuato 2600 interrogazioni all’Anagrafe Tributaria utilizzando l’abilitazione del Comune di Mazara del Vallo. Non arrecando “nocumento” ad alcuno.
Ancora, scrive il riesame, “le attività di acquisizione, di elaborazione e di trattamento dei dati storicizzati nei tabulati attestanti il traffico telefonico non possono definirsi illecite”. Perché Genchi “non violò le guarentigie a tutela dei parlamentari interessati dalle acquisizioni dei tabulati di traffico telefonico”, agendo, “di volta in volta, in forza del decreto autorizzatorio emesso dal pm, comunicandogli ogni emergenza di conoscenza storica circa il coinvolgimento di membri del Parlamento come soggetti intestatari ovvero usuari di utenze di telefonia”.
In quanto al contestato profilo di illiceità nella condotta acquisitiva si legge che anche questo è inconsistente, così come non è rinvenibile illiceità “nell’esercizio delle funzioni di elaborazione e trattamento dei dati, legittimamente e lecitamente raccolti in forza dei provvedimenti del pm, funzioni legalmente dovute nella qualità di consulente tecnico”.
Stesso discorso per l’analisi delle utenze telefoniche intestate alla Presidenza del Consiglio, al ministero della Difesa, a quello dell’Interno e a una persona. Mentre la procura di Roma, secondo il tribunale del riesame, “non ha definito la specificità e la concretezza della violazione addebitabile al consulente tecnico, strutturante ‘il factum’ costituente il reato di abuso d’ufficio.
In parole povere, Gioacchino Genchi, ha sempre agito “nell’esercizio delle sue funzioni di ausiliare del pm De Magistris” anche per quanto concerne i tabulati di uomini dei servizi segreti. Per i quali non è “dato comprendere il nocumento per la sicurezza dello Stato”. Ma soprattutto “il tribunale non rinviene la norma di legge, ovvero di regolamento” che vieterebbe l’acquisizione di tabulati di uno 007.

La redazione di AntimafiaDuemila aderisce con piena convinzione alla richiesta di intervento di Gioacchino Genchi e se ne rende promotrice nella speranza che possa trionfare la Giustizia.

L'avvocato di Genchi: ''Nell'archivio del consulente le indagini sulla procura di Roma''

“Siamo oltre il porto delle nebbie”.
Lo ha dichiarato Fabio Repici, avvocato di Gioacchino Genchi, in seguito alla decisione della procura di Roma di non restituire l’archivio del consulente nonostante l’ordinanza del Tribunale del Riesame. “Oggi – ha spiegato il legale, la procura capitolina – ha fatto ammutinamento rispetto ai provvedimenti dei giudici che hanno decretato l’illegittimità totale dell’operato della stessa Procura. I reperti che la Procura di Roma sta mantenendo abusivamente in sequestro sono tutti di proprietà del dr. Gioacchino Genchi”. Per tale motivi oggi i pm romani “si sono resi responsabili, tra l’altro, dei reati di rifiuto di atti d’ufficio e di appropriazione indebita”. Tanto più che “nei supporti informatici trattenuti ci sono atti relativi a delicate indagini per le quali il dr. Genchi aveva ricevuto incarichi dall’Autorità giudiziaria. E ci sono perfino atti e intercettazioni che riguardano il procuratore aggiunto Toro: tra l’altro sue conversazioni nelle quali nel maggio 2006 concordava con altra persona, con insospettabili capacità profetiche, gli incarichi al ministero della giustizia presso l’appena nominato ministro Mastella e presso altri ministeri, riferendo anche gli incarichi graditi da altri magistrati romani, ivi compreso il dr. Nello Rossi. I magistrati della Procura di Salerno sono stati cacciati su due piedi dal Csm per aver emesso un provvedimento dichiarato legittimo dal competente Tribunale del riesame. Mi chiedo: cosa assicura ai magistrati romani l’impunità davanti al Csm ed al ministro della giustizia? Mi auguro – ha concluso - che la risposta non sia da rintracciare nel contenuto di quelle conversazioni”
http://www.antimafiaduemila.it/

venerdì 10 aprile 2009

Il Tribunale del Riesame di Roma ha annullato la perquisizione ed i sequestri del ROS del 13 marzo 2009

Il Tribunale del Riesame di Roma (Presidente Francesco Taurisano – a latere Anna Criscuolo) ha annullato il provvedimento di sequestro nei miei confronti della Procura della Repubblica di Roma, eseguito dal ROS lo scorso 13 marzo 2009. Ho sempre avuto fiducia nella Giustizia e nelle Istituzioni dello Stato. Mi sono difeso nel processo da accuse infamanti, ordite da chi ha cercato e sta cercando in tutti i modi di colpirmi per quello che è stato il mio impegno al servizio della Giustizia, nell’esclusivo interesse di ricerca e di affermazione della Verità.
Ringrazio il mio difensore – l’avv. Fabio Repici – per l’eccellente impegno profuso nel difendermi.
Ringrazio i tanti amici che mi sono stati vicini da ogni parte d’Italia. Spero solo di trovare il tempo, a questo punto, per rispondere alle centinaia di migliaia di e-mail e di messaggi su facebook che ho ricevuto in questi giorni.
Confermo la mia più assoluta stima ed incondizionata subordinazione al Capo della Polizia, alle Istituzioni dello Stato e ringrazio i tantissimi colleghi della Polizia di Stato, dell’Arma dei Carabinieri, del ROS, della DIA e della Guardia di Finanza, con i quali ho avuto l’onore di collaborare in oltre 20 anni della mia attività professionale.
Ringrazio ancora i numerosi signori magistrati – requirenti e giudicanti – che hanno avuto fiducia nel mio lavoro e nella mia persona e che questa fiducia mi hanno confermato fino a ieri, con attestazioni di stima e conferimenti di incarichi in delicatissimi procedimenti di mafia e di omicidio, anche pendenti presso la Procura della Repubblica di Roma che mi ha indagato.
Un grazie particolare va a mia moglie ed ai miei figli, che mi sono stati vicino ed insieme a me hanno sofferto questo calvario e patito le ingiustizie di una perquisizione domiciliare della mia abitazione e delle abitazioni di Trabia e di Castelbuono dei miei congiunti, che i giudici del Riesame di Roma hanno dichiarato del tutto illegittime.
In ultimo mi sia consentito di ringraziare più di tutti Salvatore Borsellino ed i ragazzi del movimento 19 luglio 1992, che mi hanno dato la forza e la voce per resistere alle ingiustizie che ho subito.
Gioacchino Genchi
Palermo, 10 aprile 2009

lunedì 23 marzo 2009

Sono stato sospeso dal servizio dalla Polizia di Stato

Cari amici, poco fa mi è stata notificata la sospensione dal servizio dalla Polizia di Stato.
Col provvedimento di sospensione dal servizio mi sono stati ritirati il tesserino, la pistola e le manette.
Il provvedimento è fondato sulla mia replica al giornalista Gianluigi Nuzzi di Panorama, che mi aveva dato del bugiardo su facebook. Il mio amico Marco Bertelli ha ripreso la chat, pubblicandola sul mio blog “Legittima difesa”.
Il senso dello Stato ed il rispetto che ho per le Istituzioni mi impongono di tacere e subire in silenzio.
Sono vicino e solidale con chi in questo momento, probabilmente, è sottoposto a pressioni politiche assai maggiori delle violenze e delle mistificazioni che sto subendo io.
Confermo da cittadino e da poliziotto la mia assoluta stima e subordinazione al Capo della Polizia – Prefetto Antonio Manganelli – che ha adottato il provvedimento di sospensione.
Mi difenderò nelle sedi istituzionali senza mai perdere la mia fiducia nella Giustizia e nelle Istituzioni.
Vi ringrazio di tutto e spero che le mie sofferenze servano al trionfo della Verità ed alla vittoria dei giusti.
Un forte abbraccio per tutti quanti mi siete stati e mi sarete vicini!
Gioacchino Genchi

giovedì 19 marzo 2009

Auguri a tutti i papà, in una Patria che ormai sembra rimasta orfana ... L'affetto e l'abbraccio dei miei figli mi consola e mi aiuta a combattere

Botta e risposta tra Gioacchino Genchi e Gianluigi Nuzzi su FACEBOOK (19 marzo 2009)
di Marco Bertelli (dal sito http://www.19luglio1992.com/index.php?option=com_content&view=article&id=1190:botta-e-risposta-tra-gioacchino-genchi-e-gianluigi-nuzzi-su-facebook&catid=20:altri-documenti&Itemid=43)
Facebook, il popolare sito di social network, sta diventando uno strumento molto comodo per scambiarsi informazioni ed organizzare iniziative a partire dalla rete. Vogliamo prestare all´attenzione degli utenti del sito uno scambio di battute che si é svolto giovedì 19 marzo 2009 tra il dott. Gioacchino Genchi ed il giornalista di PANORAMA Gianluigi Nuzzi, scambio di battute che ha avuto luogo sulla bacheca di Facebook dei due interlocutori e pertanto pubblico e visibile a tutti i loro rispettivi contatti. Vista la grave mistificazione fatta da diversi organi istituzionali e di stampa sull´operato del dott. Genchi, riteniamo giusto pubblicare le parti più significative di questo colloquio per far capire quanto siano false ed infondate le più recenti accuse che vengono mosse al dott. Genchi, nel caso particolare quelle di aver fatto degli accessi abusivi all´anagrafe tributaria nell´ambito delle indagini sulla scomparsa della piccola Denise Pipitone.
Il dott. Genchi ha postato in mattinata sulla sua bacheca di Facebook il seguente messaggio di auguri per la festa del papà:

"Auguri a tutti i papà, in una Patria che ormai sembra rimasta orfana ... L'affetto e l'abbraccio dei miei figli mi consola e mi aiuta a combattere"

A stretto giro di posta Gianluigi Nuzzi replicava agli auguri del dott। Genchi con il seguente commento:
"Ricambio gli auguri...seppur mal tollerando alcune tue bugie..."

La replica del dott। Genchi seguiva di pochi minuti:
"Le bugie sono solo quelle che scrivi tu e il tuo giornale, solo al servizio di chi vi paga."

Gianluigi Nuzzi rispondeva:
"Troppo facile Gioacchino, mi aspetto di più , che bugie avrei scritto? Invece ricordo perfettamente che a me e David negli studi di Telelombardia negavi di aver compiuto accessi patrimoniali, ora sei indagato anche per questo no?"

Ed ecco la replica conclusiva del dott. Genchi che fa piazza pulita di ogni fantomatica "bugia":
“Vedo che sei bene informato! Sicuramente sei più informato di me, visto che alla stampa la Procura della Repubblica di Roma ha fatto sapere più di quanto non ha detto a me. Non c'è una sola mia attività di consulenza o di perizia - dicasi una - in cui mi sono mai occupato di indagini patrimoniali o fiscali. Non ne capisco nulla di indagini patrimoniali e/o fiscali e non ho mai fatto mistero della mia ignoranza. Conosco solo il mio lavoro, che è noto a tutti. Per il resto non sono mai stato un tuttologo. Se fossi un esperto di diritto tributario e fiscale non pagherei, come pago, tre consulenti, per occuparsi della gestione delle mie attività. Ciò posto ti preciso di avere solo verificato la corrispondenza di alcuni codici fiscali, con i quali risultavano intestate alcune schede telefoniche GSM. Sai benissimo quanto è facile generare un codice fiscale falso, anche con uno dei tanti programmi distribuiti su Internet. Sai pure quant'è facile attivare una scheda GSM con un codice fiscale falso. L’unico modo per verificare la corrispondenza al vero di un codice fiscale e la reale esistenza del soggetto che assume di essere titolare, è l’interrogazione delle banche dati (pubbliche) dell’anagrafe tributaria. Io ho solo fatto questo, sempre e soltanto su specifica e dettagliata autorizzazione di tutti i magistrati che mi hanno conferito gli incarichi, compresi quelli della Procura della Repubblica di Roma, con i quali ancora lavoro in indagini molto complesse, riguardanti anche degli omicidi. Non potendomi attaccare su altro, grazie ai tuoi amici generali della Guardia di Finanza su cui stavo indagando, hanno cercato su cosa fregarmi, visto che il Pubblico Ministero Luigi de Magistris (come tutti i Pubblici Ministeri ed i Giudici di Italia), mi aveva autorizzato ad accedere all’anagrafe tributaria, per verificare i codici fiscali delle utenze telefoniche. Grazie a questa scusa hanno avuto gioco facile per perquisirmi e portarsi via tutti i miei dati, compresi quelli che li riguardavano direttamente, senza nemmeno contestarmi quali codici fiscali io avrei interrogato abusivamente, senza averne titolo. Nel decreto c’è scritto che io avrei interrogato i codici fiscali di soggetti di Milano che non potevano avere alcuna attinenza con le indagini sulla scomparsa della piccola Denise Pipitone. Tutti sanno gli sforzi investigativi che sono stati fatti proprio su Milano nel vano tentativo di rintracciare la bambina. La vicenda del filmato del metronotte, le indagini sui rom lo confermano. Tutto questo è un assurdo. Penso al dolore che ha potuto provare la povera Piera Maggio, solo per il fatto di come l’indagine della Procura di Marsala (vedi caso!) sulla scomparsa della figlia, sia stata presa a pretesto per colpirmi. Prima – se ben ricordi, visto che anche su queste fesserie avete scritto sul tuo giornale – mi erano stati contestati gli accessi abusivi alla Vodafone con la password della Procura di Marsala. Resisi conto delle stupidaggini che avevano detto (anche gli “scienziati” del COPASIR) hanno fatto marcia indietro e non hanno più parlato della Vodafone e di quanto gli interessati dirigenti di quell’azienda avevano riferito. Adesso, visto che gli aspetti principali delle indagini di Catanzaro coinvolgevano alti ufficiali della Guardia di Finanza, hanno cercato di giocare in casa, con i presunti accessi abusivi all’anagrafe tributaria, senza che mi sia stato contestato concretamente un solo nome e/o un solo codice fiscale che io avrei “abusivamente” interrogato, accedendo ad un dato pubblico per ogni cittadino italiano che volesse farlo. Nessuno alla Procura di Roma, però, si è accorto come vi siete procurati al tuo giornale i dati dei miei redditi (sui quali ho pagato anticipatamente le tasse) che invece erano riservati e che sono stati resi noti solo grazie ad una illecita intromissione negli archivi dell’anagrafe tributaria. Chiedi quindi ai tuoi amici della Guardia di Finanza cosa sono gli accessi abusivi all’anagrafe tributaria e come si fanno. Con l’occasione chiedigli pure chi ha fatto gli accessi sulle mie denunzie dei redditi e su quelle dei miei onesti familiari. Se lo fai farai uno scoop e sarai un giornalista che vuole solo ricercare la verità e non rendere il proprio servizio al padrone di turno che gli somministra lo stipendio.
Con questo ti saluto, solo perché ho perso troppo tempo ed ho cose più importanti da fare. Siccome ti stimo, perché so che sei un bravo giornalista, ti prego di ritirare l’epiteto di bugiardo che mi hai dato. So pure che la tua coscienza te lo impone, perché anche dietro un cronista come te (sicuramente bravo) c’è un uomo coi suoi sentimenti e le sue idealità.
Per come ti ho conosciuto e ti conosco (e per come ti ho pure apprezzato) so che su molte cose la pensiamo allo stesso modo. Io, però, ho la grande fortuna di essere un uomo libero ed indipendente, che dice le cose che pensa e non ha paura delle cose che fa. Tu, purtroppo, non hai potuto avere la mia stessa fortuna ed in questo hai tutta la mia comprensione e solidarietà, anche se ora sei costretto ad attaccarmi, pure su facebook.
Gioacchino Genchi
p.s. Tanti auguri comunque, visto che anche tu, Gianluigi, sei un fortunato papà, come lo sono io!

mercoledì 18 marzo 2009

Il dr. Luigi de Magistris è indagato a Roma con i Pubblici Ministeri di Salerno … siamo alla frutta!

De Magistris indagato a Roma con pm Salerno. Atto dovuto dopo denunce presentate da magistrati Catanzaro Roma, 18 mar। (Apcom) - Luigi De Magistris indagato dalla Procura di Roma per i reati di abuso d'ufficio e interruzione di pubblico servizio, insieme con sette pm di Salerno, tra cui l'ex procuratore Luigi Apicella. Il fascicolo, su cui stanno lavorando gli inquirenti della Capitale, è stato trasmesso a Roma da Catanzaro. I giudici territorialmente competenti sarebbero stati quelli di Napoli ma visto che lo stesso De Magistris è impegnato al tribunale del riesame del capoluogo campano, si è imposto l'invio degli atti nella Capitale. De Magistris che si è candidato con l'Italia dei valori per le prossime elezioni europee, era stato già indagato a Salerno, sulla base delle denunce presentate anche dal procuratore capo di Catanzaro, Mariano Lombardi. Tra gli esposti che erano stati posti all'esame dei giudici salernitani anche quelli di alcuni indagati nell'ambito delle inchieste 'Poseidon' e 'Why not'. 18-MAR-09 - ore 17:3

domenica 15 marzo 2009

Trovato il mostro: è Genchi


Zorro
l'Unità, 15 marzo 2009
di Marco Travaglio


Trovato il mostro: è Genchi
Alla Procura di Roma, come pure nel Ros dei Carabinieri, lavorano anche magistrati e investigatori di prim’ordine. Ma ci vorrebbe la penna di un Camilleri per raccontare il tragicomico “caso Genchi”. Genchi, per le sue consulenze per le Procure di Catanzaro e di Marsala svolte a Palermo, è indagato e perquisito dalla Procura di Roma, che non ha competenza a occuparsi di eventuali reati commessi a Catanzaro, a Marsala e a Palermo. La perquisizione è affidata al Ros, noto a Palermo per non essere riuscito a perquisire (anzi per essere riuscito a non perquisire) il covo di Riina nel ‘93 e quello di Provenzano nel ‘96. Stavolta finalmente ci è riuscito: dipende dal nome dell’indagato. I pm romani sostengono di aver preso solo atti relativi a “Why Not”. Bugia: il Ros ha asportato l'intero server del consulente, con gli originali di indagini riservatissime di numerose Procure, anche su uomini del Ros. A denunciare Genchi, oltre ai magistrati di Catanzaro (indagati a Salerno grazie anche al lavoro di Genchi), è stato Alberto Di Pisa, neo procuratore di Marsala, dove Genchi lavorava sulla scomparsa della piccola Denise Pipitone. Di Pisa era un nemico acerrimo di Falcone, sulla cui morte Genchi ha indagato a lungo. La Procura di Roma che indaga su Genchi è la stessa che ha usato e usa tuttora Genchi come consulente; e che tiene in carcere, con accuse che cambiano ogni mezz’ora, due rumeni arrestati per lo stupro che non han commesso alla Caffarella. Modesta proposta: nominare Genchi consulente per scoprire lo stupratore; oppure incriminare Genchi per lo stupro della Caffarella.

Precisazione all'articolo di Marco Travaglio, che ringrazio (a scanso di fraintendimenti...) .
A me non risulta, allo stato, alcuna denuncia del Procuratore della Repubblica di Marsala dr. Alberto Di Pisa, che ha pure rilasciato alla stampa una dichiarazione sul punto.
Vedremo, quando me ne sarà data la possibilità, come stanno le cose.
La Procura di Roma mi ha pure impedito di prendere contezza del rapporto del ROS, che i giornali hanno pubblicato a spezzoni in modo strumentale, ricevendolo sicuramente da pubblici ufficiali e/o magistrati che ne erano in possesso e che erano tenuti a mantenere il segreto.
Quel segreto, però, vale solo per me, per impedirmi di difendermi ed espormi al linciaggio morale di interessati detrattori.
Sono accusato di condotte inconsistenti, grazie alle quali i magistrati della Procura di Roma - palesemente incompetenti - hanno sequestrato atti riservatissimi di indagini (riguardanti anche magistrati della stessa Procura di Roma), svolte in modo legittimo e sotto il controllo di Pubblici Ministeri e di Giudici, per conto di altre Autorità Giudiziarie dello Stato।

Quanto riportato da “il Velino” – portavoce della Procura della Repubblica di Roma - che ha puntualmente anticipato ogni iniziativa giudiziaria contro di me, contro il dr. Luigi de Magistris e contro le indagini di Catanzaro, è del tutto falso.
"La procura della Repubblica di Roma precisa: “La perquisizione presso la casa-ufficio a Palermo del vicequestore Gioacchino Genchi, disposta oggi dalla procura di Roma, riguarda esclusivamente l’inchiesta ‘Why not’ e gli accessi indebiti presso l’anagrafe tributaria”. E aggiunge: “Non saranno acquisiti o minimamente toccati dati e informazioni relativi alle consulenze e alle perizie che Genchi ha ottenuto rispettivamente dalle altre procure d’Italia o da altri giudici. Il tutto nel rispetto della segretezza delle indagini preliminari, tanto che agli operanti che hanno effettuato la perquisizione è stato precluso ogni accesso”. “La perquisizione è finalizzata alla verifica circa l’eventuale acquisizione di dati relativi ai tabulati di parlamentari raccolti in violazione della legge Boato” e di “dati su utenze di appartenenti ad esponenti dei servizi di sicurezza in violazione delle procedure previste dalla legge vigente per la formale opposizione del segreto di Stato e per la sua conferma o meno da parte della presidenza del Consiglio”. http://ilvelino.it/articolo.php?Id=796201



Vedremo chi ha scritto sotto dettatura nel tempo i pezzi de “il Velino”, di Jannuzzi e, in particolare,del giornalista Vittor Ugo Mangiavillani, che ha firmato anche l’agenzia delle 19.14 del 13-03-2009. Quando ho dichiarato “hanno buttato la maschera” non mi ero affatto sbagliato e questo lo confermo. Ci sarà un bel da ridere ... per non piangere!

Gioacchino Genchi

martedì 3 marzo 2009

Dopo Rutelli, Gasparri e Farina, la staffetta del mio linciaggio è ripassata a Cicchitto

Dopo gli attacchi di Rutelli, di Gasparri e di Farina, la staffetta del mio linciaggio è oggi passata oggi all’on. Fabrizio Cicchitto.
Proprio Cicchitto, forse tenendo fede alla sua prima "tessera", spinge la Procura di Roma ad agire contro di me, utilizzando ancora le colonne de “il Velino” (vedi, in basso, il testo dell’agenzia delle 13:21).
Proprio da “il Velino” - vedi caso – sono partiti con significativa coincidenza temporale i primi attacchi nei miei confronti e nei confronti del dr. Luigi de Magistris, con l’agenzia delle 18:29 del 03-10-2007, puntualmente ripresa il giorno successivo da Paolo Pollichieni su “Calabria Ora”, da Guido Ruotolo su "La Stampa" e da Renato Farina su "Libero" .
Proprio nei confronti di ben precisi giornalisti de “il Velino” e di “Calabria Ora” - sulla base di circostanziate dichiarazioni testimoniali e incontrovertibili riscontri documentali - erano stati indirizzati gli accertamenti del Pubblico Ministero de Magistris, poco prima che gli stessi giornalisti montassero la campagna mediatica contro l’indagine e contro chi la stava seguendo.
Quegli articoli – dopo gli interessati tentativi di Mastella - hanno dato il destro al Procuratore Generale facente funzioni di Catanzaro (Dolcino Favi) per avocare l’indagine “Why Not” al dr. Luigi de Magistris e poi revocarmi l’incarico di consulenza.
Proprio quegli articoli (con le falsità sull'acquisizione dei tabulati del Presidente del Senato Marini, dei magistrati Spataro, Gennaro e Saviotti, del Vice Presidente del C.S.M. Mancino, dell’ex Ministro dell’Interno Amato, dell’ex Capo della Polizia De Gennaro e di tanti altri), infatti, sono stati citati (a pretesto) dal dr. Favi nel provvedimento di avocazione dell’indagine al P.M. de Magistris ed in quello di revoca della mia consulenza.
Frattanto Renato Farina (l’agente “Betulla”) è stato radiato dall’ordine dei giornalisti e, come premio per i suoi prodigi, designato dal PDL alla Camera dei Deputati, dove siede dal 29 aprile 2008.
Da membro della Camera, proprio il deputato Renato Farina (mi scuserà, ma mi riesce difficile chiamarlo “Onorevole”), non a caso, oggi mi accusa di essere una “spia” ed ha proposto una commissione di inchiesta contro di me. In poche parole è come il bue che dice cornuto all’asino.
Io ho molto rispetto del Parlamento e ancora di più ne ho del popolo italiano che lo ha eletto.
Però, non posso non convenire con i tanti che la pensano come me che, se non vi fosse stato questo sistema elettorale con le designazioni e le cooptazioni nominative delle segreterie dei partiti, molti dei parlamentari farebbero ben altro nella vita, visto che non sarebbero nemmeno riusciti ad essere eletti negli organi di rappresentanza del condominio dei palazzi dove abitano.
A proposito delle cooptazioni elettorali mi ricordo ancora la meraviglia di mio figlio, quando a scuola ha appreso che Caligola aveva nominato senatore il proprio cavallo Incitatus.
Quando gli ho spiegato il sistema elettorale italiano mio figlio si è finito di meravigliare per Caligola.
A parte l’assurdo di questo sistema elettorale, nella vicenda che mi riguarda molti sono stati costretti a far cadere la maschera e questo mi conforta (più della correttezza del mio operato) sulla fondatezza di quanto avevo accertato, che oggi coincide con la strategia di chi mi attacca.
Non si capisce, infatti, come e perché in tanti hanno paura del mio lavoro, solo perché nei procedimenti del dr. Luigi de Magistris non mi sono occupato dei soliti extracomunitari, di comuni rapinatori e di conclamati killer di mafia.
Per quanti oggi si accaniscono contro di me (per fortuna in pochi, in mala fede e pure molto interessati) io, addirittura, sarei un pericolo per la “sicurezza dello Stato” e per la “democrazia”.
Come ho detto mi difenderò in tutte le sedi istituzionali da queste infondate accuse ad orologeria.
Intanto non posso consentire che continui questo linciaggio morale nei miei confronti ad opera di chi difende e rappresenta solo i biechi interessi dei soggetti nei confronti dei quali erano indirizzati i legittimi accertamenti ordinati da un Pubblico Ministero (il dr. Luigi de Magistris) nella pienezza delle sue funzioni giurisdizionali.
Al dr. Luigi de Magistris sono state scippate le inchieste e sono poi stati trasferiti i magistrati di Salerno che stavano solo cercando di far luce su questa vicenda e su collusioni istituzionali di gravità inaudita (in parte disvelate anche dai miei tabulati, che in molti stanno cercando di nascondere all'attenzione dei magistrati che hanno la competenza funzionale ad utilizzarli).
E tutto questo qualcuno continua a chiamarla “giustizia”। Gli stessi considerano “democrazia” il modo attraverso il quale Farina Renato (alias “Betulla”) è entrato in Parlamento.
Su questi due aspetti mi permetto di avere delle idee diverse e fino a quando mi sarà consentito di esprimerle le manifesterò, come sto facendo.
Si dà pure il caso che, nell’ambito di una significativa attività tecnica di riscontro nell’indagine “Why Not”, mi stavo occupando proprio di Renato Farina prima che mi fosse revocato l’incarico dal dr. Dolcino Favi, per il suo articolo del 04-10-2007, con le strumentali falsità sui tabulati, e per il tentativo di una intervista “tranello” a Romano Prodi del febbraio 2006, che molto chiariva il "metodo Saladino”.
Anche questo è bene che gli italiani vengano a saperlo, dopo tutto quello che è stato detto sul mio conto e sul conto del dr. Luigi de Magistris.
Frattanto Mastella non perde occasione per recitare la parte della vittima. Dopo avere fatto cadere il governo Prodi e dato il via alle elezioni anticipate ed alla vittoria del centro destra, mette all’incasso la cambiale e si candida col PDL per le elezioni europee.
Poco mi importano i cambi di casacca del sen. Mastella e ancora meno le sue candidature.
Se qualcuno vuole la riabilitazione politica di Mastella lo faccia pure, ma se usa la pantomima dell'intercettazione del suo cellulare ha sbagliato numero.
Non posso consentire a Mastella, infatti, di fondare la sua campagna elettorale sul continuo linciaggio della mia persona, ponendosi addirittura come vittima di una persecuzione giudiziaria di una indagine (anche nei suoi confronti) che lui ha fatto di tutto per impedire.
A ben riflettere, forse, ha proprio ragione il sen. Gasparri sul fatto che io e il dr. Luigi de Magistris dovremmo essere immediatamente arrestati, portati in carcere e giudicati da una “CORTE MARZIALE”.
In effetti, in uno Stato in cui i veri colpevoli non possono nemmeno essere processati dai Tribunali ordinari è giusto che vengano carcerati (magari senza processo) coloro che hanno onestamente servito la Giustizia, nello strenuo tentativo di affermare il primato di una Legge “Uguale per tutti”.
Gioacchino Genchi


(Testo dell'agenzia de "il Velino" delle 13:21 di oggi, 03-03-2009)
Roma, 3 mar (Velino) Genchi, Cicchitto: non escludo commissione ma si muova magistratura - “Una commissione di inchiesta parlamentare sulle intercettazioni può essere uno sbocco e non la escludo a priori, mi auguro però che nel frattempo la magistratura - che ha molti più elementi di quanti abbiamo avuto noi come Copasir - si muova”. Lo ha detto al VELINO il capogruppo del Pdl alla Camera Fabrizio Cicchitto, e membro del Copasir, a proposito dell’affaire Genchi.
(chi) 3 mar 2009 13:21

venerdì 27 febbraio 2009

Le interviste del blog beppegrillo.it: Gioacchino Genchi





http://www.beppegrillo.it/2009/02/gioacchino_genc.html#comments

Intervista a Gioacchino Genchi (BLOG di Beppe Grillo, 27-02-2009):

"Io svolgo l'attività di consulente tecnico dell'autorità giudiziaria da oltre vent'anni, lavoro che é nato quasi per caso quando con l'avvento del nuovo codice di procedura penale è stata inserita questa figura del consulente tecnico, come da articoli 359 e 360 che danno al Pubblico Ministero la possibilità di avvalersi di tecnici con qualunque professionalità allorquando debbono compiere delle attività importanti. Mi spiace che Martelli se lo sia dimenticato. Cossiga me lo ha ricordato, proprio il nuovo codice di procedura penale che ha promulgato il presidente Cossiga inserisce questa figura che è una figura moderna, che è nelle giurisdizioni più civili ed avanzate. Mentre prima il Pubblico Ministero era limitato, e doveva per accertamenti particolari avvalersi solo ed esclusivamente della Polizia giudiziaria, il nuovo codice ha previsto queste figure e queste possibilitá.




Per cui per l'accertamento della verità nel processo penale - accertamento della verità significa anche accertamento della veritá a favore dell'indagato o dell'imputato - il Pubblico Ministero non ha limiti nella scelta delle professionalità di cui si deve avvalere. Io ho fatto questa attività all'interno del Dipartimento della Pubblica sicurezza.

Abbiamo svolto importanti attività con Arnaldo La Barbera, con Giovanni Falcone, poi sulle stragi. Quando si è reso necessario realizzare un contributo esterno per il Pubblico Ministero, contributo che fosse scevro da influenze del potere esecutivo, mi riferisco a indagini su colletti bianchi, magistrati, su eccellenti personalità della politica, il Pubblico Ministero ha preferito evitare che organi della politica e del potere esecutivo potessero incidere in quelle che erano le scelte della pubblica amministrazione presso la quale i vari soggetti operavano.
Nel fare questo ho fatto una scelta deontologica, di fare un passo indietro, cioè di rinunciare alla carriera, rinunciare allo stipendio, per dedicare tutto il mio lavoro al servizio della magistratura. Questa scelta, anziché essere apprezzata, é stata utilizzata dai miei detrattori che fino a ieri (giovedí 26 febbraio, ndr) mi hanno attaccato in parlamento, al contrario.

Il ministro Brunetta ha riferito e non poteva non riferire che la concessione dell'aspettativa non retribuita che io avevo chiesto era perfettamente regolare, è stata vagliata da vari organi dello Stato, dal Ministero dell'Interno, dal Ministero della Funzione pubblica e dalla presidenza del Consiglio dei Ministri che l´ha concessa, persino la Presidenza del Consiglio dei ministri di Berlusconi che mi ha attaccato in maniera così violenta e così assurda dicendo delle fandonie che hanno fatto ridere gli italiani perché tutto questo can can che si muove nei miei confronti, questo pericolo nazionale, cioè una persona che da vent'anni lavora con i giudici e i Pubblici Ministeri nei processi di mafia, di stragi, di omicidi, di mafia e politica più importanti che si sono celebrati in Italia, rappresenta un pericolo.

Forse un pericolo sicuramente per loro! Per tutti quelli che mi hanno attaccato. Perché poi la cosa simpatica (io per ora sto zitto, perché é chiaro che non posso parlare, sono legato al segreto) ma mi scompiscio dalle risate perché tutti i signori giornalisti che mi hanno attaccato, da Farina a Luca Fazzo a Lionello Mancini del Sole 24 ore, al giornalista della Stampa Ruotolo, sono i soggetti protagonisti delle vicende di cui mi stavo occupando. Questo è l'assurdo!

Gli stessi politici che mi stanno attaccando, sono gli stessi protagonisti di cui mi stavo occupando. Da Rutelli a Martelli, Martelli che ho conosciuto ai tempi di Falcone. Parliamo di persone che comunque sono entrate nell'ottica della mia attività. Martelli quando i computer di Falcone furono manomessi, Rutelli perché era amico di Saladino ed usciva dalle intercettazioni di Saladino, Mastella per le evidenze che tutti sappiamo e così via, poi dirò quelli che ieri (giovedí 26 febbraio, ndr) hanno parlato alla Camera al question time, quel giornalista che gli ha fatto il comunicato, cose da ridere! Tra l'altro questi non hanno nemmeno la decenza di far apparire un'altra persona.

No, compaiono loro in prima persona! Sapendo che loro entravano a pieno titolo nell'indagine. Questo è assurdo. Io continuo a ridere sinceramente perché il popolo italiano che vede questo grande intercettatore, che avrebbe intercettato tutti gli italiani, ma per che cosa andavo ad intercettare gli italiani? Per sentire dire che non riescono ad arrivare alla fine del mese? Per sentir dire che i figli hanno perso il posto di lavoro o che sono disoccupati? Che c'è una crisi economica? Perché li devo andare ad intercettare gli italiani? Ma quali sono questi italiani che hanno paura di Gioacchino Genchi?

Quelli che hanno paura di Gioacchino Genchi sono quelli che hanno la coscienza sporca, e quelli che hanno la coscienza sporca sono quelli che mi hanno attaccato. E con questo attacco hanno finito per confermare i sospetti che io avevo su di loro. Anzi, più di quelli di cui io stesso mi ero accorto, perché devo essere sincero, probabilmente io avevo sottovalutato il ruolo di Rutelli nell'inchiesta Why not.

