martedì 7 settembre 2010
Gioacchino Genchi con Libera a Modica, Rosolini e Scicli l'11 e 12 settembre 2010
lunedì 6 settembre 2010
Gioacchino Genchi ad Andalo, Modica, Rosolini e Scicli
mercoledì 1 settembre 2010
Finalmente hanno scoperto le carte!
Non ho mai letto tante assurdità e tante falsità.
In compenso adesso è più chiaro chi aveva interesse a bloccare le indagini di de Magistris in Calabria e a delegittimarmi, per impedirmi di fornire il mio contributo alle più importanti indagini che si stavano svolgendo in Italia.
Probabilmente l'ex procuratore aggiunto di Roma Achille Toro e quanti contavano su di lui non prevedevano che avrebbe dovuto lasciare così frettolosamente la magistratura e il procedimento nei miei confronti e nei confronti di de Magistris, come lui stesso ha commentato al telefono nelle intercettazioni disposte dalla procura di Firenze, nell'indagine sugli appalti di Stato.
Nonostante tutto continuo ad avere fiducia nella Giustizia.
A giorni, col mio avvocato Fabio Repici, mi presenterò dai magistrati di Roma, di Perugia e di Salerno per depositare una corposa memoria e per rendere l'interrogatorio.
Finalmente avrò la possibilità di difendermi.
Vi terrò informati degli sviluppi del procedimento e vi assicuro che non ho alcuna intenzione di arrendermi.
sabato 21 agosto 2010
Falcone e Faccia da mostro

Segreto dopo segreto, se si scorrono le vicende delle indagini antimafia alla fine si arriva sempre a un boss e a un agente segreto sfigurato
E' in galera dal 2001. Per otto anni aveva fatto impazzire la Dda di Palermo, che lo riteneva al centro di un traffico di droga costruito sull'asse Stati Uniti – clan dei Vernengo in Sicilia – Nord Italia. Ma per otto anni si era come volatilizzato. Scomparso. E oggi sarebbe probabilmente su una spiaggia a godersi il sole, se non si fosse fatto beccare a Chiavari per il tentato omicidio di un'ottantaduenne in cambio di 250 milioni di lire. Una storiaccia di raggiri ai danni di ricchi anziani, convinti a firmare testamenti a favore di una banda di magliari. Una storiaccia dove nessuno pensava mai che potesse finirci dentro uno del suo calibro.
Si chiama Gaetano Scotto (nella foto a sinistra, ndr), boss dell'Arenella, ed è tra i condannati per la morte di Paolo Borsellino e della sua scorta. Sembra il grottesco epilogo di un killer di Cosa Nostra caduto in disgrazia. E forse è così. Forse. Di certo alla Procura di Caltanissetta stanno riscrivendo ciò che accadde nelle stragi del '92, in una trama molto complessa: parte dal lontano fallito attentato all'Addaura a Giovanni Falcone nell'89, affronta presunte trattative tra lo Stato e la mafia, depistaggi, e personaggi che nemmeno ad uno scafato scrittore di thriller verrebbero in mente.
L'intreccio è fitto di ombre di servizi segreti deviati. Ma in questo scavare a ritroso tra fatti e 007 invisibili, si finisce sempre per incontrare lui, Gaetano Scotto, capace di mandare in tilt i cacciatori di latitanti per otto anni, ma di finire miseramente in galera per aver tentato di ammazzare una pensionata. E allora la domanda è inevitabile: chi è davvero? Per scoprirlo, forse, bisogna mettere insieme tanti piccoli pezzi di un puzzle.
Del suo passato si sa poco o nulla. Pare curasse gli interessi di Cosa Nostra in Emilia Romagna. A dargli un ruolo preciso per la prima volta è il pentito Vito Lo Forte: lo ricorda nel riciclaggio alla fine degli anni ottanta nella Svizzera degli introiti della coca. Dice che Scotto ripuliva il denaro di Gaetano Fidanzati, il ras della droga in Lombardia che aveva portato Cosa Nostra a Milano, allestendo riunioni nei bar del quartiere Lorenteggio con un nutrito gruppo di pezzi da novanta: da Pietro Vernengo a Totuccio Contorno, dai fratelli Grado a Vittorio Mangano. Roba grossa insomma. Fiumane di denaro sporco, che passava il confine per essere lavato e reinvestito. Un giro tale che, racconta lo stesso Lo Forte, fu proprio per fermare le indagini sul riciclaggio in Svizzera che venne organizzato l'attentato all'Addaura, dove Giovanni Falcone aveva affittato casa: sarebbero dovuti morire i due magistrati elvetici che indagavano, Claudio Lehmann e Carla Dal Ponte, ospiti quel giorno del giudice. In tutto questo, se e quale ruolo potesse aver avuto all'Addaura l'uomo che ripuliva il denaro della droga, Gaetano Scotto, resterà per un bel pezzo un mistero. Fino ad oggi.
Tre anni fa la madre di un poliziotto, Nino Agostino, misteriosamente ammazzato con la moglie nell'agosto del 1989, ossia tre mesi dopo il fallito attentato all'Addaura, ne riconosce la foto su un giornale: sostiene che era lui, Gaetano Scotto, a pedinare il figlio. Magari si sbaglia. Ma non è l'unica ad accostarne il nome al poliziotto ucciso: un altro collaboratore di giustizia, Oreste Pagano, racconta infatti che Scotto si vantava di aver ammazzato Agostino, reo di aver scoperto un legame tra mafia e questura.
Sembrano due storie diverse, quelle in cui l'uomo senza passato appare: da una parte il riciclaggio di soldi in Svizzera, dall'altra le voci sulla morte di un agente. Ma i magistrati hanno ora collegato l'omicidio di Agostino all'attentato all'Addaura, proprio il luogo dove, per il pentito Lo Forte, dovevano morire i giudici impegnati nel caso del riciclaggio della droga in Svizzera. Ed è qui che la strada di Gaetano Scotto si incrocia, nelle indagini, con quella di un personaggio inquietante, la cui esistenza non è mai stata provata.
Poco prima che venisse piazzato l'esplosivo all'Addaura, una donna notò nei paraggi un uomo con la "faccia da mostro". Pare che lo avesse visto pure un tizio, Francesco Paolo Gaeta, ma finì crivellato di colpi. È un uomo di cui ha parlato anche Massimo Ciancimino: un uomo delle istituzioni, dice. Ma mica se lo ricorda solo lui. Lo descriveva così anche il confidente Luigi Ilardo, che fu presto assassinato: tra le tante stranezze narrate al colonnello dei carabinieri Michele Riccio — tipo il mancato arresto di Provenzano — raccontò che c'era un agente con la faccia da mostro che si aggirava sempre in posti strani, come quando avevano ucciso proprio il poliziotto Nino Agostino. Una specie di fantasma di Stato. Un fantasma che però conoscono in tanti: lo ricordano infatti anche a casa della stesso Agostino, prima che il giovane venisse trucidato.
Non si sa chi esattamente sia, faccia da mostro. Ma ne parla infine il solito pentito Lo Forte; lo chiama il "bruciato", per via del volto ustionato. E spiega che aveva rapporti, coincidenza curiosa, con Gaetano Scatto. ll boss dell'Arenella senza passato e l'agente segreto senza nome.
A Caltanissetta gli inquirenti stanno cercando da un pezzo di capire chi sia. Intanto, hanno messo insieme alcuni pezzi del puzzle. E hanno indagato Scotto per i fatti dell'Addaura. È venuto fuori infatti che Nino Agostino, uno che aiutava, pare, i servizi segreti ad acciuffare i latitanti, si trovasse all'Addaura il giorno dell'attentato. E che lo avesse sventato insieme a un giovane in prova al Sisde, Emanuele Piazza, capace di infiltrarsi fra i mafiosi per stanarli uno a uno.
Sarebbe stato per questo che entrambi furono ammazzati: Agostino prima e Piazza poi. Quest'ultimo fu sciolto nell'acido il 16 marzo del 1990 dal picciotto Francesco Onorato: a lui infatti era stata svelata l'identità segreta di Piazza. Segreta evidentemente non per tutti. A Onorato l'aveva spifferata addirittura l'attendente di Riina, Salvatore Biondino, un tipo sempre bene informato. O quasi. Entrambi sono stati condannati come esecutori materiali dell'attentato all'Addaura, ma Biondino, quando l'avevano predisposto, si era detto sicuro: «Abbiamo le spalle coperte». Chi glielo avesse assicurato non si sa. Ma l'aspetto sinistro è che in teoria nessuno fuori dagli uffici istituzionali, tantomeno Gaetano Scotto e Salvatore Biondino, doveva sapere dei compiti di Piazza e Agostino; così come in teoria nessuno fuori dagli uffici istituzionali doveva conoscere l'allora incensurato Biondino e l'uomo senza passato dell'Arenella. Nessuno, naturalmente, tranne le talpe. Palermo non sarà Milano, ma è perennemente avvolta nella nebbia.
Prima di rivedere uscire ancora una volta il volto di Gaetano Scotto legato a un altro, sconosciuto, 007 bisogna seguire un percorso tortuoso, che parte sempre da lì, tre anni prima, all'Addaura.
"L'attentato del 1989 doveva avvenire un giorno prima del ritrovamento dell'esplosivo, il 20 giugno, quando Falcone aveva previsto di fare un bagno, e solo alla line decise con i magistrati elvetici di cambiare programma. Ma questo era noto a pochissime persone, un aspetto cruciale per capire cosa accadde". Luca Tescaroli è stato pubblico ministero per la strage di Capaci ed è convinto, come lo era Falcone, che dietro all'attentato ci fossero "menti raffinatissime". "Fu un periodo particolare sotto il profilo istituzionale. C'erano le lettere delatorie del Corvo e l'anomalia della supplenza giudiziaria dell'Alto Commissariato, che si occupò della relativa indagine. E ancora: si diffondevano notizie mai risultate vere, che intossicavano l'ambiente, come l'incontro a Palermo tra Buscetta, De Gennaro e il barone D'Onufrio, poi assassinato. Un attentato doveva di fatto impedire la cooperazione investigativa tra Falcone e i magistrati svizzeri sul riciclaggio dei soldi della droga in Italia e in America, e sull'ipotesi di alcune collusioni con particolari elementi dello Stato".
Pochi mesi dopo il fallito attentato, mentre si trova nel carcere di massima sicurezza di Full Sutton (Inghilterra) il boss Francesco Di Carlo riceve la visita, per due volte, di alcuni esponenti di servizi segreti di diversi Paesi stranieri — mai si saprà chi con precisione, nonostante le rogatorie internazionali — che gli chiedono un appoggio per ammazzare Falcone. Lui indica Antonino Gioè, all'epoca ignoto boss di Cosa Nostra, che in effetti sarà tra gli esecutori materiali di Capaci. Poco prima della strage, Gioè è protagonista di una curiosa trattativa dei carabinieri con Cosa Nostra, attraverso l'intermediazione dell'estremista di destra Paolo Bellini, per il recupero di opere d'arte rubate. Tuttavia Gioè non può raccontare se fu contattato dai servizi segreti stranieri che incontrarono Di Carlo, se la strage di Capaci fu fatta anche con l'appoggio di uomini delle istituzioni e se fu la continuazione del progetto dell'Addaura. A dire il vero Gioè non può dire proprio più nulla. Muore impiccato in carcere poco dopo l'arresto, lasciando un bigliettino in cui scrive che Bellini era un infiltrato dello Stato. Quel che è inquietante è che, stragi a parte, una scia di morti e di tunnel sotterranei paiono collegare ancor di più la mafia allo Stato. Cosi vale anche per l'ultimo dettaglio: per tenere i contatti per la strage di Capaci Gioè adoperò dei telefoni clonati Nec P300 usando numeri ufficialmente inesistenti eppure attivati in una stranissima filiale Sip, dietro cui, secondo il consulente della Procura di Caltanissetta di allora Gioacchino Genchi, c'era una base coperta dei servizi. Nessuno ne saprà più nulla.
Le ombre dei servizi si materializzano dunque all'Addaura con faccia da mostro, nelle soffiate per ammazzare Agostino e Piazza, perfino nel carcere di Full Sutton e poi a Capaci, nell'attivazione dei telefoni clonati degli esecutori materiali. Ma è su via D'Amelio che le ombre prendono corpo. E quando lo fanno, sono sempre alle spalle dell'uomo senza passato, il boss dell'Arenella, Gaetano Scotto.