Rutelli ha dimostrato probabilmente di avere il carbone bagnato e per questo si è comportato come si è comportato. Quando ci sarà la resa della verità chiariremo quali erano i rapporti di Rutelli con Saladino, quali erano i rapporti del senatore Mastella, il ruolo del figlio del senatore Mastella, chi utilizzava i telefoni della Camera dei Deputati... chiariremo tutte le cose, dalla prima sino all'ultima. Questa è un'ulteriore scusa perché loro dovevano abolire le intercettazioni, dovevano togliere ai magistrati la possibilità di svolgere delle intercettazioni considerati i risultati che c'erano stati, Vallettopoli, Saccà, la Rai eccetera, la procura di Roma immediatamente archivia senza problemi però apre il procedimento nei confronti del dottor Genchi su cui non ha nessuna competenza a indagare, perché la procura di Roma c'entra come i cavoli a merenda in questa vicenda. C'entra perché l'ex procuratore generale di Catanzaro ormai fortunatamente ex, ha utilizzato questi tabulati come la foglia di fico per coprire tutte le sue malefatte e poi le ha utilizzate come paracadute per non lasciarle a Catanzaro, dove probabilmente il nuovo procuratore generale avrebbe immediatamente mandato a Salerno.
Perché in quei tabulati c'è la prova della loro responsabilità penale. Non della mia. Quindi, non li manda a Salerno che era competente, non li manda al procuratore della Repubblica di Catanzaro che avrebbe potuto conoscere di quei tabulati e di quello che c'era, non li manda al procuratore della Repubblica di Palermo dove io ho svolto tutta la mia attività, li manda a Roma che non c'entra niente.

Quindi si va a paracadutare con questi questi tabulati e sbaglia pure l'atterraggio perché va in una procura che non ci azzecca nulla. Perché tra l'altro in quei tabulati c'erano delle acquisizioni che riguardavano magistrati della procura della Repubblica di Roma! Su cui stavamo indagando. Quindi adesso la Procura della Repubbblica di Roma indaga su di me e sui magistrati della Procura della Repubblica di Roma. Si è ripetuto lo scenario che si era ripetuto tra Salerno e Catanzaro e si è ripetuto lo scenario che era già accaduto tra Milano e Brescia all'epoca delle indagini su Di Pietro. Con la sola differenza che all'epoca si chiamava Gico l'organo che fece quelle attività, adesso si chiama Ros, ma sostanzialmente non è cambiato nulla.

In ultima analisi dico che io sono comunque fiducioso nella giustizia. Hanno cercato di mettermi tutti contro, hanno cercato di dire ad esempio, nel momento in cui c'era un rapporto di collaborazione con la procura di Milano anche fra de Magistris e la procura di Milano, un'amicizia personale fra de Magistris e Spataro, che siano stati acquisiti i tabulati di Spataro. Assurdo! Non è mai esistita un'ipotesi del genere. Nemmeno per idea! Come si fa a togliere a de Magistris l'appoggio della magistratura associata? Diciamo che ha preso i tabulati di Spataro. Come si fa a mettere il Csm contro de Magistris? Diciamo che ha preso i tabulati di Mancino.

Adesso i Ros dicono che nei tabulati che io ho preso ci sono, non so quante utenze del Consiglio superiore della magistratura. Non abbiamo acquisito tabulati del Consiglio Superiore della Magistratura, sono i signori magistrati di cui abbiamo acquisito i tabulati, e quelli sì, li abbiamo acquisiti di alcuni magistrati tra cui alcuni della procura nazionale antimafia ben precisi, due, solo due, che hanno contatti col Consiglio Superiore della Magistratura.

Ha inquisito il Quirinale! Ma quando mai? Se però qualcuno dal Quirinale ha chiamato o è stato chiamato dai soggetti di cui ci siamo occupati validamente, bisogna vedere chi dal Quirinale ha avuto contatti con queste persone, ma io non ho acquisito i tabulati del Quirinale. A parte che se fosse stato fatto, sarebbe stata attività assolutamente legittima perché, sia chiaro, le indagini in Italia non si possono fare solo nei confronti dei tossici e magari che siano pure extracomunitari, oppure quelli che sbarcano a Lampedusa nei confronti dei quali è possibile fare di tutto, compresa la creazione dei lager.

La legge è uguale per tutti. Tutti siamo sottoposti alla legge! Perché sia chiaro. Questo lo devono capire. Nel momento in cui a questi signori li si osa solo sfiorare da lontano, pure con una piuma, questi signori si ribellano e distruggono lutte le persone che hanno solo il coraggio di fare il proprio lavoro.
Gli italiani questo l'hanno capito. E hanno capito che questo dottor Genchi di cui hanno detto le cose peggiori di questo mondo... e io adesso pubblicherò tutti i miei lavori, dal primo sino all'ultimo, pubblicherò tutte le sentenze della Corte di Cassazione, delle Corti d'Appello, delle Corti di Assise, dei tribunali che hanno inflitto centinaia e centinaia e centinaia di anni di carcere col mio lavoro.
Ma le sentenze di cui io sono più orgoglioso non sono le sentenze di condanna, ma sono le sentenze di assoluzione! Sono quelle persone ingiustamente accusate per i lavori sbagliati, anche fatti dal Ros, che sono state assolte grazie al mio lavoro e che rischiavano l'ergastolo! E che erano in carcere. Persone arrestate perché avevano pure sbagliato l'intestatario di una scheda telefonica. E adesso questi stessi signori vengono ad accusare me di avere fatto lo stesso lavoro che loro... ma non esiste completamente!
Tutte queste fandonie e tutta una serie di stupidaggini messe insieme che sono state superfetate persino in un organismo che è il Copasir! Che si deve occupare dei servizi della vigilanza sulla sicurezza, non sui consulenti e sui magistrati che svolgono l´attività sui servizi di sicurezza! Noi abbiamo trovato delle collusioni di appartenenti ai servizi di sicurezza, con delle imprese che lavorano per i servizi di sicurezza, che lavorano nel campo delle intercettazioni, che costruiscono caserme con appalti dati a trattativa privata per milioni di euro, noi stavamo lavorando su quello! Stavamo lavorando su quello e ci hanno bloccato perché ci avevano le mani in pasta tutti loro! Questa è la verità.

Questa è la verità e adesso mi hanno pure dato l'opportunità di dirla perché essendo indagato io non sono più legato al segreto perché mi devo difendere! Mi devo difendere con una procura che non ci azzecca nulla con la competenza, la procura di Roma, mi difenderò alla procura di Roma.

Però sicuramente la verità verrà a galla! E non ci vogliono né archivi né dati perché sono tre o quattro cose molto semplici. Le intercettazioni di Saladino utili saranno una decina, quando fu intercettato prima che de Magistris iniziasse le indagini, ma sono chiarissime! E l'attacco che viene fatto nei miei confronti parte esattamente dagli stessi soggetti che io avevo identificato la sera del diciannove luglio del 1992 dopo la strage di via D'Amelio, mentre vedevo ancora il cadavere di Paolo Borsellino che bruciava e la povera Emanuela Loi che cadeva a pezzi dalle mura di via D'Amelio numero diciannove dov'è scoppiata la bomba, le stesse persone, gli stessi soggetti, la stessa vicenda che io trovai allora la trovo adesso!
Ancora nessuno ha detto che io sono folle. Anzi, sarò pericoloso, terribile ma che sono folle non l'ha detto nessuno. Bene allora quello che io dico non è la parola di un folle perché io dimostrerò tutte queste cose. E questa è l'occasione perché ci sia una resa dei conti in Italia. A cominciare dalle stragi di via D'Amelio e dalla strage di Capaci. Perché queste collusioni fra apparati dello Stato, servizi segreti, gente del malaffare e gente della politica, è bene che gli italiani comincino a sapere cosa è stata."

Gioacchino Genchi accusa, sul blog di Beppe Grillo

Cari amici,
vi ringrazio tutti per la grande solidarietà che mi avete dato in questi giorni.
Sono molto impegnato nel mio lavoro per rispondere a tutti, come vorrei.
Avete già capito che i cialtroni che mi stanno attaccando hanno la coda di paglia.
Avete pure capito perché lo fanno e perché hanno paura di me e del mio lavoro, a fianco di magistrati onesti e indipendenti, che non perseguono altri scopi che la ricerca della Verità e l’affermazione della Legge.
Hanno fatto passare il mio lavoro come un pericolo per la democrazia e per la sicurezza dello Stato, solo per contrabbandare il golpe giudiziario con il quale hanno bloccato le indagini di Catanzaro, prima al dr. Luigi de Magistris e, poi, ai magistrati di Salerno.
Presto vi darò contezza di tutto.
Intanto vi rinvio all’ultima intervista pubblicata sul blog di Beppe Grillo:

“Gioacchino Genchi accusa”
http://www.beppegrillo.it/2009/02/gioacchino_genc.html#comments

venerdì 13 febbraio 2009

Così continuano a prendere in giro gli italiani!

Il "caso Genchi" ... continuano le mistificazioni ...
Perché non dicono cosa c’è in quei tabulati e le ragioni per cui sono stati legittimamente acquisiti? Perché, anziché agitare a casaccio numeri e nomi di mere risultanze indirette di quelle acquisizioni, non fanno riferimento ai nomi (veri) dei soggetti coinvolti in quelle indagini (bloccate) ed ai fatti accertati?
Io ho agito eseguendo disposizioni e direttive (legittime) sempre e solo da Pubblici Ministeri e Giudici della Repubblica italiana, nella pienezza delle loro funzioni giurisdizionali.
Ogni numero, ogni lettera ed ogni virgola del mio lavoro è stata acquisita all’indagine di Catanzaro – come in ogni altro processo - affinché fosse sottoposta al vaglio dei Giudici (terzi) e delle parti.
Con l’avocazione del procedimento al dr. Luigi de Magistris, con la revoca dell’incarico di consulenza tecnica e con il successivo trasferimento dei magistrati di Salerno (coi quali stavo collaborando nel tentativo di far luce su questa vicenda) hanno voluto in tutti i modi impedire che dei Giudici terzi potessero accertare la Verità, con riguardo a condotte e fatti gravissimi, che vedevano coinvolti uomini delle Istituzioni.
Tutto quanto è accaduto e quanto sta accadendo – anche contro di me – serve solo ad impedire che si faccia Giustizia.
La Procura della Repubblica di Roma, che ha anticipato ed ha confermato alla stampa la mia iscrizione nel registro degli indagati, ha segretato la mia iscrizione al Registro degli indagati quando mi sono permesso di chiederne conferma, per il tramite del mio difensore (l’avv. Fabio Repici, del Foro di Messina).
Tutti hanno da tempo immemorabile notizia e copia del fantomatico rapporto dei ROS.
Diversi giornali ne hanno riportato ampi stralci.
Panorama – da sempre bene informato sull’attività dei Carabinieri di Catanzaro - ha pure pubblicato nell’ultimo numero che è in edicola la riproduzione grafica di alcune pagine del rapporto.
Ho quindi chiesto copia del “rapporto del ROS” per difendermi da quelle accuse così tanto strumentali e fino ad oggi mi è stato opposto il segreto.
Non vi pare che si tratti del segreto di Pulcinella?
E’ ormai chiaro che, colpito il dr. Luigi de Magistris ed i magistrati di Salerno, io sono il testimone scomodo ed il capro espiatorio di questa vicenda.
Siamo in presenza della più grande mistificazione mediatica e giudiziaria della storia della Repubblica.

In questo momento mi sento come un vaso di coccio fra tanti vasi di ferro.
A differenza di don Abbondio – però - io non ho affatto paura dei “bravi”.
La mia coscienza di uomo libero ed indipendente, l’onestà del mio operato e la solidarietà di tanta – numerosissima - gente per bene, mi danno la forza per continuare a dare il mio contributo in tutte le sedi istituzionali, per l’affermazione della Verità.
Ho giurato fedeltà alla Repubblica ed alla sua Costituzione.
Obbedisco alle sue leggi e non mi arrenderò fino a quando sarò consapevole dell'esistenza di uno Stato di Diritto.
Quando, da uomo dello Stato, avrò ultimato di dare il mio contributo ai magistrati di Salerno e di Catanzaro – che sono gli unici competenti ad occuparsi di queste indagini - chiederò di essere ricevuto dal Capo dello Stato, se mai dovesse accordarmi questa opportunità.
In tutto questo poco c’entra la politica. E’ proprio il Capo dello Stato – nella qualità di Presidente del Consiglio Superiore della Magistratura – che deve sapere quanto io non posso riferire ad alcuno, se non in sede giudiziaria e che non ho detto alla stampa.
Quanto emerso dalle indagini di Catanzaro non ha alcuna attinenza col “segreto di Stato”. Si tratta di biechi affarismi, di chi si è preso gioco dello Stato per i propri tornaconti. Né più, né meno di quanto è accaduto a Milano, a Napoli e di quanto accade in ogni parte d’Italia, come ha finito di denunciare giorni fa il Procuratore Generale della Corte dei Conti.
Per quello che è stato il mio lavoro – a servizio di magistrati onesti e coraggiosi – hanno tentato e stanno tentando di mettermi tutti contro. Da Armando Spataro a Gianni De Gennaro, da Amato a Marini, e tutta una sequela di persone per bene. Su tutti il Generale Nicolò Pollari, entrato nell’indagine di Catanzaro più o meno come Ponzio Pilato è citato nel Credo.
Adesso ci hanno provato pure con il Procuratore Nazionale Piero Grasso, senza sapere (e nascondendo all’Italia), che la parte più importante dell’indagine di De Magistris - proprio prima che gli fosse avocato il procedimento “Why Not” - aveva preso le mosse da una sua vibrata denuncia, per fatti di inaudita gravità, che riguardano ben precisi magistrati calabresi, sui quali l’Ufficio del Pubblico Ministero di Catanzaro aveva competenza ad indagare.
Di questo è testimone l’ex Procuratore Capo di Catanzaro, Mariano Lombardi che, essendo il più debole ed il meno protetto, è stato il primo a pagare il conto.
Per adesso non posso aggiungere altro.
Confermo la mia intenzione di rendere pubbliche le mie difese, ove il Procuratore della Repubblica di Roma non dovesse accogliere la eccezione di assoluta incompetenza funzionale e per territorio, che il mio difensore ha opposto con una articolata memoria.

Gioacchino Genchi

lunedì 9 febbraio 2009

Giudicatemi dal mio operato e non dalle mistificazioni dei miei interessati detrattori

In questo momento in cui molti parlano di me e del mio lavoro, anche con cattiveria ed a sproposito, ritengo opportuno riportare nel mio blog la motivazione integrale della sentenza n. 6/2008 della Corte d’Assise di Catanzaro per i cruenti omicidi di Salvatore Blasco (consumato a Cutro il 22-03-2004) e di Antonio Dragone (consumato a Cutro il 10-05-2004).
In quel procedimento penale ho svolto un’articolata consulenza tecnica per conto della Procura Distrettuale Antimafia di Catanzaro, egregiamente valorizzata dal Pubblico Ministero nella sua requisitoria e dalla Corte d’Assise di Catanzaro nella motivazione della sentenza emessa nel giudizio di primo grado.
A parte le cattiverie e le mistificazioni di ben individuati soggetti appartenenti ad un reparto del ROS di Roma e di ben precisi magistrati (indagati dalla Procura della Repubblica di Salerno anche per gravi reati in mio danno), gradirei essere conosciuto e considerato dai tanti italiani onesti che mi sono vicini per il mio operato.
La lettura di questa sentenza aiuterà a comprendere anche agli scettici in cosa consiste il mio lavoro.
A parte il risultato processuale a cui ho dato il mio modesto contributo, mi rimane l’amarezza di una Giustizia che non ha avuto lo stesso corso allorquando si sono incrociati potentati, toghe e “colletti bianchi”.
Oggi pago anche per questo: per la mia coerenza, per la mia ostinata determinazione e per la mia indipendenza nel credere e nell’affermare, nel mio modesto ruolo, i principi di una Giustizia Uguale per Tutti.
Non mi arrenderò alle prepotenze ed ai tentativi di chi vuole imbavagliarmi.
Lo debbo alla mia coscienza, all’onore del mio nome ed ai tanti che - anche col mio contributo - stanno espiando in carcere le conseguenze dei loro errori.
Mi difenderò in tutte le sedi giudiziarie ed istituzionali contro chi ha ordito, per fini ignobili, una delle più gravi mistificazioni mediatiche, politiche e giudiziarie della storia della Repubblica.
Ho dato incarico all’avv. Fabio Repici del Foro di Messina di difendermi presso la Procura della Repubblica di Roma.
Renderò pubbliche tutte le mie difese, dalle inique accuse che mi sono state rivolte.
Ho intanto lasciato ogni carica nel sindacato di Polizia e ho rinunciato all’aspettativa sindacale.
Nella condizione di indagato, pur nella consapevolezza di essere vittima di un complotto, non voglio farmi scudo di coperture, immunità e privilegi di casta.
Chi come me ha svolto indagini da più di venti anni, in tutte le direzioni - ma sempre con correttezza –non ha timore di essere a sua volta indagato, solo per avere fatto correttamente il proprio dovere e non essersi lasciato intimorire dalle intimidazioni dei potenti.
Ho sempre tenuto distinto il mio ruolo di consulente dell’Autorità Giudiziaria dalla mia funzione e dai miei incarichi nella Polizia di Stato e nel Sindacato di polizia a cui appartengo.
Non voglio quindi coinvolgere il mio Sindacato e la mia Amministrazione in fatti e condotte che mi riguardano solo come consulente dell’Autorità Giudiziaria e che, come tali, mi impongono di difendermi - come ho iniziato a fare con forza e determinazione - in tutte le sedi mediatiche, giudiziarie e istituzionali.
Ognuno di noi ha la sua storia. Ognuno di noi è la sua storia!
Giunto al traguardo dei 50 anni non posso lasciare ai miei figli ed ai miei tanti amici l’immagine che dei biechi mestatori mi hanno voluto attribuire.
Questa sentenza, ultima di una lunga serie di collaborazioni giudiziarie – qualunque sarà l’esito del giudizio d’appello - è già un modesto contributo di chiarezza sull’onesta del mio lavoro e sulla correttezza del mio operato.
Con questi sentimenti vi invito alla lettura della sentenza, che potrete scaricare dal seguente link: http://tinyurl.com/c4gjdk
Gioacchino Genchi

venerdì 6 febbraio 2009

Grazie a Monica Centofante!

Genchi su Annozero: i numeri della bufala

di Monica Centofante – 6 febbraio 2009
http://www.antimafiaduemila.it/
Diamo i numeri. 3 milioni, 4 milioni, 7 milioni? No 752. Sono 752 i tabulati acquisiti, su mandato della procura, da Gioacchino Genchi nell’ambito della complessa inchiesta Why Not. Il che significa, una volta di più, che il fantasmagorico archivio segreto che conterrebbe i dati personali di un decimo degli italiani e di fronte al quale più o meno tutti dovremmo sentirci privati della nostra libertà personale è in realtà una colossale balla.
Niente di nuovo, ma almeno per una volta la notizia è passata in televisione senza commenti o censure, dalla viva voce di Gioacchino Genchi, il consulente delle procure – che è anche perito delle difese – che nel corso della trasmissione “Annozero” ha potuto finalmente spiegare: far lievitare i numeri è facile, “è come contare quanti passeggeri prendono la metropolitana in una settimana senza considerare che, ogni giorno, una buona fetta di persone è sempre la stessa”. Insomma, le cifre relative ai tabulati sono elevate perché si riferiscono ai contatti che ogni utenza può avere in un determinato lasso di tempo, il che non significa che siano stati acquisiti i contatti di tanti soggetti, ma tanti contatti degli stessi soggetti. O delle diverse utenze in uso a quegli stessi soggetti, perché è più volte capitato che un solo indagato avesse più numeri cellulari, o che inserisse una stessa sim in cellulari diversi. Nessuna cospirazione, quindi, soltanto una normale procedura che il consulente nonché vicequestore della Polizia in aspettativa utilizza dai tempi di Falcone in poi, con notevoli risultati in termini giudiziari tanto da essere considerato uno dei massimi esperti del settore.
I suoi accertamenti, infatti, si sono rivelati estremamente preziosi per decine di inquirenti che, come normalmente avviene perché previsto dalla legge (meglio ribadirlo visto che fino a ieri non lo aveva ben capito neppure l’ex ministro della Giustizia Claudio Martelli), si avvalgono di consulenti tecnici privati quando non hanno competenza in una determinata materia: nel caso specifico l’informatica e la telefonia (niente a che vedere con le intercettazioni ovviamente, che Genchi non ha mai ha fatto). Una collaborazione grazie alla quale si sono risolti processi di mafia, ‘Ndrangheta, Camorra, omicidio, rapina, strage per cui le sole intercettazioni non sarebbero state sufficienti. Perché anche le intercettazioni, è chiaro, vanno lette e capite e soprattutto contestualizzate. E allora ecco che sapere l’ora e il luogo in cui sono avvenute, cosa è accaduto prima e cosa è accaduto dopo diventa fondamentale per trasformare una conversazione insignificante in una prova schiacciante. Genchi (e altri come lui) lo ha fatto centinaia di volte, non solo per il Dott. De Magistris è chiaro, ma per molti altri magistrati. Contribuendo a consegnare alla Giustizia decine di assassini.Ma allora cosa c’è di diverso oggi? I nomi. Sono i nomi degli intestatari di quelle utenze che sono diversi e che dopo la gogna mediatica gli hanno fatto guadagnare una bella iscrizione nel registro degli indagati della Procura di Roma. Le ipotesi di reato contestate: abuso d’ufficio e violazione della legge sulla privacy; alle quali occorre aggiungere le accuse mosse dal Copasir che solennemente ha sentenziato: “Genchi ha violato il segreto di Stato”.
Tra i principali accusatori il Ros di Roma, che ipotizza una serie di illeciti che avrebbe compiuto il consulente, il quale avrebbe avuto accesso “ad una diversa banca dati” rispetto a “quella disponibile presso le concessionarie di telefonia”.
Peccato che nelle carte dei giudici di Salerno Apicella, Nuzzi e Verasani, più precisamente nel discusso decreto di sequestro probatorio che è sfociato nelle perquisizioni dello scorso 2 dicembre, la verità, anche in questo caso, risulta capovolta. Perché, si legge in quel documento, in seguito all’”illegale” avocazione del procedimento Why Not operata dal Dott. Dolcino Favi (nel 2007 ndr.) e all’altrettanto immotivata revoca dell’incarico di consulenza a Gioacchino Genchi, lo stesso Favi conferiva la stessa attività tecnica oggetto dell’incarico consulenziale revocato proprio ai Carabinieri del Ros di Roma e agiva “in violazione delle disposizioni procedurali sulla competenza, in particolare dell’art. 11 c.p.p. relativo ai procedimenti riguardanti i magistrati, e di quelle disciplinanti l’iscrizione nel registro degli indagati e le garanzie difensive del soggetto che assume la qualità di persona sottoposta ad indagini”. Il Favi quindi delegava i Carabinieri del Ros a svolgere accertamenti tecnici sulle attività di acquisizione dei dati di traffico telefonico svolte nell’ambito del procedimento Why Not “sulla base di asserite pseudo-notizie di reato a carico del consulente d’ufficio dr. Genchi non riscontrate né riscontrabili, in assenza di formali ed autonomi provvedimenti di iscrizione”. “Nonché sulle attività tecniche di rilevazione, esame ed elaborazione analitico-relazionale dei dati medesimi e su tutte le operazioni tecniche demandate … al consulente del Pubblico Ministero”. “Le verifiche delegate al Ros di Roma – prosegue il documento – venivano espletate con l’impiego di strumenti di analisi … mediante attività, in loco, di ispezione, osservazione, rilevazione, analisi ed elaborazione di dati tecnici acquisiti presso lo studio del consulente, senza l’osservanza di alcuna minima garanzia difensiva di tutela del predetto”, accusato di gravi illegittimità che, secondo l’analisi dei giudici, non avrebbe commesso.
Emerge dunque, concludono i magistrati , “come nell’ambito di un procedimento illegalmente avocato s’innesti su un’indagine tecnica … una serie di accertamenti tecnici sulle attività esperite dal consulente del medesimo procedimento e dallo stesso magistrato”, “senza alcuna osservanza dei meccanismi normativi obbligatori”.
Quel documento, lo ricordiamo ancora una volta, è stato giudicato perfettamente legittimo dall’unico organo preposto per legge a definirne o meno la correttezza: il tribunale del Riesame di Salerno. Il quale nelle motivazioni depositate lo scorso 30 gennaio scrive che il documento è “logico, preciso, analitico”, “immune da vizi di motivazione”, in linea con il Codice e la “giurisprudenza della Cassazione”, necessario “per l’accertamento dei fatti”.
Ma se tutto è così legittimo, se lo è chiesto Santoro nel corso della trasmissione di ieri, perché tutti questi attacchi e sanzioni disciplinari?
La risposta di Genchi è secca: “Perché abbiamo toccato i fili dell’alta tensione: è saltato De Magistris, poi avocata l’indagine, poi rimosso il consulente”.
E fino ad ora le carte danno ragione a lui.


Grazie a Monica Centofante! Grazie alla redazione di Antimafiaduemila!
Sosteniamo Antimafiaduemila: http://www.antimafiaduemila.it/
Gioacchino Genchi

ARTICOLI CORRELATI:
- De Magistris e Genchi davanti al Copasir: la strategia mediatica - di Monica Centofante
- Caso De Magistris: ora sotto accusa Gioacchino Genchi - di Monica Centofante

mercoledì 4 febbraio 2009

Giovedì 05-02-2009, alle ore 21:00, sarò ad ANNOZERO, su RAI DUE

Giovedì 05-02-2009 alle ore 21:00 sarò ad Annozero, su RAI DUE, anche per fare chiarezza sulle mistificazioni agitate sul mio conto da chi ha paura della Verità sulle indagini di Catanzaro.
Qualcuno cerca di abbacinare il popolo italiano, agitando una bufala mediatica di propozioni colossali.
Se con le idiozie che vengono dette sul mio conto si fosse potuta gonfiare una mongolfiera, questa avrebbe già raggiunto il pianeta Marte!
Gioacchino Genchi

venerdì 30 gennaio 2009

Solidarietà di Enzo Fragalà, avvocato ed ex parlamentare ... non a caso!

Ritengo doveroso, fra i tanti, riportare il messaggio di solidarietà che, dopo quello - commovente - degli avvocati Enzo Trantino ed Enrico Trantino (già difensori del Sen. Marcello Dell'Utri), mi ha inviato l'avv. Enzo Fragalà, già deputato e Componente della Commissione Giustizia della Camera dei Deputati.
Con l'avv. Fragalà, da più di 20 anni, ci siamo incontrati e scontrati nelle aule di Giustizia, in un'infinità di processi di mafia, di omicidio, di rapine, di stupefacenti, di pedofilia e di pubblica amministrazione, anche nei confronti di "colletti bianchi".
Nel rispetto assoluto della diversità dei ruoli e delle conclusioni processuali, ognuno ha fatto il proprio dovere a servizio della Giustizia.
Il suo messaggio si unisce a quello dei tanti avvocati che mi scivono da tutt'Italia, che saluto e che ringrazio.
Gioacchino Genchi

A Gioacchino Genchi
Desidero intervenire, come avvocato del foro palermitano, nonchè componente della Commissione Giustizia della Camera per tre legislature, per testimoniare l'eccezionale contributo di correttezza e trasparenza che ha sempre nutrito l'attività di consulente e di perito d'ufficio di Gioacchino Genchi al solo fine dell'accertamento della verità dei fatti, prima storica e poi processuale.
E che quanto affermo sia noto a tutti, ma soprattutto agli interessati detrattori di Gioacchino Genchi, è evidente per il fatto che nessuna contestazione gli viene rivolta su una consulenza o su un fatto specifico, bensì ai suoi danni si contestano due circostanze assolutamente inesistenti e false.
La prima è che si parla dell'attività di Genchi a proposito delle intercettazioni, quando è da tutti risaputo che Genchi non ha mai fatto in vita sua una intercettazione o una attività connessa alle intercettazioni.
La seconda circostanza altrettanto falsa, che Genchi ama definire "la grande bufala", è che esista "un archivio Genchi", cioè una banca dati riguardante o le intercettazioni o le acquisizioni dei tabulati telefonici.
Tutti sanno, invece, che Genchi si occupa esclusivamente di consulenze, solo d'uffiio cioè per P.M. e Giudici, purtroppo mai per le parti private sia esse parti civili o difensori degli imputati, e al solo scopo di verificare, attraverso lo studio dei tabulati telefonici eventuali contatti, rapporti e luoghi da cui i protagonisti del processo hanno attivato interconnessioni di telefonia mobile.
Ma la mia testimonianza si aggiunge a quella di tanti ed altri difensori che hanno constatato che l'accertamento peritale d'ufficio effettuato da Genchi ha, numerose volte, impedito un errore giudiziario a danno degli imputati ed altre volte ha consentito l'individuazione dei veri responsabili di un delitto che, altrimenti, sarebbe rimasto impunito.
Ma la vera contestazione a Genchi, mi pare sia essere solo quella che il perito è considerato eccessivamente bravo e i risulati delle sue perizie contrastano tante volte con tesi precostituite o correggono errori plateali delle indagini.
Per questo spero, da difensore della parte privata, che Genchi prima o poi si stufi di tanti gratuiti ed ipocriti attacchi e decida di fare il consulente finalmente della difesa!
Enzo Fragalà

mercoledì 28 gennaio 2009

Grazie Presidente Cossiga! ... Ma ci vogliono 80 anni per essere saggi in Italia?

Presidente Cossiga,

Lei mi conosce dal 1992, quando il Prefetto Vincenzo Parisi - Capo della Polizia - ci ha presentato, in una circostanza tragica per la storia del nostro Paese.

Ho apprezzato la lucidità del Suo ricordo e le considerazioni che mi ha voluto esternare nella Sua telefonata di questa mattina.

Ero sicuro che prima o dopo sarebbe intervenuto in questa vicenda, che mi vede involontario protagonista.

Spero - anche col Suo autorevole contributo - che gli uomini delle Istituzioni e della politica sappiano riflettere su questa mostruosa mistificazione.

Lei sa bene che io - nella modestia delle mie funzioni - sono stato sempre e soltanto dalla parte dello Stato e non sono mai venuto meno al giuramento di fedeltà alla Costituzione ed alle sue Leggi.

Ho operato solo al servizio di valenti magistrati - Giudici e Pubblici Ministeri - nell'esclusivo fine di ricerca della Verità e di affermazione dei principi di Giustizia, anche nei confronti di chi è stato ingiustamente accusato di delitti che non aveva commesso.

Commosso Le rinnovo il mio grazie e La saluto, con i migliori sentimenti.

Gioacchino Genchi

ARCHIVIO GENCHI: COSSIGA, CONSULENTE HA RISPETTATO LA LEGGEROMA(ANSA) - (ANSA) - ROMA, 28 GEN - "Dopo aver ascoltato in tv Gioacchino Genchi ed avere letto tutto quanto è stato scritto su di lui e sulla sua attività sia di funzionario della Polizia sia di consulente di numerosissime procure, mi sono convinto che egli ha agito sempre nel rispetto della legge e secondo il mandato conferitogli dai vari magistrati delle procure interessate". Lo afferma il presidente emerito della Repubblica Francesco Cossiga. "Ancorché si accertasse che egli ha avuto, analizzato, confrontato ed inter-relato tabulati di utenze telefoniche, fisse e mobili, intestate o comunque utilizzate da sedi centrali o periferiche dei servizi di informazione e sicurezza nazionali o di agenti di essi - rileva Cossiga - non vedo quali potrebbero essere i profili penali o anche soltanto di scorrettezza addebitabili non solo al perito ma anche al pubblico ministero che ha disposto l'acquisizione di detti tabulati, dato che sia la procura di Milano sia il giudice del dibattimento nel processo per la 'extraordinary rendition' di Abu Omar hanno dichiarato la perfetta legittimità non soltanto dell'acquisizione dei tabulati delle conversazioni telefoniche, ambientali e telematico-informatiche, ma la intercettazione o l' acquisizione del contenuto delle stesse. E' vero che contro questa posizione i governi Prodi e Berlusconi hanno presentato ben quattro ricorsi alla Corte Costituzionale per conflitto di attribuzioni, e che ad essi è stato replicato con altri contro-ricorsi da parte dei Pm e del giudice del dibattimento: ma fino a quando la Consulta non si pronunzierà, ogni giudizio sia in sede giudiziaria, sia in sede di Copasir sia eventualmente in sede di Csm deve essere per lo meno sospeso o risolto a favore degli accusati. La classe politica dovrebbe tenere conto che è ormai convinzione comune che la Corte Costituzionale darà ragione alla procura ed al giudice di Milano, secondo la dotta relazione alla corte dell'attuale presidente di essa Flick, che ha sottilmente argomentato essere l'obbligatorietà dell'azione penale e l'esercizio della giurisdizione garantiti dalla Costituzione e la tutela del segreto e le attività che ne derivano sono garantite soltanto da una legge ordinaria che non può 'non cedere' alla legge costituzionale. Che poi, se una qualche responsabilità vi fosse - conclude - essa sarebbe del magistrato e dovrebbe comunque essere accertata dal giudice".

domenica 25 gennaio 2009

Genchi: "il pericolo per la democrazia" ...

Il mio ruolo ed il dovere di riservatezza connesso alle mie funzioni non mi consentono di replicare alle vili aggressioni che sto subendo, soltanto per avere fatto il mio dovere, con scrupolo, onestà ed indipendenza, solo a servizio della Giustizia.
Di una Giustizia che oltre al rigore della Legge sapesse affermare i principi costituzionali di uguaglianza.
Purtroppo ho dovuto prendere atto che da un certo tempo a questa parte in Italia la Legge non è più uguale per tutti.
Senza aggiungere altro, consiglio però a Berlusconi, Cicchitto, Rutelli, Gasparri ed a quanti altri in questi giorni parlano a sproposito di me di leggere "La concessione del telefono" di Andrea Camilleri (edizioni Sellerio Palermo).
Lì c’è la mia storia ed uno spaccato di quanto sta accadendo oggi in Italia.
Io, ovviamente, sto sempre dalla parte dello Stato e anche in quello che è solo un romanzo sono col Questore Arrigo Monterchi di Montelusa.
Ho cercato fino all'impossibile di difendere il povero Filippo Genuardi e non ci sono riuscito.
A questo punto spero solo di non finire come lui.
So che questo non accadrà, perché ho la solidarietà di tanta gente per bene. Di tanti coraggiosi uomini delle istituzioni. Di magistrati e di giornalisti onesti, che non si sono ancora arresi nella ricerca della Verità.
Gioacchino Genchi

giovedì 22 gennaio 2009

22-01-2009 - La lettera di dimissioni del Magistrato Grabriella Nuzzi dall'A.N.M.

Non occorre aggiungere commenti alle parole oneste e coraggiose del magistrato Gabriella Nuzzi.

A parte le mistificazioni di regime e di un’informazione ormai asservita al potere, il sentimento e l’espressione che gli italiani onesti hanno ancora la forza di pronunciare agli uomini della "Casta" è:

VERGOGNATEVI!

Alla Associazione Nazionale Magistrati - ROMA

Al Siignor Presidente,

Le comunico, con questa mia, l’irrevocabile decisione di lasciare l’Associazione Nazionale Magistrati.

Il plauso da Lei pubblicamente reso all’ingiustizia subita, per mano politica, da noi Magistrati della Procura della Repubblica di Salerno è per me insopportabilmente oltraggioso.

Oltraggioso per la mia dignità di Persona e di essere Magistrato.

Sono stata, nel generale vile silenzio, pubblicamente ingiuriata; incolpata di ignoranza, negligenza, spregiudicatezza, assenza del senso delle istituzioni; infine, allontanata dalla mia sede e privata delle funzioni inquirenti, così, in un battito di ciglia, sulla base del nulla giuridico e di un processo sommario.

Per bocca sua e dei suoi amici e colleghi, la posizione dell’Associazione era già nota, sin dall’inizio.

Quale la colpa? Avere, contrariamente alla profusa apparenza, doverosamente adottato ed eseguito atti giudiziari legittimi e necessari, tali ritenuti nelle sedi giurisdizionali competenti.

Avere risposto ad istanze di verità e di giustizia. Avere accertato una sconcertante realtà che, però, doveva rimanere occultata.

Né lei, né alcuno dei componenti dell’associazione che oggi degnamente rappresenta ha sentito l’esigenza di capire e spiegare ciò che è davvero accaduto, la gravità e drammaticità di una vicenda che chiama a riflessioni profonde l’intera Magistratura, sul suo passato, su ciò che è, sul suo futuro; e non certo nell’interesse personale del singolo o del suo sponsor associativo, ma in forza di una superiore ragione ideale, che è – o dovrebbe essere – costantemente e perennemente viva nella coscienza di ogni Magistrato: la ricerca della verità.

Più facile far finta di credere alla menzogna: il conflitto, la guerra tra Procure, la isolata follia di “schegge impazzite”.

Il disordine desta scandalo: immediatamente va sedato e severamente punito.Il popolo saprà che è giusto così.

E il sacrificio di pochi varrà la Ragion di Stato.

L’Associazione non intende entrare nel merito. Chiuso.

Nel dolore di questi giorni, Signor Presidente, il mio pensiero corre alle solenni parole che da Lei (secondo quanto riportato dalla stampa) sarebbero state pubblicamente pronunciate pochi attimi dopo l’esemplare “condanna”: “Il sistema dimostra di avere gli anticorpi”.

Dunque, il sistema, ancora una volta, ha dimostrato di saper funzionare.

Mi chiedo, allora, inquieta, a quale “sistema” Lei faccia riferimento.

Quale il “sistema” di cui si sente così orgogliosamente rappresentante e garante.

Un “sistema” che non è in grado di assicurare l’osservanza minima delle regole del vivere civile, l’applicazione e l’esecuzione delle pene?

Un “sistema” in cui vana è resa anche l’affermazione giurisdizionale dei fondamentali diritti dell’essere umano; ove le istanze dei più deboli sono oppresse e calpestato il dolore di chi ancora piange le vittime di sangue?

Un “sistema” in cui l’impegno e il sacrificio silente dei singoli è schiacciato dal peso di una macchina infernale, dagli ingranaggi vetusti ed ormai irrimediabilmente inceppati?

Un “sistema” asservito agli interessi del potere, nel quale è più conveniente rinchiudere la verità in polverosi cassetti e continuare a costellare la carriera di brillanti successi?

Mi dica, Signor Presidente, quali sarebbero gli anticorpi che esso è in grado di generare? Punizioni esemplari a chi è ligio e coraggioso e impunità a chi palesemente delinque?

E quali i virus?

E mi spieghi, ancora, quale sarebbe “il modello di magistrato adeguato al ruolo costituzionale e alla rilevanza degli interessi coinvolti dall’esercizio della giurisdizione” che l’Associazione intenderebbe promuovere?

Ora, il “sistema” che io vedo non è affatto in grado di saper funzionare.

Al contrario, esso è malato, moribondo, affetto da un cancro incurabile, che lo condurrà inesorabilmente alla morte.

E io non voglio farne parte, perché sono viva e voglio costruire qualcosa di buono per i nostri figli.

Ho giurato fedeltà al solo Ordine Giudiziario e allo Stato della Repubblica Italiana.

La repentina violenza con la quale, in risposta ad un gradimento politico, si è sommariamente decisa la privazione delle funzioni inquirenti e l’allontanamento da inchieste in pieno svolgimento nei confronti di Magistrati che hanno solo adempiuto ai propri doveri, rende, francamente, assai sconcertanti i vostri stanchi e vuoti proclami, ormai recitati solo a voi stessi, come in uno specchio spaccato.

Mentre siete distratti dalla visione di qualche accattivante miraggio, faccio un fischio e vi dico che qui sono in gioco i principi dell’autonomia e dell’indipendenza della Giurisdizione.

Non gli orticelli privati.

Non vale mai la pena calpestare e lasciar calpestare la dignità degli esseri umani.

Per quanto mi riguarda, so che saprò adempiere con la stessa forza, onestà e professionalità anche funzioni diverse da quelle che mi sono state ingiustamente strappate, nel rispetto assoluto, come sempre, dei principi costituzionali, primo tra tutti quello per cui la Legge deve essere eguale per deboli e potenti.

So di avere accanto le coscienze forti e pure di chi ancora oggi, nonostante tutto, crede e combatte quotidianamente per l’affermazione della legalità.

Ed è per essa che continuerò sempre ad amare ed onorare profondamente questo lavoro.

Signor Presidente, continui a rappresentare se stesso e questa Associazione.

Io preferisco rappresentarmi da sola.

Dott.ssa Gabriella Nuzzi - Magistrato

mercoledì 24 dicembre 2008

23-12-2008 - Guerra tra Procure. Parla Gioacchino Genchi

(tratto dal settimanale OGGI del 16-12-2008. Non ho riportato prima l'articolo-intervista nel blog in quanto il giornale era ancora in edicola. Gioacchino Genchi)

Guerra tra Procure

Parla Gioacchino Genchi


Misteri e misteri. Non sono uno spione.


E’ l’uomo chiave del caso de Magistris. Lo accusano di avere intercettato 007 e politici, tra cui Mastella. E di avere un archivio illegale con 600 mila “voci”. Ma lui dice: «È un pretesto per nascondere i veri abusi»
di Edoardo Montolli (OGGI, 16 dicembre 2008)
Milano, Dicembre
La voce stanca, ma tagliente, del superconsulente informatico arriva di notte da un telefono sulla Salerno-Reggio Calabria. Lui sta tornando a Palermo, dove vive. «Scusi l’ora, ma ho avuto da fare con il processo sull’omicidio del capomafia di Siderno». Gioacchino Genchi, 48 anni, è l’uomo-chiave di Why Not?, l’inchiesta dell’ex pm Luigi De Magistris che ha causato in questi giorni sequestri e controsequestri degli incartamenti tra magistrati e il conseguente trasferimento di procuratori e pubblici ministeri. Mai successo prima. Salerno che accusa Catanzaro di aver orchestrato un complotto per togliere la madre di tutte le inchieste a De Magistris. Catanzaro che risponde tuonando proprio contro il principale artefice di quell’inchiesta: Genchi. Perché possiederebbe un misterioso archivio informatico con 578.000 richieste anagrafiche, tra cui parlamentari, giudici e 007? Un archivio «illegale», scrivono i magistrati di Catanzaro, che «attenta al diritto alla privacy» e che conterrebbe pure «utenze coperte dal segreto di Stato». Possibile che lo schivo superconsulente Genchi, massimo esperto nell’analisi dei tabulati telefonici, diventi una figura inquietante? La nostra intervista esclusiva comincia da qui, dall´archivio segreto.

Genchi, lei è indagato?
«A oggi mi risulta di no. Peraltro nemmeno riesco a immaginare da chi e per quale reato. Questi polveroni si alzano ogni volta che mi occupo di indagini che riguardano i politici. Tutti i dati che raccolgo su incarico di pubblici ministeri o giudici fanno parte dei fascicoli processuali. E ne viene data copia integrale ai difensori. Di segreto, quindi, non c’è nulla. Quanto ai numeri, sono state agitate cifre senza senso, con l’evidente scopo di denigrare me, il dottor De Magistris e in ultimo i magistrati di Salerno, che hanno riconosciuto come perfettamente regolare il mio operato. Se poi contiamo i dati che posso trattare io in un anno, sono pari a circa l’uno per cento del più modesto degli studi legali.

E le utenze di servizi segreti e parlamentari? E i numeri coperti da segreto di Stato?
«Questa poi... Quando trovo un numero di telefono durante un’indagine, lo accerto. E se trovo un numero dei servizi, che posso farci? Non mi pare che siano al di sopra della legge. E nella Why Not? sono state rilevate le utenze di autorevoli soggetti dei servizi e del Ros dei Carabinieri. La fandonia delle utenze “coperte da segreto di Stato” ancora non l’avevo sentita. E mi spiace che a parlarne siano stati dei magistrati. Come si può stabilire da un tabulato che un numero di telefono è “coperto da segreto di Stato”? Dove è scritto? Questo è ridicolo».

Ma lei ha trattato utenze di parlamentari, cosa proibita?
«Ogni volta che ho trovato utenze di parlamentari l’ho immediatamente segnalato al pubblico ministero. Altra cosa accade però quando i parlamentari risultano in contatto con gli indagati di cui ho acquisito i tabulati. Ebbene questo sì. Di contatti telefonici cosiddetti indiretti ce ne sono tantissimi. Inoltre, se un deputato usa un cellulare intestato ad altri, non c’è nessun modo per stabilire a priori che si tratti di lui. Però c’è un aspetto più grave. Alcuni parlamentari, ed è accaduto per uno in particolare, hanno attivato decine di schede e le hanno messe in mano anche a soggetti vicini a killer mafiosi: su quelle utenze non si è potuta compiere alcuna attività di controllo. Nel caso specifico, fu accertato che mentre il parlamentare si trovava a Roma, gli altri suoi cellulari operavano in Calabria. Possiamo pure gridare allo scandalo, ma a vergognarsi dovrebbe essere chi consente queste cose e non io, che ho interrotto ogni attività relativa a quell’indagine».

Non può rivelare un fatto tanto grave senza precisarlo: di che parlamentare si tratta?
«Se la Commissione Antimafia m’interrogasse in proposito, non avrei alcuna difficoltà a fornirne il nome».

Lei è stato estromesso dall’indagine Why Not? e il suo posto è stato preso dai carabinieri del Ros. Nella loro relazione si sostiene che lei abbia trattato l’utenza dell’ex ministro della Giustizia Clemente Mastella (episodio che fu all’origine del braccio di ferro con De Magistris) senza la necessaria autorizzazione, visto che si trattava di una scheda intestata alla Camera dei Deputati.
«Quando trattai l’utenza poi risultata nella disponibilità di Mastella, il numero era già passato dalla Tim alla Wind e intestato al Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria, e da questo mai si sarebbe potuti risalire a Mastella. Ma dico di più. Quel numero, in sei anni di vita, mai era stato nemmeno intestato a qualcuno o qualcosa che fosse riconducibile alla sua persona, pur avendo cambiato tre schede e ben diciotto cellulari. Chiunque, compreso il Ros, deve accertare bene gli intestatari di un’utenza o può incorrere in errori come quelli che in passato hanno portato a tragici eventi. Il professor Marco Biagi è stato ammazzato proprio per un errore di questo tipo, poiché, a causa di una ricerca svolta male, non trovando le autorità traccia nei tabulati delle minacce telefoniche che lui subiva da tempo, non gli ridiedero la scorta. Facendolo quasi passare per un mitomane. Perciò si deve fare parecchia attenzione in queste indagini».

Tornando a Mastella, forse il ministro teneva alla privacy.
«Può darsi. Appena scoprii che quel numero lo usava lui, lo comunicai a De Magistris. Ma le dirò ancora di più, a proposito di privacy. Ho recentemente scoperto, analizzando le intercettazioni di Toghe Lucane [un’altra inchiesta scottante di De Magistris, ndr] che Mastella è stato anche intercettato mentre trattava faccende locali con alcuni esponenti di centrosinistra. In quel caso usava un altro telefono e ciò dimostra le difficoltà nel districarsi in questa materia, in cui il Ros non ha fatto certo una bella figura, determinando questo polverone. E c’è ancora un fatto non proprio irrilevante: le indagini che ha svolto il Ros di Roma sul mio conto e sul dottor De Magistris sono abusive».

Abusive? In che senso?
«La Procura Generale di Catanzaro non poteva delegare al Ros di compiere indagini su un magistrato del proprio ufficio. L’accertamento per de Magistris poteva farlo solo la Procura di Salerno. E per me, ove fossero emersi elementi di reato, quella di Palermo, dove io lavoro e dove ho svolto tutte le mie attività. Ciò non è avvenuto perché non c’era alcun reato. E inoltre, se nessuna indagine poteva dunque essere delegata al Ros di Roma, ancora meno poteva essere delegata a quelle particolari persone del Ros. Se i tabulati acquisiti avevano un senso, non si potevano affidare ai soggetti che emergevano proprio dagli stessi tabulati. Quindi...».

Quindi che cosa ne desume?
«La vicenda dell’“archivio Genchi” è stata solo la scusa tirata fuori dal cilindro per giustificare l’assurdità commessa. E ha trovato sponda in persone ben precise e molto interessate, che si sono premurate di attaccarmi anche in Parlamento. Sa come si dice, no? La gallina che canta per prima è quella che ha fatto l’uovo».

Un’ultima domanda. Il suo lavoro, in seguito a tutti questi attacchi istituzionali, è diminuito?
«No. Continuo anche a lavorare con diversi magistrati di Catanzaro, per cui ho svolto consulenze prima e dopo l’allontamento del dottor de Magistris ».


Com’è possibile, con quello che ha scritto di lei la Procura Generale di Catanzaro?
«La Procura della Repubblica di Catanzaro non è la Procura Generale di Catanzaro. Se la legge prevede che ci siano due uffici con distinte competenze non è un caso. In questo tengo a ribadire che a Catanzaro ci sono tantissimi magistrati per bene, che lavorano in condizioni disumane, in una realtà criminale che è in assoluto la più difficile e complessa di tutta Italia. Palermo, in confronto, sembra la Svizzera. E consideri con attenzione il paragone che ho fatto».

Edoardo Montolli

martedì 23 dicembre 2008

22-12-2008 - Associazione Nazionale Magistrati Strabici di Marco Travaglio


Buongiorno a tutti.
Oggi, in questa ultima puntata prima di Natale vorrei ancora soffermarmi sulla vicenda di Salerno e Catanzaro perché continuano ad arrivarmi, giustamente, delle richieste di chiarimento, per quanto riguarda ciò che siamo riusciti a far vedere, credo sia stato molto importante, nella puntata di giovedì sera di Annozero.
Una puntata che sta già terremotando la magistratura fin dalle sue fondamenta.
Chi ha notizie o conosce qualche magistrato può farsi dire che il comportamento del segretario dell'Associazione Magistrati ha lasciato interdetti molti suoi colleghi, soprattutto perché la ricostruzione di Annozero ha mostrato dove stia il marcio tra le procure di Catanzaro e di Salerno.
Il fatto che, invece, il rappresentante ufficiale dell'associazione magistrati abbia continuato a prendersela con Salerno senza dire una parola su quello che è successo a Catanzaro ha lasciato molti interdetti, addirittura c'è chi chiede un cambio al vertice dell'ANM.
Sarebbe opportuna un'autocritica.
Dopo entriamo nel merito delle cose che ancora non abbiamo detto la scorsa settimana, però io penso che quello che sta succedendo, cioè il fatto che magistrati come De Magistris siano stati lasciati soli di fronte ad attacchi politici inauditi - non credo che, a parte i magistrati del pool di Milano nella metà degli anni Novanta, ci sia mai stato nessun pubblico ministero bersagliato da decine e decine di interrogazioni e interpellanze parlamentari, seguite da ispezioni, da una mole enorme di provvedimenti disciplinari, per non parlare della pratica di trasferimento - tutto ciò non sarebbe mai potuto accadere.
Ed è potuto accadere non perché l'ANM abbia voluto prendersela con De Magistris, ma perché ha trascurato colpevolmente il caso Catanzaro per troppi anni.
Ha voluto coprire il CSM che ha trascurato colpevolmente il caso Catanzaro, è stata poi presieduta dal giudice Luerti, il quale si è poi scoperto essere intimo amico del principale indagato di De Magistris, Antonio Saladino, il leader della Compagnia delle Opere in Calabria.
Non solo amico ma, come abbiamo sentito nella ricostruzione sceneggiata da Annozero con attori che leggevano il testo dell'interrogatorio di Luerti davanti alla procura di Salerno, Luerti viveva addirittura in una comunità - e vive in una comunità - prima a Catanzaro e poi a Salerno dei Memores Domini, una confraternita di Comunione e Liberazione.
Di frati di Comunione e Liberazione che fanno voto di povertà, castità e obbedienza.
Il fatto che poi nel decreto di perquisizione scritto da Salerno per andare a Catanzaro a prendere le carte ci sia un accenno a questa parte di interrogatorio, dove si parla del voto di castità di questo magistrato, non significa affatto che i suoi colleghi abbiano voluto sindacare la sua vita privata e affettiva: vuol dire che gli hanno semplicemente posto il problema del fatto che, forse, un magistrato non dovrebbe essere nelle condizioni di imbarazzo che ora derivano a costui dall'essere parte di una confraternita della quale fanno parte anche persone che vengono coinvolte in vicende giudiziarie.
Se fai voto di obbedienza a una confraternita, bisognerà vedere quanto sei obbediente a quella confraternita rispetto a quanto sei obbediente alla legge.
Io penso che questo dottor Luerti sia una persona assolutamente perbene, ma certamente non basta essere persone perbene, bisogna anche sembrare imparziali quando si è magistrati.
Pensate soltanto a quando faceva il magistrato a Catanzaro e viveva nella casa di Saladino che poi si è rivelato essere - non sappiamo se abbia commesso reati o no - una persona piuttosto disinvolta nei rapporti d'affari e politici.
E adesso fa il magistrato a Milano, in una regione che è presieduta da un membro influentissimo di Comunione e Liberazione che per anni ha detto pubblicamente di aver fatto anche lui questo voto di castità, e di essere anche lui membro di questa comunità, di questa confraternita.
Il fatto che questo Luerti presiedesse l'Associazione Magistrati ha sicuramente influenzato la sua posizione quando ha dovuto rilasciare delle dichiarazioni su quello che stavano facendo a De Magistris.
De Magistris è stato esautorato delle sue indagini e l'ANM di fatto non ha preso la posizione che avrebbe dovuto prendere.
Gli sono state avocate, probabilmente in maniera illegale o irregolare, le indagini e l'ANM ha taciuto, e alla fine è stato trascinato davanti al CSM con delle accuse risibili, come abbiamo detto, e pure trasferito in base a quelle accuse risibili che ricordano un po' quelle in base alle quali adesso vengono crocifissi i magistrati di Salerno.
Avere scritto troppe pagine in un decreto di perquisizione, avere fatto accenni presunti alla vita privata di questo o quel personaggio.
Insomma, stupidaggini mentre dall'altra parte c'è un verminaio - a Catanzaro - con persone che non dovrebbero più poter fare i magistrati.
Allora, visto che l'ANM ha cominciato con il piede sbagliato in questa vicenda, ha proseguito con il piede sbagliato, mentre oggi basterebbe dire: "siamo cambiati, il segretario Luerti non c'è più, ora c'è un nuovo vertice, c'è il dottor Cascini, il dottor Palamara.
Chiediamo scusa per aver sottovalutato il caso. Chiediamo scusa per avere fatto i Ponzio Pilato quando avremmo dovuto schierarci dalla parte giusta.
Adesso, però, viste le carte, alla luce di quello che ci mostra Salerno, vedremo se quelle pagine sono troppe, troppo poche, ma vogliamo far sapere che quello che è successo ai danni del dottor De Magistris lo riteniamo inaccettabile, e che nessuno provi più a fare altrettanto nei confronti di altri magistrati".
Naturalmente questo non significa che De Magistris abbia sempre ragione, può avere sbagliato come sbagliano tutte le persone.
Gli errori dei magistrati, quando riguardano le loro indagini, vengono corretti da altri magistrati nei ricorsi dei vari gradi di giudizio.
Se qualcuno voleva lamentarsi delle indagini di De Magistris aveva soltanto da rivolgersi al GIP, al Tribunale del Riesame, alla Corte d'Appello, alla Corte di Cassazione e se aveva ragione avrebbe trovato giustizia.
Invece, c'è chi ha ritenuto che gli eventuali errori, tutti da dimostrare, di De Magistris si potessero risolvere levandogli le inchieste.
Questa è una cosa assolutamente inaccettabile, anche perché poi si è scoperto che, secondo la procura di Salerno, le inchieste gli sono state tolte non perché erano sbagliate ma perché erano giuste e quindi bisognava impedirgli di proseguirle.
Perché sia chiaro di cosa stiamo parlando, purtroppo ancora si fa finta di non capire, l'ipotesi accusatoria - noi non sappiamo se sia buona o non buona - è questa, da parte dei magistrati di Salerno nei confronti dei loro colleghi di Catanzaro: questi colleghi si sarebbero praticamente venduti le indagini di De Magistris ai principali imputati, cioè il senatore Pittelli di Forza Italia e il solito Saladino, in cambio di favori.
Assunzioni di parenti, segnalazioni, finanziamenti, eccetera.
L'accusa più grave è quella di corruzione in atti giudiziari.
Voi ricordate che si è parlato molto di corruzione in atti giudiziari ai tempi del caso delle toghe sporche, quando nel 1996 scattarono gli arresti al Tribunale di Roma.
Quando i magistrati di Milano andarono a Roma a prendere i giudici Squillante e Metta, quello che aveva fatto la sentenza del Lodo Mondadori.
All'epoca i magistrati coinvolti erano tre o quattro.
Qui sono addirittura sette, in una procura molto più piccola come quella di Catanzaro.
Stiamo parlando di un intero ufficio giudiziario che viene coinvolto a partire da: ex capo della procura di Catanzaro, Lombardi.
Procuratore aggiunto tutt'ora in funzione a Catanzaro, che per molti mesi ha fatto il procuratore capo facente funzioni quando Lombardi è stato trasferito, e si chiama Salvatore Murone.
Il procuratore generale facente funzione fino a qualche mese fa, Dolcino Favi, e il nuovo procuratore generale che ha preso il posto vacante, Enzo Iannelli.
Più tre sostituti procuratori.
Questa è la formazione. Voi capite che la gravità dell'accusa è spaventosa, stiamo parlando dei vertici.
Quando sono andati a prendere i giudici delle toghe sporche, i magistrati di Milano non hanno colpito così in alto: il più importante era Squillante che era il capo dei GIP di Roma, ma gli altri erano normali giudici di tribunale o Corte d'Appello, ed erano anche meno come numero.
Tanto perché voi abbiate idea, io non sono qui a dire che l'accusa regge o no, non spetta a me: c'è un decreto di sequestro, se uno non lo ritiene fondato si rivolge al Tribunale del Riesame invece che al governo, al Capo dello Stato, al CSM o all'opinione pubblica, come ha fatto Iannelli andando a strillare che quella perquisizione e quel sequestro erano illegittimi e addirittura eversivi.
Capo di imputazione A: corruzione giudiziaria.
Sono accusati il procuratore capo uscente Lombardi, il suo aggiunto Murone e il senatore Pittelli.
Scrivono i magistrati di Salerno che, quando il procuratore Lombardi e il suo aggiunto Murone, hanno revocato a De Magistris l'inchiesta Poseidone, quella sui depuratori mai costruiti perché il solito comitato d'affari si è fregato 800 milioni di euro, ciò è avvenuto dopo che era stato indagato il senatore Pittelli.
Peccato che Pittelli abbia nel suo studio legale, a lavorare, il figlio della convivente e poi seconda moglie del Procuratore Lombardi.
Il quale, infatti, appena è stato iscritto Pittelli si è astenuto dall'occuparsi di quell'indagine, però ha tolto anche De Magistris, con il risultato che l'indagine, scrivono i magistrati, è stagnata per molti mesi, è stata disintegrata dai magistrati che sono stati chiamati a occuparsene dopo e questo naturalmente non è un fatto casuale ma doloso.
Lombardi voleva distruggere quell'indagine per fare un favore al suo amico Pittelli, il quale a sua volta aveva preso nello studio il figlio della seconda moglie di Lombardi.
Il figlio della seconda moglie di Lombardi, che si chiama Pierpaolo Greco, era entrato in una società immobiliare - la Roma9 srl - insieme a Pittelli ed altri avvocati dello studio Pittelli.
Poi Pittelli aveva addirittura difeso il procuratore Lombardi nel giudizio disciplinare alle sezioni riunite della Cassazione, che è una cosa allucinante: un procuratore che si fa difendere da un indagato del suo stesso ufficio in un procedimento davanti alle sezioni unite della Cassazione.
E' uno che probabilmente non dovrebbe più fare il magistrato, non è che deve essere trasferito come, invece, è accaduto.
Capo di imputazione B: sono accusati il procuratore aggiunto Murone, il procuratore generale facente funzione Favi, l'ex procuratore Lombardi - il solito trio - più i due imputati più famosi, Saladino e Pittelli.
L'accusa è di nuovo corruzione giudiziaria e c'è pure un falso in atto pubblico.
Qui ci si riferisce all'altra inchiesta tolta a De Magistris: la Why Not, sui soldi stanziati dallo Stato e dall'Europa per l'informatizzazione e il lavoro interinale in Calabria che poi sono stati fregati dai comitati d'affari.
Why Not viene tolta dal procuratore generale Dolcino Favi non appena De Magistris indaga Mastella.
La Poseidone appena indaga Pittelli, qui appena indaga Mastella.
Fanno notare i magistrati: De Magistris, poco prima che gli togliessero l'indagine avevano fissato la data, per pochi giorni dopo, di una perquisizione fondamentale.
La perquisizione nel giornale del partito di Mastella, l'Udeur. Il giornale si chiama "Il Campanile".
Si ipotizzava, e l'abbiamo letto poi sull'Espresso, che la famiglia Mastella usasse per fini domestici parte dei fondi pubblici che andavano al Campanile, i famosi torroncini della signora Sandra, i famosi rimborsi benzina per il figlio che gira sul Porsche Cayenne, le famose polizze assicurative che sempre il figlio di Mastella garantiva al Campanile, compensi a Clemente Mastella per i suoi fondamentali editoriali che apparivano sul Campanile - che andava a ruba naturalmente quando c'erano gli editoriali di Mastella.
Bisognava andare a perquisire la sede del Campanile per acquisire le carte che dimostrassero l'uso buono o non buono di questi fondi pubblici.
Alla vigilia di questa perquisizione, gli levano l'indagine e naturalmente la perquisizione salta.
Dopodiché cosa fa il procuratore Favi? Manda gli atti su Mastella al Tribunale dei Ministri dicendo: "sei un ignorante, De Magistris: i reati commessi da un ministro li giudica il Tribunale dei Ministri di Roma, e tu non sei competente".
Manda queste carte a Roma, così si viene a sapere che è nel mirino Il Campanile e che sta per essere perquisito.
Immaginate quando fanno la perquisizione a babbo morto cosa possono trovare, visto che al Campanile già sanno che viene qualcuno a prendere le carte.
Come avvertire uno dicendo "vengo a perquisirti, sistema un po' le cose".
Il fascicolo viene poi dato ad altri pubblici ministeri che, secondo Salerno, spezzettano il quadro complessivo dell'accusa, lo parcellizzano e lo polverizzano.
Dicono, i magistrati di Salerno, che anche questo atto è stato doloso: l'hanno fatto apposta a levargli l'inchiesta per rovinarla e hanno usato, ecco l'accusa di falso, una motivazione falsa per giustificare una cosa gravissima, come l'avocazione di un inchiesta.
Cioè che, siccome Mastella aveva chiesto al CSM di trasferire De Magistris, allora lui quando l'ha iscritto nel registro degli indagati l'ha fatto per vendicarsi.
Praticamente De Magistris era in conflitto di interessi.
E' una cosa che ricorda la fiaba del lupo e dell'agnello.
Mastella da mesi sa che De Magistris sta lavorando, tant'è che persino i giornali hanno scritto che ci sono delle telefonate tra Mastella e alcuni imputati, come Saladino, il piduista Bisignani, eccetera.
Dopo aver saputo che stanno lavorando sulle sue telefonate, e che quindi è imminente la sua iscrizione nel registro degli indagati, Mastella si precipita al CSM e come ministro della Giustizia chiede di trasferire urgentemente De Magistris, che così perderebbe l'indagine.
A questo punto, il suo procuratore gli leva l'indagine dicendo che De Magistris è in conflitto di interessi con Mastella, e non il contrario!
Come il lupo, stando sopra, accusa l'agnello che sta sotto di intorbidargli l'acqua del ruscello.
Ecco, la fiaba del lupo e dell'agnello entra in un provvedimento giudiziario.
Secondo i magistrati di Salerno non è solo un provvedimento assurdo, è anche un reato perché si è commesso un falso in atto pubblico per espropriare il titolare di un indagine nel momento clou dell'indagine medesima.
Ritardi, poi, nelle indagini fatte dai suoi successori, il blitz al Campanile ormai è un blitz annunciato e va come va.
Mastella viene poi stralciato, come abbiamo detto, e mandato a Roma; se non che il Tribunale dei Ministri restituisce a Catanzaro le carte dicendo: "ma noi non siamo competenti! E' vero che Mastella è ministro in questo momento, ma non vi siete accorti che negli atti di De Magistris le cose contestate a Mastella risalgono a un periodo precedente di quando è diventato Ministro".
Quindi è competente Catanzaro, mica il tribunale dei ministri.
Dove sta il dolo in questa avocazione? Scrivono i magistrati di Salerno che uno dei protagonisti di questo esproprio dell'indagine, il procuratore aggiunto Murone, si è visto assumere dei parenti da Saladino, e qui si fanno i nomi di un cugino e un protetto del procuratore Murone che lavorerebbero con la Why Not di Saladino.
Poi, i soliti favori che Pittelli, indagato anche nella Why Not oltre che nella Poseidone, ha fatto - come abbiamo visto prima - al figliastro del procuratore Lombardi.
Terzo capo di imputazione, capo C: abuso, falso e favoreggiamento. C'è la solita triade di magistrati Favi, Murone, Lombardi.
Praticamente, qui si parla del fatto che dopo aver tolto l'indagine a De Magistris hanno anche revocato l'incarico al suo consulente informatico-telefonico, il famoso Genchi, il mago degli incroci dei tabulati telefonici.
Quello che ha fatto scoprire decine e decine di omicidi grazie proprio all'incrocio dei tabulati telefonici e che adotta lo stesso sistema antimafia in queste indagini di pubblica amministrazione.
Dato che è molto bravo e ha scoperto tutti questi legami che dicevamo prima, e dato che rischia - scrivono i magistrati nell'accusa - di essere molto bravo anche se non c'è più De Magistris con i suoi successori, allora gli tolgono l'incarico per evitare che continui a lavorare.
E gli mandano pure il Ros dei Carabinieri a portare via un pezzo del suo archivio, con risultati dannosi per l'inchiesta.
Capo di imputazione D: qui entrano in scena i magistrati che sono subentrati a De Magistris e che sono arrivati dopo la sua revoca.
Infatti, c'è il nuovo procuratore generale Iannelli, ci sono i due PM che si sono occupati dell'inchiesta Poseidone, Garbati e De Lorenzo, e c'è sempre Favi, il procuratore generale facente funzioni di un anno fa.
Sono accusati di abuso, falso e favoreggiamento. Perché?
Perché avrebbero indagato, addirittura, tramite il Ros dei Carabinieri, sul consulente Genchi.
Per indagare su una persona questa deve essere iscritta nel registro degli indagati, perché le indagini possono durare un certo periodo e la persona deve potersi difendere.
Invece, pare che abbiano indagato su di lui, acquisendo lavoro suo e ipotizzando che avesse abusato del suo potere insieme a De Magistris, ma senza iscriverlo nel registro degli indagati.
Indagavano una persona non indagata formalmente per dimostrare, scrivono i magistrati di Salerno, falsamente che Genchi commettesse dei reati nelle sue indagini per conto di De Magistris.
Alla fine, tutto questo sarebbe servito a chiedere l'archiviazione della posizione di Mastella.
Qui stiamo parlando dell'indagine Why Not, che per Mastella viene stralciata e si chiede e ottiene l'archiviazione.
I magistrati di Salerno scoprono che nella richiesta di archiviazione i PM che sono subentrati a De Magistris non ci mettono tutte le carte che c'erano a carico di Mastella: se ne tengono alcune e ne mandano al GIP soltanto una parte.
Così il GIP non ha il quadro complessivo, tant'è che il GIP dice: "beh, se gli elementi erano solo questi non c'erano nemmeno motivi per iscriverlo".
Così tutti a dire: "ecco! Avete visto? Il GIP ha stabilito che De Magistris ha iscritto Mastella anche se non ce n'erano i presupposti".
Ma il GIP non aveva il quadro completo delle accuse di De Magistris a Mastella, perché i PM non gliel'hanno dato.
E perché non gliel'hanno dato? Perché hanno stabilito che dato che Genchi, il consulente informatico, aveva raccolto certi dati - dicono loro - illegalmente, quelli non li potevano dare al GIP.
E in realtà erano proprio i dati fondamentali che spiegano per quale motivo Mastella era finito sotto inchiesta.
Quindi anche la richiesta di archiviazione di Mastella sarebbe un atto illegale, insabbiato da questi magistrati. Questa è l'accusa, poi vedremo se è buona o non è buona, ma la racconto perché voi vi rendiate conto di quanto è grave l'ipotesi accusatoria che ha dato origine a questo blitz di Salerno a Catanzaro.
Vado rapidamente alla fine: capo E.
C'è il nuovo procuratore generale Iannelli, ci sono gli stessi due PM Garbati e De Lorenzo, accusati di nuovo di abuso, falso, favoreggiamento e calunnia.
Perché? Perché quando hanno stralciato dal fascicolo Why Not la posizione di Mastella e hanno chiesto l'archiviazione, hanno praticamente tralasciato una serie di indagini che, se approfondite, avrebbero potuto portare la posizione di Mastella in condizioni più critiche rispetto a quelle che già emergevano quando ci stava lavorando De Magistris.
Infatti ci sono tutte le testimonianze dei consulenti: oltre a Genchi c'è anche il consulente contabile, quello che si occupa dei giri di soldi, Sagona i quali dicono: "ma noi a questi magistrati subentrati a De Magistris gli abbiamo chiesto di poter approfondire la pista dei soldi, ma loro non ce le facevano mai fare, queste indagini. Ci dicevano di non farle.
Noi siamo stati praticamente bloccati, anche dopo la perquisizione al Campanile, e alla fine è ovvio che hanno archiviato: non ci hanno lasciato approfondire le indagini... se c'era De Magistris le approfondivamo e vedevi che magari le accuse si rivelavano più che fondate".
Perché c'è la calunnia, in questo caso, oltre al favoreggiamento a Mastella, il falso e l'abuso? Perché viene contestato a questi magistrati di avere salvato Mastella per l'interesse di Mastella, naturalmente, ma anche per dimostrare che De Magistris era un farabutto, che ce l'aveva con Mastella.
Io do poche carte al GIP, il GIP fa l'archiviazione, scrive che Mastella non andava neppure indagato e così sono riuscito a sputtanare De Magistris e dimostrare che abbiamo fatto bene a buttarlo fuori come un copro estraneo.
Capo F: il solito procuratore generale Iannelli, quello appena arrivato; i pubblici ministeri Garbato e De Lorenzo, quelli che hanno preso le indagini di De Magistris su Why Not; Curcio, quello che ha preso la Poseidone e Murone, procuratore aggiunto, che li sorveglia tutti quanti.
Questi sono accusati di abuso, falso e favoreggiamento nei confronti di tutta una serie di politici e personaggi di livello nazionale che sono usciti da questi fascicoli e sono stati a loro volta archiviati.
Sapete che le indagini di De Magistris sono state dimagrite dai nuovi arrivati, che hanno fatto archiviare e prosciogliere tutti i politici e i personaggi nazionali concentrandosi soltanto su alcune figure locali.
Tutto questo a favore di Pittelli, Bonferroni, Lorenzo Cesa, il generale Cretella, Galati - che all'epoca era nell'UDC e adesso nel Popolo della Libertà - che sono stati stralciati nel procedimento Why Not.
Ancora Cesa, Galati, Chiaravalloti - ex presidente della regione -, il generale Cretella, Papello, il senatore Pittelli e Schettini - segretario di Frattini - che erano indagati in Poseidone: anche loro stralciati verso il proscioglimento.
Con queste richieste di archiviazione si sono separate le varie posizioni, per cui si è perso il quadro d'insieme - questo sostengono i magistrati - mentre invece c'erano elementi che era doveroso approfondire e indagare ancora.
Si è fatto tutto molto in fretta, questa è l'accusa.
Capo G: ci sono ancora il procuratore generale Iannelli, i due nuovi PM di Why Not Garbati e De Lorenzo, accusati di favoreggiamento e rifiuto di atti d'ufficio.
Perché rifiuto di atti d'ufficio? Qui è il problema: quando la procura di Salerno comincia a scoprire che De Magistris ha ragione a denunciare l'insabbiamento delle indagini e la persecuzione nei suoi confronti per isolarlo e per screditarlo, onde dimostrare di aver fatto bene a togliergliele, i magistrati di Salerno cominciano a chiedere al procuratore generale di Catanzaro di esibire copie degli atti di queste indagini, per vedere se è vero che sono state insabbiate.
Vedono che il procuratore generale Iannelli le carte non gliele vuole mandare, non gliele vuole mandare tutte, fa resistenza, manda solo dei pezzi... mentre loro hanno bisogno di vederle tutte.
Perché l'accusa è proprio quella che ne inguantassero una parte per non mandarle magari al GIP e far archiviare qualcuno che, se si fosse visto tutto il quadro d'insieme, non sarebbe stato archiviato.
Allora, l'accusa qui è rifiuto di atti d'ufficio e favoreggiamento nei confronti dei soliti indagati, perché i magistrati suddetti avrebbero rifiutato di trasmettere a Salerno gli atti completi della Why Not.
Peraltro non erano atti coperti da segreto, come dice la procura di Catanzaro: dicono i magistrati di Salerno che erano atti extra investigativi.
A loro interessava soprattutto sapere come e con quali ordini e mandati erano stati date le deleghe delle indagini ai magistrati che hanno sostituito De Magistris, come sono state tolte le consulenze ai Genchi e ai Sagona, oppure sono atti già pubblici perché già finiti davanti al Tribunale dei Riesame, come quelli del caso Mastella che è stato già archiviato.
Quindi, quando dicono di dover proteggere il segreto investigativo o addirittura il segreto di Stato su certe carte del consulente Genchi, secondo Salerno, non è vero niente.
Infatti, c'è scritto persino che Genchi avrebbe raccolto 578.000 richieste anagrafiche di tabulati telefonici mentre, in realtà, Genchi ha smentito e ha detto che sono 700 i telefoni che ho dovuto controllare, in queste gigantesche indagini.
700, se contate che ciascuna persona di questo livello ha di solito una decina di telefoni, fra portatili e fissi, vi rendete conto che è un numero basso.
Ultima accusa: abuso, falso, calunnia e diffamazione a carico di Iannelli, Murone e di un giudice che faceva parte del Consiglio giudiziario di Catanzaro, che era quello che doveva dare i pareri sulla bravura o meno dei magistrati di Catanzaro.
Questi si sarebbero messi d'accordo, o comunque avrebbero agito separatamente, per sputtanare De Magistris, diffondendo notizie false su di lui proprio per coprire le ragioni vere che li avevano indotti a metterlo da parte e a farlo punire dal CSM.
Qui ci sono tutta una serie di dichiarazioni che sono state fatte da questi alti magistrati di Catanzaro, che accusano addirittura De Magistris di assenteismo!
Pensate, dopo averlo accusato di lavorare troppo e di costruire castelli accusatori di fantasia, all'improvviso lo accusano di non lavorare!
Se non avesse lavorato, perché l'avrebbero mandato via? L'avrebbero tenuto lì come tanti altri che non lavorano e non danno fastidio a nessuno.
Ho voluto essere molto tecnico e molto preciso, oggi, perché credo che sentiremo ancora parlare di questa inchiesta.
Anzi, lo spero.
Penso che l'unica speranza per la Calabria e la Basilicata di un po' di giustizia in certi palazzi di giustizia, sia proprio legata al fatto che i magistrati di Salerno, che abbiano o no esagerato non ci interessa in questo momento, possano concludere la loro inchiesta.
Se potranno concludere la loro inchiesta, potremo ancora dire che in Italia c'è speranza che la legge sia uguale per tutti.
Se dopo De Magistris, saranno bloccati anche loro e se l'ANM non cambierà linea e non ammetterà di essersi sbagliata, vuol dire che l'anno che sta per iniziare inizia sotto i peggiori auspici.
Grazie e passate parola!
Marco Travaglio - 22-12-2008

mercoledì 17 dicembre 2008

16-12-2008 - Non resta che leggere l'articolo del settimanale "OGGI", in edicola da domani