Siamo nel luglio del 1992. Paolo Borsellino appunta le dichiarazioni esplosive del boss Gaspare Mutolo sulle collusioni istituzionali. Segna tutto su un'agenda rossa. Vede il boss l'ultima volta il giorno 17. Due giorni più tardi, una Fiat 126 imbottita di Semtex lo uccide in via D'Amelio, sotto casa della sorella. L'agenda rossa sparisce. Passano due ore. E arriva sul luogo della strage il commissario capo Gioacchino Genchi. Si sta già occupando dell'agenda elettronica e dei pc di Falcone: ha scoperto che la prima è stata cancellata e che i secondi sono stati manomessi, ma solo dal loro sequestro. È maledettamente curioso, pensa. Ma non maledettamente curioso come quanto sta per vedere. Il fumo è ancora alto. E i pompieri in azione. Si guarda intorno chiedendosi da dove i mafiosi possano aver attivato il telecomando per la strage, cosa che in effetti non si saprà mai. Osserva, gira gli occhi. Poi salta in macchina e sale sul Monte Pellegrino, punto in cui la visuale è perfetta. Lì sopra c'è il castello Utveggio. E all'interno, un centro studi per manager, il Cerisdi. Almeno ufficialmente. Genchi scopre che dentro non ci sono solo futuri dirigenti. In alcuni uffici si alternano infatti ex persone dell'Alto Commissariato e ufficiali dei carabinieri recuperati nell'amministrazione civile, e c'é pure un centro massonico o paramassonico — spiegherà poi in aula — guidato da un funzionario della Regione Sicilia. Infine c'é un telefono perennemente collegato alla base coperta Gus, servizi segreti di Roma.
Borsellino non vedeva di buon occhio il castello, diceva alla moglie Agnese di chiudere le tende, perché non voleva essere spiato. E' un caso sicuramente, ma dai tabulati che Genchi analizza risulta abbiano chiamato il Cerisdi pure due mammasantissima di rango, difficilmente interessati a corsi scolastici: uno é Giovanni Scaduto, killer di Ignazio Salvo. E l'altro è proprio Gaetano Scotto, il boss che lavava i soldi della droga in Svizzera, l'uomo che pedinava il poliziotto dell'Addaura Nino Agostino e che secondo un pentito si vantava di averlo ucciso. L'uomo che, un'altra voce vuole collegato all'agente segreto con la faccia da mostro.
Genchi si segna tutti i dati. Ma non ha terminato il suo compito. Ancora bisogna capire come abbiano fatto i mafiosi a sapere dell'arrivo di Borsellino a casa della sorella, per prendere la madre. E scava scava, Genchi trova altri due elementi di grande interesse: il primo è un altro telefono clonato, i cui tracciati hanno seguito quel giorno, passo passo dall'albergo di Villa Igea, il percorso di Borsellino fino in via D'Amelio. Si tratta di un telefono clonato i cui contatti appartengono allo stesso circuito del suicida Gioè. ll secondo elemento è invece un uomo, un uomo il cui nome dà da pensare. E' un operatore telefonico della ditta Sielte, che avrebbe potuto intercettare con un'operazione rudimentale casa Borsellino. Indizi, tracce, niente di più. Ma il tipo della Sielte è uno che va avanti e indietro dalle pendici di Monte Pellegrino, uno che Genchi crede possa portarlo avanti nell'indagine. Tuttavia, dichiarerà alla Dia di Caltanissetta nel 2003, si sorprende quando il suo superiore Arnaldo La Barbera, a capo del gruppo d'indagine Falcone-Borsellino sulle stragi, convoca il direttore del Cerisdi, il prefetto Verga, "palesandogli sostanzialmente l'oggetto dell'indagine" sul castello, come riferiscono Nicola Biondo e Sigfrido Ranucci ne II Patto (Chiarelettere). Da lì a poco gli strani uffici al Cerisdi vengono infatti smobilitati. E i servizi smentiranno sempre di esserci stati.
Passa poco. La notte tra il 4 e il 5 maggio del '93 rutto precipita: Genchi litiga furiosamente con La Barbera; gli chiede almeno di non arrestare il telefonista della Sielte o difficilmente si arriverà ai mandanti. La Barbera, dirà Genchi, scoppia a quel punto a piangere, gli spiega che diventerà questore e che per lui é prevista una promozione per meriti sul campo. Ma il commissario capo non ci sta: sbatte la porta e lascia per sempre il gruppo Falcone-Borsellino. Genchi va via. E l'operaio della Sielte viene così arrestato: si chiama Pietro Scotto, ed è il fratello di Gaetano, il boss senza passato. Pietro Scotto é uno che, ha riferito Genchi ricordando le parole del pentito Lo Forte, sarebbe stato in grado di avvertire i mafiosi quando questi finivano intercettati.
Con l'uscita di Genchi le indagini su via D'Amelio prendono un'altra strada, seguono le indidicazioni del pentito Vincenzo Scarantino, l'uomo che ammette di essere stato il ladro della 126 che poi fu imbottita di esplosivo. E' grazie alle sue parole che viene consentito l'arresto immediato di Pietro Scotto. Scarantino diventa il punto di forza del gruppo d'indagine Falcone-Borsellino, che lo ha scovato grazie a tre rubagalline che ne hanno rivelato il ruolo. Anche se qualcun altro vuole assumersi il merito di averlo scoperto: "Realizzammo una sorta di schedatura degli esponenti della famiglia Madonia. Cercammo di individuare l'officina dove l'auto venne imbottita dl tritolo. Accertammo anche i rapporti tra Scarantino, appena arrestato, e alcuni esponenti mafiosi». Sono le parole dell'ex numero tre del Sisde Bruno Contrada, condannato per concorso esterno in associazione mafiosa, riportate dall'Ansa al suo processo il 25 novembre 1994. Scarantino in effetti confessa; é stato lui a rubare la 126 esplosiva. Tuttavia, nonostante le schedature di Contrada, nessuno dentro Cosa Nostra pare conoscerlo, almeno come uomo d'onore. Tutti lo rinnegano, dicono anzi che una sua amante sia tale Giusy la "sdilabbrata", un trans: e un uomo d'onore non lo farebbe mai. Scarantino confessa e poi ritratta, accusando esplicitamente di pressioni l'ex capo della mobile ora al vertice del gruppo Falcone-Borsellino Arnaldo La Barbera. E' un viavai di dichiarazioni. Alla fine Pietro Scotto viene assolto. Gaetano no: é condannato, ma solo in appello, quando ormai ha fatto perdere le tracce che verranno riprese a Chiavari.
Passano diciassette anni e scoppia il caso del killer Gaspare Spatuzza, uomo dei Graviano. Si autoaccusa del furto della 126, smentendo così in toto la ricostruzione di Scarantino, scagionando alcuni, tirando in ballo altri. Le sue tesi sono note. Buona parte del gruppo Falcone-Borsellino viene oggi indagata. Nel libro I misteri dell'agenda rossa (Aliberti) Francesco Viviano e Alessandra Ziniti riportano un documento che alla luce dei fatti appare devastante: é l'appunto di un anonimo funzionario di Stato in cui veniva suggerito ciò che Scarantino avrebbe dovuto dire. Sembra sia tutto da rifare: resta da chiedersi se si trattò di errore giudiziario o di depistaggio, anche se ben tre persone accusarono Scarantino, prima che lui crollasse.
Ma non basta. Ci sono ancora tre elementi che hanno dell'incredibile. Il primo: pare che gia all'epoca l'uomo che coordinò le indagini sulle stragi, Arnaldo La Barbera, fosse un agente dei servizi, con il nome in codice di Catullo. Il secondo elemento é il misterioso signor Franco, che avrebbe fatto da trait d'union tra lo Stato, don Vito Ciancimino e Bernardo Provenzano. Infine, il terzo elemento, ciò che più conta in questa storia e che conduce ancora una volta all'uomo senza passato. E a una frase di Spatuzza: "Mentre veniva imbottita di esplosivo la Fiat 126 nel garage, tra noi c'era uno elegante, biondino, mai visto prima". Sembra si trattasse di un agente dei servizi, l'ennesimo. Sembra. Di certo, prosegue il killer, "parlava con Gaetano Scotto". Sempre lui, dall'Addaura a via D'Amelio, il boss che appare e scompare a fianco di personaggi in divisa tanto improbabili quanto sinistri. Di Scotto Genchi ha tutti i tabulati. Sono chiamate che portano lontano, a medici, futuri politici, imprenditori, favoreggiatori importanti. Contatti che magari non vogliono dire niente. Perché magari erano semplici conoscenti. ll fatto strano è che nessuno li abbia mai guardati per diciotto anni. Forse perché in fondo, per stabilire la verità, c'era già Scarantino. E forse perché la storia di Gaetano Scotto è solo la storia di un killer di mafia caduto in disgrazia. Forse.
Edoardo Montolli (fonte: il mensile IL - Il machile del Sole24Ore, n° 22, 20 agosto 2010)
martedì 17 agosto 2010
Io, Cossiga, e un auspicio per riparare agli errori
di Gioacchino Genchi
Francesco Cossiga è morto. Con lui si chiude una pagina della storia d’Italia ancora avvolta da tanti misteri.
Ricordo ancora la telefonata di solidarietà che mi fece il 28 gennaio dell’anno scorso, anticipandomi la dichiarazione che aveva rilasciato sul mio conto alle agenzie.
ARCHIVIO GENCHI: COSSIGA, CONSULENTE HA RISPETTATO LA LEGGE
(ANSA) – ROMA, 28 GEN – ”Dopo aver ascoltato in tv Gioacchino Genchi ed avere letto tutto quanto e’ stato scritto su di lui e sulla sua attivita’ sia di funzionario della Polizia sia di consulente di numerosissime procure, mi sono convinto che egli ha agito sempre nel rispetto della legge e secondo il mandato conferitogli dai vari magistrati delle procure interessate”. Lo afferma il presidente emerito della Repubblica Francesco Cossiga. (ANSA 28-GEN-09 ore 12:32)
L’ho ringraziato sul mio blog per il suo intervento:
ARCHIVIO GENCHI: CONSULENTE SU BLOG RINGRAZIA COSSIGA
(V. ”ARCHIVIO GENCHI: COSSIGA, CONSULENTE…” DELLE 12:32)
(ANSA) – PALERMO, 28 GEN – Gioacchino Genchi risponde attraverso il suo blog al presidente Francesco Cossiga che e’ intervenuto oggi sulla sua vicenda. ”Lei mi conosce dal 1992 – scrive il consulente – quando il prefetto Vincenzo Parisi, capo della polizia, ci ha presentato, in una circostanza tragica per la storia del nostro Paese”.
”Ho apprezzato la lucidita’ del suo ricordo – si legge nel blog – e le considerazioni che mi ha voluto esternare nella sua telefonata di questa mattina. Ero sicuro che prima o dopo sarebbe intervenuto in questa vicenda, che mi vede involontario protagonista. Spero, anche col suo autorevole contributo, che gli uomini delle istituzioni e della politica sappiano
riflettere su questa mostruosa mistificazione”.
”Lei sa bene – aggiunge – che io, nella modestia delle mie funzioni, sono stato sempre e soltanto dalla parte dello Stato e non sono mai venuto meno al giuramento di fedelta’ alla Costituzione ed alle sue Leggi. Ho operato solo al servizio di valenti magistrati, giudici e pubblici ministeri, nell’esclusivo fine di ricerca della verita’ e di affermazione dei principi di Giustizia, anche nei confronti di chi e’ stato ingiustamente accusato di delitti che non aveva commesso”.(ANSA 28-GEN-09 ore 16:50)
Dopo mi ha richiamato e mi ha voluto incontrare.
Sono andato a trovarlo nella sua abitazione di Roma. Non ero mai entrato nella casa di un Presidente della Repubblica.
Mi ha ricevuto nel tinello, attiguo alla cucina.
Dalla semplicità di quella casa, dall’arredamento, dalle foto e dai cimeli che mi ha mostrato ho capito tante cose.
Insieme abbiamo ripercorso la comune passione di radioamatori.
Insieme abbiamo commentato le pagine buie della storia della nostra Repubblica, che ci avevano fatto conoscere ed incontrare per l’ultima volta nella primavera del 1992, qualche settimana prima delle sue dimissioni.
Nelle fasi della stesura del mio libro, “Il caso Genchi“, più volte ho cercato di convincerlo a confermarmi alcune circostanze. Mi ha rinviato di una settimana e poi non l’ho più sentito.
Al telefono mi hanno sempre detto che il Presidente stava male.