ANSA - 16/12/2008 - 20.32.09
DE MAGISTRIS: GENCHI AD 'OGGI', VERI ABUSI CONTRO DI NOI (ANSA) - CATANZARO, 16 DIC - Gioacchino Genchi, il consulente di analisi del traffico telefonico che ha collaborato con l'ex pm di Catanzaro Luigi De Magistris nell'inchiesta Why Not, in un'intervista al settimanale Oggi accusa la Procura generale di Catanzaro di avere svolto ''abusivamente'' accertamenti sul suo lavoro e su quello del magistrato. ''L'accertamento per De Magistris - sostiene Genchi - poteva farlo solo la Procura di Salerno. E per me quella di Palermo, dove lavoro e ho svolto tutte le mie attivita'. E inoltre, se nessuna indagine poteva essere delegata al Ros di Roma, ancora meno poteva essere delegata a quelle particolari persone del Ros. Se i tabulati acquisiti avevano un senso, non si potevano affidare ai soggetti che emergevano proprio dagli stessi tabulati''. Genchi, nell'intervista, nega di aver trattato l'utenza dell'ex Ministro della Giustizia, Clemente Mastella, senza la necessaria autorizzazione. ''Il numero di telefono di Mastella analizzato da Genchi e che e' all'origine del braccio di ferro tra l'ex ministro e l'ex pm Luigi De Magistris - riferisce Oggi in un comunicato in cui sintetizza l'intervista - non era affatto intestato alla Camera dei deputaticome affermato dai carabinieri del Ros) ma al Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria, ed aveva perfino scheda e operatore telefonico diverso da quello rilevato dai carabinieri''. ''Appena scoprii che quel numero lo usava Mastella - afferma Genchi - lo comunicai a De Magistris. Ho recentemente scoperto, analizzando le intercettazioni dell'inchiesta Toghe lucane, svolte dalle forze dell'ordine, che Mastella e' stato anche intercettato mentre trattava faccende locali con alcuni esponenti del centrosinistra''. Genchi, riferisce ancora il settimanale, ''conferma che il suo archivio, assolutamente autorizzato, contiene la rilevazione di utenze di autorevoli esponenti dei servizi segreti, ma solo perche' emerse nel corso dell'inchiesta Why Not. Non mi pare - aggiunge - che i servizi siano al di sopra della legge''. ''Sempre a proposito di utenze eccellenti - afferma Oggi - Genchi rivela come nell'archivio esistano utenze di parlamentari, ma quei numeri emersi nell'inchiesta non sarebbero mai stati intestati alla Camera o al Senato o ai parlamentari stessi. Genchi rivela anche anche l'inquietante vicenda di un parlamentare che avrebbe 'attivato una decina di schede, poi affidate a persone vicine a killer mafiosi in Calabria''. (ANSA). 16-DIC-08 20:31

giovedì 11 dicembre 2008

11-12-2008 - In risposta all'on. Minniti ed agli errori del ROS … se ancora è possibile considerarli tali!

Ieri sera, mentre rientravo da Locri - dove ho partecipato alla quinta udienza della Corte d’Assise (protrattasi per tutta la giornata) – per l’omicidio del capomafia di Siderno Salvatore Cordì, mi ha chiamato al cellulare il giornalista RAI Bruno Sokolovic, che mi ha letto una gravissima dichiarazione rilasciata sul mio conto dall’on. Marco Minniti (calabrese), ministro ombra dell’Interno del Partito Democratico.
Dopo gli affondi di D’Avanzo e di Bianconi, le dichiarazioni di Minniti (e di qualche altro che lo ha seguito a ruota) non mi hanno meravigliato più di tanto.
Ho replicato all’on. Minniti con l’intervista andata in onda al GR1 della RAI (nell’edizione delle ore 08:00 di oggi) che vi invito ad ascoltare:
http://www.radio.rai.it/MediaRai/player.cfm?Q_CANALE=http://www.radio.rai.it//grr/gr_1/archivio_2008/audio/gr1_20081211.0800.ram
Sono indignato delle dichiarazioni dell’on. Minniti, che è anche calabrese ed è stato pure Sottosegratario al Ministero dell’interno.
L’on. Marco Minniti sa benissimo qual è stato e qual è il mio impegno nei più importanti processi di mafia, di strage e di omicidio, perpetratisi in Calabria negli ultimi anni (e non solo in Calabria!) - fino a qualche giorno addietro - al fianco di numerosissimi magistrati onesti, bravi e coraggiosi.
Sono onorato ed orgoglioso della loro fiducia che non è mai venuta meno, nonostante le “tragedie” orchestrate da chi li ha depistati e, probabilmente, ha fatto pure loro commettere degli errori.
Sono certo, conoscendo alcuni di loro, che mai sarebbe accaduto quel che è accaduto, se a quei magistrati fossero state fornite delle corrette informazioni.
Forse il vero problema sta proprio in questo e non va ricercato all’interno della Magistratura, come in tanti si ostinano ancora a fare, nel tentativo di conseguire altri risultati.
Molti hanno citato il Capo dello Stato - anche a sproposito - al punto che la Segreteria Generale del Quirinale è stata più volte costretta ad intervenire.
Nessuno, però, si è ricordato di citare il più autorevole ed importante provvedimento che il Presidente Napolitano ha adottato quando era Ministro dell’Interno.
Mi riferisco alla famosa “Circolare Napolitano”, con cui ha cercato di limitare la autoreferenzialità del ROS dei Carabinieri nelle indagini giudiziarie, al di sopra delle competenze funzionali dei Pubblici Ministeri, dei Procuratori Distrettuali e dello stesso Procuratore Nazionale Antimafia.
La regolazione e la limitazione di competenze e prerogative si riferiva proprio all’organo centrale del ROS (quello di Roma).
Ripreso quota il ROS - per la sostanziale disapplicazione della “Circolare Napolitano” - in modo molto discutibile (commettendo pure clamorosi errori), proprio un organo centrale del ROS di Roma ha svolto gli accertamenti sul conto del dr. Luigi de Magistris e su di me, su delega dell’Avvocato Generale di Catanzaro, che aveva avocato l’indagine “Why Not”.
Di quell’organo hanno fatto parte e fanno parte soggetti che ritenendosi formalmente Carabinieri, entrano ed escono dai servizi di sicurezza a seconda delle ventate politiche del momento.
A questi si aggiungono quanti - transitando tra il ROS, la PIRELLI o qualche altra azienda telefonica - hanno cercato e cercano di riaccreditarsi al cospetto dei potenti di turno, montando “tragedie”, con conseguenze che sono state devastanti per le Istituzioni e la Magistratura.
Purtroppo molti politici, anche in buona fede, quando entrano nelle stanze dei bottoni non riescono a restare indifferenti a queste “sirene” e - col tempo - finiscono essi stessi per cadere nella trappola.
Alle stesse “sirene”, purtroppo, finiscono per soggiacere taluni magistrati in buona fede e le conseguenze sono parimenti gravi.
A volte l’ambizione, a volte la speranza di facilitare qualche risultato investigativo, tradiscono i buoni intendimenti ed arrecano danni sostanziali alla giustizia, tradendo le nobili finalità che si intendevano perseguire.
Usare certi discutibili sistemi nelle indagini giudiziarie è come il doping per l’atleta.
Si ha la sensazione di arrivare i primi e di fare meglio.
Prima o dopo, però, se ne pagano le conseguenze sulla persona e si rischia pure di essere squalificati!
A proposito di una certa genia del ROS, non è il caso che si parta dalle indagini sulle stragi del ’92 e ‘93, , dal “Papello”, dalla mancata perquisizione del covo di Riina, dal suicidio del Mar. Lombard, dall’omicidio di Luigi Ilardo, dalla continuata mancata cattura di Bernardo Provenzano, dalla trattativa con Cosa Nostra, dalle indagini sulle talpe alla DDA di Palermo o alle infiltrazioni spinistiche all’interno della Telecom, per arrivare ai rampolli di quella genia, variamente distribuiti fra ROS, aziende telefoniche private ed accreditate agenzie spionistiche.
Talune di queste ancora lucrano milioni e milioni di euro dallo Stato.
Non è nemmeno il caso che io richiami le numerose e purtroppo dolorose indagini su appartenenti al ROS ed all’Arma dei Carabinieri, che in questi anni sono stato costretto ad assistere e partecipare, al fianco ed a servizio di magistrati coraggiosi (Pubblici Ministeri, Giudici e Tribunali).
I processi si sono conclusi con condanne esemplari.
Qualcuno, forse, oggi me la vuole far pagare anche per quello e - come diciamo a Palermo - ha cercato di "pulirsi il coltello".
A quelle indagini (come a numerosissime altre) ho avuto l’onore di lavorare (come sto lavorando) con degli onesti e bravi Carabinieri, con i quali ho condiviso i successi per i risultati conseguiti.
A loro va la mia più alta stima, amicizia e considerazione, per l’attaccamento allo Stato ed alla Legge, che hanno dimostrato nell’assolvere ai loro compiti di istituto.
Carabinieri onesti, professionali e volenterosi che, anche quando hanno fatto accesso al ROS, non hanno mai dimenticato di essere CARABINIERI, mantenendo alto il valore del giuramento di fedeltà allo STATO ed alle sue LEGGI.
Nel mio percorso professionale ho dovuto prendere atto, purtroppo, che molti carabinieri passati al ROS (Reparto Operativo Speciale) avevano contrabbandato per finalità poco commendevoli il loro giuramento di fedeltà allo STATO ed alle sue LEGGI.
Altri hanno fatto la stessa cosa nelle diverse fasi di entrata ed uscita dai Servizi di Sicurezza e dalla varie sigle di società private, più o meno collegate agli stessi "Servizi".
Altri si sono pure dimenticati di essere CARABINIERI, o se ne sono ricordati solo perché era cambiato il vento (o il padrone di turno), ed era necessario rientrare nei ranghi dell’Arma.
Su taluni appartenenti agli apparati deviati dello Stato si stavano concentrando gli ambiti più importanti delle indagini, quando sono state fermate, a seguito dell’avocazione e della delega ai ROS.
In questo la cosa che mi fa più rabbia è l’avere rilevato che si stava indagando anche a tutela di politici, di alte cariche dello Stato (vedi il Vicepresidente del C.S.M.) e di alti Magistrati, che hanno finito per attaccare e censurare l’operato di chi solo cercava di difenderli.
Si veda per tutti la diffusione della falsa notizia dell’acquisizione dei tabulati delle loro utenze.
Questo ed altro è stato inserito nel tritacarne di chi ha gestito abilmente le orchestrazioni mediatiche delle ulteriori fughe di notizie, che sono state foriere di provvedimenti giudiziari abnormi.
Mi limito a definire abnormi quei provvedimenti solo per la quiete istituzionale che il Capo dello Stato ha richiesto ed ha imposto a tutti con la sua autorevolezza.
Basta leggere le puntuali anticipazioni giornalistiche di un noto quotidiano calabrese per rendersi conto di qual è oggi il vero e reale problema della Calabria, ben oltre la Ndrangheta, la criminalità comune ed il malaffare.
In un circuito perverso di complicità e di ricatti incrociati, le vittime sono finite per diventare complici dei burattinai, che ancora tirano le fila di una vicenda che sta rischiando di travolgere tutto e tutti.
Quello che sta accadendo ha dell’incredibile.
Mi sembra di trovarmi sul set di “Scherzi a parte”.
L’unica cosa è che non ho mai visto una puntata che durasse così a lungo.
Mi auguro – anzi sono certo – che le Istituzioni sapranno reagire e trovare subito delle soluzioni efficaci, che poco mi pare si possano conciliare con delle punizioni ispirate solo da regole di “cerchiobottismo”.
Ne vale di quel che resta della credibilità dello Stato e della Magistratura.
Ne vale del lavoro onesto e del sacrificio di tanti – magistrati, poliziotti, carabinieri, finanzieri – che hanno dato e danno il massimo di se stessi per la tutela dello Stato e per l’affermazione della Legge.
Se non sentiamo il bisogno e la capacità di ritornare a riflettere nel nome dei vivi e nel rispetto della Legge, quanto meno facciamolo nel nome e nel ricordo dei morti.
Di quanti nel nome dello STATO, della GIUSTIZIA e di una LEGGE che fosse “UGUALE PER TUTTI” hanno combattuto con coraggio e determinazione, fino all’estremo sacrificio della vita.
Abbiano in nome di costoro gli uomini delle Istituzioni – vuoi nei Palazzi di Giustizia che nei Palazzi del potere – il coraggio di abbandonare le logiche degli schieramenti, le appartenenze correntizie e corporative delle caste e levare alte le proprie coscienze alla ricerca ed all’affermazione di una morale, che sta al di sopra della Legge e che - al pari della Legge - è stata in questi giorni gravemente vilipesa, come mai era accaduto in questa Nazione.
Palermo, 11-XII-2008
Gioacchino Genchi

martedì 9 dicembre 2008

09-12-2008 - Dedicato a Giuseppe D'Avanzo ed a Giovanni Bianconi, se troveranno la voglia ed il tempo di riflettere per quanto hanno scritto su di me!

MAFIA: PALERMO, ERGASTOLO IN APPELLO PER DUPLICE OMICIDIO (AGI) - Palermo, 9 dic. - La prima sezione della Corte d'Assise di Appello di Palermo ha condannato all'ergastolo Salvatore Bagliesi, un agricoltore di Partinico imputato del duplice omicidio di Francesco Paolo Alduino e Roberto Rossello, uccisi a Partinico (Palermo) il 10 aprile del 1999. In primo grado Bagliesi era stato assolto e oggi il collegio presieduto da Innocenzo La Mantia, a latere Alfredo Montalto, ha accolto il ricorso presentato dal Pm Francesco Del Bene e dal procuratore generale Daniela Giglio. Bagliesi era libero e dopo la lettura della sentenza si e' allontanato dall'aula. Determinante per risalire alla responsabilita' dell'imputato e' stata una perizia del super esperto informatico Gioacchino Genchi, che ha accertato che la mattina del delitto, cosi' come aveva sostenuto il pentito Michele Seidita, Bagliesi si trovava nella zona in cui fu commesso il duplice omicidio, cioe' nel panificio gestito da Alduino. L'omicidio e' ricollegato a un contesto di mafia, al quale Rossello, garzone del panificio, era del tutto estraneo. (AGI)

lunedì 8 dicembre 2008

08-12-2008 - E i corvi continuano a gracchiare intorno ai Palazzi di Giustizia - Legitima difesa riapre!

Cari amici,
a distanza di un anno – quasi fosse una coincidenza – i corvi che gracchiano ancora intorno ai Palazzi di Giustizia mi hanno costretto a ritornare sul mio blog.
Mi scuso e ringrazio i tanti amici, i colleghi ed i giornalisti democratici che mi hanno chiamato, scritto e-mail, o che hanno tentato di chiamarmi ed ai quali non ho potuto rispondere e non potrò rispondere.
A breve mi farò sentire e mi leggeranno in molti, anche quelli che scrivono a sproposito, solo perché ho avuto la ventura di imbattermi in qualche amico loro ...
A presto, quindi.
Gioacchino Genchi

venerdì 14 dicembre 2007

14-12-2007 - Il diavolo fa le pentole, ma si dimentica a fare i coperchi

Testo dell'articolo-intervista, pubblicato su L'Opinione
di
Emilio Grimaldi


Il diavolo fa le pentole, ma si dimentica a fare i coperchi
Erano le ore 18 del 27 luglio 2007 quando radiocarcere ha pubblicato la relazione che gli aveva commissionato il Pm Luigi De Magistris su Why Not. Esattamente un giorno prima, alle 12 e 36, era stata trasmessa agli imputati, tra cui Luigi Bisignani, principale indagato. Nelle intercettazioni si faceva il nome anche di Clemente Mastella, ministro della Giustizia. Proprio perché era stata protocollata con il timbro di De Magistris si da il caso che gli unici possessori della documentazione fossero proprio gli indagati. La relazione fece il giro dei giornali e del web, e Mastella definì Genchi, proprio in questa occasione, “mascalzone”. Così in molti si sono accorti di lui. Il diavolo (De Magistris e Genchi), con questo impiccio, avrebbe fabbricato una bella pentola e ma la mancanza del coperchio ha fatto saltare tutto in aria. Il dubbio che fossero stati proprio gli indagati a far pubblicare la notizia è venuto a tutti ma pochi si sono veramente interessati a guardare bene cosa nascondesse la pentola perché si sono lasciati volentieri avvolgere dal fumo che è fuoriuscito. Alla gogna, questa volta, ci sono andati proprio loro, i diavoli buoni della faccenda De Magistris e Genchi. A nulla sono valsi il “Santo subito” rivolto al magistrato coraggioso dalla società civile, lo Stato doveva essere salvaguardato. Quando, grazie a Genchi lo Stato è riuscito ad inchiodare Lo Piccolo, quando grazie alle sue perizie lo Stato è riuscito a ricostruire la Verità in molti processi e lo ha pure riconosciuto, Genchi viveva nell’ombra. Ed era giusto così, perché gli umili servitori dello Stato devono rimanere nell’ombra, lontano dai riflettori. Ma quando c’è stato di mezzo lo Stato stesso, allora Genchi non valeva più. Si è assecondata la nube della pentola per farlo vedere a tutti, finalmente, elevato alla luce del giorno come il “responsabile” di tale mascalzonata. Lui, uno dei maggiori ricercatori della Verità dei fatti giudiziari più violenti degli ultimi tempi. Sì proprio lui era in grado di fare una cosa del genere. Lui che riesce a vedere dove altri non vedono e che ha messo dentro e scarcerato pezzi da novanta perché ha il senso dello Stato, chi si crede di essere? E’ la nube tossica della pentola. Ed è anche la varietà, secondo cui, in fondo, gli uomini, se potessero, ucciderebbero quelli che stimano di più. Un fatto psicologicamente e socialmente accertato dalla letteratura scientifica, e che lo Stato ha sostenuto. Ma la storia non si fa né con la psicologia e né con la sociologia, si fa con i fatti. Questo hanno dimostrato di averlo capito bene quelli che hanno scambiato se stessi per le Istituzioni sacrificando la verità. E i fatti parlano chiaro, avocata l’inchiesta a De Magistris e revocato l’incarico a Genchi. La Verità si fa attendere.
Già il prossimo 17 dicembre, quando il CSM dovrà pronunciarsi sul suo trasferimento, richiesto dal ministro della giustizia Clemente Mastella, potrebbe fare un passo in avanti.

Il "mascalzone" in balia dello Stato
Il super consulente delle indagini scottanti. Quante le verità nascoste?
Dalle stragi del ’92, dove persero la vita i giudici Falcone e Borsellino, passando per Scopelliti fino a De Magistris. Gioacchino Genchi ricostruisce un percorso, il suo, che è parallelo a quello di uno Stato che vuole essere presente per contrastare l’illegalità, evidenziando limiti e pregi di un rapporto fra politica e magistratura che si sta facendo sempre più sottile.
Dopo gli eccidi del ’92 in Sicilia “si sono alzati degli steccati separando quelli che stanno da una parte e quelli che stanno dall’altra”, dice, in “Calabria, invece, ancora non ci sono, oppure non li ho visti”. E anticipa a “L’opinione” alcuni appunti (che sta raccogliendo in un libro) sull’uccisione del giudice Scopelliti di cui Falcone “è stato preveggente”. Si sbarazza delle calunnie, infine, di cui è vittima anche da organi istituzionali, così: “è solo per aver prestato il mio servizio a un magistrato giovane e onesto, quale è appunto Luigi De Magistris”.


Quando le hanno revocato la consulenza “Why Not” ha scritto: “mi hanno revocato gli incarichi, ma non mi possono togliere la voglia di sorridere”. Quanto è importante l’ironia nella sua vita?
La mia capacità di sorridere per quanto era successo equivaleva, ed equivale, alla capacità che altri avrebbero dovuto avere per piangere. Ritengo dei fatti veramente inauditi quelli che sono accaduti negli ultimi mesi a Catanzaro. Ne ho parlato con un giornalista straniero, che segue da anni vicende di mafia e nonostante tutto stentava a credermi. Se ci fossimo trovati in una partita di calcio, i fischietti dell’arbitro e dei guardalinee si sarebbero incantati. Nella vicenda di Catanzaro questo non è accaduto, solo perché l’arbitro ed il guardalinee si sono confusi con i falli dei vari giocatori. Le reazioni degli spettatori e della società civile, anche se definiti da taluno una “invasione di campo”, mi pare confermino che non mi sto sbagliando. La gente per bene non si lascia prendere in giro ed ha capito perfettamente quello che è successo a Catanzaro. Hanno messo il bavaglio ai giudici. Ai politici ed ai giornalisti democratici hanno chiesto di abbassare i toni. Ai comici ed ai satiri hanno cercato di zittirli con le querele. Hanno persino cercato di bloccare le fiction televisive, quando dovevano esaltare la dignità dello Stato e della Giustizia nella lotta alla mafia, dopo avere dato una falsa mitizzazione dei mafiosi. Che altro c’è da aspettarsi?

Partiamo da lontano, dalla sua infanzia. Quanto ha influito nel suo lavoro l’essere sempre a contatto con i libri nella libreria di suo padre?
Quando ho frequentato la prima elementare, già sapevo leggere e scrivere. Oggi è una cosa che capita spesso a molti bambini. Allora un po’ meno. I numeri erano la mia passione. Ricordo che mi piacevano più le sottrazioni che le addizioni. Non a caso, ancora oggi, difficilmente mi “addiziono” e molto spesso mi “sottraggo”. A parte l’ironia, io ho fatto pure l’asilo nella libreria di mio padre. In quella libreria, già in prima elementare mi sentivo all’università. Ho letto un’infinità di romanzi per bambini. Ancora oggi trovo ispirazioni in quelle prose. I “Viaggi di Gulliver”, ad esempio, come altre opere dello scrittore irlandese Jonathan Swift, hanno affinato la mia fantasia e la satira, in un misto di ironia tutta castelbuonese. I romanzi di Jules Verne, i primi gialli, hanno fatto il resto. Non avevo ancora compiuto 10 anni quando ho letto “Il Padrino”. Fu così che mandai in soffitta i racconti di Italo Calvino, per dedicarmi a letture più impegnative, con contenuti storici e politici. La storia della Sicilia e della mafia cominciarono ad essere le mie letture preferite. Nel 1975, la lettura de “Il Prefetto di ferro” di Arrigo Petacco e dei primi libri sulla storia della mafia, hanno sostanzialmente segnato le mie scelte professionali di molti anni dopo.


Mi parli della famosa “marcia a piedi” da Castelbuono a Cefalù con i suoi compagni delle scuole superiori.
Quella è stata una delle tante iniziative di protesta del movimento studentesco madonita di quel tempo. Forse la più clamorosa, anche per la diffusione mediatica che ha avuto. Ancora oggi viene ricordata come un momento di grande conquista civile dai miei coetanei e dagli anziani, che avevano la nostra età di adesso. All’epoca gli istituti scolastici superiori erano concentrati nei comuni più grandi delle province siciliane. Chi voleva proseguire gli studi, doveva servirsi degli autobus di linea o dei treni. Per questo, solo i figli delle famiglie benestanti potevano permettersi il costo degli abbonamenti mensili, che si sommavano agli oneri dei libri, necessari per frequentare le scuole superiori. La conseguenza pratica era che tanti giovani promettenti e volenterosi, di origini umili e contadine, non potevano consentirsi queste spese ed erano costretti, inesorabilmente, ad abbandonare gli studi.

E dopo che successe?
Dopo quella rocambolesca iniziativa della marcia a piedi a Cefalù, la Regione Siciliana varò una legge, che oggi garantisce a tutti gli studenti siciliani il pagamento dell’abbonamento mensile dei mezzi di trasporto, per frequentare qualunque scuola. Quella non fu che una delle tante iniziative di protesta civile di quegli anni. Altre battaglie furono fatte per la realizzazione degli istituti scolastici. All’epoca, quasi tutte le scuole erano ubicate in locali precari e presi in affitto, dagli immobiliaristi della zona. Gli Enti locali, per anni, avevano fatto finta di considerare la scuola come un optional della società. I problemi della scuola e degli studenti venivano affrontati con pressappochismo. L’unica attenzione dei politici era rivolta alla stipula dei contratti di locazione con i privati, rinnovati sempre a condizioni capestri per la pubblica amministrazione. I fondi dei bilanci degli Enti locali, praticamente, si trasferivano nei portafogli degli immobiliaristi, per i canoni degli affitti da capogiro. Nessuno pensava a costruire delle scuole, moderne e funzionali. Qualunque saggio amministratore, come un buon padre di famiglia, avrebbe pensato a stipulare un mutuo e, con non molto meno di quello che pagava per gli affitti, avrebbe costruito degli edifici scolastici nuovi e funzionali. Ebbene, con le occupazioni degli istituti e delle aule consiliari dei comuni, quando minacciammo che avremmo pure occupato il Duomo di Cefalù, si decisero a finanziare la costruzione delle nuove scuole, realizzate nelle aree frattanto espropriate. Dopo anni, quelle scuole sono state costruite ed oggi, con tanta commozione ed orgoglio, ci ritorno ogni anno, nella giornata del 23 di maggio, in occasione delle commemorazioni delle vittime della strage di Capaci del 1992, in cui furono trucidati (con l’esplosione di tutte e due le carreggiate di un’autostrada) il giudice Giovanni Falcone, Francesca Morvillo e gli agenti scorta. Fra quei poliziotti c’erano pure dei miei amici, fra cui Falcone, con cui avevo pure lavorato. Non riesco a descrivere la commozione che provo, ogni anno, nel parlare a quegli studenti, in quelle scuole. Fra loro ci sono anche i miei figli. Di molti altri ragazzi, solo dal rassomiglio dei volti, riesco a intuire il profilo delle loro madri e dei loro padri, che furono i miei compagni di scuola di quel tempo, in quelle battaglie civili e democratiche per il diritto allo studio e per una scuola migliore. Quelle scuole che per noi erano un sogno, oggi sono una realtà per i nostri figli. Questo rapporto con i giovani e con la scuola, a cui ho sempre tenuto, lo ritengo il momento più importante del mio essere poliziotto, cittadino e consulente dell'Autorità Giudiziaria. Forse qualcuno, ancora adesso, non lo ha ancora capito. Se si vuole migliorare e far crescere una società e se si vuole veramente debellare la mala pianta della cultura mafiosa, è proprio sui giovani e sulla scuola che bisogna puntare. Le leggi eccezzionali, il carcere duro per i mafiosi ed i corpi speciali di polizia, servono ben poco per combattere la mafia, quando questa si annida in una pseudo cultura, alla quale si ispirano ancora oggi molti giovani, specie in Calabria, per le deficienze ed i li miti di una sana cultura della legalità e del rispetto dello Stato. Ero e sono convinto che sotto il profilo della prevenzione criminale e mafiosa, ad esempio, un bravo insegnante elementare o di scuola media, come un professore di liceo, possano dare un contributo maggiore e più efficace nel contrasto alla cultura mafiosa, più di quanto non possano fare un maresciallo dei carabinieri o un commissario di pubblica sicurezza messi insieme. Non sono solo i mafiosi in quanto tali ad essere pericolosi per la società, ma è la cultura ed i messaggi subliminali che riescono a trasmettere ai giovani che, in prospettiva, rappresentano il pericolo maggiore.


Che cosa ha di speciale il suo paese, Castelbuono, che giudica così “civile e democratico”?
Mi riferisco alla storia di Castelbuono e delle Madonie. Nell’hinterland madonita, ed in paesi distanti pochi chilometri in linea d’aria da Castelbuono, hanno trovato i natali pericolosissimi boss mafiosi di “Cosa Nostra”. Dalle iniziative rocambolesche di Cesare Mori (il Prefetto di ferro) con l’assedio di Gangi, fino ai nostri giorni, la storia giudiziaria ce lo conferma. Autorevoli pentiti hanno definito le “Madonie” la Svizzera di “Cosa Nostra”. Alcuni dei capi mafia della Madonie, che partecipavano in modo autorevole alla “Commissione” di “Cosa Nostra”, con Totò Riina e Bernardo Provenzano, sono stati condannati all’ergastolo, per la partecipazione alle stragi del 1992 e per tanti altri crimini. Orbene, nonostante le influenze del triangolo mafioso dei paesi vicini, Castelbuono ha rappresentato da sempre un’oasi di legalità.

Si spieghi meglio.
Intendo dire che Castelbuono ha sempre saputo mantenere intatta una cultura civile e democratica, unita ad un profondo senso dello Stato e rispetto delle istituzioni e delle sue leggi. Questi valori, che sono comuni nel modo di essere di ogni castelbuonese, hanno bloccato sul nascere qualunque possibile infiltrazione mafiosa, tanto nel mondo dell’imprenditoria, che della politica. In questo, mi sia consentito, credo che più di tutti abbiano inciso la formazione e la tradizione culturale dei castelbuonosi. Sono tantissimi, in tutto il mondo, gli studiosi e gli scienziati di Castelbuono, che si sono distinti ognuno nelle loro professioni. Dai ricercatori universitari ai giornalisti, dai medici agli scienziati e financo ai sacerdoti ed ai vescovi. Tutti i castelbuonesi nel mondo si sono fatti portatori della cultura della semplicità e del bene. Di una semplicità che non è ipocrisia, ma che è profondo rispetto del prossimo e che, nel rispetto del prossimo, è rispetto dello Stato e delle sue leggi. In questo senso ritengo il mio paese un esempio di civiltà e di democrazia, anche per la forte vocazione sociale che accompagna l’impegno lavorativo, i rapporti interpersonali ed il modo di essere di noi castelbuonesi.

Quanti Castelbuono ci sono in Sicilia?
Non è facile fare una statistica o ancora di più una “graduatoria”. Non vorrei, in questo, essere travisato. Quando parlo di Castelbuono sicuramente lo faccio con la nostalgia di chi vive nel ricordo del proprio paese e della propria infanzia. Lungi da me ogni velleità di campanilismo. Peraltro, vivo a Palermo, viaggio di continuo e riesco a raggiungere Castelbuono solo per poche ore, in pochi giorni dell’anno. Posso confermarle, però, che quella che è la cultura civile ed il senso dello Stato che colgo a Castelbuono, lo ritrovo oggi in molti altri comuni del circondario e della Sicilia. Anche in paesi che hanno avuto nel passato forti caratterizzazioni mafiose, da Corleone a Mistretta, da San Mauro Castelverde e Gangi. In questo, mi sia consentito, rivedo ancora una volta il contributo dei giovani e della cultura. Dai bravi maestri della scuola elementare fino ai professori delle medie e delle scuole superiori. In Sicilia, per mano della mafia, abbiamo pagato un contributo di sangue e di dolore che non ha eguali in nessuna parte del mondo. Una vera guerra, in cui oltre ai mafiosi sono stati trucidati magistrati, poliziotti, carabinieri, giornalisti, sacerdoti, uomini delle istituzioni e della politica, inermi cittadini e finanche degli innocenti bambini. Noi siciliani, però, abbiamo forse avuto la capacità di riconvertire questo contributo di sangue e di dolore, nella cultura del “bene” e della legalità. Dopo le stragi del 1992, grazie alla grande rivolta della società civile contro le “mafie”, sono stati alzati in Sicilia degli steccati, che hanno separato chi sta da una parte e chi sta dall’altra. Quegli steccati hanno funzionato e funzionano ancora oggi in Sicilia, in particolare, nel mondo delle istituzioni e della magistratura. In Calabria, se mi consente, questi steccati io non lo ho visti e se ci sono, sono molto ben nascosti. In Calabria come in Sicilia ci sono tante, tantissime, persone per bene. Ci sono tanti, tantissimi, servitori dello Stato e Magistrati che fanno il loro dovere, con impegno e professionalità ed in condizioni di difficoltà che non hanno eguali in nessuna parte d’Italia. Nemmeno in Sicilia. Forse, però, il fatto di non avere visto morire dei propri colleghi fra i magistrati e gli investigatori, non ha dato ad una certa parte delle strutture giudiziarie calabresi quella tensione morale e quel senso della separatezza e dell’indipendenza dalla politica e dagli interesse di parte, che altri uffici giudiziari siciliani hanno saputo darsi e mantenere, dopo le stragi del ‘92.

Ma in Calabria è stato ucciso pure il giudice Antonino Scopelliti?
Si lo so, e mi sono occupato pure di recuperare le originali considerazioni che di quell’omicidio ha fatto nei suoi diari Giovanni Falcone. Anche in questo Falcone è stato preveggente. Quell’omicidio è stato per la Calabria quasi una meteora, come se non fosse avvenuto o come se Scopelliti non fosse un calabrese o, ancora peggio, come se non fosse un magistrato. Qualcuno ha pure considerato che solo per caso Scopelliti è stato ucciso in Calabria. Mi auguro che qualcuno non mi smentisca pure sull’omicidio o peggio sostenendo che Scopelliti è morto per un’intossicazione alimentare. Gli esiti giudiziari delle indagini su quell’omicidio non mi pare smentiscono l’ilarità delle mie considerazioni che, come dicevo, partono dal triste presagio di Giovanni Falcone. Forse molti giovani magistrati che lavorano in Calabria non hanno letto le carte di quel processo. Sto scrivendo su quell’omicidio e sulla vicenda umana dell’uccisione del giudice Antonino Scopelliti un approfondimento, che partirà proprio dalle annotazioni di Giovanni Falcone nei suoi diari, per arrivare ad oggi, nella considerazione di quello che è il ruolo della magistratura calabrese. Se qualcuno al Ministero della Giustizia o al Consiglio Superiore della Magistratura pensa che l’unico problema della magistratura calabrese sia il giudice Luigi de Magistris e allora forse il caso di riflettere seriamente su quelle che sono le reali volontà dello Stato di contrastare davvero l’illegalità e la mafia in Calabria. A proposito del giudice Scopelliti ricordo ancora le risultanze di un’indagine di qualche anno fa, originata proprio dagli scritti di Giovanni Falcone e dal monitoraggio delle sentenze di mafia della Cassazione, che Falcone aveva avviato quando occupava il posto di Direttore Generale degli Affari penali, al Ministero della Giustizia, prima che lo facessero saltare in aria a Capaci. In un’indagine su un magistrato, mi occupai dell’annullamento di un’ordinanza del Tribuanle del Riesame di Reggio Calabria, scritta in modo esemplare da un bravissimo giudice calabrese, Salvatore Boemi. Nei giorni immediatamente precedenti all’udienza della Cassazione che ha annullato quell’ordinanza (che riguardava proprio delle infiltrazioni mafiose nella pubblica amministrazione) ho rilevato una triangolazione di telefonate fra il fratello degli indagati (pure lui indagato) e le utenze dell’abitazione del Presidente e del Giudice estensore della motivazione della sentenza della Corte di Cassazione, che ha annullato senza rinvio l’ordinanza del Presidente Boemi, disponendo l’immediata scarcerazioni degli indagati e compromettendo irreversibilmente il seguito di quel procedimento. Mi si potrà obiettare che delle telefonate fra buoni amici non significano nulla, nemmeno quando queste riguardano un Presidente di Sezione della Corte di Cassazione ed un Giudice che è chiamato a redigere la motivazione del provvedimento di annullamento della misura cautelare, nei confronti di un indagato, fratello di quello che gli telefona e che è pure indagato in quel procedimento. Se nessuno si meraviglia di questo, non c’è nemmeno da meravigliarsi come mai, fino ad oggi, siano rimasti impuniti gli assassini del Giudice Antonino Scopelliti.


Da quando frequenta la Calabria quanti paesi come Castelbuono ha conosciuto?
Ho conosciuto in Calabria tanti pesi e tanti posti bellissimi. Anche molto più belli di Castelbuono. Boschi, spiagge, alture e paesaggi stupendi. Mi rammarico di avere visitato quei posti solo per ricostruire delle dinamiche omicidiarie e delle cruenti stragi. Non sono ancora riuscito ad organizzare una vacanza in Calabria, né un tour turistico, che non segua gli itinerari dei killer ed i luoghi degli agguati di mafia, consumate a colpi di Bazooka e di Kalashnikov. In Calabria, però, ho visto pure tanti scempi ambientali. Ho visto una speculazione edilizia che ha deturpato irrimediabilmente scorci naturalistici bellissimi. Ho visto disastri idreogoligici ed ambientali, frutto di una scellerata politica di gestione del territorio. Anche in questo ritengo che la cultura ed il rispetto dell’ambiente siano valori che solo le scuole e l’istruzione possono dare ai giovani di oggi, che saranno i buoni cittadini di domani.

Qualche esempio?
A Castelbuono come in Calabria c’è un parco naturalistico ed una vasta area boschiva. A Castelbuono, come in Calabria, ci sono tanti onesti lavoratori, che operano nel mondo della forestazione. Ebbene, i boschi di Castelbuono non si sono mai incendiati, mentre quelli calabresi vanno in fumo inesorabilmente, anno dopo anno. Questa, per me non è solo una casualità e con questo penso di averle pure dimostrato come, una certa cultura della legalità e del senso dello Stato, non valgono solo nel contrasto alla mafia, ma si traducono anche nel rispetto dell’ambiente, che equivale al rispetto del prossimo, al pari di come si rispetta se stessi.

Stato, Giustizia e Verità. Quale al primo posto?
Indubbiamente al primo posto c’è la “Verità”. Non c’è “Giustizia” senza “Verità” e non ci può essere “Stato” senza “Giustizia”. Per “Giustizia” non intendo però una “giustizia di plastica”. Una giustizia che, come vogliono alcuni, sia forte ed inesorabile con i deboli e debole ed indulgente con i forti. Una giustizia delle “carte a posto”, come la concepisce qualcuno in Calabria e come altri, lontano dalla Calabria, vorrebbero che fosse la giustizia calabrese. Una “Giustizia” che abbia la capacità prima di tutto di guardare dentro se stessa, di rinunciare ad interessi, privilegi e compromessi con il potere, guardando solo alla ricerca della “Verità” ed al rispetto ed all’applicazione della “legge”. Di una “Giustizia” semplice, rapida, indipendente ed efficace, che abbia la stessa capacità di dirimere i conflitti sociali e farsi valere nei confronti di tutti coloro che sbagliano. Mafiosi, ndranghetisti, trafficanti di droga e se del caso politici e colletti bianchi. Penso ad una “Giustizia” silenziosa e non protagonista, che venga amministrata anche in Calabria non in nome di una “casta”, ma “in nome del popolo”, proprio come vuole la Costituzione. Penso ad una “Giustizia” che anche in Calabria possa affermare il primato della “Legge” e nell’affermarlo faccia valere il principio di una “Legge” che “sia uguale per tutti”. Può darsi che io, per il solo fatto di credere in queste cose, venga considerato un eretico, un eversore o addirittura un folle. E’ forse è anche per questo che risulto un consulente scomodo ed inadeguato, specie per qualche magistrato. Poco mi importa e di questo, comunque, non voglio parlare. Dico solo che confido ancora nella Giustizia e nel tempo. Insieme hanno sempre saputo dare ragione ai giusti.

Nella biografia di un “mascalzone”, da lei stesso redatta, traspare un forte senso dello Stato, dello stato di diritto, delle Istituzioni, e delle “divise” degli avvocati e dei giudici. Scrive anche che “chi fa il proprio dovere con onestà e professionalità non ha nulla da temere da chi lo fa allo stesso modo dall’altra parte”, perché?
Non vorrei lei facesse un’enfasi dei miei concetti. Non vorrei nemmeno sembrare retorico. Non penso di avere scoperto l’acqua calda, scrivendo quello ho scritto nel mio blog “Legittima difesa” (
http://gioacchinogenchi.blogspot.com/). Io sono un uomo semplice e vivo di cose semplici. Dal mio modo di vestire agli alimenti di cui mi nutro, bado solo alla qualità di tutto quello che faccio, che dico, al pari dei cibi che mangio. Non amo le cose sofisticate e prediligo le cose semplici e genuine. Il senso dello Stato per me è il modo di essere e di concepire la vita, che qualunque cittadino dovrebbe avere e sentire dentro di sé, specie quando è chiamato ad esercitare pubbliche funzioni. Quando queste funzioni non sono solo meramente amministrative, ma raggiungono anche gli ambiti della giurisdizione penale, il senso dello Stato e della legalità devono essere maggiori, come pure il livello di guardia da mantenere, per evitare che questi principi vengano compromessi. Mi spiego meglio. Chi, con il proprio lavoro, di investigatore, di pubblico ministero, di avvocato o di giudice, può incidere irreversibilmente nel compromettere il bene giuridico più importante per ogni uomo, dopo la vita, qual è appunto la libertà personale, dovrebbe rappresentarsi in ogni momento della propria giornata l’importanza di questi valori e di questi principi. In questo, non a caso, faccio anche riferimento agli avvocati, posto che non vi potrà mai essere una “giustizia giusta” se non sono state date all’indagato tutte le garanzie di difesa previste dall’ordinamento. E lì che i difensori hanno un ruolo fondamentale, posto che il risultato della loro concreta capacità ed applicazione professionale, in uno con quella dei pubblici ministeri e delle altre parti del processo, rende credibile per i cittadini (il popolo) il risultato dell’attività giurisdizionale. I processi e le sentenze, altrimenti, risulterebbero solo una fictio, né più e ne meno del processo di Kafka o di un film di Totò o di Alberto Sordi.

Scrive anche che la mafia rispetta “il processo, le leggi e le sue regole” e che “non tenta i golpe”. Cosa vuole dire? C’è un riferimento alle vicende calabresi ed alla sentenza Lo Piccolo ed a quelle delle stragi, che lei cita nel suo blog?
Senza dubbio. La mafia ed i mafiosi, tanto quelli siciliani che quelli calabresi, nella loro assurda ed aberrante condotta violenta e sanguinaria, alla fine hanno accettato e subito le indagini ed i processi. In certi casi hanno cercato di corrompere giudici ed investigatori, per non farsi indagare e processare. In altri casi, quando non hanno potuto fare altrimenti, li hanno pure uccisi. In tutti i casi, però, si sono fatte le indagini ed i processi. Nelle vicende calabresi, che non riguardavano nemmeno fatti di mafia, non si è nemmeno potute proseguire delle indagini iniziate, posto che si è cercato subito di impedirle, di bloccarle con ogni mezzo. Di più non posso dire per quello che è il mio ruolo. Spero che di questo si siano resi conto quelli che hanno il compito di farlo. Io, come dicevo, sono sempre fiducioso nella “Giustizia”. E’ una macchina che spesso procede a rilento, ma alla fine raggiunge il traguardo. Quello di cui mi rammarico, purtroppo, sono tutte le “fermate” che questa macchina ha fatto lungo il tragitto ed i numerosi “passeggeri” che ha lasciato per strada. Io ho la coscienza a posto e sono sereno. Non penso che altri protagonisti di questa vicenda possano dire di avere la mia serenità. In questo senso lo specchio del bagno di casa mia, dove mi guardo la mattina quando mi alzo dal letto, è il migliore giudice. Io vedo nel mio specchio un uomo fiero e sorridente. Voglio solo augurarmi che gli specchi dei bagni di altri, possano avere la stessa fortuna del mio.

E’ vero che ha intercettato dei giornalisti?
Nella mia vita non ho mai intercettato nessuno. Sfido chiunque a dimostrare il contrario, ma non ho mai eseguito una, che si dica una sola, intercettazione telefonica o ambientale. Io mi limito ad elaborare ed analizzare dati ed atti processuali che pubblici ministeri e giudici si determinano di acquisire nel pieno rispetto delle norme di legge e con il controllo costante delle parti processuali, a cui vengono sottoposte le acquisizioni e le mie relazioni, dopo il loro deposito. Non commento quello che viene scritto da alcuni ben precisi organi di stampa. I calabresi non mi conoscono ma, fortunatamente, conoscono molto bene chi scrive certi articoli. Io posso solo dirle che annovero alcuni giornalisti fra i miei migliori amici. In uno Stato democratico considero fondamentale il ruolo ed il controllo della stampa, anche dell’attività giurisdizionale, come delle politica e dell’amministrazione della cosa pubblica. Dopo avere detto di me che avrei intercettato il Presidente del Senato, il Vice Presiedente del CSM, i Procuratori ed i politici di mezza Italia, adesso, e non a caso, ci hanno messo dentro pure i giornalisti, tirandone dentro in tanti, nel tentativo di nascondere i pochi. Anche in questo io ho la coscienza a posto e con me il giudice Luigi de Magistris. La solidarietà che mi giunge da tanti coraggiosi magistrati calabresi, dai tanti poliziotti, carabinieri e finanzieri con cui lavoro, si aggiunge a quella dei giornalisti democratici come lei, che non hanno nulla da temere dalla mie presunte ed in verità inesistenti “intercettazioni”. Con lei i tanti calabresi onesti che mi scrivono alla mia e-mail e sul mio blog, anche con telefonate e messaggi personali di solidarietà e di affetto, che mi danno la forza di continuare. La Calabria come la Sicilia sono delle regioni meravigliose, come meravigliosa è la loro gente che con forza chiede allo Stato ed alle sue istituzioni un segnale di giustizia. Auguriamoci solo che queste tante persone per bene non rimangano ancora una volte deluse, dopo tutto quello che è successo. Non posso dirle altro nel merito del mio lavoro, per il dovere di riserbo che mi costringe a tacere, anche a costo di subire come sto subendo le accuse, le calunnie e le umiliazioni più infamanti, solo per avere accennato a fare il mio dovere, al servizio di un magistrato giovane ed onesto, qual è appunto Luigi de Magistris. Gli hanno tolto le indagini e mi hanno revocato gli incarichi, ma nessuno riuscirà a togliermi la libertà di pensare e di agire come ho sempre pensato ed agito. In piena libertà ed indipendenza, al servizio dello Stato, della Verità e della Giustizia.

Gioacchino Genchi

http://www.gioacchinogenchi.it/
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sabato 10 novembre 2007

L’attacco di Iannuzzi su Panorama: un attestato di perbenismo

Senatore Raffaele Iannuzzi (detto Lino),
noto che già, per la seconda volta, sono diventato il suo bersaglio preferito.
Dopo la pubblicazione del suo articolo sull’ultimo numero di Panorama (08-11-2007-15-11-2007), fra i tanti, mi ha chiamato pure un alto magistrato, con cui ho lavorato per anni a Palermo e che non sentivo da tempo. Mi ha detto: «Genchi, non si scoraggi. Essere attaccato da Iannuzzi è il più lusinghiero attestato di perbenismo che le poteva giungere».
Per delicatezza non faccio il nome del magistrato, ma sono sicuro che, primo o poi, si farà sentire lui.
Ecco perché mi accingo a risponderle sul mio blog, visto che non sono collegato a nessun gruppo editoriale.
Nel mio blog - per di più - non ho nemmeno problemi di spazio, come forse ce li ha lei nel suo giornale, dove la trovo sempre più ristretto.
Io, di certo, non so usare la penna come la usa lei.
Lei scrive benissimo, persino le diffamazioni.
Forse è anche per questo che, dopo diverse condanne giudiziarie, l’hanno pure graziata.
Nulla da eccepire sulla "grazia". Concordo pienamente sul fatto che nessuno debba andare in carcere per le proprie idee, comunque le abbia professate, anche diffamando, in modo ignominioso, magistrati e servitori dello Stato.
Sul mio conto, però, penso proprio che non ci ha azzeccato.
Non è stato capace nemmeno di fare satira.
Accostarmi a Tommaso Buscetta non ha fatto ridere nessuno.
A parte la boutade su Travaglio e su Santoro - che ho capito ancora meno del resto dell’articolo - la ringrazio di non avermi quanto meno attribuito alcuna appartenenza politica, o padroni in alto loco.
Si vede che sul punto le sue “veline” erano aggiornate.
Sul resto, mi creda, l’hanno proprio portata fuori strada.
Posso pure intuire il perché.
Ebbene è proprio il caso che io le precisi – ove lei avesse scritto quelle cose in buona fede, solo perchè male informato - che nella mia vita e nel mio lavoro non ho mai installato, ceduto, detenuto, acquistato, noleggiato, ricevuto ed in qualunque modo maneggiato, attrezzature, impianti, apparecchiature, congegni (singoli o assemblati), in qualunque modo utilizzabili o utilizzati per attività intercettiva e/o captativa, di dialoghi, conversazioni telefoniche, immagini, suoni, o altro.
Nella mia vita non ho nemmeno mai altresì eseguito - né come consulente, e nemmeno come Funzionario di Polizia - una sola (che si dica una!) intercettazione telefonica, o ambientale.
A mala pena, a casa mia, ho qualche volta inavvertitamente alzato il telefono dello studio, non curandomi che mia moglie parlava con sua madre, dall’altro telefono della cucina.
Non ci ho capito niente lo stesso: parlavano in sloveno.
Nel mio lavoro ho solo analizzato dati processuali, trascrizioni, intercettazioni ed altro materiale investigativo, preventivamente acquisito agli atti dei procedimenti penali, su disposizione e sotto la direzione del Pubblico Ministero e con il controllo e l’autorizzazione del Giudice.
A proposito della tanto enfatizzata disponibilità di «dati», che avrei accumulato negli anni, vedo proprio che lei - egregio senatore - ha con l’informatica (e forse anche coi processi), lo stesso rapporto che ho io con la panca degli addominali.
Se solo si sforza a considerare in cosa è consistito ed in cosa consiste il mio lavoro - come risulta dai processi in cui ho partecipato - in venti anni ho trattato molto meno «dati» (tabulati, verbali, intercettazioni, ordinanze, sequestri ed altri atti processuali), che un modesto studio legale acquisisce legittimamente in un anno (fra cui anche quelli allegati alle mie relazioni), con le semplici ostensioni documentali, successive al deposito degli avvisi di conclusione delle indagini.
Questo tanto per quanto riguarda gli studi legali di difensori titolati, che gli avocati che si limitano alle difese d’ufficio ed ai gratuiti patrocini.
In più, ci sono migliaia di consulenti e di periti, che in Italia fanno pressappoco il mio stesso lavoro (ad esempio con le trascrizioni delle intercettazioni telefoniche), e trattano dati, brogliacci, trascrizioni e tabulati, mille volte più numerosi di quelli che io, invece, mi limito solo ad analizzare.
Mentre gli altri consulenti e periti riescono a fare cento consulenze, io - a mala pena - ne finisco una.
Questo perché io non copio, non sento e non trascrivo nulla.
Mi limito solo ad elaborare ed analizzare quello che gli altri hanno sentito, scritto e riportato nei verbali.
Ma le dirò di più. Subito dopo il deposito delle mie relazioni ai magistrati, le mie consulenze diventano pubbliche.
Gli avvocati si fanno le copie e le assicuro ci fanno le pulci.
Al processo arriviamo coi loro computer e li avviene il confronto e la discovery completa dei «dati».
Mi vuole dire dov’è il mistero in tutto questo?
Forse io tratto «dati» che non potrei analizzare e valutare per conto del P.M. e gli avvocati sì, per conto dei loro assistiti?
E se cosi fosse che me ne farei, senza poterli validamente utilizzare nel processo?
Dopo le indagini ed i dibattimenti i tanto temuti «dati» di cui le parla, vengono versati agli uffici giudiziari, che ne hanno ordinato, diretto e controllato le acquisizioni.
A me rimangono le relazioni, per le quali assumo lo status di testimone per tutta la vita.
Su una perizia fatta per il Tribunale Militare di Palermo, ho deposto per quasi cinque anni in tutti i Tribunali Militari italiani e le Corti d’Appello Militari, che se la erano scambiata, in centinaia di altri dibattimenti, su imputati concorrenti col primo, di cui solo mi ero occupato (si trattava dell’indagine sulle truffe militari dell’Hotel Eton, di Roma).
In diversi processi di omicidio, di mafia e di droga, con le mie consulenze e le perizie, si sono ribaltate le sorti di imputati innocenti, detenuti in carcere per anni.
Potrei fornirle una lunga sfilza di sentenze, di ordinanze, confermate in vari gradi di giudizio, che hanno dato libertà ed assoluzione ad indagati ed imputati, ingiustamente detenuti in carcere, ingiustamente accusati e ingiustamente condannati.
Tutto questo, anche se dispiace, attiene alla fisiologia e non alla patologia del processo penale, in uno stato civile e democratico.
Stupirsene e pretendere una giustizia del “doppio binario” – una per i semplici, un’altra per i potenti – attiene a chi non crede nei principi costituzionali dell’uguaglianza dei cittadini di fronte alla legge e del giusto processo, in base ai quali sono state emesse le pronunce giurisdizionali, che mi sono permesso di richiamare alla sua attenzione.
Sono certo che quelle letture la farebbero riflettere prima di scrivere certe cose, se ancora si ritiene un giornalista libero, che risponde alla propria coscienza ed alla verità, come faccio io nel mio lavoro.
Sì, perchè il suo mestiere di giornalista, come il mio di consulente, pur essendo molto diversi, se svolti correttamente, alla fine dovrebbero portare allo stesso risultato: la ricerca e l’affermazione della “VERITA”!
A proposito dei «dati» delle mie consulenze e delle mie perizie, si vada a vedere pure i tanti processi di Appello in cui ho svolto gli incarichi, ribaltando la posizione di imputati ingiustamente condannati o erroneamente assolti.
Non le accenno ai processi di “revisione”, forse perché il termine le potrebbe risultare difficile.
Comunque ci sono anche quelli nel nostro ordinamento processuale, che è uno dei più civili di tutto il mondo.
In tutto questo, nel fare solo il mio lavoro, io sarei addirittura un pericolo per la democrazia e per la privacy.
Qualcuno forse ha mai forse censurato gli avvocati, che legittimamente acquisiscono e trattano gli stessi «dati» dati dei processi, in misura assai maggiore di quanto faccia io col mio lavoro?
L’unica differenza è che io faccio questo solo per conto dei Pubblici Ministeri e dei Giudici, nel pieno rispetto della legge e sotto il controllo dei difensori degli imputati e delle altre parti processuali.
Perché lei lo sappia, nessuno - tranne le inevitabili eccezioni difensive - ha mai eccepito nei processi la correttezza sostanziale e formale del mio operato.
Al più, il mio dispiacere è quello di non avere mai potuto approntare il mio lavoro nell’interesse delle difese, essendo un Funzionario della Polizia di Stato, sebbene in aspettativa non retribuita.
Già, perché lei - forse - non sa che io, per fare il mio lavoro di consulente dell’Autorità Giudiziaria, ho rinunciato allo stipendio ed ad una florida carriera in Polizia.
In fondo ho servito solo e soltanto lo Stato.
Ho lavorato per la “GIUSTIZIA”, cercando solo e soltanto di ricercare e di affermare la “VERITA’”.
Sono rimasto sempre nell’ombra e non ho mai cercato la ribalta.
Vivo di poco con la mia famiglia ed i miei pochi (ma buoni) amici.
Nel fare il mio lavoro non ho mai guardato in faccia nessuno, ma non per questo mi sono considerato un “Robin Hood”, solo perché stavo indagando sui potenti.
Ho avuto sempre rispetto degli indagati e degli imputati, vuoi che si trattasse degli extracomunitari, dei profughi e degli scafisti di Lampedusa; vuoi che si trattasse di mafiosi, rapinatori ed assassini; vuoi che si trattasse di soggetti che rivestivano lo status di Presidente del Consiglio dei Ministri (e non mi riferisco solo a Prodi!).
In questo non mi sono nemmeno lasciato condizionare dalla scelte processuali dei Pubblici Ministeri che mi avevano conferito gli incarichi e gliene posso fornire tangibili conferme.
Provi ad informarsi e vedrà in quante occasioni le mie consulenze sono giunte a risultati diametralmente opposti, a quelli a cui erano giunti i magistrati, prima di conferirmi gli incarichi.
Grazie al mio lavoro molti imputati (anche detenuti) sono stati assolti ed altri soggetti - che nemmeno erano indagati - sono stati riconosciuti colpevoli e condannati.
Egregio senatore Iannuzzi, chi l’ha imboccata contro di me non le ha nemmeno detto che, nel lontano 1998, ho svolto una consulenza tecnica per conto di quei Pubblici di Ministeri di Palermo, che per tanti anni mi hanno preceduto come suoi bersagli preferiti.
In quel procedimento era indagato il senatore Marcello Dell’Utri.
Dei pentiti lo avevano accusato di avere ordito un complotto calunnioso contro altri pentiti, per delegittimare il lavoro dei magistrati che lo indagavano.
La Procura aveva svolto delle indagini ed alla fine aveva chiesto al GIP una ordinanza di custodia cautelare in carcere per il parlamentare.
Il GIP di Palermo - rilevati i presupposti - aveva ordinato la cattura del senatore Marcello Dell’Utri, che però non poteva essere arrestato, in quanto parlamentare in carica.
Richiesta l’autorizzazione al Parlamento, non fu concessa.
Solo per questo Marcello Dell’Utri non è andato in prigione.
Al processo la situazione non era mutata, rispetto alla richiesta cautelare, eccetto l’aggiunta delle dettagliate relazioni e degli elaborati della mia consulenza che, frattanto, avevo ultimato.
Dopo diverse udienze e scambi di battute, fra accusa e difesa, alla fine il senatore Marcello Dell’Utri è stato assolto.
Alla base della sentenza - che la invito a leggere - un forte dubbio del Tribunale di Palermo, sulla prova della sua colpevolezza, che proprio la mia consulenza aveva chiaramente messo in luce, datando l’epoca dei contatti del parlamentare con i pentiti, in un momento assai successivo alla pianificazione del complotto fra di loro, che pure c’è stato.
Anche lì – caro senatore - non ho avuto alcuna esitazione ad affermare la verità, per quella che era, come sempre ho fatto in tutti i processi.
Poco mi sono curato di quelle che erano le tesi o le aspettative dei Pubblici Ministeri che mi avevano conferito gli incarichi, di fronte all’evidenza delle risultanze, che avevo contribuito ad acquisire, ad analizzare ed ad esporre al dibattimento.
Proprio in quel processo - i magistrati di Palermo sono stati ancora più corretti e leali di me - fino al punto da far riammettere al dibattimento quella consulenza, che era stata tanto osteggiata ed in un primo tempo estromessa, proprio a richiesta della difesa di Dell’Utri.
Alla fine il senatore Marcello Dell’Utri è stato assolto.
I pubblici ministeri hanno proposto appello.
Poco mi interessa l’esito definitivo di quel processo. Io ho soltanto fatto il mio dovere, con rispetto assoluto di tutte le parti processuali: dai magistrati che mi avevano conferito l’incarico, fino ai giudici del Tribunale, ai bravi difensori di Dell’Utri che sono riusciti a farlo assolvere, ed allo stesso imputato. Sfido chiunque a dimostrare il contrario, in questo come in tutti gli altri processi a cui ho partecipato, anche quando alla sbarra vi erano anche sanguinari assassini e boss di “Cosa Nostra”.
Forse lei non sa, caro senatore, che chi nella vita ha indossato la toga di avvocato, anche per poco, non potrebbe ragionare in modo diverso, qualunque altro lavoro fosse chiamato a fare nella vita.
Io quella toga non l’ho buttata alle ortiche e la guardo sempre con molta ammirazione, tutte le volte che apro il mio armadio dove è custodita.
Allo stesso modo e con pari rispetto guardo alle altre “toghe”, di quanti con onestà e professionalità lavorano correttamente nell’apparato giudiziario, dagli avvocati ai pubblici ministeri, dai giudici a i presidenti dei collegi, fino ad arrivare ai cancellieri ed agli ufficiali giudiziari, che assistono ai lavori delle udienze.
Ecco perché altri imputati “eccellenti” – fra cui l'onorevole Salvatore Cuffaro – dopo avermi attaccato (e pure in Parlamento il suo partito) oggi si difende utilizzando le mie relazioni di consulenza ed i testi delle mie deposizioni al processo, come si è visto nella trasmissione su “La 7” con Ferrara, a cui – ironia della sorte - ha partecipato pure lei.
Quando Cuffaro ha parlato di me in quella trasmissione, forse lei era distratto dalla necessità di dovere attaccare a tutti i costi i magistrati di Palermo. Forse non si è nemmeno accorto di quello che ha detto su di me e sul mio lavoro. Ferrara, invece, se ne è accorto bene ed ha pure commentato, anche se con sottile ironia.
Questi – con ironia o con satira, comunque li voglia considerare - sono fatti senatore, non parole!
Legga le mie consulenze, i verbali delle udienze, le ordinanze e le sentenze e vedrà.
Se dopo quello che le ho detto, lei pensa ancora di me le stesse cose che ha scritto, faccia pure.
Non mi accosti, però, a Tommaso Buscetta. La prego.
Non mi appartiene né per storia, né per età, né per mestiere.
Ognuno di noi ha la sua storia. Ognuno di noi è la sua storia.
Nel mio lavoro non ho mai avuto a che fare coi pentiti e non mi sono mai innamorato dei pentiti.
Diffidi molto da chi le ha passato la “velina” sul mio conto, visto che le ha nascosto quello che ho fatto io, proprio con riguardo ad uno storico pentito, che vedi caso faceva il palio con Buscetta.
A parte quella vicenda – che può approfondire sul mio blog “Legittima difesa” (http://gioacchinogenchi.blogspot.com/) – sono molte altre le occasioni in cui mi sono occupato di “pentiti”.
Sono stato chiamato a riscontrare le loro dichiarazioni e in molti casi, col mio lavoro, li ho anche sbugiardati, fatti arrestare e condannare.
In altri casi le dichiarazioni dei pentiti sono state valorizzate ed arricchite con tanti e tali riscontri esterni che, alla fine, nei processi, non c’è stato nemmeno bisogno di sentirli. Sono bastate le mie relazioni e le mie testimonianze, per far condannare gli imputati.
Non ho mai ragionato, o agito per “pentito preso” e con me hanno fatto sempre la stessa cosa i magistrati al cui servizio ho lavorato.
Di tutto quello che dico posso darle contezza - come gliela darò - nel giudizio per danni che mi accingo ad intraprendere contro di lei ed il suo giornale, che in questo ha dimostrato assai poca accortezza, nell’ospitare il suo articolo.
Residua il fatto che l’unica cosa perché io possa restare un “pericolo”, è data dal fato che sono un uomo libero, indipendente e mi consenta anche coraggioso.
Non ho tessere di partiti o associazioni, e l’unica iscrizione che riporta il mio nome – a parte il campanello del citofono di casa – è quella di Slow Food.
Per il resto non sono iscritto nemmeno sull’elenco telefonico.
Credo nelle mie idee e nello Stato di Diritto.
Credo in una “giustizia giusta” ed in un “processo giusto”, che non sia la risultanza dei clamori dei fan dei magistrati, né, tanto meno, di quelli che li attaccano e li denigrano, pensando di avvantaggiare i propri amici imputati.
A parte il ruolo che lei si è dato in questi anni - di censore di giudici, pubblici ministeri e servitori dello Stato onesti - è proprio nei danni sostanziali che ha fatto agli imputati eccellenti (che ha pensato di difendere), che rilevo il suo principale attacco dannoso alla “giustizia”.
I suoi articoli hanno avvelenato troppi processi e vicende giudiziarie, come l’ultimo ingresso a gamba tesa, che ha fatto sulla vicenda che mi riguarda e che ancora non ho capito.
Non so chi o cosa l'ha spinta, ma sicuramente ha sbagliato se era in buona fede.
Comunque ha agito, mi ha offeso profondamente, peraltro in un giornale che leggo da tanti anni ed a cui sono abbonato sin dai tempi di Giuliano Ferrara.
Per uno che di indagini e di processi ne ha visti ormai tanti, arrivo anche a pensare che, probabilmente, nel passato, le sorti di qualche imputato - se non ci fosse stato lei a difenderlo, nel modo come lo ha difeso - potevano essere ben diverse.
Forse i suoi pezzi, con gli attacchi ai magistrati che li accusavano, avranno avuto un effetto placebo sugli imputati eccellenti, di cui ha pensato di assumere, in modo goffo, le difese.
In questo penso pure sia stato di intralcio ai difensori, che meglio di lei cercavano di fare il loro lavoro, come lo hanno fatto egregiamente nelle aule di giustizia.
Taluni di quegli imputati a cui mi riferisco, sono poi stati condannati, anche a tanti di anni di carcere, con delle sentenze che hanno trovato conferma nei diversi gradi di giudizio, nelle fasi di rinvio e persino in Cassazione.
Le sue teorie sui complotti dei magistrati giustizialisti sono cadute con le conferme definitive delle condanne di alcuni imputati.
Con loro, in certi casi, è stato condannato pure lei, per avere diffamato i magistrati.
Alcuni dei suoi “difesi” oggi la possono solo leggere in carcere.
Se erano innocenti – come lei sostiene – questo mi dispiace tanto.
Può darsi che sbaglio, ma quanto meno il dubbio che lei sia stato poco accorto nel modo di difenderli è legittimo, visto che peggio di come gli è finita, non gli poteva finire.
Spero non me ne vorrà, ma quello che le ho scritto è solo quello che penso.
Se solo riflette al tempo che ho impiegato per scriverle questa lettera, potrà meditare di quanto io sia convinto delle mie idee, anche se più volte nella vita, meri calcoli opportunistici mi avrebbero portato a fare e dire cose diverse, che non ho fatto e non ho detto, pagando gravi conseguenze.
Con questo la saluto e spero vorrà pubblicare quanto ho scritto, a rettifica delle gravi offese che mi ha rivolto.
Gioacchino Genchi


Palermo, 10 novembre 2007
http://gioacchinogenchi.blogspot.com/

martedì 6 novembre 2007

06-11-2007-Quel "mascalzone" che fece condannare all’ergastolo Sandro Lo Piccolo, dopo che il "Riesame" lo aveva scarcerato.Da allora era latitante

In una giornata in cui lo Stato e la Giustizia si sono presi una grande rivincita sulle “mafie” e sull’illegalità, il mio pensiero va ai poliziotti della Squadra Mobile di Palermo, che hanno portato a segno un ulteriore e grande successo.
Il compiacimento, in modo particolare, va a quei tenaci poliziotti della scuola di Arnaldo La Barbera. A quei poliziotti che non hanno mai smesso di credere nello Stato e nelle Istituzioni.
Molti di loro, per la loro determinazione e l’incessante impegno nel lavoro, hanno pagato prezzi altissimi.
Molti figli hanno perso la vicinanza del loro padre. Molte famiglie sono andate pure in frantumi.
Fare il poliziotto a Palermo, lavorare alla Squadra Mobile, inseguire per decenni latitanti del calibro di Bernardo Provenzano e dei Lo Piccolo, non è certo come fare l’impiegato all‘Assemblea Regionale Siciliana, anche se a solo a cento metri di distanza.