In occasione dell’ultimo incontro gli avevo comunque anticipato che non sarei stato tenero con lui, per via di certe sue amicizie.
Ricordo ancora la sua reazione. Mi ha dato uno schiaffetto sula guancia e sorridendo, mentre gli vibravano le guance, mi ha detto: “Caro Genchi tu sei uno dei pochi che con la tua onestà puoi anche permetterti di parlare male di me“.
L’ho ringraziato e gli ho ribadito che non stavo scherzando.
Al termine del colloquio, dopo aver sorbito un ottimo caffè, ha voluto che lo aiutassi ad alzarsi dalla sua vecchia poltrona. Con un braccio si è appoggiato sulle mie spalle e, camminando a stento, ha insistito a volermi accompagnare fino all’ingresso.
Ci siamo congedati con un arrivederci. Dopo qualche mese ho apprezzato le sue considerazioni sul mio conto, nel suo ultimo libro.
Dopo non ho avuto più possibilità né di vederlo, né di sentirlo al telefono.
Ho avuto sue notizie e suoi messaggi per il tramite di alcuni comuni amici giornalisti.
Oggi è morto.
Con la morte di Francesco Cossiga si chiude l’ultima speranza di disvelare molti segreti sui tanti misteri della storia d’Italia.
Fra questi, i più importanti, riguardano l’omicidio di Aldo Moro, la strage di Ustica, le infinite trame dei servizi deviati, fino alla fine del suo mandato e le origini della II Repubblica.
Cossiga ha preferito portare con sé questi segreti, nella tomba.
La sua morte, peraltro, coincide con una delle pagine più buie della II Repubblica, che volge al declino.
Nella crisi dei partiti, mentre ritornano a trionfare la corruzione, gli inciuci e l’affarismo, occorre un rilancio dei valori fondanti della Costituzione.
Ben oltre i partiti e le ideologie, occorre prima di tutto recuperare il primato della politica.
In tutto questo provo a immaginare quale sarebbe oggi il più bel regalo che il Presidente Napolitano potrebbe fare agli italiani.
Mi riferisco allo scranno parlamentare di senatore di vita che, con la morte di Cossiga, è rimasto vuoto.
Ebbene sì. Non ho paura a dirlo.
Io, come tanti italiani liberi, auspico che il Presidente della Repubblica proceda immediatamente alla nomina di senatore a vita di Marco Pannella.
Lungi da condizionamenti ideologici (per quello che ancora valgono le ideologie), ritengo che oggi Marco Pannella sia uno dei pochi politici che potrebbe contribuire al recupero del primato della politica.
La sua nomina a senatore a vita – per quello che è stato il suo impegno per la democrazia e per i diritti civili – ci farebbe sentire tutti più orgogliosi di essere italiani.
Con Marco Pannella senatore a vita potremmo ritornare a sperare che si riporti in Parlamento il dibattito sugli autentici temi della politica, del buon governo e delle aspettative della gente.
Capisco che questo non fa piacere a quanti vogliono tacere sui veri problemi degli italiani e preferiscono intrattenerci ancora sulle cronache delle camere da letto, del tinello o della cucina di qualche Vip.
Se Pannella sedesse al Senato al posto di Cossiga, forse anche Giorgiana Masi da lassù ritornerebbere a sorridere.
mercoledì 28 luglio 2010
Così scriveva il prof. Vittorio Grevi nel Corriere della Sera il 27 gennaio 2009
E' forse per questo che in molti non lo vogliono come Vice presidente del CSM?
Per una disciplina delle intercettazioni
di Vittorio Grevi (dal Corriere della Sea del 27 gennaio 2009)
Dal quotidiano profluvio di notizie e di smentite, intorno ai futuri indirizzi politicolegislativi in tema di intercettazioni (da non confondersi con le recenti polemiche sull'«archivio Genchi», composto invece di tabulati, cioè di dati esterni al traffico telefonico), emergono alcune questioni di fondo destinate a configurarsi come altrettanti punti nodali della nuova disciplina del settore, peraltro già anticipati nel disegno di legge promosso a giugno dal ministro Alfano.
Una disciplina la quale non potrà comunque prescindere dal fatto che le intercettazioni costituiscono uno strumento prezioso e spesso insostituibile per le indagini, previsto dalla costituzione in deroga al principio della libertà e segretezza delle comunicazioni, e per ciò ammissibile soltanto «per atto motivato dell'autorità giudiziaria» e «con le garanzie stabilite dalla legge».
Vediamo, dunque, di esaminare alcune di tali questioni, cominciando dal profilo statico delle suddette garanzie.
1) Ambito di ammissibilità delle intercettazioni.
Anche all'interno delle forze di maggioranza ci si è persuasi che non è possibile restringere oltre misura (ad esempio, con riguardo ai soli delitti di terrorismo e di criminalità organizzata, secondo una proposta più volte rilanciata dal presidente Berlusconi) l'area dei reati, per il cui accertamento sono ammesse le intercettazioni.
Accantonata, per ovvie ragioni di buon senso, l'idea di non consentirle rispetto ai delitti contro la pubblica amministrazione (ivi compresa la corruzione), ci si sta rendendo conto che, anche rispetto agli altri reati comuni, la soglia di sbarramento prevista dal progetto Alfano (pena massima superiore ai dieci anni) è troppo elevata. Infatti ne rimarrebbero esclusi molti reati, rispetto ai quali sarebbe assai controproducente rinunciare ad un simile strumento investigativo (tra questi, i delitti di associazione per delinquere, rapina, estorsione, sequestro di persona, bancarotta fraudolenta, sfruttamento della prostituzione, violenza sessuale, etc.).
2) Autorizzazione del giudice.
Potrebbe essere opportunamente coltivata la proposta, contenuta nel progetto Alfano, di attribuire ad un tribunale collegiale, in luogo del gip, la competenza ad autorizzare le intercettazioni, su richiesta del pm.
Anche qui, tuttavia (come nel settore delle misure cautelari), occorre fare i conti con notevoli problemi organizzativi, soprattutto nei tribunali, anche provinciali, di modesto organico. E, in ogni caso, nelle ipotesi di urgenza occorrerebbe comunque riservare al pm il potere di provvedere di sua iniziativa, salva la successiva convalida dell'organo collegiale.
3) Presupposto indiziario.
Fermo restando che le intercettazioni non possano venire autorizzate per la sola ricerca delle notizie di reato, il loro presupposto deve essere rappresentato (come oggi) dalla presenza di «gravi indizi di reato», non potendosi invece pretendere, come qualcuno vorrebbe, la sussistenza di «gravi indizi di colpevolezza» a carico di un indagato.
Una volta commesso il reato, infatti, le intercettazioni devono poter essere disposte — in quanto indispensabili — anzitutto per verificare in quale direzione debba svilupparsi l'indagine, dunque anche quando ancora nulla si sappia circa gli autori del reato (oltreché, naturalmente, allo scopo di riscontrare poi gli eventuali indizi già sussistenti a carico di uno o più soggetti).
4) Durata delle operazioni.
Appare molto opinabile la proposta secondo cui (a parte le indagini per delitti di terrorismo o di criminalità organizzata) la durata delle intercettazioni, proroghe incluse, non potrebbe comunque superare un certo limite temporale: tre mesi stando al progetto Alfano, ovvero addirittura un termine inferiore stando ad altri. Si tratta di proposte che si scontrano con la realtà di numerose esperienze giudiziarie, oltreché con la stessa logica, non essendo pensabile che l'uso di un certo strumento investigativo debba bloccarsi, nel bel mezzo delle indagini in corso (se mai potrebbero essere irrigiditi i presupposti dei provvedimenti di proroga dell'originario termine).
5) Intercettazioni ambientali (cioè tra soggetti presenti).
Mentre è comprensibile che, all'interno del domicilio, esse siano sottoposte a presupposti molto rigorosi (in particolare, solo quando si abbia motivo di ritenere che vi si svolgerà l'attività criminosa), non ha senso, invece, che gli stessi presupposti vengano prescritti per tali intercettazioni, come pure per quelle di immagini mediante riprese visive, anche nei luoghi pubblici o aperti al pubblico.
Naturalmente molti altri sono i problemi legati al profilo dinamico delle intercettazioni, ai possibili abusi (che vanno repressi) ed agli eventuali eccessi (che vanno contenuti sul piano concreto, a parte la questione dei costi, da risolversi anche a livello organizzativo). Il più importante e urgente è, ovviamente, quello relativo all'indebita divulgazione, ed alla successiva pubblicazione, dei risultati delle stesse, soprattutto quando si tratti di intercettazioni ancora segrete, ovvero irrilevanti per i fini di giustizia. Su tutti questi problemi, dunque, occorrerà tornare a riflettere. Ma perché, nel frattempo, non si riprendono le mosse (anche) da quel disegno di legge Mastella, che nell'aprile 2007 era stato approvato dalla Camera pressoché all'unanimità, con soli sette astenuti?
martedì 27 luglio 2010
Gioacchino Genchi a Sarcedo (VI), mercoledì 18 agosto 2010, alle ore 21:30, al Parco Anfiteatro di Via San Giuseppe
Mercoledì 18 agosto 2010, alle ore 21:30, a Sarcedo (VI), presso il Parco Anfiteatro di Via San Giuseppe, parteciperò all'incontro dal titolo "Dal Potere alla Parola", organizzato dall'Associazione Progetto Giovani, col patrocinio del Comune di Sarcedo.Condurrà il dibattito il giornalista Lauro Paoletto, direttore de "La Voce dei Berici".
Ingresso libero.
venerdì 23 luglio 2010
Gioacchino Genchi a Montecchio Emilia (RE), domenica 25 luglio 2010, ore 21:15, Al Parco Enza, tenda della Festa Democratica
mercoledì 21 luglio 2010
Gioacchino Genchi ad Avola (SR), venerdì 23 luglio ore 19:00, al Centro Culturale Giovanile di Viale Mattarella
Venerdì 23 luglio 2010, alle ore 19:00, ad Avola (SR), al Centro Culturale Giovanile di Viale Mattarella, parteciperò alla presentazione del libro "Il caso Genchi - Storia di un uomo in balia dello Stato", di Edoardo Montolli, Aliberti editore. Condurrà il dibattito l'avv. Salvatore Grande, dell'Associazione la Società dell'Allegria.L'incontro è organizzato da Libera di Siracusa, col patrocinio del Comune di Avola.
giovedì 15 luglio 2010
Intervista di Giuseppe Lo Bianco (giornalista de "Il Fatto" e scrittore) a Gioacchino Genchi, sugli sviluppi delle indagini sulle stragi del '92-93'
http://dl.dropbox.com/u/6587399/Intervista%20Genchi-LoBianco.mp3
martedì 13 luglio 2010
RadioRadicale-Intervista a Gioacchino Genchi sulle inchieste della magistratura romana sulla cosiddetta P3
RadioRadicale, 13-07-2010.