Nel ricordo di questo evento, mi sia pure consentito di far sapere a qualcuno - che ancora non ha avuto modo di ricredersi per quello che ha detto e per quello che ha fatto – un particolare che oggi è forse più importante di ieri.
Perché Sandro Lo Piccolo era latitante?
Perché è stato arrestato?
La domanda potrebbe sembrare ovvia, ma non lo è.

Nessuno è latitante prima di essere ricercato.
Nessuno può essere ricercato, e diventare un "latitante", se non sulla base di un valido provvedimento dell'Autorità Giudiziaria. Nelle matricole del carcere si chiama "titolo".
La risposta a queste domanda mi dà oggi la possibilità di spiegare alcune cose, che qualcuno – mi riferisco sempre a quello che mi ha dato del “mascalzone”, dello “strano soggetto”, del “Licio Genchi” ed altro – non ha ancora ben chiare.
Ebbene, correva l’anno 1997, quando i magistrati della Direzione Distrettuale Antimafia di Palermo – a conclusione di complesse investigazioni di polizia e carabinieri – avevano chiesto al GIP l’emissione di una ordinanza di custodia cautelare in carcere, nei confronti di numerosi indagati. Le indagini riguardavano, in modo particolare, i capi ed i killer della cosca mafiosa palermitana di “San Lorenzo”, accusati di aver compiuto una serie di omicidi nel '95. Secondo l'accusa, la cosca mafiosa di “San Lorenzo” - la più fedele ai clan “corleonesi” di Bernardo Provenzano, Totò Riina e Leoluca Bagarella - aveva avuto anche l'incarico di compiere un attentato nei confronti dell’ex dirigente della Squadra Mobile di Palermo, Arnaldo La Barbera. Sulla base della richiesta della Procura palermitana, il GIP del Tribunale di Palermo (dr. Florestano Cristodaro) aveva emesso 9 ordinanze di custodia cautelare in carcere, per altrettanti soggetti, accusati di associazione mafiosa, omicidi, detenzione di armi e altri reati. L’08-04-1997 – con una brillante operazione di polizia – finivano in carcere Salvatore Genova, 39 anni, Francesco Paolo Liga, 33 anni, Giuseppe Lo Verde, di 40, i fratelli Calogero e Sandro Lo Piccolo, 25 e 22 anni (allora), Felice Orlando, di 40, Domenico Randazzo, di 47 e Vincenzo Taormina, di 60. La stessa ordinanza cautelare veniva notificata in carcere al boss mafioso Salvatore Biondo, detto il “lungo”, già detenuto. Calogero e Sandro Lo Piccolo erano i figli del più noto capomafia Salvatore Lo Piccolo. Salvatore Biondo - per chi non lo sapesse - non era in carcere per contraffazione di musicassette, o illecita duplicazione di CD-Rom per Play-Station. I magistrati di Caltanissetta lo avevano arrestato per la “Strage di Capaci”. Secondo l’accusa, Salvatore Biondo - uomo d'onore della famiglia di ”San Lorenzo” avrebbe contribuito a nascondere l'esplosivo e a trasportarlo nel cunicolo dell'autostrada, nel punto in cui furono fatti saltare in aria Giovanni Falcone, Francesca Morvillo ed i poliziotti della scorta. Nonostante tutto, però, il provvedimento del GIP Cristodaro non ha retto al vaglio del Tribunale del Riesame.
Non si può dire che quell’ordinanza di annullamento non fosse fondata.
A firmarla è stato il Giudice Alfredo Morvillo, il fratello di Francesca Morvillo e cognato di Giovanni Falcone, tragicamente trucidati nella strage di Capaci del 23-05-1992.
Ironia della sorte ha voluto che – oggi - fosse proprio lo stesso magistrato Alfredo Morvillo – nella nuova qualità di Procuratore Aggiunto di Palermo – a guidare il pool di magistrati della Procura di Palermo, che con i poliziotti della Squadra Mobile, hanno eseguito la cattura di Sandro Lo Piccolo, di suo padre e di altri affiliati mafiosi.
Questi sono fatti e non parole.
Nulla di cui scandalizzarsi, secondo me.
Questo non è un limite, o un difetto della giurisdizione. Anzi, dimostra la fisiologia di obbiettivi procedimenti di verifica della prova, nel processo penale accusatorio.
Nulla di più di quanto un magistrato serio ed onesto deve fare, secondo il proprio ruolo, in ossequio ai principi che regolano lo stato di diritto, nel nome di una “giustizia giusta”, che è l’essenza stessa della democrazia.
Sta di fatto che, dopo l’Ordinanza del Tribunale del Riesame di Palermo della primavera del 1997, Sandro Lo Piccolo è uscito (e non evaso) dalla porta principale del Carcere dell’Ucciardone di Palermo, da dove era entrato qualche settimana prima, accompagnato in manette dai poliziotti della Squadra Mobile, che lo avevano arrestato dopo anni di indagine.
Da quella mattina Sandro Lo Piccolo è diventato uccel di bosco.
Col passare degli anni sono stati emessi a suo carico un’infinità di altri provvedimenti giudiziari, che ne hanno fatto lievitare l’importanza nel “borsino” dei più pericolosi latitanti italiani.
Fino a ieri Sandro Lo Piccolo – per la sua età e per la sua ferocia – era considerato in assoluto uno dei più temibili latitanti di “Cosa Nostra”.
A parte il conclamato “genetliaco” criminale, erano note le sue capacità di reclutare giovani adepti all’organizzazione mafiosa, con una propensione all’omicidio ed alla violenza, che superava pure alcune più prudenti strategie dei vertici di “Cosa Nostra”.
Dopo l’arresto di Bernardo Provenzano - e forse proprio a causa dell’arresto di Bernardo Provenzano - chi ne capisce di “Mafia” sostiene che Sandro Lo Piccolo era senza dubbio diventato più forte e più pericoloso di prima. Poteva ancora contare sulla spalla del padre, pure latitante e non a caso arrestato insieme a lui.
Nel 1997 la situazione era un po’ diversa.
Sandro Lo Piccolo aveva appena 22 anni (è nato il 16-02-1975), ma prometteva bene.
Era già indagato per una serie di omicidi, tentati omicidi, armi ed altri reati di mafia.
Per questo era stato arrestato, fino all’annullamento della Ordinanza cautelare del GIP Cristodaro, disposta dal Tribunale del Riesame.
Dopo quell’annullamento mi chiamò un bravo Pubblico Ministero della Procura Antimafia di Palermo e mi accennò al provvedimento del Riesame, che aveva scarcerato anche Lo Piccolo.
Mi convocò in ufficio ed insistette non poco, affinché io accettassi un incarico di consulenza su quegli omicidi.
In quel periodo – erano gli anni della Procura di Gian Carlo Caselli – le cose da fare a Palermo non mancavano certo.
Lavoravo solo ed esclusivamente con i magistrati di Palermo e i risultati di quel lavoro fanno ormai parte della “Storia” di questo Paese, che non spetta a me raccontare.
Nonostante tutto, con grossi sacrifici personali e familiari, ho accettato l’incarico del Pubblico Ministero Antimafia Mauro Terranova, che non era disposto a chiudere il fascicolo con una archiviazione, dopo la pronuncia del Tribunale del Riesame.
Le alternative, invero, erano poche.
La polizia aveva fatto tutto quanto poteva, redigendo un voluminoso rapporto giudiziario.
Ho letto le carte pagina per pagina, rigo per rigo, parola per parola. Ho letto pure l’ordinanza del Riesame e mi sono messo al lavoro.
Non avevo certo la soluzione del quesito, ma avevo capito che molto si poteva fare.
In questo devo anche ringraziare il contributo che mi ha dato il dr. Roberto Di Legami, che all’epoca dirigeva la “Sezione Omicidi” della Squadra Mobile di Palermo.
Un bravissimo ed onesto funzionario di Polizia, anche lui della “scuola” di Arnaldo La Barbera.
Un funzionario a cui va tutta la mia amicizia, la mia riconoscenza e la mia solidarietà, anche per il triste calvario che ha dovuto subire, con un infamante processo a Caltanissetta per “falsa testimonianza”.
Pochi lo sanno, ma Roberto Di Legami è stato prima indagato, e poi rinivato a giudizio e processato dal Tribunale di Caltanissetta, dopo le accuse di alcuni ufficiali del ROS dei Carabinieri, poi risultante infondate.
Roberto Di Legami è stato costretto a lasciare Palermo e la “Squadra Mobile”, a cui era tanto legato.
A parte l’assoluzione in quell’assurdo processo di Caltanissetta - che tutti ritenevamo scontata - mi auguro che un giorno Roberto possa ritornare a lavorare a Palermo, a fare quello che ha sempre e solo voluto e saputo fare nella vita: il “poliziotto”.
Roberto Di Legami non è un burocrate, non è un “passacarte” e lo Stato non può privarsi del contributo professionale di un poliziotto come lui, che ha fatto solo e soltanto il suo dovere.
Anche se non lo ha fatto nessuno, a lui va oggi il mio pensiero, nel ricordo dell’acume che ha avuto chi – non a caso - lo ha messo a dirigere a suo tempo la “Sezione Omicidi” della Squadra Mobile di Palermo.
In tutto questo mi conforta una sola cosa: fui io a parlare di lui per la prima volta ad Arnaldo La Barbera. Non lo conoscevo nemmeno di persona, ma avevo letto un sua annotazione, proprio su “San Lorenzo”, che mi aveva fatto intuire che dietro quel Funzionario c’era anche un bravo poliziotto.
Con questo torniamo a Sandro Lo Piccolo, da dove ci eravamo fermati.
Siamo al conferimento dell’incarico di consulenza del 24-05-1997, nel procedimento 2292/95 R.G.N.R., della Procura Distrettuale Antimafia di Palermo, a carico di Sandro Lo Piccolo e degli altri boss di “San Lorenzo”, scarcerati dal “Riesame”.
Orbene da quel giorno mi sono messo a lavorare sulle carte e sui tabulati.
Fianco a fianco col magistrato – che è pure molto bravo in informatica – ho tracciato un quadro ricostruttivo e probatorio del tutto innovativo, delle vicende che già i poliziotti della “Mobile” avevano riportato egregiamente nelle loro informative.
Forse la fretta di concludere, per la conclamata pericolosità degli indagati (armati ed attivi nel territorio), aveva determinato una non completa considerazione degli accertamenti.
Altre verifiche ed approfondimenti andavano senza dubbio fatti e non a caso il Tribunale del Riesame di Palermo ha mosso delle censure all’ordinanza del GIP, fino al punto da decretarne l’annullamento e disporre la immediata scarcerazione degli indagati.

Invero, tempo dopo, la Cassazione ha annullato l'Ordinanza del Riesame, rinviando ad altra Sezione del Tribunale di Palermo la decisione cautelare.
Il Tribunale di Palermo ha ripristinato la misura cautelare detentiva a carico di Sandro Lo Piccolo, che non è stata mai eseguita: si era dato già alla macchia.
A parte gli annullamenti ed i Riesami, sta di fatto che, in raccordo col Pubblico Ministero e con la collaborazione di Roberto Di Legami e dei suoi poliziotti (che non si sono per nulla sentiti defraudati di alcunchè, sapendo che un consulente del Pubblico Ministero stava rileggendo il loro lavoro), nel giro di poco più di due mesi – lavorando giorno e notte - ho depositato la mia relazione, con delle elaborazioni, dei grafici e delle risultanze, che non avevano certo bisogno di molto parole per essere compresi.
Al processo, in Corte d’Assise, sono stato sentito per diverse udienze, quando col mio computer ed i miei tanto temuti "dati" ho risposto alle domande del Pubblico Ministero.
Anche gli avvocati mi hanno messo sotto torchio. Ci sono stati anche scontri e battibecchi.
Tutti conclusi, però, nel civile confronto di posizioni avverse e con la lealtà e la correttezza che a Palermo, persino gli avvocati che difendono i peggiori mafiosi ed assassini riescono ad avere.
Una correttezza ed un rispetto del mio ruolo, della mia funzione e del mio lavoro, da parte della classe forense, che – perché sia chiaro - non è mai venuta meno, né a Palermo, né in altre parti di Italia.
Chi fa il proprio dovere con onestà e professionalità, non ha nulla da temere da chi lo fa allo stesso modo, seppure dall’altra parte della barricata.
Ritorniamo a Sandro Lo Piccolo ed al processo in Corte d’Assise.
Dopo la mia audizione ed il controesame delle difese, la mia consulenza, con la mia testimonianza, è divenuta patrimonio della Corte che l’ha acquisita integralmente nelle forme previste dalla legge.
Quella consulenza e quella testimonianza rappresentavano il “novus” di quell’indagine, insieme agli altri elementi di riscontro, che il Pubblico Ministero si era premurato a raccogliere (anche utilizzando le mie anticipazioni).
Sta di fatto che grazie alla tenacia di un Pubblico Ministero che non si è fermato all’annullamento di un Riesame, l’esito finale di quel procedimento è stato assai diverso di come si auguravano gli imputati, dopo la scarcerazione.
Il processo in Corte d’Assise, vedi caso, è stato presieduto dal Giudice Angelo Monteleone.

La sentenza è stata poi scritta dal Giudice Cinzia Parasporo, con una capacità argomentativa e di sintesi, di fatti e vicende assai complesse, che rendono ancora una volta onore alla professionalità della Magistratura palermitana.
Sono grato al Presidente Monteleone ed al magistrato estensore della sentenza, delle lusinghiere considerazioni e degli apprezzamenti, che hanno voluto formulare con riguardo al mio lavoro ed alla mia persona.
Lo stesso dicasi per le sentenze dei gradi successivi del giudizio, fino alla pronuncia della Suprema Corte di Cassazione, che ha reso definitiva la condanna alla pena dell’ergastolo, anche per il giovane Sandro Lo Piccolo.
Vedi caso, il Giudice Angelo Monteleone (del processo di primo grado) è lo stesso magistrato che ha presieduto la sezione del Tribunale di Palermo, che ha giudicato (pure in primo grado) il deputato di Forza Italia Gaspare Giudice.
In quel processo – dove ho pure svolto una articolata consulenza – il Pubblico Ministero aveva chiesto 15 anni di reclusione per il parlamentare.
Il Tribunale lo ha assolto.
Nessuno ha gridato allo scandalo.
E’ la fisiologia di un sistema giudiziario, nel quale sarebbe ancor più grave se queste cose non accadessero. Lo stesso dicasi per altri “indagati eccellenti”, che pure a Palermo hanno accettato il processo e che nel processo si sono difesi e fatti giudicare.
Queste vicende, sebbene del tutto diverse, per fatti e protagonisti, hanno in comune qualcosa, a parte il Presidente del Collegio giudicante.
Gli imputati – vuoi Sandro Lo Piccolo in un caso e Gaspare Giudice nell’altro – hanno comunque accettato e subito il processo.
I loro avvocati si sono comportati con assoluta correttezza, professionalità e determinazione, fino alla fine.
Gli imputati, sia pure nella loro assoluta diversità, si sono fatti giudicare nel processo, con dignità e rispetto delle istituzioni e di quanti erano chiamati a svolgere il proprio compito, dagli uscieri, ai commessi, ai cancellieri, ai consulenti, ai poliziotti, ai Pubblici Ministeri, fino ad arrivare ai Giudici.
Con questo voglio dire che tanto gli indagati eccellenti che i mafiosi, a Palermo, hanno sempre accettato il "processo" e le regole delle Legge.
Mai nessuno ha ipotizzato golpe nella magistratura, posto che quand’anche qualcuno l’avesse pensato, non avrebbe trovato adepti da nessuna parte.
Se così è stato a Palermo, lo stesso non può dirsi in altri luoghi.
Solo il tritolo per i giudici ed i colpi di lupara per i tanti poliziotti, carabinieri e servitori dello Stato, sono riusciti a fermarli.
Proprio i “caduti” palermitani sono la tangibile conferma di uno Stato che non si è piegato al ricatto e che non si è lasciato nemmeno accattivare da interessati compromessi col potere.
La giusta dialettica processuale - le incriminazioni, le condanne, le assoluzioni, le riforme dei giudizi e persino le stesse revisioni - appartiene alla fisiologia del processo.

Su questi temi, a parte l’esultanza per la cattura dei Lo Piccolo, forse in molti farebbero bene a riflettere.
Gioacchino Genchi








La Repubblica - Palermo - 06-11-2007, di Salvo Palazzolo












Le storie intrecciate del capomafia e del suo rampollo: dalla conquista del potere alla paura della vendetta
Gli inseparabili di Cosa nostra ascesa e caduta dei Lo Piccolo
Salvo Palazzolo
Il pm: "Il figlio era diventato l´angelo custode del padre"
Da quando in Cosa nostra soffiavano venti di guerra, erano ormai inseparabili. Padre e figlio. Salvatore e Sandro Lo Piccolo. I poliziotti e i magistrati lo sospettavano. Ieri mattina, al culmine del blitz di Giardinello, hanno avuto la conferma: «Probabilmente, il figlio non aveva più lasciato il padre da quando si era saputo che una parte di Cosa nostra, quella capeggiata da Nino Rotolo, avrebbe voluto morto il capomandamento di Tommaso Natale», così ipotizza il sostituto procuratore Gaetano Paci. Sandro non era più soltanto il figlio prediletto, era ormai diventato l´ombra, la scorta. E, soprattutto, un killer pronto a sparare. Per quella che era ormai diventata la sua causa. Interpretata dal suo padre padrino, l´uomo a cui ha dichiarato in lacrime il suo amore mentre entrava in manette dentro la volante della polizia. Eppure, un tempo, Sandro era stato il ragazzo ribelle. Tanto che qualche volta anche il padre era dovuto intervenire. «Io Sandro me lo ricordo - ha rivelato il pentito Isidoro Cracolici, un tempo braccio destro di don Salvatore - diciamo che l´ho svezzato io. Sin da piccolo l´avevo sempre vicino a me. A momenti, ha fatto la latitanza anche lui da bambino». Nel ‘91, Sandro fu fermato per furto: aveva 16 anni. In cella rimase pochissimo. Due anni dopo, fu sospettato di rapina ed estorsione. Era già in carriera. E il padre non era proprio contento allora: Cracolici ha spiegato che «u Nicu», così lo chiamavano, «era un ragazzo molto irrequieto, dedito a liti e scorribande», tanto da prendersi i rimproveri anche di alcuni vecchi uomini d´onore. Ma il crimine si impara presto: poco importa che il primo omicidio di Sandro Lo Piccolo, un ladro che operava senza autorizzazione, rischiò di andare a male perché i killer furono colpiti dalle bottiglie lanciate dai balconi. Quella volta, il padre padrino lo rimproverò sonoramente. Il secondo omicidio fu commesso secondo i canoni del perfetto killer di mafia, questo era stato negli anni Ottanta Salvatore Lo Piccolo. E Sandro stava ormai ripercorrendo le sue gesta criminali. Padre e figlio, poco a poco cominciarono ad essere sempre più uniti. Tutti e due con la comune fama di dongiovanni: «u Vascu», il vecchio è un gran fumatore di Malboro, veste sportivo e sempre all´ultima moda. Non sappiamo se «u Nicu» fuma, ma di certo ama anche lui le buone marche: indossava un bel maglioncino quando cinque anni fa sfuggì ai carabinieri inerpicandosi sui tetti delle ville di via Lanza di Scalea. Il particolare è rimasto nelle relazione di servizio. Gli abiti di lusso raccontano molto di quello che è rimasto per alcuni anni il più giovane fra i padrini di Cosa nostra. Sandro Lo Piccolo mandava un certo Tonino "u curtu" dello Zen a comprargli abiti all´ultima moda. E questa cosa era ritenuta troppo imprudente dagli altri mafiosi. Tonino entrava nei negozi più esclusivi del centro città e comprava per milioni delle vecchie lire. Pantaloni, maglioni, giacche, camicie. Ma niente della sua misura. I poliziotti della squadra mobile capirono presto che quegli abiti così eleganti non erano per lui: chi lo aveva incaricato degli acquisti era proprio Sandro Lo Piccolo.Da quando, però, le indagini avevano stretto il cerchio, il rampollo di Tommaso Natale era diventato prudente. Racconta il pentito Antonino Giuffrè che a Lo Piccolo junior era stata ormai delegata la gestione del business della droga. Il padre lo aveva investito del potere necessario. Ma la vera iniziazione era stata un´altra: anche «u Nicu» poteva infatti vantarsi di avere beffato la giustizia. L´ordine di arresto per i due omicidi fu inizialmente annullato: da allora il giovane boss era latitante. Poi, l´analisi del suo cellulare e di tutti i contatti, svolta dal consulente informatico della Procura, Gioacchino Genchi, ribaltò quell´inchiesta che sembrava destinata all´archiviazione. E in pochi mesi, la corte d´assise decretò l´ergastolo. Lo Piccolo junior e senior erano ormai una cosa sola. E i picciotti li veneravano. Il più fedele era Andrea Adamo, 45 anni, anche lui fra gli arrestati di ieri mattina. Era latitante dal mese di luglio 2007, quando era scattata l´operazione "Gotha". Ufficialmente, era solo un rivenditore di moto, in realtà era uno dei mafiosi più influenti del mandamento di Brancaccio. Anche grazie all´intercessione del suocero, Giuseppe Savoca, nome storico di Cosa nostra. L´altro fedelissimo dei Lo Piccolo padre e figlio era Gaspare Pulizzi, 36 anni, reggente della famiglia di Carini, latitante dal marzo scorso. Tutti si sono chiusi nel silenzio dopo l´arresto.
Salvo Palazzolo

06-11-2007 - Sentenza Sandro Lo Piccolo ed altri della Corte d'Assise di Palermo

Dopo l'annullamento da parte del Tribunale del Riesame di Palermo dell'Ordinanza di custodia cautelare in carcere del GIP Florestano Cristodaro, nei confronti di diversi indagati (fra i quali il giovane boss Sandro Lo Piccolo, da allora latitante ed il capomafia Salvatore Biondo, pure condannato per la "strage di Capaci"), il Pubblico Ministero della Procura Distrettuale Antimafia di Palermo ha conferito al dr. Gioacchino Genchi un articolato incarico di consulenza tecnica, volto all'elaborazione ed all'analisi dei dati di traffico telefonici ed alla ricostruzione dei rapporti fra gli indagati, con particolare riguardo alle dinamiche dei frangenti omicidiari, oggetto delle imputazioni.
Dopo il deposito della relazione, nel corso di diverse udienze, il consulente ha illustrato al dibattimento l'esito delle sue indagini, integralmente accolte dalla Corte d'Assise di Palermo, che ha condannato alla pena dell'ergastolo Salvatore Biondo e Sandro Lo Piccolo ed a pene detentive variabili gli altri imputati.
La sentenza della Corte d'Assise di Palermo - che porta la firma del Presidente Angelo Monteleone e del Giudice Cinzia Parasporo - è stata confermata nei successivi gradi di giudizio ed ha superato il vaglio di legittimità, della Suprema Corte di Cassazione.
In forza anche di quella sentenza, divenuta irrevocabile, Sandro Lo Piccolo era latitante, prima di essere arrestato dai poliziotti della Squadra Mobile di Palermo.
Su questo tema, a parte una utile lettura della sentenza, rinvio all'altro post, dal titolo:


«Quel "mascalzone" che fece condannare all’ergastolo Sandro Lo Piccolo, dopo che il Tribunale del Riesame di Palermo lo aveva scarcerato. Da allora era latitante».

Giaocchino Genchi

06-11-2007- La mafia in diretta 2 di Giorgio Bongiovanni (... attuale come non mai!)

La mafia in diretta (II) - 6-11-07


di Giorgio Bongiovanni - Megachip

Pubblichiamo la seconda parte dell'analisi del direttore di "Antimafia Duemila" che chiama in causa eventi e personaggi del panorama mafioso. (leggi la prima parte).
Forse, a guardare i fatti a posteriori si dovrebbe dire che dell'intero piano era più a conoscenza Provenzano che non Riina, ceduto quasi subito alla giusta gogna pubblica con tutta la sua cordata più violenta.
Probabile oggetto di una trattativa molto più ampia di cui si intuiscono i contorni se si ricostruisce quel puzzle di elementi probatori che però, per ora, non sono stati ritenuti sufficientemente convincenti da un punto di vista processuale.
Procediamo con ordine.
Via D'Amelio è una strada chiusa, stretta tra grandi palazzi come quello in cui abitava la madre del giudice che quella domenica lo stava aspettando per andare dal cardiologo. Era domenica e faceva molto caldo. Quando le macchine blindate entrarono nella via il parcheggio era pieno e lo spazio per muoversi velocemente molto poco, come aveva avuto modo di lamentarsi più volte la scorta. Il giudice scese accompagnato dai suoi angeli protettori: Agostino Catalano, Emanuela Loi,Walter Cusina, Vincenzo Li Muli, Claudio Traina; ebbe appena il tempo di annunciarsi al citofono che qualcuno, che evidentemente lo stava osservando, premette il pulsante del detonatore.
Il corteo blindato era stato monitorato fin dal mattino, da quando il giudice appena uscito di casa, in via Cilea, non si era recato in via d'Amelio, come i suoi assassini si aspettavano, ma a Villagrazia. Nonostante il cambio di programma, non vi era stata nessuna alterazione nel piano poiché, raccontano i collaboratori di giustizia, Salvatore Biondino non aveva alcun dubbio che Borsellino prima o poi sarebbe andato dalla madre.
Un primo dato non trascurabile sul quale torneremo in seguito.
I pentiti che hanno fatto parte del gruppo di osservazione tra cui Salvatore Cancemi e Giovan Battista Ferrante sono stati molto avari di particolari sul momento dell'esecuzione, tanto da essere ritenuti in primo grado reticenti. Se successivamente la testimonianza di Cancemi si è rivelata di grande importanza è risultata volutamente incompleta la testimonianza del Ferrante che aveva il compito di allertare il gruppo di fuoco. Era stato incaricato da Biondino di comporre un numero di cellulare che gli aveva fornito su un foglietto di carta e di avvisare quando Borsellino si sarebbe avvicinato a via D'Amelio. Il collaboratore dichiarò di non conoscere l'identità del suo interlocutore (rivelatosi poi essere Cristoforo Cannella) cui fece due chiamate, la prima dal suo cellulare, comprovata dai tabulati, e la seconda da una cabina telefonica, che però non risulta essere mai arrivata sull'utenza di Cannella.
Chi ha avvisato in realtà Ferrante?
Non lo sappiamo, ma di certo professionisti, addestrati anche per far sparire le tracce più pericolose. Un'eccezione che non si era mai verificata nella storia di Cosa Nostra che, come disse il procuratore Pietro Grasso, è stata a volte il braccio violento dello Stato e quindi ha sì agito per conto di altri, ma senza bisogno di aiuti esterni.
Alla strage di via D'Amelio, alla parte esecutiva, partecipano direttamente, i maggiori capi mandamento, primo Biondino che dirige di persona le operazioni, e poi Aglieri e Greco (uomini di Provenzano), Cancemi, Raffaele Ganci e altri.
Salvatore Biondino all'epoca delle stragi era sconosciuto e incensurato. Emerge la centralità della sua figura quando viene arrestato assieme a Salvatore Riina ed è indicato da Salvatore Cancemi come il personaggio che deteneva tutta una serie di rapporti segreti e particolari con gli ambienti più occulti per conto del capo di Cosa Nostra e del suo gemello Provenzano.
Lo conferma il drammatico racconto di Francesco Onorato quando riferisce all'autorità giudiziaria dell'omicidio di Emanuele Piazza, il giovane poliziotto che collaborava alla ricerca dei latitanti con i servizi segreti, strangolato nello scantinato di un mobilificio a Capaci per ordine proprio di Biondino, che, inspiegabilmente, sapeva del suo incarico super riservato.
E' ancora Biondino, secondo Brusca, a premere perché il nome di Borsellino sia inserito immediatamente dopo quello di Falcone nella lista del pareggio dei conti con nemici e traditori.
Agli indizi provenienti dall'interno all'organizzazione corrispondono quelli raccolti dagli inquirenti che, seppur lasciati ad uno stadio primordiale per via di cause esterne, rappresentano molto più di un'ipotesi sulla presenza di uomini dei servizi sul luogo della strage.
Sentito durante il processo d'appello del Borsellino bis l'allora vicequestore di Palermo Gioacchino Genchi ha spiegato come le sue indagini sulle intercettazioni effettuate sull'utenza della famiglia Borsellino che, in un primo momento, avevano portato alla condanna all'ergastolo di Pietro Scotto, poi annullata a causa della ritrattazione di Scarantino, lo abbiano poi condotto altrove. E più precisamente sul monte Pellegrino, l'altura che domina Palermo dove si erge il suggestivo castello Utveggio che per un periodo avrebbe ospitato il Cerisdi, una scuola d'eccellenza per manager. Un tabulato telefonico aveva registrato in entrata una chiamata effettuata cinque mesi prima della strage da un boss di Bagheria, Gaetano Scaduto condannato all'ergastolo per l'omicidio di Ignazio Salvo, indirizzata a quell'utenza.
All'interno del Cerisdi si rivelò poi esserci una postazione di soggetti appartenenti all'Alto Commissario per la lotta alla mafia e poi forse – spiega Genchi - anche al Sisde, al servizio segreto civile. Che per tutta risposta smentì categoricamente l'ipotesi. Tuttavia, non appena avviata l'indagine il misterioso gruppo fece baracca e burattini e fu trasferito così come, alla fine dell'anno, furono destinati ad altri incarichi Genchi e il questore La Barbera.
Non se ne fece più nulla, resta soltanto inequivocabile il fatto che la visuale dal Castello Utveggio su via D'Amelio è impressionante.
Dunque, dopo 15 anni, sappiamo solo da chi era composto il gruppo che sorvegliò gli spostamenti del giudice dalla sua abitazione di via Cilea, mentre non abbiamo idea di chi agì sul campo di guerra e nemmeno, come scrivono i giudici del Borsellino ter: “Chi abbia allestito l'autobomba e l'abbia trasportata, come anche la provenienza dell'esplosivo”.
Per accertare anche questo fondamentale elemento si chiamò in causa persino l'FBI il cui super sofisticato laboratorio scientifico, tuttavia, fu colto da una paradossale mancanza di professionalità. Fu, infatti, aperta un'inchiesta circa le analisi sugli esplosivi che sarebbero state condotte maldestramente.
Su un punto però gli esperti italiani e quelli statunitensi concordano, nell'esplosivo vi era la presenza del Semtex sulla cui provenienza di origine militare non v'è dubbio così come è noto che il plastico era nella disponibilità dei killer di Cosa Nostra.
Recentemente l'autorità giudiziaria si è concentrata su un altro dei grandi misteri che ruota attorno alla strage di via D'Amelio.
Nella confusione degli attimi immediatamente dopo la deflagrazione sono stati notati aggirarsi tra le macerie uomini indicati come in qualche modo legati ai servizi o la cui apparizione in quei luoghi quel giorno è comunque risultata quanto meno singolare.
Si è appena concluso con un'assoluzione il processo per falsa testimonianza resa al pubblico ministero a carico di Roberto Di Legami, all'epoca dei fatti funzionario di polizia addetto alla Squadra Mobile di Palermo impegnata nelle indagini sulla strage di Capaci.
Secondo la testimonianza di due colleghi, Umberto Sinico e Raffaele del Sole, al tempo capitani del Ros, l'ufficiale, durante una cena a pochi giorni di distanza dalla strage (circa una decina) avrebbe rivelato di aver saputo che poco dopo l'esplosione alcuni agenti accorsi sul luogo avrebbero notato Bruno Contrada, al tempo il numero tre del Sisde e che la relazione di servizio riguardo questa circostanza sarebbe stata poi distrutta.
Di Legami ha negato con fermezza di aver mai riferito un'informazione di questo genere ed è rimasto sulle sue posizioni anche durante il confronto, piuttosto teso, con i due colleghi. Secondo il giudice Paola Proto Pisani che ha ricostruito la sequenza di quegli eventi nella sentenza assolutoria appare più credibile la versione del Di Legami che non quella del principale testimone dell'accusa, Sinico. Questi infatti, pur ritenendo il fatto in se stesso poco credibile, dopo averlo riferito all'autorità giudiziaria, non ha voluto rendere noto il nome della sua fonte. Ha spiegato di aver ricevuto raccomandazioni a riguardo dalla stessa che a sua volta temeva per l'incolumità della fonte originaria.
A fare per primo il nome di Di Legami fu il tenente Canale, stretto collaboratore di Borsellino, ma in seguito processato e assolto per concorso esterno in associazione mafiosa. Disse di aver saputo questa notizia da Sinico, compresa la fonte.
Sinico ha smentito di aver mai rivelato il nome del Di Legami ad alcuno, benché, invece, abbia riferito il contenuto della confidenza sia ad alcuni colleghi, tra cui Canale, e ad alcuni magistrati come il dott. Ingroia e il dott. De Francisci. Tuttavia mentre Canale sostiene di aver ricevuto questa confidenza nei giorni immediatamente successivi alla strage, addirittura prima dei funerali, il colloquio con Di Legami cui fa riferimento Sinico, confermato da Del Sole, sarebbe avvenuto, questo sì secondo tutti e tre, a una decina di giorni dell'eccidio.
Tuttavia Sinico, se in un primo momento nega che la sua fonte sia Di Legami, in un memoriale del 1998, lo ammette adducendo come motivazione del suo silenzio il vincolo di segretezza che vige automaticamente tra colleghi e amici quando si parla di indagini in corso. Ha inoltre aggiunto di aver cercato più volte di contattare il Di Legami per chiedergli di scioglierlo da questo patto di riservatezza che lo metteva in una situazione di imbarazzo con i magistrati, ma che dapprima avrebbe ricevuto un diniego, sempre per tutelare la fonte originaria e poi che il collega non si sarebbe più fatto trovare.
Ecco qui un altro conto, l'ennesimo, che non torna. Il giudice, riordinando tutti i dati, ritiene possibile che Sinico abbia davvero ricevuto la notizia, ma non da Di Legami e che pur di proteggere la sua reale fonte, abbia sacrificato l'amico sfruttando la via suggerita da Canale il quale, magari convinto della opportunità di perseguire i filone di indagini, abbia indicato un nome plausibile al fine di costringere Sinico a rivelare la vera fonte.
A suffragio di tale ipotesi il giudice considera significativo il dialogo avvenuto tra Sinico e Canale, ignari di essere registrati, mentre attendevano di essere sottoposti a confronto dai magistrati di Caltanissetta. Canale invita il collega a rivelare l'identità della sua fonte se vuole salvare il suo amico (Di Legami) di cui ha fatto il nome pur nutrendo il serio dubbio che sia lui (“ce l'ho sulla coscienza”) e senza termini lo incita: “Umbé ma picchì un ciù dici cu cazzu è?”.
Di Contrada sul luogo della strage si è parlato a lungo, ma il suo alibi, secondo cui sarebbe stato in barca con amici ha sempre retto a qualsiasi investigazione.
Se nessuno degli ufficiali e degli agenti in servizio quel giorno vide Contrada è vero che furono notate invece altre figure come Mannino Salvatore segnalato dall'ispettore Angelo che compilò immediatamente una relazione di servizio e su questo fu sentito dalla procura di Caltanissetta. La presenza di Mannino colpì particolarmente Angelo e il suo superiore dott. Montalbano poiché questi era un ispettore in servizio al Commissariato di San Lorenzo fino a poco tempo prima e di recente trasferito a Firenze poiché una nota del Sisde lo descriveva come in pericolo di vita perché minacciato dall'organizzazione mafiosa. Tuttavia solo un paio di anni prima Montalbano aveva raccolto alcune confidenze su Mannino che gli avevano fatto dubitare della sua integrità e per questo aveva fatto rapporto alla Procura di Palermo.
Giorgio Bongiovanni

domenica 4 novembre 2007

04-11-2007 - Ringraziamento a Beppe Grillo, per la accorata solidarietà

Caro Grillo,
ti ringrazio per la solidarietà.
Nessuno, men che me, pensava di diventare un "personaggio", o ancor meno fare "l'ercolino" indagando su Prodi o su Mastella.
Come sai ho fatto indagini su "personaggi" ben più importanti, restando sempre nell'ombra.
Mai, però, ho ricevuto questi trattamenti, nemmeno da coloro che erano paragonati al "Diavolo".
Non pensavo nemmeno di dovere creare un blog pure io, e se l'ho fatto è solo per "LEGITTIMA DIFESA".
Grazie ancora e speriamo bene, se non altro per l'Italia!
Gioacchino Genchi
http://gioacchinogenchi.blogspot.com/

04-11-2007 - Gioacchino Genchi: biografia di un "mascalzone"



Gioacchino Genchi è nato a Castelbuono (PA) il 22 agosto 1960.
E’ sposato ed ha tre figli.
Il suo paese natale, Catelbuono, è una ridente località della provincia di Palermo, situata alle pendici delle "Madonie" .
Castelbuono è un paese con grandi tradizioni di democrazia, di cultura, di civiltà e di legalità, a cui Gioacchino Genchi deve la sua formazione di "castelbuonese", e non solo quella.
Senza nulla togliere a Ceppaloni, l'essere castelbuonese è una "Denominazione di Origine Controllata", unanimente riconosciuta ed apprezzata in tutto il mondo. (http://www.comune.castelbuono.pa.it/) (vedi pure http://castelbuono.org/)
Per Genchi l'essere "castelbuonese" vale più di un "certificato penale" apparentemente pulito, o di un titolo di "Senatore".

Chi almeno una volta nella vita ha conosciuto un castelbuonese, o è stato Castelbuono, si sarà reso conto di questo.
Gioacchino Genchi, da giovane è vissuto nel paese natale.

A Castelbuono è rimasto legato da un forte sentimento di appartenenza. L’essere castelbuonese è la cosa di cui Gioacchino Genchi si sente più orgoglioso e non perde occasione per dirlo.
All’amore per Castelbuono e per la sua gente sarà presto dedicata una particolare sezione del su sito www.gioacchinogenchi.it (Il mio paese).
Da ragazzo si è formato presso la libreria del padre, centro ritrovo dei letterati e degli studiosi del paese.
Radioamatore sin da bambino, Gioacchino Genchi ha manifestato sin dall’adolescenza una particolare vocazione per le scienze tecniche, per l’elettronica e per la telefonia.
Nonostante una forte vocazione umanistica, che gli proveniva dalle letture che sin da bambino aveva coltivato nella libreria del padre, Gioacchino Genchi ha intrapreso gli studi superiori presso l’Istituto Tecnico “Jacopo del Duca” di Cefalù.
Li si è distinto come leader del movimento studentesco, con delle battaglie per i diritti degli studenti e per una scuola migliore.
Dopo alcune rocambolesche iniziative di protesta, organizzate proprio da Genchi – si veda la famosa marcia a piedi a Cefalù, l’occupazione degli istituti, ecc. – sono stati varati negli anni settanta degli importanti provvedimenti legislativi in materia di diritto allo studio.
Ricordiamo fra tutti la legge regionale sul trasporto gratuito agli studenti pendolari.
Questa legge, varata dalla Regione Sicilia, rappresenta ancora oggi uno dei più importanti momenti di conquista civile, nella prospettiva del diritto allo studio per gli studenti siciliani.
Sono state proprio le iniziative di protesta, anche clamorose, organizzate da Gioacchino Genchi, a sensibilizzare i mass media e gli organi legislativi della Regione Siciliana, che alla fine hanno varato e finanziato la legge, per assecondare il diritto allo studio.
Il finanziamento di questa legge ha consentito anche ai giovani delle famiglie meno abbienti dei paesini più disparati della Sicilia, di frequentare le scuole superiori, situate nei centri più importanti, a volte anche a notevole distanza da quelli di residenza.
Erano molti, all’epoca, i giovani promettenti e volenterosi, di origini umili e contadine, che erano impossibilitati a frequentare la scuola superiore, non potendosi permettere le loro famiglie i costi degli abbonamenti degli autobus e dei treni, per raggiungere le sedi dei comuni (vedi Cefalù e Termini Imerese, Bagheria, Palermo, ecc.) dove erano concentrati i più importanti istituti scolastici.
Altre iniziative propugnate da Genchi e dal movimento studentesco da lui guidato, hanno portato al finanziamento ed alla realizzazione dei più importanti ed efficienti edifici scolastici del cefaludese, dove oggi frequentano la scuola i giovani delle "Madonie".
Nonostante l’impegno nel movimento studentesco, la partecipazione agli organismi di rappresentanza delegata (il Consiglio d’Istituto, la Giunta Esecutiva dell’Istituto, il Consiglio Scolastico Distrettuale, la Giunta esecutiva del Distretto scolastico, ecc.), Gioacchino Genchi ha conseguito ottimi profitti negli studi superiori, conseguendo il diploma di maturità tecnica con il punteggio massimo di 60/60 (sessanta/sessantesimi).
Nel corso degli studi Genchi ha affrontato corsi sperimentali di informatica e di elettronica, perfezionandosi nel campo della topografia applicata e dell’utilizzo dei nuovi strumenti di agrimensura, per la rilevazione del territorio (si vedano, in particolare, i primi teodoliti al laser).
Chi doveva dire che quegli strumenti e quelle tecniche dovevano ritornargli oggi di grande utilità, applicati proprio al campo delle indagini e della localizzazione dei cellulari!
Gioacchino Genchi ha poi proseguito, in privato, degli studi umanistici, intrapresi presso la libreria del padre, dove ha coltivato incessantemente - a costo zero - il suo principale hobby: la lettura e la ricerca (dai testi di letteratura, alla filosofia, alla storia, alla matematica, alla statistica ed alle scienze applicate).
Conseguito il diploma di maturità tecnica, con un notevole background nell’uso delle prime tecnologie informatiche (all’epoca applicate solo ai settori finanziari, all’ingegneria ed alla topografia), ha iniziato subito a lavorare con un'azienda specializzata del centro Italia, acquisendo un'ulteriore professionalità e conoscenza nel settore tecnico e nell’uso delle prime applicazioni informatiche.
Contemporaneamente all’attività lavorativa, di cui non ha potuto far a meno (attese le condizioni economiche non troppo floride della sua famiglia), ha intrapreso gli studi universitari presso la Facoltà di Giurisprudenza, dell’Università degli Studi di Palermo, dove ha conseguito la laurea con 110/110 (centodieci su centodieci) e la Lode Accademica.
Nel corso degli studi universitari, oltre alle materie ordinariamente previste nel piano di studi quadriennale (conseguite con eccezionali punteggi), ha frequentato ben 10 “corsi liberi” in materie storico-giuridiche e romanistiche, tutti superati con la valutazione di “30 e Lode”.
Nel corso degli studi universitari ha altresì approfondito degli studi di Politica economica e finanziaria, redigendo la ricerca universitaria sul tema: "Riduzione della spesa pubblica e incremento delle risorse produttive".
Conseguita la laurea in Giurisprudenza il dr. Gioacchino Genchi ha subito intrapreso la carriera forense, eseguendo, in collaborazione con l’Università di Palermo, ulteriori ricerche in vari settori giuridici.
Ha conseguito, frattanto, a pieni voti l’abilitazione all'esercizio della professione di Procuratore Legale (oggi “Avvocato”), oltre all’abilitazione all’insegnamento di materie giuridiche negli istituti di istruzione superiore.
Per espletare il servizio militare (non ancora prestato), nel 1985 ha partecipato al Concorso pubblico a 200 posti di Vice Commissario in prova della Polizia di Stato.
Superato il concorso e classificatosi ai primi posti della graduatoria, ha svolto nei primi mesi dall’immissione in ruolo l’incarico di insegnamento di discipline giuridiche nelle scuole di Polizia.
Trasferito a Palermo nel 1987, ha da allora ricoperto diversi incarichi presso gli uffici della Direzione Centrale dei Servizi Tecnico Logistici della Polizia di Stato di Palermo.

Nel 1988 – per volontà del Capo della Polizia Vincenzo Parisi – è stata affidata al dr. Gioacchino Genchi (quando aveva ancora la qualifica di Vice Commissario), la Direzione della Zona Telecomunicazioni del Ministero dell'Interno per la Sicilia Occidentale di Palermo, già diretta da un funzionario "Dirigente" della Polizia di Stato, promosso "Dirigente superiore ad onorem" e collocato a riposo per raggiunti limiti d'età.
Si noti la particolarità ed il livello dell'incarico conferito, di qualificato rango dirigenziale, identificandosi la "Zona Telecomunicazioni del Ministero dell'Interno per la Sicilia Occidentale" quale ufficio periferico del Dipartimento della Pubblica Sicurezza, dotato di propria autonomia, (amministrativa, finanziaria, disciplinare, organizzativa etc), al pari delle Questure, dei Compartimenti di Polizia Stradale, Ferroviaria etc, e con competenza interprovinciale nelle province di Palermo, Agrigento, Caltanissetta e Trapani.
Anche presso la sede di servizio di Palermo, unitamente alla direzione degli uffici ricoperti, il dr. Gioacchino Genchi ha ininterrottamente mantenuto l'incarico di docente di materie giuridiche (Diritto penale, Diritto processuale penale e Leggi di Pubblica Sicurezza) presso gli Istituti di istruzione della Polizia di Stato.
Nel corso dell'anno 1989 ha frequentato e superato il corso di formazione del Ministero dell'Interno per il conseguimento della specializzazione in "Informatica".
Nel novembre del 1989 ha svolto, per conto del Ministero dell'Interno - Dipartimento della Pubblica Sicurezza, la relazione ufficiale sul tema: "La valenza del supporto informatico nelle indagini di polizia" al Convegno nazionale sul tema: "L'informatica nella lotta alla criminalità organizzata", organizzato dall'Università degli Studi di Palermo con il patrocinio della Presidenza del Consiglio dei Ministri.
La relazione del dottor Gioacchino Genchi ha riscontrato vivo apprezzamento fra gli studiosi e le Autorità intervenute al Convegno ed i relativi atti sono stati integralmente pubblicati nella rivista di criminologia e psicopatologia forense (n. 2 dell'anno 1990), edita a cura dell'Istituto di Antropologia criminale dell'Università di Palermo (pubblicazione iscritta al n. 17/85 nel registro dei periodici del Tribunale di Palermo).

Ha partecipato a decine e decine di convegni, seminari, corsi di studio ed altre iniziative culturali ed universitarie.
Nel quadriennio di Direzione della "Zona Telecomunicazioni del Ministero dell'Interno per la Sicilia Occidentale" (maggio 1988 - maggio 1992) il dr. Gioacchino Genchi ha costantemente collaborato con diversi uffici investigativi – e direttamente con il Capo della Squadra Mobile dell’epoca, dr. Arnaldo La Barbera - nello svolgimento di particolari e riservate indagini di polizia criminale, per le quali ha curato la sperimentazione e la proficua utilizzazione di sofisticate tecnologie ed impianti informatici, radioelettrici e di telecomunicazioni.
In quegli anni, per il tramite del dr. Arnaldo La Barbera, ha collaborato con vari magistrati, fra cui Paolo Borsellino e Giovanni Falcone, assistendo pure l’Autorità Giudiziaria dell’epoca nelle indagini sul fallito attentato della Addaura.
Ha partecipato in prima persona ed ha varato le più importanti tecniche di indagine, che hanno portato, fra gli altri, all’individuazione del covo di Totuccio Contorno a San Nicola l’Arena, dove il mafioso pentito è stato arrestato unitamente ad altri suoi sodali, con il contestuale sequestro di un vero e proprio arsenale.
In quel periodo ha messo a frutto delle originali tecniche d’indagine – quando si era ancora agli albori delle nuove tecnologie elettroniche – per l’installazione di una rete mobile di intercettazioni, utilizzata dall’Autorità Giudiziaria, con risultati di immediata e straordinaria eccezionalità, nella cattura del boss mafioso Pietro Vernengo, evaso tempo prima da una comoda detenzione ospedaliera in un nosocomio palermitano, a cui era stato ammesso prima di darsi alla macchia.
Si omettono di riportare gli ulteriori e numerosi risultati investigativi ed operativi al cui conseguimento ha contribuito l’attività svolta dal dr. Genchi, nell’ambito degli uffici che ha diretto presso il Dipartimento della Pubblica Sicurezza.

Di ciò si trova ampio riscontro nelle rassegne stampa dell’epoca, negli archivi delle agenzie giornalistiche e, cosa più importante, nelle sentenze dibattimentali di condanna dei più pericolosi e sanguinari boss mafiosi e criminali comuni di varie parti d’Italia, confermate nelle fasi cautelari e nei diversi gradi di giudizio, persino con lusinghiere attestazioni di merito nelle motivazioni dei giudici che hanno redatto le sentenze, tutte confermate nei giudizi di legittimità, dalla Suprema Corte di Cassazione.
Nel 1992 - l'anno della “strage di Capaci” - il Capo della Polizia – Prefetto Vincenzo Parisi – gli ha affidato ad interim l’incarico di dirigente del “Nucleo Anticrimine per la Sicilia Occidentale”, per una più efficace azione di contrasto alla criminalità mafiosa e di collaborazione operativa alle indagini sulle stragi, condotte da un gruppo di fidati poliziotti, sotto la diretta direzione del dr. Arnaldo La Barbera.
Con i suoi due uffici - la Zona Telecomunicazioni ed il Nucleo Anticrimine - ha affiancato sin da subito il dr. Arnaldo La Barbera nelle indagini sulla stragi del 1992.
La sera del 19 luglio 1992 – alcune dopo la strage di Via Mariano d’Amelio, dove avevano perso la vita il Procuratore Aggiunto di Palermo Paolo Borsellino e gli agenti di scorta – il Capo della Polizia Vincenzo Parisi ed il Ministro della Giustizia Claudio Martelli, hanno incaricato Genchi di organizzare e dirigere l’immediata evacuazione dei più pericolosi boss mafiosi, comodamente reclusi nelle carceri palermitane, al penitenziario di “Pianosa”.
In raccordo operativo con il Comando dell’Arma dei Carabinieri, con l’Aeronautica Militare e con la Direzione dell’Amministrazione Penitenziaria, nel giro di poche ore Genchi ha organizzato il trasbordo aereo degli oltre 150 “capi mafia” palermitani da Palermo a Pianosa, con gli aeroplani e gli elicotteri “Mangusta” dell’Aeronautica.

Alle 05:00 della mattina del 20 luglio 1992, già rombavano i motori degli aeroplani dell'aeronautica all'aeroporto di "Punta Raisi" di Palermo, che qualche anno dopo prenderà il nome - che speriamo riuscirà a mantenere - dei due magistrati assassinati: Falcone e Borsellino.
Poco più di un'ora dopo, i più pericolosi capimafia palermitani ed i loro sanguinari gregari erano già atterrati all'aeroporto di Pisa, dove con una sincronia ed un tempismo che ha pochi precedenti nella storia, erano ad attenderli i "Mangusta" dell'Aeronautica, per l'ultima tappa della trasferta verso "Pianosa".
Rientrato a Palermo la sera del 20-07-1992, Genchi si è rimesso a fianco del dr. Arnaldo La Barbera, alle indagini sulle stragi.
Nel corso delle indagini sulle stragi di Capaci e di Via d’Amelio, ha fornito un contributo decisivo nell’approntamento delle tecniche di elaborazione e di analisi dei dati di traffico telefonici, perfezionati negli anni.
Di questo, di quanto ha fatto Gioacchino Genchi in quelle indagini (e di quanto non gli hanno consentito di fare), parlano le sentenze dei Giudici di Caltanissetta, che hanno riscontrato l’integrale vaglio di legittimità della Suprema Corte di Cassazione, con la condanna all’ergastolo di decine e decine di imputati, grazie anche al suo contributo determinante.
Delle indagini sulle “stragi del 1992”, si tratterà in altra sezione del sito.
Dal 1994 il dr. Gioacchino Genchi ha diretto il Centro Elettronico Interregionale del Ministero dell’Interno, con sede a Palermo, mantenendo l’incarico di insegnamento negli istituti di istruzione.
Ha svolto, negli anni, centinaia e centinaia di incarichi di consulenza tecnica e di perizia, per conto di Pubblici Ministeri, Tribunali, Corti d’Assise, Corti d’Appello, Tribunali Militari, GUP, GIP ed altri Uffici Giudiziari e Magistrati dello Stato: da Giovanni Falcone a Luigi de Magistris.
Di questo, comunque, si tratterà in altra parte del sito.
Ha contemporaneamente svolto dei corsi di formazione e di aggiornamento su vari temi ai Magistrati, su incarico del Consiglio Superiore della Magistratura, tanto in ambito nazionale, che in sede di formazione decentrata.

In ambito locale, su incarico dei Magistrati referenti e dei Consigli Giudiziari, ha tenuto delle lezioni nell'ambito della formazione degli "Uditori Giudiziari".
Ha svolto pure lezioni e seminari di aggiornamento per conto di vari istituti universitari ed agli Avvocati, per conto della Camera Penale di Palermo.

Ha sempre mantenuto eccellenti rapporti con Magistrati, Avvocati e con le parti processuali con cui ha interloquito.

Ha lavorato fianco a fianco, per venti anni, con poliziotti, carabinieri e finanzieri, che rappresentano il fiore all'occhiello delle diverse forze di polizia.
Con costoro ha mantenuto rapporti di amicizia e di stima professionale, ben oltre gli ambiti di impegno nelle indagini collaborate.
Nell’assolvere agli incarichi giudiziari che gli sono stati affidati, ha sempre e solo servito lo STATO e la GIUSTIZIA, nello strenuo tentativo di ricerca e di affermazione della VERITA.
Questa è la biografia e la storia del "mascalzone", di quello "strano personaggio", addirittura di quel "Licio Genchi", che ha fatto l'errore più grande della sua vita: approntare il suo modesto aiuto di consulente, ad un giovane Pubblico Ministero di Catanzaro, che si chiama Luigi de Magistris.

venerdì 2 novembre 2007

02-11-2007 - Panorama – Articolo di Lino Iannuzzi – Giuliano Tavaroli in copertina

Mi hanno telefonato per dirmi che c’è un pezzo di Lino Iannuzzi su Panorama di questa settimana, che parla male di me.
Non l’ho ancora letto.
Sono abbonato a Panorama (come ad altri settimanali) da molti anni. Lo riceverò fra qualche giorno .
Iannuzzi, invero, non è mai rientrato fra le mie letture preferite.
Scrive bene, a volte dice anche cose giuste. Vi aggiunge però tanto di quello spirito di parte, che finisce persino a farmi venire dei dubbi, su ciò che pensavo prima di leggerlo.
Vedo adesso sul sito che nel numero di Panorama che mi riguarderebbe, in copertina c’è pure Giuliano Tavaoroli. Non lo conosco e né ci ho avuto mai a che fare.
Volete spiegarmi, però, come potevano parlare bene di me, proprio in questo numero?

Sappiamo tutti da che parte sta Lino Iannuzzi e non avrebbe potuto dire cosa diversa.
Poi su questo numero ...
Ringrazio invece Lino Iannuzzi e Panorama di avermi pesantemente attaccato, così qualcuno finalmente capirà che con quel giornale non ho proprio nulla a che spartire, eccetto il versamento annuale dell’abbonamento, che corrispondo in anticipo, sin dai tempi di Ferrara.
Chi doveva capire ha già capito a cosa intendo alludere.

Mi avranno revocato gli incarichi, ma non sono riusciti a togliermi ancora la voglia di sorridere.
E' la mia coscienza che me lo impone.
Gioacchino Genchi


Legittima difesa
http://gioacchinogenchi.blogspot.com/

giovedì 1 novembre 2007

31-10-2007 - Revocata la consulenza tecnica nel procedimento Why Not

PM CATANZARO: GENCHI, NON POTEVANO FARMI MIGLIORE REGALO (V. "PM CATANZARO:PG REVOCA INCARICO A..." DELLE 15:08) (ANSA) - PALERMO, 31 OTT - "Confermo di avere ricevuto nel pomeriggio di oggi, mentre leggevo la notizia dalle agenzie, la revoca dell'incarico di consulenza tecnica nel procedimento Why Not, con un provvedimento dell'avvocato Generale di Catanzaro".
Lo afferma il vice questore Gioacchino Genchi, consulente informatico delle procure.
"Non è mio compito valutare i provvedimenti dell'autorità giudiziaria, che mi limito solo ad eseguire - afferma Genchi - nel modo più corretto e nel rispetto delle norme e delle prerogative degli uffici giudiziari che li adottano.
A titolo personale sono immensamente grato al dottor Dolcino Favi, di avermi tolto da questo impiccio. Se oggi fosse ritornato mio padre dal cimitero, non poteva farmi un regalo migliore.
Questa sera festeggerò coi miei familiari e spero, finalmente, di potere ritornare a dormire tranquillo, più di quanto non ho fatto in questi giorni".
Genchi afferma che "devolverò in favore dei figli delle vittime dei poliziotti della stragi di Capaci e di Via d'Amelio tutto quanto mi sarà riconosciuto per il lavoro svolto in questi mesi. Spero di potere fare avere a ciascuno di loro anche un modesto computer".
"Mi sembra il miglior modo - conclude il consulente informatico - di onorare la memoria di coloro che sono morti, nel nome di una Giustizia che ci si augura, in un modo nell'altro, alla fine possa trionfare".(ANSA).

mercoledì 31 ottobre 2007

05-10-2007 - La Relazione "Bisignani" e la vicenda de Magistris

Palermo, 5 ottobre 2007

Com’è noto, da alcuni mesi, in Calabria, mi sto occupando di alcune indagini del Pubblico Ministero Luigi de Magistris.
In verità, in Calabria, mi sono occupato e mi sto occupando anche di altro.
Stragi, omicidi, indagini di mafia, con ergastoli e condanne per centinaia e centinaia di anni carcere.
Insieme a queste l’arresto di pericolosi latitanti e alcune assoluzioni, di imputati in carcere per anni, riconosciuti innocenti grazie al mio lavoro.
Di questo, ovviamente, nessuno ne parla.
I procedimenti del Pubblico Ministero de Magistris, invece, guadagnano il proscenio, come se gli unici problemi della Calabria fossero de Magistris, con le sue indagini.
Già solo a pensare a questo ci sarebbe di che riflettere.
Riflettere su una polemica e sulle disinformazioni che l’accompagnano, con l’intento di mistificare la verità e allontanare l’attenzione sui più gravi e reali problemi della Calabria.
Tirato in ballo in una vicenda che mi vede impegnato come consulente di un magistrato della Procura di Catanzaro, sono costretto a difendermi, sottraendo tempo prezioso al mio lavoro.
Invero nei avrei fatto volentieri a meno.
Mi sorprende pure che l’attacco provenga da un uomo navigato come Mastella.
Probabilmente di “Giustizia” se ne occupa da poco, ma nessuno può dire che con la politica abbia cominciato ieri.
Di certo, nella vicenda de Magistris ha sollevato inutili polveroni.
Non sarebbe stato nemmeno necessario un lungo rodaggio in "Via Arenula", per rendersi conto che stava sbagliando.
Lo stesso ha fatto con me dopo che l’indagato Luigi Bisignani – risultato in contatto col suo cellulare - era entrato in qualche modo nell’indagine della Procura di Catanzaro.
Le anticipazioni che ho scritto nella relazione “Bisignani”, pubblicata dal sito “radiocarcere”, lo hanno fatto imbestialire.
Nella mia relazione lui non era accusato di nulla. Eppure è andato in escandescenza, più degli indagati, che invece sono rimasti in silenzio, difendendosi nelle sedi processuali.
Non si può dire se la diffusione di quella relazione sia stata programmata ad arte.
Può darsi pure che gli interessi di qualcuno, siano quelli di strumentalizzare l’indagine di Catanzaro. Può darsi anche che abbiano cercato di colpire me, o il giudice Luigi de Magistris, o entrambi.
Quella indagine autorizza a formulare più di una congettura.
Non mi sentirei nemmeno di escludere – per onestà – che qualcuno abbia voluto tendere una trappola a Mastella.
Su questo nessuno più di lui può meditare, anche dopo le ultime esternazioni sulle richieste di trasferimento esplorativo del Pubblico Ministero de Magistris.
Certo è che, poco dopo la pubblicazione della relazione “Bisignani”, Mastella è andato su tutte le furie. E ha dato del “mascalzone” a chi aveva fatto diffondere sul Web di “radiocarcere”, il numero del suo cellulare.
Ha addirittura paventato il rischio di attentati terroristici, ed ha auspicato l’intervento del Ministro dell’Interno.
Va da sé che qualche cellulare l’ho maneggiato e di qualche attentato stragista mi sono pure occupato: ma non riesco ancora a capire come si possa attentare alla sua vita, conoscendo il solo numero del cellulare.
Condivido, però, la pretesa che quel numero non finisse in Internet, alla mercé di potenziali molestatori.
La privacy del Ministro andava salvaguardata.
Invero, nella copertina della relazione “Bisignani” – redatta per esclusivo uso processuale – se ci si fa caso, di numero di cellulare c’era pure il mio, con tanto di indirizzo di studio, numero di rete fissa, e-mail e pure il codice fiscale.
Né il suo, né il mio, né altri numeri di cellulari di chicchessia, era giusto venissero diffusi in un sito Web.
Per sanzionare la violazione non è nemmeno necessario far ricorso alle prerogative del parlamentare, dato che il diritto alla privacy va tutelato a qualsiasi cittadino.
Spero solo che Mastella non volesse riferirsi, con i suoi discorsi, all’impossibilità di valutare e considerare in un contesto investigativo preliminare, i contatti di indagati con un parlamentare (quelli intercettati e quelli che scaturiscono dai tabulati indiretti), salva la possibilità di richiedere l’autorizzazione al Parlamento ad utilizzarli, ove di confermata utilità.
Questo l’ho scritto e ribadito più volte in quella relazione, anche se nessuno fino adesso mi ha dato atto dell’assoluta correttezza di quelle argomentazioni e della essenziale linearità, con la quale ho trattato la posizione del Ministro.
Vorrei chiarire meglio che, nella esplicazione di quei riscontri, era imprescindibile riportare nella relazione il numero del cellulare del Ministro e quello di Bisignani, proprio nella prospettiva di potere consentire alla difesa ogni tipo di verifica e di eccezione.
Proviamo a immaginare se il cellulare di Mastella, o quello di Bisignani, fossero stati in uso alle rispettive colf, o agli autisti.
Vero è che la validazione del numero partiva dall’intercettazione con Saladino, per arrivare ai tabulati di Bisignani e ritornare alle “agende” di Saladino, dove quel numero era stato annotato in più occasioni.
In tutti i casi - comunque si consideri il riscontro - era indispensabile riportare il numero del Ministro, in un atto processuale che era destinato a rimanere segreto e comunque a non essere diffuso sul Web, come il numero del mio cellulare.
Ma, di certo, la relazione “Bisignani” non poteva essere pubblicata integralmente, come invece ha fatto “radiocarcere”.
Ma già se si considerano i commenti di “radiocarcere” alla pubblicazione, ci si rende subito conto che chi lo ha fatto non è certo amico mio, né tanto meno del dr. Luigi de Magistris: per settimane le critiche legittime su quel sito sono state accompagnate da insulti, senza alcuna possibilità di replica. Con de Magistris, per giorni, ci siamo pure contesi la “Pantegana d’oro”, soggiacendo alle poco lusinghiere considerazioni del redattore Riccardo Arena.

Alla satira sono abituato è quando è saputa fare mi fa pure ridere.
La relazione, invero, era stata tolta dal sito dopo circa un’ora: giusto il tempo di battere le agenzie con le colleriche indignazioni del ministro Mastella, prontamente rilanciate sul Web del Corriere della Sera e da tutte le testate nazionali il giorno dopo.
Una volta tanto, però, siamo stati fortunati.
Grazie all’arguzia e alla prontezza di un giovane cronista de "Il Giornale" - che ha scaricato per tempo il file della relazione - oggi siamo in condizione di capire quello che è successo.
E’ così che è saltato fuori l’imbroglio, nel quale Mastella è continuato a cadere – spero per lui senza saperlo – fino all’ultima apparizione a “Porta a Porta”.
Infatti, quello che voleva forse essere solo lo scoop di “radiocarcere”, ha evidenziato tutta la malafede di chi lo aveva ordito e ancora peggio di chi aveva gridato allo scandalo, ipotizzando un complotto mediatico diffamatorio.
In questo caso, per intenderci, il complotto sarebbe stato fra il “mascalzone” - da scegliere fra il consulente ed il Pubblico Ministero – e il giornalista che aveva diffuso la relazione.
Si dà il caso, però, che nella relazione del 25-07-2007, diffusa sul file PDF da “radiocarcere” intorno alle 18:00 del 27-07-2007, sia rimasta attaccata la lettera di trasmissione del Pubblico Ministero de Magistris al Tribunale del Riesame di Catanzaro.
Nella lettera c’è pure l’intestazione dell’Ufficio, la data del 26-07-2007, l’ora delle 12:36 e la firma del magistrato (vedi PDF).
In calce alla lettera, poi, c’è il timbro di deposito del Tribunale del Riesame di Catanzaro, con la data del 26-07-2007 e l’ora delle 12:36, oltre alla firma del cancelliere del Tribunale, che quel giorno e a quell’ora ne ha ricevuto l’originale ed attestato il deposito.
L’udienza, infatti, era fissata per il giorno 27-07-2007.
Dalle 12:36 del 26-07-2007, quindi, la relazione è stata messa a disposizione dei difensori dell’indagato Luigi Bisignani, che ne hanno ricevuto copia prima dell’udienza.
Né io, né la segreteria del P.M. Luigi de Magistris, potevamo avere copia di quel foglio, con quel timbro, diffuso da “radiocarcere”.
Dopo l’udienza del 27-07-2007, nel pomeriggio, “radiocarcere” ha diffuso la relazione con il numero del cellulare del ministro, dimenticando di togliere la copertina e la lettera di trasmissione con i timbri di deposito, che attestavano in modo incontrovertibile la provenienza dell’atto.
Come a dire che il diavolo fa le pentole, ma spesso dimentica di fabbricarci i coperchi.
Bene. Senza curarsi di nulla, il ministro Mastella ha gridato allo scandalo, addebitando al magistrato di Catanzaro ed al suo consulente la propalazione del proprio cellulare.
Da lì sono partite altre accuse, fino al punto che oggi Mastella mi ha definito in conferenza stampa “Licio Genchi”, con un evidente accostamento al "maestro venerabile".
Mastella non si è fermato qui.