Intervista di Alessio Falconio a Gioacchino Genchi sulle inchieste della magistratura romana sulla cosiddetta P3
sabato 10 luglio 2010
Gioacchino Genchi a Monte San Vito (AN), giovedì 15 luglio 2010, ore 21:00, al Parco Rodari di Borghetto
martedì 6 luglio 2010
Gioacchino Genchi a Palermo, venerdì 9 luglio 2010, al Giardino della Libreria Kalesa di Foro Umberto I
Venerdì 9 luglio 2010, alle ore 18:00, a Palermo, al Giardino della Libreria Kalesa di Foro Umberto I, parteciperò con Salvatore Borsellino, Salvatore Cusimano e Marco Travaglio sul tema "Via d'Amelio 1992-2010. Un depistaggio di Stato", sui temi del libro "L'AGENDA NERA della Seconda Repubblica", di Giuseppe Lo Bianco e Sandra Rizza, Chiarelettere Editore. Modererà il dibattito Enrico Bellavia.Gioacchino Genchi a Margherita di Savoia (BT), sabato 17 luglio 2010, alle ore 21:00, al Lido Sirenetta del Lungomare Cristoforo Colombo
Sabato 17 luglio 2010, alle ore 21:00, a Margherita di Savoia (BT), presso il Lido Sirenetta del Lungomare Cristoforo Colombo, parteciperò all'incontro dal titolo "NO AL BAVAGLIO - Libere indagini e libera informazione". Condurrà il dibattito l agiornalista Melania Lacavalla, del Corriere dell'Ofanto. Ingresso libero.lunedì 5 luglio 2010
Gioacchino Genchi a Palazzolo Acreide (SR), sabato 24 luglio ore 18:30, alla Sala Aquile Verdi del Municipio

Gioacchino Genchi a Vigevano (PV), mercoledì 7 luglio 2010, ore 21:00, Giardini Palazzo Esposizioni
Mercoledì 7 luglio 2010, alle ore 21:00, a Vigevano (PV) - Giardini Palazzo Esposizioni - nell'ambito delle manifestazioni organizzate dall'Associazione culturale "La Barriera", parteciperò alla presentazione del libro "Il caso Genchi - Storia di un uomo in balia dello Stato", di Edoardo Montolli, Aliberti editore. Condurrà il dibattito Silvano Migliavacca.
venerdì 2 luglio 2010
Gioacchino Genchi a Polignano a Mare (Bari) - Venerdì 16 luglio 2010, ore 23:15, Piazza Carime (Via Mulini), al Festival «Il libro possibile»
Venerdì 16 luglio 2010, alle ore 23:15, A Piazza Carime (Via Mulini) di Polignano a Mare (Bari), nell'ambito dell'XI edizione del Festival «Il libro possibile», parteciperò alla presentazione del libro "Il caso Genchi - Storia di un uomo in balia dello Stato", di Edoardo Montolli, Aliberti editore.IL LIBRO POSSIBILE
www.libropossibile.com
Ogni sera dalle 21.00
A Polignano a Mare, dal 14 al 17 luglio, nelle piazze del centro storico si svolgerà la 9^ edizione del Festival «Il libro possibile», la più importante rassegna culturale-letteraria del Mezzogiorno, dove il lettore incontra a tu per tu gli autori più discussi e letti del momento, nello splendido scenario delle terrazze a strapiombo sul mare e del più bel centro storico costiero pugliese. Organizzata dalle associazioni culturali «Artes» e «Cartesio Licei», l'evento è patrocinato da Regione Puglia, Provincia di Bari, Comune di Polignano a Mare e Camera di Commercio di Bari.
«Bacco, Nabucco e Venere» è il titolo di questa edizione: un abbraccio tra colori, sapori, culture e storia. Una idea di cultura su tre itinerari legati al culto della nostra terra, a quello dionisiaco della mitologia, al dio del vino; al risorgimento dell'arte, della musica i cui tempi del canto non ci mancano; e a Venere, dea dell'amore e della bellezza, sublime creatura nata dal mare, dispensatrice di eleganza e fascino. La moda, gli stili emergenti diventano così il terzo polo di attrazione, il fil rouge che lega i temi del Festival, il canovaccio di una Puglia riunita nei suoi aspetti più profondi per regalare l'immagine di un'unica terra speciale che si nutre di turismo, moda e sapere.
Una novità di questa edizione saranno le tavole rotonde sui temi dell'ambiente, del turismo culturale, della sicurezza sul lavoro e dell'economia. Durante le quattro serate, infatti, in una delle deliziose piazze sarà dedicato uno spazio alla trattazione specifica di questi argomenti con l'intervento di esperti, autori di testi di inchiesta e denuncia, giornalisti. Si dialogherà per offrire al pubblico uno spunto di riflessione, un modo per creare un'opinione, per fare informazione mediata. Quello che non cambia è la formula aperta di fruizione dei temi dibattuti, i siparietti con un «senatore» del Festival come Dario Vergassola con le sue interviste «impossibili». I nomi prestigiosi su cui contare sono molti: Edmund Conway, affermato giornalista economico del «Telegraph», Sergio Rizzo, responsabile della redazione economica romana del «Corriere della Sera», Antonio Caprarica, volto notissimo della informazione italiana, Mishna Wolff, modella di fama internazionale passata alla scrittura, Jonathan Coe, scrittore inglese di temi sociali, Domenico Starnone, Vauro, Vladimir Luxuria, Francesco Carofiglio, Monsignor Rino Fisichella, Raffaele Nigro, Pierluigi Battista, Vladimir Luxuria, Vauro, Camilla Baresani, Gaetano Cappelli, Giulio Ferroni, Gabriella Genisi, Andrea Manni, Antonella Lattanzi, Alessandro Cattelan e molti altri.
Una manifestazione in continua crescita per qualità e quantità e che proietta ormai la Puglia e il Mezzogiorno nel panorama nazionale delle rassegne letterarie. Mai come in questa edizione il Festival del libro possibile terrà fede al suo obiettivo di proporre stili, generi, autori, i temi i più diversi per offrire davvero ogni "possibile" approccio alla lettura.
giovedì 1 luglio 2010
Calendario degli eventi in programmazione
Cari amici, vi aggiorno in modo sommario sul calenderio dei prossimi eventi, ai quali parteciperò.In bacheca, nel calendario degli eventi e sul mio blog, troverete maggiori dettagli, man mano che saranno definiti gli orari e le location delle programmazioni:
- giovedì 1 Luglio 2010, alle ore 20.30, a Cefalù (Palermo), presso la Corte delle Stelle, in corso Ruggero, parteciperò all'incontro-dibattito sul tema:"Intercettazioni: Diritto alla Privacy o ostacolo alla sicurezza e alla libertà di stampa?" Interverranno il dr. Gaetano Paci, Sostuto Procuratore Antimafia di Palermo, l' Avv. Enrico Sanseverino, Presidente dell'Ordine degli Avvocati di Palermo, il dr. Mario Azzolini, giornalista RAI e l'Avv. Roberto Corsello, penalista e Vice Sindaco di Cefalù.
Ingresso libero.
- Domenica 4 luglio 2010, ore 10:30, Marzabotto (Bologna), Parco Storico di Monte sole - "Campeggio Nazionale delle Resistenze" - "Le mafie viste da vicino", con Antonio Ingroia, Gioacchino Genchi, Alessandro Leo e Riccardo Orioles;
- mercoledì 7 luglio 2010, ore 19:00, Vigevano (PV);
- giovedì 8 luglio 2010, ore 21:00, Casalgrande (RE);
- lunedì 12 luglio 2010, Palermo;
- giovedì 15 luglio 2010, Monte San Vito (AN);
- venerdì 16 luglio 2010, Polignano a Mare (BA);
- sabato 17 luglio, Margherita di Savoia (BAT);
- veberdì 23 luglio 2010, Avola (SR);
- sabato 24 luglio 2010, Palazzolo Acreide (SR);
- sabato 30 luglio 2010, Mazara del Vallo (TP);
- domenica 8 agosto 2010, Castelbuono (Palermo);
- mercoledì 18 agosto 2010, Sarcedo (Vicenza);
- venerdì 17 settembre 2010, Ancona;
- sabato 18 settembre 2010, Monsano (NA);
- venerdì 24 settembre 2010, Bergamo;
- venerdì 1 ottobre 2010, Roma;
mercoledì 30 giugno 2010
Guai, a non considerare Vittorio Mangano "un eroe"

Guai, a non considerare Vittorio Mangano "un eroe"
di Gioacchino Genchi
da Il Fattoquotidiano.it
http://www.ilfattoquotidiano.it/2010/06/29/guai-a-non-considerare-vittorio-mangano-un-eroe/33963/
I rinnovati richiami all'eroismo di Vittorio Mangano del sen. Marcello Dell'Utri e dei suoi amici nell'ambito dei festeggiamenti per la condanna a soli 7 anni di reclusione per concorso esterno in associazione mafiosa, mi impongono di anticipare alcuni passi delle giustificazioni che ho prodotto, nel procedimento disciplinare per la "destituzione dal servizio", promosso nei miei confronti dal Capo della Polizia a seguito dell'intervento pronunciato (mentre ero già sospeso dal servizio, Sic!) al congresso nazionale dell'Italia dei Valori del 6 febbraio 2010.
Sembra un assurdo, ma sono stato pure costretto a difendermi per avere osato criticare le affermazioni del Presidente del Consiglio che, come il sen. Marcello Dell'Utri, considera Vittorio Mangano "un eroe".
Censurare una affermazione di tal guisa, con l'intento di "screditare il Capo del Governo" è stato ritenuto nella contestazione disciplinare "un comportamento eticamente scorretto e non ammissibile per un Funzionario dello Stato" e per questo io dovrei essere destituto dalla Polizia di Stato.
In attesa di pubblicare per intero gli atti del procedimento disciplinare e della sospensione dal servizio (avverso la quale ho proposto ricorso al TAR), anticipo la parte delle giustificazioni riguardanti le considerazioni "sull'eroe" Vittorio Mangano e sui suoi fan, pronunciati al congresso dell'Italia dei Valori:
- OMISSIS -
Nel corpo della sua contestazione, nel susseguirsi del costrutto dei virgolettati di alcune espressioni pronunciate nel corso dell'intervento al congresso nazionale dell'Italia dei Valori del 6 febbraio 2010, manca la parte in cui, stigmatizzando l'originale modalità dell'on. Silvio Berlusconi di auto-gestire la propria sicurezza personale (con riguardo all'anomala composizione della scorta), ho riferito dell'arruolamento alla villa di Arcore del boss Palermitano Vittorio Mangano.
Nello stigmatizzare l'episodio ho anche considerato le definizioni con le quali l'on. Berlusconi ha nel tempo commentato i suoi rapporti con Mangano, fatto passare per "fattore" (e non per "stalliere") quando era in vita, fino a definirlo "un eroe" dopo la morte, con la quale si sono estinti per Vittorio Mangano i giudizi in corso per i quali era già stato condannato in primo grado a due ergastoli, in due distinti giudizi per omicidi ed in uno anche per associazione mafiosa, oltre alle pene già espiate per le condanne riportate per associazione per delinquere con la mafia al processo Spatola, oltre che per traffico di droga al maxi processo istruito da Giovanni Falcone e Paolo Borsellino ed altri tre omicidi.
Insomma a ben considerare, Vittorio Mangano era un "eroe" con un curriculum criminale di tutto rispetto.
Anche in questo, come noterà, mi sono limitato a riferire al congresso dell'Italia dei Valori fatti storici e dichiarazioni dello stesso Silvio Berlusconi, rese nel corso dell'intervento alla trasmissione di RadioDue "28 minuti" del 9 aprile 2008, che può riascoltare su YouTube al link audio che segue, o nei numerosissimi altri blog che le propongono e le commentano, tanto in Italia che all'estero (http://www.youtube.com/watch?v=PD4ixdKJzOE).
Il 9 aprile 2008, peraltro, quando l'on. Silvio Berlusconi ha rilasciato l'intervista in cui ha sostanzialmente definito un eroe Vittorio Mangano, non ricopriva nemmeno la carica di presidente del Consiglio dei Ministri, posto che il capo del Governo era ancora, sia pure per pochi giorni (fino al 28 aprile 2008), l'on. Romano Prodi.
Sulla base delle sue contestazioni, quindi, per avere esternato "negative asserzioni" storicamente accertate sul conto dell'on. Silvio Berlusconi, quale quella di avere definito Vittorio Mangano un eroe, io dovrei essere destituito dalla Polizia di Stato.
Al riguardo voglio solo augurarmi che la definizione di "negative asserzioni", riportata nella sua contestazione, era riferita al comportamento ed alle dichiarazioni dell'on. Silvio Berlusconi su Vittorio Mangano e non alle mie, che confermo e delle quali non intendo in alcun modo giustificarmi con riguardo al giudizio di valore che può desumersi, tanto sul conto di Vittorio Mangano, che dell'on. Silvio Berlusconi che l'ha considerato "un eroe".
Gioacchino Genchi
martedì 29 giugno 2010
Cefalù (Palermo), giovedì 1° luglio 2010 - Incontro-dibattito: "Intercettazioni: Diritto alla Privacy o ostacolo alla sicurezza e alla libertà di stampa?"
Giovedì 1 Luglio 2010, alle ore 20.30, a Cefalù (Palermo), presso la Corte delle Stelle, in corso Ruggero, parteciperò all'incontro-dibattito sul tema:Interverranno il dr. Gaetano Paci, Sostuto Procuratore Antimafia di Palermo, l' Avv. Enrico Sanseverino, Presidente dell'Ordine degli Avvocati di Palermo, il dr. Mario Azzolini, giornalista RAI e l'Avv. Roberto Corsello, penalista e Vice Sindaco di Cefalù.