I giornali sono stati bombardati dei miei guadagni per miliardi e dei "milioni di euro" che mi avrebbe liquidato il Pubblico Ministero de Magistris, per indagare su alcuni conoscenti di Mastella.
Fantasie!
I miei introiti di consulente sono noti: le liquidazioni dei magistrati vengono persino notificate agli imputati, alle persone offese e alle altre parti del processo, prima che vengano emessi i mandati di pagamento.
Chiunque può proporre opposizione. E si dà il caso che nessuno lo abbia mai fatto.
Né le persone offese, né gli imputati: anche quando con le mie consulenze sono stati condannati all’ergastolo.
Il che conferma quanto corrette siano le liquidazioni dispostemi dai magistrati di tutta Italia, che non sono certo un esercito di "associati a delinquere", col solo fine di farmi arricchire.
I costi delle indagini tecniche che ho curato sono i più bassi – in assoluto - fra quelli di ogni processo penale, dove vi sono intercettazioni, impianti tecnologici, perizie contabili ed altro.
A ciò si aggiunga che tutti gli incarichi da me svolti, vengono espletati solo a richiesta e sotto il diretto controllo dei Magistrati e degli organi giurisdizionali dello Stato.
Gli esiti della mia attività vengono integralmente ostesi alle parti processuali.
I relativi contenuti vengono riverificati da periti terzi e dai consulenti di parte e su tutto si svolgono delle assai approfondite verifiche dibattimentali.
Le pronunce giudiziarie, i riconoscimenti e le attestazioni di stima che, da un ventennio, hanno segnato il mio percorso personale e professionale, né sono un tangibile riconoscimento.
Ecco perché penso che il miglior modo di considerare il mio operato, sia quello di rifarsi agli atti processuali dove questo è stato valutato.
A parte i risultati del mio lavoro - consacrati nelle centinaia di ordinanze, di sentenze e di pronunce della Suprema Corte - vanno considerati gli ingenti introiti per lo Stato, che seguono alla condanna degli imputati di mafia.
Mi riferisco ai sequestri ed alle confische dei patrimoni mafiosi.
Giusto per fare un esempio, cito la consulenza svolta qualche anno addietro per la Procura Antimafia di Palermo, sull’esame dei computer sequestrati a Pino Lipari, il custode dei beni di Bernardo Provenzano, già capo incontrastato di “Cosa Nostra”.
In quei computer - che altri prima di me avevano esaminato accuratamente - sembrava che non vi fosse nulla di interessante.
Ma dopo un certosino lavoro, con sistemi all’avanguardia abbiamo recuperato da quei pc alcuni frammenti di spool di stampa di file, con le lettere di risposta ai “pizzini” di Bernardo Provenzano.
Oltre ai riferimenti a nomi, luoghi e persone - del tutto sconosciuti fino ad allora - abbiamo recuperato l’elenco di una serie infinita di beni immobili, intestati ad ignoti prestanome: negozi, appartamenti, ville e terreni per milioni e milioni di euro. Tutti in mano alla mafia che li amministrava.
Tutti quei beni – con un costo di poco superiore ai tremila euro per la mia consulenza – sono stati prima sequestrati, poi confiscati ed infine assicurati al patrimonio dello Stato.
Ma c’è di più. La mia consulenza allo Stato non è costata nulla.
Nemmeno i tremila euro che mi avevano liquidato i P.M.
In una analoga consulenza di qualche anno prima era stato individuato e sequestrato tutto il patrimonio di Buscemi.
Vero è che i costi sono stati anticipati dall’Erario, ma è anche vero che sono stati addebitati - con gli interessi e le altre spese del giudizio - agli imputati (tutti) condannati.
Per quella consulenza il mensile Polizia Moderna mi ha dedicato un lungo articolo, nel numero che, vedi caso, commemorava in copertina il grande Arnaldo La Barbera, con il quale iniziai a collaborare, ai tempi di Falcone e Borsellino.
Non voglio certo fare della piaggeria. Né come un “nano” mettermi al confronto con un “gigante” come Mastella.
Rifletta bene il Senatore Mastella: grande o piccola che sia - di Castelbuono o di Ceppaloni - ognuno di noi ha la sua storia.
O meglio, ognuno di noi è la sua storia!
Le ulteriori maldicenze sui miei redditi denotano poi come il ministro sia proprio a corto di argomenti.
In diversi giornali calabresi e nazionali sono spuntate cifre da vera e propria lotteria.
Hanno conteggiato tutti i costi sostenuti dalla Procura Generale di Catanzaro, e hanno detto che quelle erano le liquidazioni di de Magistris per le mie parcelle. Nientemeno.
Perché sia chiaro – e sfido chiunque a dimostrare il contrario – il giudice de Magistris non mi ha ancora liquidato un solo centesimo di euro per il mio lavoro!
Nemmeno il rimborso del traghetto, da Messina a Villa San Giovanni, quando con la mia macchina mi sono recato la prima volta a Catanzaro, per assumere l’incarico.
Sapevo, inoltre, che accettare incarichi giudiziari da de Magistris, per le inchieste “scomode” che stava facendo, non mi avrebbe arrecato alcun vantaggio.
Qualcuno - che vuole bene a me e che stima molto de Magistris – mi aveva pure messo in guardia.
Avrei potuto continuare ad occuparmi di rapine, mafia ed omicidi.
Mi chiedo se sia anche per questo che qualcuno voglia fermarmi.
Se non c’è qualche altra indagine più importante, di cui mi sto occupando, che forse fa paura a qualcuno.
Non ho paura delle minacce e ho la coscienza a posto.
Ho sempre messo nel conto i rischi del mio lavoro.
Invero, non avevo mai considerato quello di essere sequestrato, a scopo di estorsione.
Con i milioni di euro che Mastella mi attribuisce di avere ricevuto da de Magistris, andare in Calabria diventa pericoloso anche per questo!
A parte l’ironia, questo è il mio lavoro e ne sono fiero.
Non ho mai scelto gli incarichi giudiziari per mero tornaconto personale.
Non ho mai considerato il colore politico, la religione o la carica istituzionale degli indagati di cui mi sono occupato, dagli extracomunitari ai politici eccellenti, dai magistrati agli uomini delle istituzioni, ai mafiosi, ai pedofili ed agli stragisti.
L’onestà del mio approccio “laico” con le cose e la mia assoluta indipendenza, mi hanno portato a non innamorarmi mai delle indagini, a non sposare tesi precostituite, ma al contempo a non avere paura di nessuno.
Lo stesso dicasi nei miei rapporti coi Magistrati. Non mi sono mai fatto scrupoloso di dissentire da certe loro iniziative, anche clamorose, sia pure nell’assoluto rispetto dei ruoli e delle prerogative di ciascuno.
Non ho mai piegato la verità che ho contribuito ad accertare ai “desiderata” dei Magistrati che mi avevano conferito gli incarichi, né tanto meno di oscuri soggetti che possono avere ispirato certe indagini, con una malafede che talvolta ha travalicato le stesse condotte – obiettive – degli indagati.
Chi mi conosce sa come sono fatto e in pochi hanno creduto alle accuse di Mastella.
Da alcuni miei conoscenti – che pure stimano Mastella – mi sono giunti sinceri attestati di solidarietà e di forte preoccupazione, per la deriva che il ministro stava prendendo contro di me.
Nella mia vita, come nel mio lavoro, posso avere commesso tanti errori.
Mai, però, ho pensato ed ho agito per partito preso.
Nel fare questo mi sono lasciato sempre guidare dalla mia coscienza.
Sono stato tenace in ogni indagine, ma ho avuto pure l’umiltà ed il coraggio di fare qualche passo indietro, con la stessa determinazione con cui lo avevo fatto in avanti.
In tutto questo ho cercato di garantire al mio lavoro ed alle mie scelte un assoluta indipendenza.
Non ho avuto paura di niente e di nessuno, quando ho intrapreso le mie indagini.
Non mi sono più di tanto curato della mia incolumità, ma ho sempre preservato la libertà del mio pensiero.
E’ rimasta scolpita nei miei ricordi la dedica di un libro, donatomi da un grande poliziotto: «Vivi come se dovessi morire subito, pensa come se non dovessi morire mai!».
A quelle parole ed a quell’insegnamento ho uniformato la mia vita e le mie idee.
E se un uomo non è disposto a rischiare qualcosa per le sue idee, o le sue idee non valgono nulla, o non vale niente lui!
Gioacchino Genchi


http://www.gioacchinogenchi.it/

30-10-2007 - Quando sono le sentenze a parlare: estratto della sentenza della Corte d’Assise d’Appello di Caltanissetta nel processo “Borsellino bis”

I giudici della Corte d’Assise d’Appello di Caltanissetta – che hanno condannato i boss ed i gregari di Cosa Nostra, che hanno contribuito all’eliminazione del Giudice Paolo Borsellino - così scrivono del contributo fornito dal dr. Gioacchino Genchi alle indagini sulla "strage di Via Mariano d'Amelio", del 19 luglio 1992.
E' appena il caso di ricordare, a chi non lo sapesse, che la sentenza della Corte d'Assise d'Appello di Caltanissetta, è stata integralmente confermata dalla Suprema Corte di Cassazione, rendendo definitive le condanne all'ergastolo per molti imputati, che erano stati assolti nel giudizio di primo grado.
Questa non è la patologia ma la fisiologia della Giustizia, che solo grazie al corretto contributo di Giudici indipendenti, Pubblici Ministeri, Avvocati, inquirenti e consulenti onesti, si riesce a realizzare in uno Stato democratico, che propugna l'eguaglianza dei cittadini di fronte alla legge.
Oggi, grazie anche al principio costituzionale che vuole che la GIUSTIZIA sia amministrata in nome del POPOLO, riusciamo a leggere queste parole da una sentenza, che ha scritto in modo definitivo una parte sostanizale della storia del nostro Paese, di cui il dr. Giaocchino Genchi è stato - senza volerlo - un modesto protagonista.
Nella misura in cui GIUSTIZIA è uguale a VERITA', verità vuole che queste parole siano note, anche anche a chi vorrebbe far finta di non conoscerle
:

… Le testimonianze del dr. Gioacchino Genchi e della dr.ssa Rita Borsellino hanno offerto non soltanto contributi determinanti per la ricostruzione della fase dell’intercettazione abusiva ma anche indicazioni di notevole rilevanza su ciò che potrebbe essere stato realisticamente l’intervento di soggetti esterni su Cosa nostra.
Due contributi che pongono in termini realistici e costruttivi una possibile linea di indagine sulle questioni tuttora insolute nella ricostruzione giudiziaria ma anche ormai storica della strage di via D’Amelio: le ragioni dell’improvvisa accelerazione nella esecuzione dell’attentato; le finalità cui mirava l’organizzazione con la realizzazione in quel tempo in quel luogo e in quel modo della strage; se quali e da chi fossero state offerte garanzie ai vertici dell’organizzazione in relazione alla prosecuzione della strategia stragista; se e quali apparati dello Stato sapevano dell’imminente nuova strage ed omisero di intervenire per impedirla o addirittura assecondarono gli esecutori mafiosi nel perseguimento di proprie finalità deviate.
Sul punto tanto il dr. Genchi che la dr.ssa Borsellino hanno fornito utili e inquietanti indicazioni convergenti con le affermazioni dei più importanti collaboratori di giustizia (Cancemi, Brusca, Siino, Pulci ).
Il dr. Genchi ha riferito che a partire dall’ipotesi dell’intercettazione telefonica e quindi dalla necessità di individuare il luogo in cui veniva dirottata la telefonata intercettata, certamente nell’area servita dall’armadio di zona Falde, e dal rilievo che il gruppo criminale operante avrebbe potuto operare in modo più efficiente se avesse potuto disporre nello stesso punto del ricevitore nel quale venivano deviate le telefonate intercettate e del punto di osservazione per cogliere il momento in cui dare l’impulso all’esplosivo, aveva individuato questo luogo nel castello Utveggio situato sul Monte Pellegrino, alle spalle della via D’Amelio, dal quale si dominava perfettamente la vista sull’ingresso dell’abitazione di via D’Amelio.
Il momento più inquietante di questa testimonianza consisteva nel resoconto sull’identificazione di chi avesse la disponibilità di questo luogo: organi dei servizi di sicurezza interna.
Il dr. Genchi ha chiarito che l’ipotesi che il commando stragista potesse essere appostato nel castello Utevggio era stata formulata come ipotesi di lavoro investigativo che il suo gruppo considerava assai utile per ulteriori sviluppi; essa tuttavia era stata lasciata cadere da chi conduceva le indagini al tempo. Il dr. Genchi esponeva tutti gli elementi sulla cui base quella pista era stata considerata tutt’altro che irrealistica:
La testimonianza di un agente DIA che si era trovato a fare da autista a Borsellino subito dopo l’interrogatorio di Mutolo, lo aveva trovato sconvolto e gli aveva sentito pronunciare nel corso di una conversazione telefonica la frase “ Adesso noi abbiamo finito. Adesso la palla passa a voi “. Le telefonate erano dirette verosimilmente al Procuratore Vigna e al procuratore Tinebra che aveva appena iniziato a indagare su Capaci.
Essendo stato, nel frattempo, individuato Scotto Pietro come autore di lavori non autorizzati sulla linea telefonica del palazzo di via D’Amelio, si era accertata la sua collocazione nell’ambito della rete mafiosa della città di Palermo. Era quindi emerso il nome del fratello, Gaetano Scotto, importante boss appartenente al mandamento nel territorio del quale era avvenuta la strage.
L’analisi del tabulato delle telefonate di Gaetano Scotto aveva evedenziato un contatto di qualche mese prima proprio con l’utenza del Castello Utveggio.
Nel castello aveva sede un ente regionale il C.E.R.I.S.D.E., dietro il quale avrebbe trovato copertura un organo del SISDE. La circostanza era stata negata dal SISDE che aveva così esposto ancor più gli uomini del gruppo investigativo costituito per indagare sull strage. Ma Genchi è stato molto risoluto nell’affermare che la struttura SISDE aveva abbandonato il castello Utveggio proprio nei giorni in cui su quel luogo si era appuntata l’attenzione degli investigatori.116
La scomparsa dell’agenda del dr. Borsellino.
La prova che un’utenza telefonica clonata, in possesso di sanguinari boss mafiosi, avesse in prossimità del 19 luglio chiamato dei villini che si trovavano lungo il percorso che l’auto di Borsellino aveva percorso quella domenica nonché il numero dell’Hotel Villa Igea, che si trovava in prossimità di via D’Amelio, nel quale soggiornavano latitanti mafiosi.
Ancora chiamate dal medesimo telefono ad utenze del SISDE, non declinate in precedenza, che si incrociavano con utenze cellulari che la domenica avevano chiamato ancora una volta le utenze di villini ubicati in prossimità della zona dalla quale Borsellino era partito. ...

… Queste piste investigative verso una possibile regia esterna alla manovalanza mafiosa furono bruciate dalla decisione di procedere al fermo di Pietro Scotto che il dr. Genchi ha giudicato intempestiva. D’altra parte questo “soccorso” esterno che si sospettava potesse essere stato offerto ai manovali del crimine non implicava che l’intercettazione dovesse essere eseguita con metodi più professionali di quelli ipotizzati nella consulenza tecnica. L’intercettazione doveva essere necessariamente rudimentale; proprio questo carattere metteva in evidenza che non era stata affidata a professionisti raffinati. Ciò confermava la rigida divisione dei ruoli tra la squadra mafiosa e l’ipotizzato supporto esterno …

… L’assoluta rilevanza del contributo del dr. Genchi è quindi evidente perché esso arricchisce il quadro, sebbene a livello di ipotesi investigativa fondata su elementi indiziari oggettivi; dà un senso ai persistenti vuoti di conoscenza, senza intaccare in alcun modo la tenuta della ricostruzione dell’attentato nelle fasi che è stato possibile far emergere con l’aggancio dell’anello debole Scarantino, il contributo del quale, pur avendo permesso di penetrare in profondità nella trama connettiva del delitto, ha pur sempre i limiti della marginalità del suo ruolo e della sua personalità.
Anzi, in base alla ricostruzione del dr. Genchi ( v. nota 109 ), si deve escludere che la plausibile ipotesi del sostegno esterno si sia potuta estrinsecare in un apporto diverso da quello logistico-informativo. L’ intervento materiale di supporto di questi elementi esterni, in base a tale interpretazione, non sarebbe stato affatto autonomo ma si sarebbe inserito in un’azione materiale, condotta in prima battuta e sul piano dell’esposizone materiale, dagli uomini dell’organizzazione mafiosa.
In questo senso sembra alla Corte doversi univocamente intendere il contributo del dr. Genchi e il suo riferimento al rinvenimento sulla montagna di Capaci di un bigliettino con un numero telefonico che riconduceva al SISDE e tutte le sue ulteriori successive indicazioni sull’esigenza di approfondire le indagini sul c.d. terzo livello, esigenza ostacolata dai vertici dell’amministrazione e che portò all’estromissione del dr. Genchi dalle indagini sulle stragi e all’inatteso trasferimento del dr. La Barbera al ministero nell’ottobre del 1992.118
Da quella data la partecipazione del dr. Genchi alle indagini era potuta proseguire solo nella veste di consulente dei pubblici ministeri e poi, di nuovo, con la costituzione del gruppo investigativo Falcone-Borsellino, nel quale si erano peraltro verificate divergenze di opinioni e contrasti di valutazione al suo interno e con i magistrati, in seguito ai quali il dr. Genchi aveva abbandonato definitivamente le indagini.
Il discorso del dr. Genchi, rileva ai fini della dimostrazione che l’intervento di istanze esterne a Cosa nostra rappresenta un’ ipotesi ammissibile e inquietante che non contraddice il quadro di riferimento di fondo. Tale impostazione presuppone da un lato la piena operatività delle squadre di Cosa nostra, secondo quanto fin qui emerso, e dall’altro l’esistenza di soggetti interni a Cosa nostra che costiuiscono i referenti delle predette istanze. Tali referenti non hanno alcuna corrispondenza con i ruoli e i gradi ufficiali dell’organizzazione, e costituirebbero quasi una sorta di servizio segreto interno collegato con quello esterno; ciò che giustifica il fatto che uomini come Brusca vedono operare ( e operano essi stessi ) in prima persona uomini di Cosa nostra e ignorano e anzi tendendo ad escludere l’operatività di questa rete “esterna” che invece plausibilmente, alla luce delle indicazioni di Genchi, incombeva sui “manovali” di Cosa nostra che dal loro canto operavano secondo la propria logica. Una razionalità che potrebbe però essere stata funzionale ad un altro ben più complesso disegno.
Questa situazione implica una triangolazione che il dr. Genchi ha così raccontato con riferimento a tutte le possibili inesplorate ipotesi investigative …

… In questo senso depone univocamente la deposizione del dr. Genchi. Egli ha riaffermato, pur introducendo il tema delle inquietanti ipotesi investigative abortite di cui è stato protagonista, che la strage venne compiuta con l’ausilio di un’intercettazione telefonica rudimentale, eseguita da Pietro Scotto per conto di Gaetano Scotto, cessata “ o poco prima o poco dopo il collocamento” davanti al 19 di via D’Amelio dell’autobomba rubata da Scarantino, seguita da un pedinamento a vista, supportato da una rete di telefonate informative che produsse, lungo la strada da Carini a Palermo, nella giornata del 19 luglio, un intensissimo traffico telefonico, cessato del tutto nelle giornate e nelle domeniche successive, avviata quando si venne a scoprire che il dr. Borsellino non sarebbe andato in via D’Amelio la mattina del 19 luglio ma che vi si sarebbe dovuto comunque recare entro quel giorno perché così indicavano con certezza le telefonate intercettate fino alla sera precedente …

… Dalla testimonianza di Rita Borsellino abbiamo invece acquisito un aggiuntivo prezioso contributo per comprendere le ragioni dell’accelerazione della strage, legata all’impulso inatteso che Paolo Borsellino aveva impresso alla sua attività istituzionale dopo la strage di Capaci.
Contro la sua volontà tale attivismo l’aveva proiettato alla ribalta massmediatica e della scena politica nazionale. Ma tale sovraesposizione, in parte inevitabile dopo Capaci, essendo storicamente il suo ruolo e la sua personalità associati a quella di Giovanni Falcone del quale aveva condiviso la storia professionale e le scelte più significative nell’azione di contrasto a Cosa nostra, si accrebbe, in modo a dir poco imprudente, per tutta una serie di iniziative assunte senza l’assenso del dr. Borsellino, la più clamorosa delle quali la sua candidatura alla direzione della nascente Procura nazionale antimafia da parte dei ministri Martelli e Scotti.
Il dr. Borsellino visse drammaticamente il periodo tra Capaci e la sua morte, stretto tra l’ovvia esigenza di reagire alla strage con un supplemento di impegno personale, la conoscenza di fatti ed il maturare di eventi che lo inducevano a pensare che la morte di Falcone fosse stata l’esito di spinte eterogenee, non tutte interne all’organizzazione mafiosa, e quindi la consapevolezza che il gioco fosse assai più complesso e pericoloso per essere giocato e vinto dalla semplice posizione di procuratore aggiunto di Palermo e che qualcuno stesse veramente giocando con la sua vita, secondo quando ha rivelato il tenente Canale: Borsellino, saputo della sua candidatura alla Procura antimafia da parte dei ministri, commentò che quel gesto equivaleva a “mettere gli ossi davanti ai cani”.
Da qui l’impegno investigativo a tutto campo, soprattutto nel settore “sensibile” della connessione mafia-politica, costituito dagli appalti pubblici che dal tempo di Siino Cosa nostra aveva utilizzato non solo per ricavare proventi ma soprattutto per sedere al tavolo per trattative di ben più ampio respiro.
Se, come aveva preconizzato lo stesso Paolo Borsellino, egli sarebbe stato davvero in pericolo solo se fosse morto Giovanni Falcone, dopo quest’evento egli si sentì veramente esposto all’attacco mafioso; il magistrato sentiva il precipitare degli eventi e cercò di reagire a suo modo. Di questa reazione ha dato conto la dr.ssa Rita Borsellino che ha descritto la convulsa solitudine in cui visse Paolo Borsellino in quelle sue ultime settimane di vita, le trappole che gli vennero più o meno consapevolmente tese e la consapevolezza degli stessi familiari degli enormi pericoli che si stavano addensando sul suo capo, senza che nessuno si preoccupasse di coglierli e prevenirli, secondo una storia che si ripete.
Dopo il 23 maggio, ha detto, Paolo Borsellino era stato travolto da una valanga di impegni di lavoro e straordinari. La sua vita non era mai stata abitudinaria e lo fu ancor meno dopo quella data.
La preoccupazione dei familiari per l’incolumità di Paolo non era insorta quel 23 maggio; era risalente ed in un certo senso immanente nell’esistenza di queste persone. Paolo ne parlava sin dai tempi del maxiprocesso, quasi per esorcizzare il pericolo; ma ne parlava con una sorta di fatale rassegnazione. Piuttosto estendeva le sue preoccupazioni anche ai suoi familiari.
Paolo Borsellino aveva più volte comunicato alla sorella la sua opinione che in molti omicidi eccellenti vi fosse assai più della sola mafia….

… Tale quadro d'obiettiva consistenza della tesi dell'avvenuta manipolazione del sistema di comunicazione telefonica fisso della famiglia Fiore-Borsellino si ancorava fra l'altro al giudizio espresso dal consulente tecnico Genchi in ordine alla effettiva messa in atto di siffatto stratagemma: le riferite anomalie dell'impianto telefonico da un lato, e la verifica sull'impianto eseguita dal medesimo consulente, inducevano quest'ultimo a propendere per un apprezzamento in termini
d’elevatissima probabilità in ordine ad un'attuata intercettazione telefonica abusiva.
Operazione, questa, la cui materiale realizzazione doveva considerarsi senza dubbio alla portata delle competenze tecniche facenti capo a Scotto Pietro, il quale, del resto, era stato fatto oggetto, ad opera dei testi oculari, di un inequivoco, duplice, riconoscimento come la persona notata …

… In conclusione, non vi è ragione di ricorrere a mandanti occulti o ad un terzo livello per ammettere che nei grandi delitti di mafia esistono complicità e connivenze che il sistema non riesce ad individuare e a portare alla luce per tutta una serie di ragioni che qui non è necessario affrontare ma che sono peraltro note e fanno parte del problema più ampio delle ragioni e condizioni, studiate da altre discipline, che rendono strutturalmente basso il livello di legalità complessivo del nostro Paese.
Ma detto questo, e richiamando quanto in questo processo ha avuto modo di dire il dr. Genchi sui condizionamenti e i veri e propri divieti opposti a quanti all’interno degli apparati pubblici agivano con l’esclusivo intento di ricerca della verità, e nel caso di specie all’indagine su tracce e dati che riconducevano ad un sostegno logistico ed informativo al commando mafioso di non identificati soggetti appartenenti ad apparati pubblici, non sussiste il minimo dubbio che il delitto di via D’Amelio sia stato deliberato dal gruppo dirigente del tempo di Cosa Nostra ed eseguito dai capi mandamento incaricati che si sono avvalsi degli elementi migliori e di maggior fiducia di cui disponevano al tempo. …

… E’ agli atti, prodotta dalla difesa, una inquietante lettera del 7 dicembre 1992 del dr. Genchi indirizzata al questore Cinque e da questi trasmessa alla procura della Repubblica di Caltanissetta, nella quale il valente funzionario esprime tutto il suo rammarico per l’isolamento nel quale era venuto a trovarsi all’interno della sua amministrazione dopo avere accettato l’incarico di consulenza sui c.d. “diari di Falcone”, per le fughe di notizie deformate, provenienti dall’interno dell’amministrazione, per le censure che dalla stessa amministrazione gli erano pervenute per il modo di indagare prima e per avere accettato poi di collaborare lealmente e senza restrizioni con l’autorità giudiziaria, appunto in veste di consulente indipendente. La lettera, in risposta ad un sollecitazione del questore a predisporre misure di “autotutela personale” , si chiude con l’inquietante comunicazione essere la miglior misura di autotutela l’accurata conservazione di appunti, scritti, risultati di indagini. …

… E’ agli atti, prodotta dalla difesa, una inquietante lettera del 7 dicembre 1992 del dr. Genchi indirizzata al questore Cinque e da questi trasmessa alla procura della Repubblica di Caltanissetta, nella quale il valente funzionario esprime tutto il suo rammarico per l’isolamento nel quale era venuto a trovarsi all’interno della sua amministrazione dopo avere accettato l’incarico di consulenza sui c.d. “diari di Falcone”, per le fughe di notizie deformate, provenienti dall’interno dell’amministrazione, per le censure che dalla stessa amministrazione gli erano pervenute per il modo di indagare prima e per avere accettato poi di collaborare lealmente e senza restrizioni con l’autorità giudiziaria, appunto in veste di consulente indipendente. La lettera, in risposta ad un sollecitazione del questore a predisporre misure di “autotutela personale” , si chiude con l’inquietante comunicazione essere la miglior misura di autotutela l’accurata conservazione di appunti, scritti, risultati di indagini. …

... Scarantino aveva pure parlato di una intercettazione telefonica da parte di un telefonista che aveva un parente o fratello uomo d’onore “appartenente ai Madonia”; anche del telefonista Scarantino non aveva fatto il nome mentre il nome di Scotto era stato riferito dalla Scarantino allorché aveva parlato di quest’uomo di fiducia dei Madonia. Puntuale e straordinariamente riscontrato dal teste dr. Genchi il riferimento che Scarantino gli aveva fatto all’intercettazione eseguita “tramite le cabine telefoniche poste sulla strada” e all’abitualità con la quale Scotto eseguiva quei servigi per conto di Cosa nostra. ...

... Alla luce di quanto dichiarato dal dr. Genchi e di quanto riferito dagli altri collaboratori di giustizia delle cui dichiarazioni si è detto appare del tutto chiaro come queste ultime indicazioni di Andriotta finiscano con il fornire una robusta conferma di attendibilità per Scarantino, con il rafforzare per la reciproca convergenza l’attendibilità intrinseca di entrambi e quindi anche con il provare l’effettività dell’intercettazione. ...

martedì 30 ottobre 2007

28-10-2007 - Rettifica al Sole 24 Ore del 28-10-2007: “I segreti del superperito hi-tech”, di Lionello Mancini

Oggetto: Richiesta di rettifica all'articolo de: "Il Sole 24 Ore" del 28-10-2007 dal titolo: “I segreti del superperito hi-tech”, a firma di Lionello Mancini.

Palermo, 28 ottobre 2007

Al direttore de “Il Sole 24 ore”
Ferruccio de Bortoli
ferruccio.debortoli@ilsole24ore.com

Gentile direttore,
prescindo, per il momento, dall’approfondire le ragioni che hanno portato il redattore del suo giornale a contattarmi.
Non conoscevo, né avevo mai sentito parlare del giornalista Lionello Mancini, prima di ricevere una sua e-mail di presentazione, con l’intestazione del suo giornale.
Non contesto in nessun modo la libertà di pensiero e di espressione di chicchessia, né, tanto meno del redattore del giornale da lei diretto.
Mi sia però consentito di rettificare il contenuto di alcune false dichiarazioni che mi vengono attribuite, nell’articolo pubblicato oggi (28-10-2007) dal suo giornale, col titolo “I segreti del superperito hi-tech”.
Tralascio molte inesattezze e palesi incongruenze riportate nell’articolo e vado al sodo.
Mi riferisco alle parti che attengono ad alcune mie presunte dichiarazioni, in realtà mai rilasciate.
Rispondendo alle domande del giornalista Mancini sulla vicenda Contorno, ho detto cosa del tutto opposta a quanto riportato nell’articolo, precisando che mai avrei potuto nutrire alcun sospetto sul dr. Gianni De Gennaro, per la fiducia che Falcone gli aveva accreditato, anche dopo l’arresto del “pentito”.
Non ho mai detto, né tanto meno pensato, che Falcone “sia sceso a patti” con chicchessia, posto che il senso della dichiarazione è peraltro in palese contraddizione con la premessa, attribuitami pure in modo distorto, nel virgolettato.
Mi sono per il resto note le iniziative giudiziarie di Falcone dopo l’arresto di Contorno e la profonda amarezza che egli ha espresso nei suoi scritti, proprio sul conto dell’ex pentito.
Avrà pure memoria che Totuccio Contorno, ed i suoi sodali, sono stati arrestati grazie ad una brillante operazione degli uomini della Polizia di Stato e non certo ad opera dei vigili urbani di San Nicola l’Arena.
Su questa vicenda sono stati svolti dei processi e scritti e versati fiumi di inchiostro.
Ognuno può conservare le riserve che vuole ed al contempo esprimere ogni perplessità, sempre nel rispetto della verità e della dignità dei morti, che peraltro non avrebbero la possibilità di replicare.
Non voglio pensare ad una trappola, se non altro per la serietà che caratterizza la testata, a nome della quale il giornalista mi si è presentato.
Gli avevo però inviato un dettagliato curriculum, in cui la vicenda è chiaramente raccontata e al contempo circoscritta.
Quanto, poi, alla ulteriore domanda su quali fossero i miei rapporti col dr. Gianni De Gennaro, ho precisato che gli avevo persino mandato un biglietto di auguri, quando è stato nominato Capo della Polizia.
La domanda e la risposta vertevano sulle false notizie giornalistiche, secondo cui io avrei acquisito e sviluppato i tabulati telefonici del Prefetto Gianni De Gennaro (di cui non conosco, né ho mai conosciuto le utenze telefoniche), del Ministro dell’Interno Amato, del Presidente del Senato Marini e di decine e decine di alte cariche dello Stato, fra cui alcuni magistrati, con i quali – vedi caso - sto pure lavorando, in delicati e molto riservati procedimenti penali.
L’esigenza di chiarezza era ed è assolutamente pressante, specie dopo la sequela di notizie giornalistiche - appartenenti a ben identificati organi di stampa, ben diversi dal suo - con le quali si è cercato di delegittimare il mio operato di consulente dell’Autorità Giudiziaria, nei procedimenti in cui sono stato nominato.
Questa è stata una delle ragioni per le quali ho accettato di incontrare il giornalista Mancini.
Mai ho presentato istanza alcuna per l’ammissione al SISDE o ad altro servizio segreto.
Non ho nemmeno presentato istanza alcuna, per le progressioni di carriera in Polizia.
Le mie uniche istanze riguardano il concorso nella Polizia di Stato del 1985, che ho superato; la domanda di aspettativa (non retribuita) del giugno del 2000 e l’iscrizione a Slow Food, di qualche anno addietro.
Le ulteriori gratuite considerazioni riportate nell’articolo, sul “capitolo controverso” della mia biografia, con riguardo alle indagini sulle stragi di Capaci e di Via d’Amelio, negano la evidenza della storia giudiziaria di questo Stato, che testimonia la correttezza del mio operato.
Queste non sono mie dichiarazioni, né ancor meno mie valutazioni, ma attengo a quanto riportato a chiare lettere nelle sentenze dei giudici di merito sulle stragi del “92”, che hanno pure superato il vaglio della Suprema Corte di Cassazione, persino con la condanna all’ergastolo di imputati assolti nel primo grado di giudizio.
Proprio nelle motivazioni di quelle sentenze è detta e ribadita la correttezza e la determinanza del mio contributo processuale, anche con riguardo ai tentativi di delegittimazione, che allora come oggi sono costretto a subire.
In una fase così difficile del mio percorso professionale, continuare a cercare di mettermi contro qualificate istituzioni e personalità dello Stato, nei confronti delle quali nutro profondo rispetto, oltre che stima personale, concorre con la sequela di artate disinformazioni, che mi auguro non abbiano animato il suo redattore, quando ha deciso di contattarmi, per scrivere l’articolo che ha poi pubblicato.
Concludo precisando di non avere rilasciato alcuna considerazione sull’operato del Ministro Mastella. Di non averlo mai nominato con l’appellativo di “Signore” e di essermi limitato a considerare che stava solo sbagliando, a reagire nel modo in cui ha reagito, considerando l’apporto professionale che avevo dato all’inchiesta di Catanzaro.
Sul punto ho anche fornito al redattore del suo giornale un testo scritto, del quale non ha tenuto conto in nessun modo, nella redazione dell’articolo.
Non mi ha nemmeno inviato copia di quanto intendeva pubblicare, come mi aveva assicurato prima di congedarsi.
Nessuno – per quanto mi risulta - ha mai parlato di me definendomi “Licio Genchi”, eccetto il Ministro Mastella, in una conferenza stampa, tenuta all’indomani della trasmissione di “Anno Zero”, in cui il giornalista Marco Travaglio lo aveva assimilato al “maestro venerabile”.
Quando poi il suo redattore mi ha chiesto delle repliche sulle dichiarazioni rese sul mio conto del Procuratore di Catanzaro Mariano Lombardi, ho solo precisato che non potevo replicare ad un indagato, in un procedimento nel quale - come è noto - sto svolgendo un incarico di consulenza, per conto della Procura della Repubblica di Salerno.
Le domande e le richieste di precisazioni hanno riguardato - nella specie - i contenuti di una serie di articoli di stampa sulle vicende di Catanzaro, con la diffusione integrale dei contenuti delle mie relazioni di consulenza, sul quotidiano “Calabria Ora”.
Le ulteriori allusioni sui nomi dei miei pc (Ciampi, Fassino, Mastella, Ficarra, Picone, Litizzetto, Franco, Ciccio, Verdone, Benigni, ecc.) – attengono agli aspetti di una ironia che il suo redattore non ha voluto cogliere, e se l’ha colta l’ha integralmente travisata nel testo dell’articolo, dando di me e del mio lavoro una rappresentazione assolutamente falsa e tendenzialmente distorta.
Dopo quelli che potevano essere i contingenti riferimenti a Mastella, l’avere a tutti costi tirato dentro nell’articolo persone come Ciampi, o Fassino, omettendo non a caso gli altri nomi dei pc (che non sono server), rende alla citazione un senso assolutamente falsato, sull’alone di mistero che l’articolo ha voluto suscitare, su una circostanza banale, che io stesso avevo riferito all’articolista, spiegandogli il perchè di quei nomi, che nulla hanno a che vedere con le persone e con le indagini di cui mi sono occupato e mi sto occupando.
Sulle restanti considerazioni dell’articolo, tengo a precisare che la mia attività di consulente tecnico dell’Autorità Giudiziaria – a parte le ironie - viene esercitata solo a richiesta e sotto il diretto controllo dei Magistrati e degli organi giurisdizionali dello Stato, che mi conferiscono gli incarichi.
Gli esiti della mia attività vengono integralmente ostesi alle parti processuali e sui relativi contenuti si svolge la verifica dibattimentale, con le pronunce giudiziarie che, da un ventennio, hanno segnato il mio percorso personale e professionale.
Ecco perché penso che il miglior modo di considerare il mio operato, sia quello di rifarsi agli atti processuali che lo hanno valutato, più di quanto possa fare io, o quanti – spero in buone fede – travisano le mie dichiarazioni, o ancora peggio il mio pensiero.
Le chiedo pertanto di pubblicare questa mia breve nota, per onore di verità.
Penso che lei concorderà con me su questa opportunità, non foss’altro per la correttezza e la leale collaborazione, che in più occasioni ho offerto ai giornalisti della sua testata, che mi hanno contattato e che hanno redatto pagine intere, su temi scientifici assai importanti del mio lavoro.
Quegli articoli, però – a differenza di quello di oggi – hanno riscontrato solo e soltanto unanimi consensi ed apprezzamenti, nel mondo giudiziario e nelle altre testate giornalistiche, che li hanno ripresi.
Con Lionello Mancini, purtroppo, c’è stata qualche incomprensione, se vogliamo restare ottimisti.
Confido nella sua sensibilità, per cogliere gli ulteriori aspetti della vicenda, sui quali per brevità non mi soffermo.
Si renderà conto, gentile direttore, che essere censurati e se del caso anche diffamati da persone delle quali, per necessità d’ufficio, si è in qualche modo chiamati ad occuparsi, rientra nel gioco delle cose.
Tirarne in ballo delle altre – vive o morte – e contrappormele nonostante la mia volontà, il mio operato ed il mio pensiero, attiene ad un ambito della mistificazione della verità, che non appartiene alla mia storia ed ancor meno alle tradizioni del suo giornale.
Affido quindi a lei la migliore sintesi della rettifica, che la prego di pubblicare quanto prima sul suo giornale, ai sensi della legge sulla stampa.
Cordiali saluti
Gioacchino Genchi
http://www.gioacchinogenchi.it/