Ingresso libero.
domenica 27 giugno 2010
Finalmente disponibile in rete la puntata di Matrix del 27 gennaio 2009, a cui ho partecipato con Enrico Mentana, prima che lo licensiassero da Mediaset
Finalmente, grazie all'impegno del giornalista libero Oliviero Genovese è possibile vedere in rete l'intera puntata di Matrix del 27 gennaio 2009 sul "caso Genchi".Consapevole dei rischi, ho accettato l'invito di Enrico Mentana di partecipare alla sua trasmissione dopo le dichiarazioni di Silvio Berlusconi di qualche giorno prima, quando ad Olbia mi aveva definito "il più grande scandalo della storia della Repubblica", nel tentativo di delegettimarmi e di deligittamare con me le più moderne tecniche di indagine giudiziarie, con l'uso delle intercettazioni e dei tabulati telefonici.
Mentana è stato molto bravo nel condurre la trasmissione, con la realizzazione di servizi e interviste ad effetto (fra cui quella all'ex ministro Clemente Mastella), con le quali pensava di mettermi knock-out.
Non c'è riuscito e forse non è un caso che quella è stata per lui una delle ultime puntate di Matrix, prima del licenziamento da Mediaset.
Forse non è nemmeno un caso che alla prima puntata del nuovo Matrix, condotta da Alessio Vinci, ha partecipato alla trasmissione l'ex comandante dei ROS Mario Mori, seduto nella stessa poltrona in cui ero stato intervistato io.
Da allora ho cercato in tutti i modi di procurarmi una copia della puntata di Matrix del 27 gennaio 2009, che sembrava sparita dalle teche di Mediaset.
Nessuno ne sapeva più nulla, come se non fosse stata mai trasmessa.
In molti hanno tentato di nasconderla, visto che i temi trattati, dalle intercettazioni alle indagini sulle stragi, sono oggi più attuali di allora.
Con 30 chili in meno, ma con la stessa forza e determinazione di allora, ve ne propongo la visione al seguente link.
http://vimeo.com/12882029
I temi trattati sono tutti approfonditi nel libro intervista "Il caso Genchi. Storia di un uomo in balia dello Stato", di Edoardo Montolli, Aliberti editore.
venerdì 25 giugno 2010
giovedì 10 giugno 2010
IL CASO GENCHI: IL GIUDICE DI MILANO RIGETTA IL RICORSO EX ART.700 DELL’EX TENENTE COLONNELLO DEL ROS ANGELO JANNONE
IL LIBRO «IL CASO GENCHI» NON PERDERA’ I SUOI CONTENUTI SUL CASO DELLO SPIONAGGIO TELECOM: IL GIUDICE DI MILANO RIGETTA IL RICORSO EX ART.700 DELL’EX TENENTE COLONNELLO DEL ROS ANGELO JANNONE
La prima sezione civile del Tribunale di Milano ha respinto il ricorso con cui l’ex tenente colonnello del Ros Angelo Jannone, recentemente rinviato a giudizio nel caso dello spionaggio Telecom, aveva chiesto di modificare i contenuti del libro Il caso Genchi, di Edoardo Montolli (Aliberti).
Jannone si era infatti rivolto al tribunale, ex articolo 700, per chiedere la rimozione dai libri non ancora stampati di diversi brani che lo riguardavano, e di inserire un’errata corrige in quelli stampati ma non ancora diffusi. Tra i brani più contestati, uno inerente proprio la spinosa vicenda dello spionaggio Telecom. Secondo l’ex consulente di de Magistris Gioacchino Genchi, infatti, Jannone risultava l’usuario di una scheda telefonica sfuggita ai magistrati milanesi che lo avevano indagato. E, scrive il giudice, Jannone si era lamentato «dell’attribuzione intestata a Telecom Italia in uso al ricorrente per contatti con Tavaroli e Ghioni, con conseguenti congetture da parte del Genchi nella ricostruzione dei fatti occorsi nell’ultimo mese prima del suicidio del capo della security governance di Tim Adamo Bove».
Secondo il tribunale, tuttavia, Jannone ha lamentato «genericamente la non veridicità della ricostruzione dei fatti riportati senza tuttavia offrire alcun elemento di riscontro tale da consentire al giudicante, nei limiti di cognizione propri della giurisdizione cautelare, di apprezzare la fondatezza delle contestazioni e la sussistenza del fumus boni iuris».
Ricorso respinto. L’ex tenente colonnello è stato condannato a pagare le spese legali per Aliberti editore, Edoardo Montolli, Gioacchino Genchi e per Emilio Grimaldi, il blogger che aveva ripreso brani del libro e del quale Jannone aveva chiesto «l’oscuramento del sito».
Aliberti editoreIl Tribunale di Palermo ha revocato l'ammenda di 200 euro che mi aveva inflitto il 19 aprile per un disguido del fax della Procura
La notizia è stata ripresa dalle agenzie di stampa e pubblicata con enfasi da "Il Giornale".
Oggi nessuna notizie sulle agenzie della revoca dell'ammenda e domani, per come prevedo, nemmeno su "Il Giornale".
Questo il contenuto della mia nota
Palermo, 10 giugno 2010
Al Tribunale di Palermo - 5° Sezione Penale
Faccio riferimento all'ordinanza di Codesto Tribunale del 19 aprile 2010 (ad ogni buon fine allegata), emessa nell'ambito del giudizio 1997/06 R.G.T. a carico di Vinci Carmelo più altri, con la quale, assumendo la mancata giustificazione per l'assenza all'udienza di quel giorno, nella quale dovevo essere assunto come teste, ha applicato nei miei confronti la sanzione di €. 200,00, da versare alla cassa delle ammende.
A tal proposito mi corre l'obbligo di rappresentare al Tribunale che, sin dalla prima mattina del 19 aprile 2010 (dopo poco le otto), impossibilitato a presenziare all'udienza, per le ragioni che dirò, ho invano cercato più volte di mettermi in contatto con la segreteria del Pubblico Ministero, anche per avere il numero dell'utenza fax diretta, senza riuscire a raggiungerla.
Ho così predisposto la nota che allego e che - a partire dalle 08:21 - ho cercato di trasmettere all'utenza 091586920, ove è attestato il fax ufficiale e principale della Procura della Repubblica di Palermo, rilevando più volte il tono di occupato.
Dopo ripetuti tentativi, eseguiti anche dal mio collaboratore Massimo Sanfilippo, che può confermarlo, il fax con la missiva attestante la comunicazione di impedimento è stato regolarmente inoltrato e ricevuto dal terminale fax ricevente della Procura alle ore 09:39.
Alle ore 12:45 - come rilevo dal verbale d'udienza - quando è stata constata la mia assenza in udienza, il Pubblico Ministero non ha dato contezza della comunicazione di impedimento già inoltrata e pervenuta al suo ufficio da oltre tre ore (alle 09:39).
Quella mattina, infatti, come risulta dalla documentazione che allego, scadevano per me i termini per la presentazione delle giustificazioni nel procedimento disciplinare promosso nei miei confronti, per la destituzione dal servizio dalla Polizia di Stato, da cui sono stato sospeso in via cautelare dal 23 marzo 2009, per ragioni che mi esimo dal commentare in questa sede.
Fino alla mattina del 19 aprile 2010, come risulta anche dai contatti in quel frangente tenuti col funzionario istruttore, di cui do atto nella nota, ho acquisito della documentazione a mia difesa che, per il limitato tempo a disposizione, mi è stato impossibile acquisire prima, come può anche dedursi dall'integrazione alle giustificazioni prodotta con nota del 18 maggio 2010.
Nella redazione delle difese speravo di disporre prima del 19 aprile 2010 quanto necessario (mi riferisco anche al filmato della cattura di Gianni Nicchi, sparito dal Web di Repubblica), così come contavo in ogni modo di presenziare all'udienza del 19 aprile 2010.
Le contingenze maturate me lo hanno impedito e, quando ho constatato l'impossibilità di potere presenziare all'udienza, mi sono premurato di avvertire il Pubblico Ministero, pregandolo di giustificare la mia assenza al Tribunale per le ragioni esplicitate nella nota allegata, che adesso chiarisco integralmente.
A tal fine mi permetto solo di rappresentare all'attenzione del Tribunale, anche per quanto può constare ai signori magistrati che lo compongono - anche per loro pregresse esperienze collegiali e monocratiche, nel distretto giudiziario di Caltanissetta e di Palermo - che in venticinque anni di attività non ho mai mancato di presenziare ad una sola udienza, dicasi una, alla quale sono stato citato come testimone, senza fornire tempestivamente una valida e dettagliata giustificazione.
Questo ho fatto in adempimento ai doveri di legge connessi alla mia funzione e, principalmente, in ossequio ai più elementari principi di educazione che regolano i rapporti di ogni cittadino con chi svolge funzioni istituzionali per le quali ho sempre avuto rispetto ed altissima considerazione.
Non ritengo di aggiungere altro sul punto ed affido all'intelligente considerazione del Tribunale la valutazione degli argomenti dedotti, per i cui fini chiedo la revoca della sanzione pecuniaria applicata nei miei confronti, con l'ordinanza del 19 aprile 2010.
Con ossequi
Gioacchino Genchi
martedì 1 giugno 2010
lunedì 31 maggio 2010
lunedì 19 aprile 2010
GIUSTIZIA ALL’ITALIANA
Il consulente informatico Gioacchino Genchi è stato condannato a pagare 200 euro di ammenda perché, senza giustificazione, non si è presentato a deporre davanti ai giudici della quinta sezione del tribunale di Palermo che celebrano il processo per una maxirapina ai Monopoli di Stato. Genchi, per anni incaricato di complesse consulenze informatiche da diverse procure italiane, avrebbe dovuto testimoniare sulle indagini che hanno portato al dibattimento. Il pm Maurizio Agnello aveva chiesto al collegio di disporre l'accompagnamento coatto del teste.
ANSA - Palermo - ore 15:57
Così, alle 15.57 recitava il dispaccio Ansa. Esattamente oggi scadevano i termini per rispondere alla terza sospensione cautelare del servizio notificatami il 30 marzo scorso per aver manifestato, da sospeso, il mio diritto costituzionale di esprimere opinioni. Diritto diventato di questi tempi quasi un reato, evidentemente. Un reato com'è noto, assai grave, anche se non si comprende come potesse interessare alla Polizia, visto che ero sospeso da ogni prerogativa del mio status. Ma questa è un'altra, grottesca storia.
Va da sé, che, anche se per stamane alle 9 era prevista l'udienza, non potevo dunque intervenire, avendo fissato per la mattinata di oggi l'appuntamento col funzionario istruttore del Ministero dell'Interno, incaricato dal Cpo della Polizia per istruire l0ultimo procedimento disciplinare per la mia destituzioen dal servizio. E ovviamente, come faccio da vent'anni a questa parte, ogni volta che ho un impedimento, ho preparato un fax che ben prima delle 9:00 di questa mattina (l'ora fissata per l'udienza) ho tentato inoltrato al fax della Procura. Almeno, ho tentato di farlo, visto che il fax della Procura è risultato continuamente occupato. Passate alcune decine di minuti di tentativi continui a vuoto, dovendo chiudere le memorie per il mio procedimento disciplinare ed ottemperare all'invio al funzionario istruttore, alle 9.27 ho dato incarico ad un mio collaboratore di proseguire lui l'invio. Il fax ha finalmente trovato libero ed è stato finalmente inviato alle 9.39, ancora prima l'inizio dell'udienza. E con una giustificazione precisa e dettagliata.
Non è però bastato.
Il pm Maurizio Agnello, che probabilmente sopravvaluta assai la potentissima macchina della giustizia palermitana e le sue tecnologie, ha addirittura chiesto il mio accompagnamento coatto ipotizzando, evidentemente, che avessi deciso di non intervenire per chissà quali ragioni, pur avendo avuto per le mani la mia giustificazione.
Di certo, calcolando i tempi con cui la Procura di Palermo fa funzionare i suoi avanzatissimi mezzi di comunicazione come i fax, credo che in effetti con un accompagnamento coatto avrei fatto prima a consegnare il mio legittimo impedimento.
In bicicletta, su un mulo, o a mano. In fondo, abito a meno di un chilometro di strada.
Spero che ora questi 200 euro di ammenda servano alla Procura per reperire un nuovo potente fax. Non sia mai che la prossima volta, al posto del documento di un consulente qualsiasi, le linee restino occupate per cose assai più gravi e urgenti. Chissà che non ci si possa far scappare un latitante perché la linea è occupata.
A ogni cosa c'è sempre un perché e sono già in molti che cominciano a chiederselo.
Col tempo arriveranno le risposte per tutti.
Gioacchino Genchi
giovedì 25 marzo 2010
Altra sospensione dalla Polizia. I 'poteri forti' hanno deciso di farmi fuori
mercoledì 3 marzo 2010
Tanto per capire qualcosa su chi, a Roma, ha indagato Gioacchino Genchi e Luigi de Magistris
Telefonata delle ore 8,17 del 10.2.2010, dall'avvocato Salvatore Sciullo al procuratore aggiunto Achille Toro. Sciullo: «Buongiorno dottore, mi scusi se la disturbo a quest'ora, io sono qui a casa di Camillo (figlio del procuratore, ndr) perché stanno facendo una perquisizione da parte della procura di Firenze». Achille Toro: «Oh... madonna mia». S: «Allora. volevo sapere... da lei non stanno facendo nulla?». AT: «No... ». S: «È un procedimento contro Azzopardi, Cerruti, Belmonte con riferimento a una rivelazione del segreto d'ufficio per un... eventuale appalto... sembra... della contestazione». AT: «Oh mamma mia, mi ripete un attimo, quali indagati?» S: «Azzopardi, Cerruti, Di Belmonte». AT: «Oh mannaggia». S: «Adesso stanno facendo la perquisizione... comunque io sto qui in presenza, non ci sono problemi» (...). AT: «E Camillo?». S: «A Camillo un 326, un 378, rivelazioni di segreto d'ufficio». AT: «Rivelazione di segreto d'ufficio, mannaggia la miseria». S: Non si preoccupi, ci sono io a tranquillizzarla, le faccio sapere più tardi».
LA TELEFONATA FRA IL «VICE» E IL «CAPO»
Alle 12.26 del 10 febbraio Achille Toro parla col suo superiore, il procuratore capo Giovanni Ferrara. Toro: «Me ne sono tornato a casa Gianni». Ferrara: «Sei a casa adesso...». T: «Sì, sono andati a perquisire pure dove stava Stefano (si sbaglia, ndr) all'ufficio ... delle Infrastrutture». F: «Dove?», T: «A Porta Pia, te l'ho accennato no?» (...). F: «Domani vieni che vediamo che cosa accade sui giornali (...)». T: «Parlano dell'arresto di Bertolaso». F: «Ma non l'hanno mica arrestato!» (...). T: «Voglio la copia di quello che hanno notificato a mio figlio per capire che cacchio stanno facendo... mi preoccupa sto fatto che sono andati a perquisirlo nell'ufficio romano, figurati un pochettino, l'immagine per lui (...). vabbè, niente Gianni, non me la sento oggi».
CHIAMA REPUBBLICA: «ACHILLE CHE MI DICI?»
Alle 15.51 del 10 febbraio un redattore di Repubblica telefona ad Achille Toro: «Achille, non scappare... ». T: «Che vuoi che ti dica? Non so bene di che cacchio si parla... ». G: «È vera o e falsa? Perché non ti vogliamo mica mettere in mezzo se è falsa (...) praticamente mi chiama il collega (...), mi fa, dice, "guarda, forse si deve verificare se Achille è raggiunto da qualche cosa"». T: «A me non è arrivato niente». G: «"A me mi pare difficile, impossibile conoscendolo"». T: «(...) è un clima... tu hai capito, da quando la storia di Genchi, non campo più». G: «Te ne devi fregare». T: «(...) Io non mi sono occupato personalmente di queste cose, non ero in quell'indagine del pm Colaiocco, la seguiva il procuratore (...)».
LA NOMINA DI BERTOLASO? «SE NON L'ARRESTANO PRIMA»
Prima che arrivi lo tsunami giudiziario, Achille e Camillo Toro scherzano sulla futura nomina di Bertolaso a sottosegretario. A: «Bertolaso dovrebbero farlo prima». C: «Prima?». A: «Ah, no, forse no, aspettano tutti». C: «Se non l'arrestano prima». Achille ride. C: «È quello il problema». A: «Be', sai, prima o poi arrestiamo tutti quanti, non vi preoccupate. Questo è il nostro mestiere». Seguono telefonate tra Camillo e Alfonso Papa, parlamentare Pdl, ex magistrato, vecchio amico della famiglia Toro
venerdì 26 febbraio 2010
Il tappo e la toga, di Marco Travaglio
di Marco Travaglio
Un tempo al porto delle nebbie di Roma giravano soldi in cambio di sentenze. Dunque, in questo senso, la Procura di Roma non è più il porto delle nebbie, almeno fino a prova contraria. Ma forse è anche peggio: perchè le cose che un tempo si facevano a pagamento oggi si fanno gratis.
Nonostante la buona volontà e la professionalità di molti magistrati, il pesce puzza dalla testa, anzi nella testa: perchè il guaio è nella testa di chi è alla testa della Procura. L'altro giorno Carlo Bonini ha raccontato su Repubblica come l'inchiesta romana sulla Protezione civile fu ibernata per mesi e mesi dal procuratore aggiunto Achille Toro, in piena sintonia col capo Giovanni Ferrara, nonostante le insistenze del pm titolare del fascicolo e della Guardia di Finanza che chiedevano invano l'autorizzazione a intercettare i Bertolaso Boys.
Era già successo quando i carabinieri volevano intercettare gli spioni dello staff Storace durante le regionali 2006. Allora provvide la Procura di Milano a scoprire quel che Roma non voleva sentire. Stavolta ci ha pensato Firenze. Roma, mai. In base ai verbali dei pm e dello stesso Ferrara, ascoltati a Perugia, Bonini ricostruisce due frasi pronunciate da Ferrara nella primavera 2009 per motivare il no alle intercettazioni su Anemone e Balducci: "mancano i gravi indizi di reato per la corruzione” (si è poi visto che gli indizi abbondavano) e c'è pure una questione “di opportunità” nell'imminenza del G8 per evitare un danno all'immagine dell'Italia.
Si spera che il procuratore smentisca soprattutto la seconda frase, perchè tradisce una concezione della Giustizia che non è prevista dalla Costituzione repubblicana. Anzi, ne è esclusa. In Italia i pm hanno l'obbligo di indagare su ogni notizia di reato senza preoccuparsi dell'opportunità politica e dell'immagine del Paese. L'aggiunto Toro, potentissimo crocevia di interessi alla Procura di Roma (basta leggere il libro di Gioacchino Genchi), se l'è data a gambe quando ha capito che, diversamente dal caso Unipol, rischiava di bruciarsi le penne.
Se Ferrara, come pare desumersi da quella frase, condivideva quel concetto protettivo, castale, tutto politico e per nulla giurisdizionale della Giustizia, dovrebbe andarsene anche lui. Mentre Toro e Ferrara ibernavano il caso Bertolaso e neutralizzavano gravissimi scandali berlusconiani come i voli di Stato e il caso Saccà, partivano in quarta contro Genchi, senza competenza e senza reati, in piena sintonia col Copasir di destra e di sinistra. Qualcuno dovrà pure spiegare perchè la Procura più importante d'Italia, sotto la cui competenza ricade la stragrande maggioranza dei delitti del Potere, in 15 anni non sia riuscita a portare a termine un processo degno di questo nome a carico di colletti bianchi di un certo peso.
Perchè, avendo sotto gli occhi un Potere con percentuali di devianza da Chicago anni 30, non ha quasi prodotto altro che archiviazioni. Perchè procure marginali come Potenza o remote come Napoli (caso Saccà), Milano (caso Storace), Firenze (Bertolaso & C) scoprono più reati commessi a Roma di quanti ne scopra la Procura di Roma. Lamentarsi dopo per i presunti furti di competenza lascia il tempo che trova, quando prima si fa poco per indagare e molto per sopire e troncare. Sono vent'anni che sentiamo accusare di “politicizzazione” i pm più attivi d'Italia. Tutti, tranne i vertici della Procura di Roma, che sono proprio i più politicizzati, visto che nella Seconda Repubblica hanno seguitato a comportarsi come nella Prima: forti coi deboli e deboli coi forti.
Più che una Procura, un ministero. Infatti nessun politico ha mai osato attaccarli, nessun governo perseguitarli con ispezioni o azioni disciplinari. Infatti il Csm ha cacciato galantuomini come De Magistris, la Forleo, i salernitani Nuzzi e Verasani, e non ha mai sfiorato la palude di Piazzale Clodio. L'Anm, che in quei casi taceva o addirittura applaudiva, su Roma non ha niente da dire? Se, come dice Mieli, sta saltando il tappo, è bene che salti anche quello della magistratura. E Toro seduto non basta. Bisogna guardare un po' più in su.
da il Fatto Quotidiano del 26 febbraio
martedì 23 febbraio 2010
Il giorno dell'ipocrisia nel porto delle nebbie
di Giuseppe Davanzo, da la Repubblica del 23 febbraio 2010
SOLITAMENTE discreto, il procuratore di Roma Giovanni Ferrara decide di prendere la parola in pubblico. È già un errore. Conviene sempre che per i magistrati parlino i fatti. Nella carne viva di un'istruttoria o di un processo, poi è doveroso che quei fatti siano offerti soltanto nei luoghi deputati: l'udienza, l'aula. Gli argomenti che il Procuratore adopera peggiorano il quadro. Ferrara non trova il coraggio o l'umiltà di dirsi almeno addolorato per quanto è accaduto nel suo ufficio e a se stesso. Ha scelto incautamente per il governo del dipartimento dei reati contro la pubblica amministrazione una toga rivelatasi infedele, Achille Toro.
Achille Toro, si scopre, sopisce, tronca le indagini e - si scopre - addirittura spiffera agli indagati gli esiti che incuba lo scandalo della Protezione civile. Un buon motivo per rammaricarsi in pubblico della sua infelice preferenza; rassicurare della incorruttibilità degli altri pubblici ministeri; impegnarsi a comprendere che cosa e perché non è andato per verso giusto, come cambiare pagina. Ferrara non si cura di questo. A Toro, alla criticità che il suo comportamento apre nella sua procura, Ferrara non sembra interessato. Prende la parola per un altro sorprendente lavoro da sbrigare: biasimare le mosse della procura di Firenze, demolire la correttezza di un'inchiesta che scuote il mondo politico e il governo mentre svela le abitudini combriccolari che si nascondono dietro la "politica dell'emergenza".
Il suo argomento è diabolico: quei pubblici ministeri non erano "competenti". Dovevano astenersi da fare alcun passo perché i reati ipotetici sono stati commessi a Roma e la procura della Capitale è la sola abilitata a procedere. È una denuncia radicale: quell'inchiesta è illegittima e forse addirittura illegale. Ferrara sa che, sopravvissuto alla caduta della dittatura e confusamente accomodato dal legislatore, il nostro codice fornisce "un terreno di cultura ideale ai contrasti ideologici degli operatori". C'è un luogo delegato per risolvere queste controversie ed è la Corte di cassazione. È la strada che, sollevando una polemica pubblica e alquanto artefatta anche nel merito, Ferrara non imbocca. Vuole una polemica politica. La sollecita. Preme per gettare discredito su Firenze annientando un lavoro politicamente sensibile. La sortita dell'alto magistrato, con quel silenzio sulle malefatte di Achille Toro e con lo strepito contro l'altra procura, ravviva in un colpo solo il dubbio e la confusione che circondano da molto tempo la procura di Roma. Ufficio spesso quietista, qualche volta affetto dal morbo del conformismo, quasi intimidito dalla propria indipendenza.
Quel "morbo", annotava Piero Calamandrei, non è altro che un'ossessione, che non attende le raccomandazioni esterne, ma le previene; che non si piega alla pressione del potere, ma se l'immagina e la soddisfa in anticipo. Spesso i meccanismi intellettuali, le atmosfere emotive, le solidarietà corporative che si scorgono nell'ufficio di Ferrara appaiono affette da quella malattia e le parole arroganti sembrano rivendicare quella antica, bizzarra, discutibile pretesa - quasi castale - della procura di Roma di essere il foro penale precostituito per i Potenti: dovunque delinquano, Roma loquitur. Come accadeva - ricorda Franco Cordero - nella Francia ancien régime dove "si chiamavano Committimus le lettere grazie a cui date persone, schivando le solite giurisdizioni, adivano una corte sovrana".
C'erano dunque, al mattino, già buone ragioni per preoccuparsi e chiedersi se non sia giunto il tempo che anche la procura di Roma coltivi meglio la sua autonomia e indipendenza dal potere politico, ma quel che accade nel pomeriggio finisce per rendere grottesco, o "italiano" (fate voi), il caso. Ottanta sostituti si ribellano alla mossa del loro capo. Si convoca un'assemblea. Toni accessi, valutazioni severe. Si chiede a Ferrara di smentire quel che gli viene attribuito o di accettare il rimprovero di una nota collettiva e pubblica dei suoi collaboratori. Ne nasce un comunicato tartufesco, incredibilmente firmato anche da Ferrara, dove si legge che con la procura di Firenze "non c'è alcuno scontro" perché "la professionalità di quei colleghi non è in discussione"; che a Roma c'è "disagio" per quel che ha combinato Achille Toro, ma la sua infedeltà non può macchiare le toghe degli altri in un ufficio che "è coeso" e dunque non sfiducia il capo.
La nota è un capolavoro di ipocrisia, il fragile tentativo di dare una parvenza di solidità e coerenza a un'aria fritta che lascia irrisolta la sobria diffidenza che si nutre per la procura di Roma. È un'apprensione che non si può cambiare in un giorno né in una stagione. Si possono almeno cambiare subito le abitudini di quell'ufficio e aprire spazi ai molti pubblici ministeri che chiedono di fare soltanto il lavoro che la Costituzione assegna loro. Tocca a questi sostituti battere un colpo per diradare le nebbie che ancora si vedono intorno a quel Palazzo. Si deve avere fiducia che questo accadrà presto.
Tratto da la Repubblica del 23 febbraio 2010
domenica 14 febbraio 2010
COMPLOTTISTI E POPCORN di Edoardo Montolli
di Edoardo Montolli - 13 febbraio 2010
Il 13 dicembre Massimo Tartaglia taglia come il burro la scorta di Berlusconi e riesce a colpirlo non con un fucile di precisione dalla cima di un palazzo, ma da mezzo metro con un souvenir che tiene in mano.
Prima reazione di Di Pietro: “Sono contro la violenza, ma Berlusconi con il suo comportamento e il suo menefreghismo istiga alla violenza”.
Prima reazione di Maroni, ministro dell’interno, condannato in via definitiva per aver tentato di mordere un polpaccio ad un agente durante la perquisizione alla sede della Lega: “L’episodio gravissimo di ieri trae le sue cause nel clima di contrapposizione violenta e nelle parole dettate dalla dialettica politica”. Sarà.
Primo bollettino medico: frattura del setto nasale e ferita lacero-contusa che ha richiesto punti di sutura al labbro inferiore. “E' molto scosso, abbattuto e dispiaciuto”, dice il primario. Prognosi: venti giorni.
IL MIRACOLO
Poi, d’improvviso, succede qualcosa. Berlusconi, riporta l’Ansa il 13 dicembre, confessa a Emilio Fede: “Sono miracolato, un centimetro in più e avrei perso l’occhio”.
E il viavai al capezzale riunisce tutte le forze politiche. Condanna al gesto di violenza, "senza se e senza ma", dichiara Bersani all'uscita dall'ospedale. Solidarietà, incontri, auguri. Tartaglia viene intanto descritto come un inventore pazzo orientato nel suo gesto dalle parole contro il premier di precisi mandanti morali: giornalisti (Marco Travaglio) e politici (Di Pietro).
Ed è un clamoroso crescere di eventi. Le condizioni di Berlusconi si fanno più serie. La prognosi, riportano le cronache, passa da 20 a 90 giorni. Una prognosi, per essere chiari, gravissima: come quella di un sudamericano cui avevano tagliato un braccio con un machete a Treviso (22/6/08), come l’operaio che si era fratturato addirittura una vertebra cadendo da tre metri in un cantiere (4/8/09), come il rumeno salvato da un carabiniere mentre bruciava vivo in un’auto a Verona (7/8/09), come l’uomo che perse un occhio nel verbano a capodanno del 2007, come il ragazzo di Oristano preso a roncolate dal fratello e finito in ospedale con ferite e fratture a rotula e femore (29/6/05), come il macedone preso a pistolettate nel torinese che rischiava la paralisi (28/05/01), come il superstite di 62 anni caduto nientemeno che da un ultraleggero a Ravenna (16/10/08), come infine la donna di 87 anni investita da un’auto a Bologna con lesioni a torace, vertebre e invalidità permanente (10/2/2003). Novanta giorni, pesantissimo. E allora, fine delle critiche. Tutti muti.
A Natale, Berlusconi, alle agenzie: “Dopo quanto accaduto in piazza del Duomo il clima politico sembra cambiato in meglio: si è certamente rasserenato”. Vero. E quando esce col cerottone ben visibile sul volto e quando poi lo toglie dopo un solo mese e non c’è alcun segno sul suo viso, di fronte a novanta giorni di prognosi su un uomo di 74 anni, è difficile non gridare al “miracolo”. E’ come se il tizio con la vertebra fratturata facesse capriole dopo un mese o se, sempre dopo un mese, l’uomo caduto dall’ultraleggero si mettesse a saltare da mattina a sera. Il professor Nicolò Scuderi, chirurgo plastico de L’Università La Sapienza di Roma, impiega mezza pagina per spiegare ai lettori stupefatti di Oggi che il tutto può essere spiegato con una “coincidenza di fattori fortuiti (nella fattispecie: sede e tipologia del trauma) e del ricorso a una serie di tecniche chirurgiche all’avanguardia. Anche il tipo di pelle, bisogna dire, ha contribuito al recupero ottimale”.
Sarà di sicuro così. Ma martedì arriva il responso della perizia medico legale chiesta dalla Procura: prognosi da venti a quaranta giorni. Non quaranta d’acchito. Da venti a quaranta. Nella migliore delle ipotesi, meno della metà del previsto. Nella peggiore, venti giorni, meno di un quarto.
E nemmeno si può ipotizzare un complotto dei medici rossi, novelli Che Guevara in mano alla Procura, perché la prognosi è addirittura più generosa della prima fatta al San Raffaele. L'aggressore è appena stato rinviato a giudizio.
E la vicenda comincia a ritornare in un alveo di normalità. Anche se una parte, quella dei “mandanti”, poteva pure essere risparmiata fin dall'inizio: bastava leggere bene il blog di Tartaglia, che pure è stato visto (www.myspace.com/elisirmus
Invece, è stato montato un enorme dibattito politico sul clima d’odio, diventato presto d’amore. E un dibattito sulla più suggestiva miracolosa guarigione, per un episodio imprevedibile ma capitato solo grazie al fatto che un uomo insospettabile era riuscito a fra breccia nella scorta. E qui, arriva Genchi.
DAL PALCO DELL’IDV
Quando arriva al congresso dell'Idv è un assalto di baci e abbracci. Sale sul palco. E racconta ciò che ha già detto su Telelombardia, in miriadi di interviste e di incontri pubblici, filmati e mandati su Youtube. Basta rivederli per capire a cosa si riferisca: sono tutti uguali. Esprime cioè tutti i suoi dubbi sull’anomalia del comportamento della scorta, che secondo qualsiasi protocollo di sicurezza, non dovrebbe mai aprirsi. Ricorda anche, come ha sempre fatto, che la scorta il premier se l’è scelta lui. E che in passato, avvalendosi di collaboratori poco validi, Berlusconi, già montò un caso clamoroso partendo da un altro fortuito episodio: il ritrovamento di una microspia nel suo studio.
Era l’11 ottobre 1996. Dall’Ansa:
''E' stata trovata durante una bonifica fatta fare a una ditta specializzata; mi hanno spiegato che era perfettamente funzionante e che poteva trasmettere fino a 300 metri di distanza''. La microspia e' stata trovata mercoledi' mattina, ma Berlusconi ha spiegato di aver preferito aspettare che i controlli confermassero che quell' oggetto fosse una microspia attualmente funzionante. ''Voglio anche denunciare alla pubblica opinione una violazione della mia persona, della mia funzione di parlamentare e di leader di Forza Italia. Dico questo anche per tutti i cittadini che si sentono minacciati ogni giorno nei loro diritti''.
Immediate le reazioni. I titoli: Casini: “Polo nel mirino”. Fini: “Servizi deviati ipotesi verosimile”. Mastella: “Clima che debilita la democrazia”. Taradash: “E’ stato potere occulto”. Dalla latitanza si fece vivo pure Bettino Craxi: “Cercare i golpisti”. Solidarietà, allarmismi e preoccupazione. Durò sette mesi. Poi il caso venne archiviato: la pericolosa microspia trovata dalla ditta specializzata nelle bonifiche e "perfettamente funzionante" era “inidonea all’ascolto”. Non andava. Nessuna spy story. La Procura indagò anzi proprio la ditta incaricata dallo staff di Berlusconi della bonifica. Ma poi, alle cronache, non è noto più nulla. Il circo mediatico aperto dal nulla si spense.
6 FEBBRAIO
E allora Genchi, dal palco, definisce, come sempre ha fatto, "pantomima", tutto ciò che accade dopo il colpo di Tartaglia: il premier lasciato ben visibile in mezzo alla folla dolorante col "fazzolettone", che poi è una busta, il premier messo in macchina ma poi lasciato uscire dalla scorta in una maschera di sangue, senza sapere in quel momento se ci fossero o meno altri attentatori. Lui che sale su e giù dall’auto davanti alle telecamere. E tutto ciò che accadrà anche in seguito: il cerottone e la nascita del “partito dell’amore” che, in maniera “provvidenziale” manda in secondo piano tutte le accuse cui è chiamato in questo periodo. In sala, ovazioni. Passa a parlare del suo lavoro nel processo sulle talpe nella DDA di Palermo, terminato in appello con la condanna di Cuffaro. E tutti, dirigenti dell'Idv sul palco compresi, si alzano in piedi. Oltre un minuto di applausi. Ma lascia il congresso con una frase maledettamente profetica sulle "cattiverie che vedrete anche nei prossimi giorni". Sbaglia solo i tempi. E' questione di ore.
Scende, e va a sedersi nel posto che gli hanno riservato in seconda fila. Di fronte ha due sedie vuote, con i cartelli indicanti due nomi che non gli tornano, due persone che arriveranno poco dopo: Bersani. E Latorre, lo stesso Nicola Latorre che appare plurime volte nel suo lungo racconto che mi ha fatto nel libro "Il caso Genchi."
Capisce che qualcosa non funziona. Gli sussurrano che al congresso avrebbero appoggiato la candidatura di De Luca in accordo col Pd. Lo stesso De Luca per il quale nel 2005 l'allora pm di Salerno Gabriella Nuzzi aveva chiesto l'autorizzazione a procedere. La Nuzzi defenestrata per il noto decreto di sequestro e perquisizione fatto a Catanzaro.
Si alza. Saluta. Piglia un taxi. E se ne va.
Alle 11, 01. L'Agi:
CONGRESSO IDV: GENCHI, MIRACOLO QUELLA MADONNINA PER BERLUSCONI. (AGI) - Roma, 6 feb. - "Provvidenziale, quella statuetta della Madonnina. Il cui principale miracolo pare sia stato quello di salvare dalle dimissioni Silvio Berlusconi per quello che stava emergendo, dalle dichiarazioni della moglie, da qualche microfono lasciato aperto mentre Fini diceva delle verita'". Gioacchino Genchi offre alla platea congressuale Idv la sua lettura di uno degli episodi che hanno segnato la cronaca politica recente. Genchi rilancia i dubbi sulla dinamica dell'aggressione di Tartaglia richiamandosi "a quei tanti giovani che su Youtube la stanno analizzando perche' non poteva essere vera". Genchi parla (raccogliera' una vera e propria standing ovation quando rivendica il proprio impegno antimafia) e "da poliziotto che ha diretto servizi di ordine pubblico" allinea dubbi su quella serata in piazza Duomo, non senza toni molto coloriti come quando osserva che "nella protezione delle personalita' c'e' sempre un anello di protezione, come un preservativo, che non puo' essere rotto, tranne per chi ama i rapporti a rischio e tra questi i rapporti non protetti". Il funzionario di polizia critica "quella scorta fatta in casa, scelta da chi aveva un capomafia, un assassino, un trafficante come Mangano a vigilare sulla propria famiglia. Un capomafia fatto passare come stalliere e poi promosso, di fronte alle proteste della mafia, addirittura al rango di 'eroe'". Ancora ironie sulle scene del ferimento di Berlusconi: "Qualunque scorta porta via la personalita' dal luogo dell'aggressione, per evitare che sia uccisa, insieme alla scorta stessa e ad altri inermi. Invece gli hanno fatto fare quello che voleva, e abbiamo visto spuntare quel fazzoletto, nero, enorme. Perche' al nostro premier piacciono accessori di dimensioni inversamente proporzionali alla sua statura. Un fazzolettone enorme, dal quale sembrava dovesse uscire fuori il coniglio di Silvan. Enorme come il cerottone e come la macrospia che tiro' fuori anni fa per accusare le Procure". Ancora pesanti ironie su "quei bollettini medici da Papa morente, dopo il quale lo abbiamo visto tornare meglio di prima, se meglio si puo' dire parlando di Silvio Berlusconi". (AGI)
Ore 11,10, L'Apcom:
Berlusconi/ Genchi: Qualcosa di strano nell'attentato del Duomo Berlusconi/ Genchi: Qualcosa di strano nell'attentato del Duomo Statuetta provvidenziale gli ha evitato dimissioni Roma, 6 feb. (Apcom) - La statuetta che ha colpito Silvio Berlusconi in piazza Duomo lo ha salvato dalle dimissioni: lo ha detto, in un applauditissimo intervento di fronte alla platea del congresso dell'Italia dei Valori in corso a Roma, Gioacchino Genchi, il poliziotto consulente delle procure coinvolto nelle polemiche legate alla inchiesta Why not che ha portato alle dimissioni dalla magistratura di Luigi de Magistris, oggi eurodeputato dell'Idv. Fu "provvidenziale quella statuetta - ha sostenuto - miracolosa, ha salvato Silvio Berlusconi dalle dimissioni forse imminenti". Secondo Genchi "qualcosa non poteva essere vero" nei fatti di piazza Duomo. Basandosi sulla sua esperienza di funzionario di polizia, ha spiegato che "ogni servizio d'ordine ha un anello come un preservativo a protezione delle personalità", e se con Berlusconi non ha funzionato è perché "ama i rapporti a rischio" e ha "la scorta fatta in casa". In particolare, inverosimile appare al vicequestore palermitano il fatto "che non sia stato portato via" dopo il lancio della statuetta, "come si fa in qualunque servizio di scorta per evitare rischi ulteriori per la personalità e la stessa scorta. Gli hanno consentito di fare quello che voleva. E allora abbiamo visto il fazzolettone, sembrava quello di Silvan, pareva dovesse uscire un coniglio, un colombo...". Un fazzolettone, "perché al premier piace scegliere accessori inversamente proporzionali alla sua persona, come quando ha esibito la macrospia trovata nel suo ufficio accusando le procure rosse, io ne ho viste di microspie e non sono fatte così, poi si è capito - ha detto ancora Genchi - che l'aveva messa qualcuno dei suoi...".
E fin qui le agenzie raccontano della dinamica.
Ma alle 11,10, l'Ansa va oltre:
IDV:CONGRESSO; GENCHI, FINTA AGGRESSIONE TARTAGLIA A PREMIER HA SALVATO PREMIER DA DIMISSIONI CHE SAREBBERO ARRIVATE (ANSA) - ROMA, 6 FEB - ''Nel lancio della statuetta del duomo di Milano a Berlusconi non c'e' nulla di vero''.Lo sostiene Gioacchino Genchi, consulente informatico per diverse procure, nel suo intervento al congresso dell'Idv a Roma. Secondo Genchi ''dopo l'outing della moglie di Berlusconi e il fuorionda'' di Gianfranco Fini a Pescara ''provvidenziale e' arrivata quella statuetta che miracolosamente ha salvato Berlusconi dalle dimissioni che sarebbero state imminenti''. Genchi per sostenere la sua tesi cita: ''la mia esperienza in polizia'' e i ''video che tanti giovani propongono su Youtube per capire che nel lancio non c'e' nulla di vero''. L'ex consulente dell'ex pm di Catanzaro Luigi De Magistris punta il dito contro la scorta che ''e' come un anello o un preservativo che non puo' essere rotto,, e contro lo stesso Berlusconi che ''e' uscito da quell'anello''. Per parla di una ''pantomima coronata da quell'uscita di quel fazzoletto nero ed enorme che sembrava quello di Silvan dal quale mancava solo che uscisse un coniglio'' e ricorda anche la vicenda di diversi anni fa quando Berlusconi, all' epoca all' opposizione, mostro' ''un 'cimicione' enorme che ritrovo' nel suo studio accusando le procure rosse e che era chiaramente falsa''. Genchi, nel suo intervento, difende poi Di Pietro ''dagli schizzi di fango che stanno arrivano''. ''Temo - sostiene - che sia solo l'inizio perche' Di Pietro proprio alcuni giorni fa con sofferenza ha deciso di non far mancare l'appoggio ad una alleanza di centrosinistra per un freno al governo Berlusconi''.
Non serve commentare. Ecco il video integrale: radioradicale.i
Lo vedrete per tre settimane e conviene scaricarlo. Perché poi Radio Radicale lo toglie dalla Rete.
Ore 11,26. L'Apcom batte un'altra agenzia:
Mafia/Genchi: Non un caso arresto Graviano dopo 'discesa in campo' Mafia/Genchi:Non un caso arresto Graviano dopo 'discesa in campo' "Latitanti vengono catturati quando non servono più" Roma, 6 feb. (Apcom) - C'è un legame fra l'arresto dei fratelli mafiosi Graviano nel 1994 e la 'discesa in campo', ovvero l'autocandidatura di Silvio Berlusconi alla presidenza del Consiglio. Lo ha detto il vicequestore Gioacchino Genchi, l'ex consulente delle Procure coinvolto a suo tempo nelle polemiche sull'inchiesta Why not che hanno portato alle dimissioni dalla magistratura di Luigi de Magistris, oggi deputato europeo dell'Idv. Intervenendo al congresso nazionale dell'Idv, Genchi ha offerto una sua personale ricostruzione degli ultimi vent'anni della storia d'Italia e del rapporto fra mafia e politica, di quella "trattativa di cui oggi ci sono evidenze", ha affermato. "Non è un caso che i fratelli Graviano vengono arrestati a Milano il 7 febbraio del '94, dopo la dichiarazione di Silvio Berlusconi del 6 febbraio che si sarebbe presentato alle elezioni (in realtà Berlusconi parlò il 26 gennaio, l'arresto dei Graviano avvenne il 27 gennaio, ndr)". "Non è un caso che i latitanti mafiosi e assassini vengano arrestati quando non servono più, vengano usati per quelle catture televisive che servono alle carriere di certi poliziotti, di certi magistrati, di certi politici", ha detto ancora Genchi polemizzando con lo scrittore anticamorra Roberto Saviano: "Non è un caso che un anno dopo la copertina di Panorama dedicata a me come 'scandalo' abbia avuto la dedica della copertina dopo aver parlato di Maroni come miglior ministro dell'Interno".
E alle 11,49 cominciano gli attacchi. Casoli. Rotondi. Ronzulli: "diffidiamo delle analisi sull`aggressione a Berlusconi dello spione telefonico Genchi".
A loro piace attribuire reati mai provati, "spione". Agli altri naturalmente. Quelli già confermati in Cassazione per gli esponenti del loro partito, quello è il solito complotto.
E allora sono reazioni evidenti.
Alle 13,30 arrivano al congresso Bersani e Latorre.
Poi, alle ore 15,12, passate le ovazioni, cominciano le reazioni anche dall'Idv. La prima, è di de Magistris. Alle 15,12, Adnkronos:
BERLUSCONI: DE MAGISTRIS, MAGISTRATURA APPROFONDISCA SU AGGRESSIONE TARTAGLIA Roma, 6 feb. - (Adnkronos) - "Non ho ascoltato cio' che ha detto Genchi. La magistratura deve fare approfondimenti seri, come dissi subito ci sono aspetti che non mi convincono, ma non credo sia utile aprire una polemica politica".
Lui, non ha ascoltato. Chi invece lo ha fatto è sicuramente Massimo Donadi, balzato sul palco subito dopo l'intervento. E' stato l'ultimo ad abbracciarlo. E a baciarlo. Tanto che Genchi aveva avuto il suo bel daffare per alzarsi sulla punta di piedi e raggiungerne guance.
E infatti, alle 15,42, l'Apcom batte la sua nota. Ma non è quella che ci si aspetta: “È grave che Genchi abbia fatto certe affermazioni al congresso di Idv, noi rinnoviamo la nostra ferma condanna del gesto di Tartaglia. Queste tesi fantascientifiche non appartengono alla cultura della giustizia e della legalità di Idv”.
Genchi, ormai già in Sicilia, diretto a Caltanissetta, legge l'agenzia. Chiama l'ufficio stampa di Donadi e chiede conto della nota. Pensa di essere in un film. Spiega che Donadi lo sa che lui non ha mai detto che l'aggressione era una finta e non comprende perchè abbia dichiarato queste cose.
Ma l'ufficio stampa dell'Idv non chiarisce le frasi accusatorie di Donadi. No, manda un comunicato con le precisazioni di Genchi. Cioè l'ufficio stampa dell'Idv non manda una sua nota, ma, molto premurosamente, ne invia una di Genchi.
Che esce alle 18,10.
Passano venticinque minuti. Prima reazione di Di Pietro: “La teoria del finto attentato mi pare inimmaginabile e fantasiosa. Purtroppo la statuetta in faccia al presidente del Consiglio c'è stata ed è stato un atto grave ed inaccettabile.” Eppure, anche lui lo sa che Genchi non ha detto che l'attentato è falso.
Ma non serve altro. E' uno stupendo fiorire di durissime dichiarazioni, come ai tempi della microspia. Reagiscono tutti. Sulle agenzie c'è una sola clamorosa assenza. Hanno reagito quelli del Pdl, ovviamente. Ha reagito Casini per l'Udc, ma questo è ancora più ovvio, leggendo la storia di Genchi e le montagne di condanne portate con le sue consulenze a numerosi politici dell'Udc, compresa proprio quella in appello per Cuffaro, sulla quale le ovazioni al congresso si sono sprecate.
Ha reagito l'Idv, che pure era lì ad ascoltarlo e ad applaudirlo. Mancano però, per la verità, sulle agenzie, le prese di posizione di un grosso partito. Non ce n'è proprio traccia.
Manca infatti all'appello "una parola una" detta da un esponente del Pd. Curioso.
Il giorno dopo, sul Corriere della Sera, Pierluigi Battista: Finalmente, il popolo dei complottisti esce dalla riserva indiana e conquista il palco della politica. Il mondo parallelo degli adepti del cospirazionismo, dopo aver celebrato i suoi fasti nella saga di Dan Brown, dopo essersi globalizzato nell'immensa arena del web, prende il centro della scena in un congresso di partito. Il suo profeta si chiama Gioacchino Genchi, il re dei tabulati telefonici, l'archivio vivente di misteriose «tracce» che riguardano centinaia di migliaia di connazionali, che ha scatenato la standing ovation dell’Idv e ha identificato nel souvenir del Duomo l'arma letale del Grande Complotto. La fantasia al potere, anche se forse non è la stessa di quella sognata dai sessantottini.
LE FOTO DI DI PIETRO CON CONTRADA
Già. C’è naturalmente complottismo e complottismo. A Battista piace più guardare quelli, presunti, degli altri. Un vizio ormai di tanti, guardare altrove. Perché improvvisamente Battista dimentica che non un anno ma solo una settimana addietro, sullo stesso Corriere della Sera di cui lui è vicedirettore e non l’usciere, erano state pubblicate le foto di Di Pietro con Contrada del dicembre 1992, nove giorni prima dell’arresto del numero tre del Sisde. Ed era stato facile giocare su quelle pagine e su quelle foto, alla dietrologia.
Anche se qualcuno le ha tirate fuori 18 anni più tardi, e non quando, ad esempio, Di Pietro aveva nel Paese una popolarità dell’80%. Non quando quelle foto, se fossero andate in mano al sultanato della Prima Repubblica, il CAF, avrebbero potuto dare col clima avvelenato, sospettoso e giacobino che c’era, un freno al viavai di arresti di Tangentopoli che portarono alla fine dei vecchi partiti.
Così come più d'uno tentò di fare con le decine e decine di accuse portate a Brescia, dal pm Fabio Salamone, tutte rigorosamente archiviate.
Sarebbero state utili per un violentissimo attacco al simbolo del pool.
Invece quelle foto non uscirono mai per salvare la Prima Repubblica.
Anche perché, di fronte al drappo dei carabinieri e alla caserma che appaiono nelle foto, si pensò probabilmente a porre un freno all'immaginazione.
Diciotto anni più tardi, con Contrada passato ormai alla storia come il funzionario infedele, giocando sulla memoria corta, è allora molto più facile, con quelle foto in mano, giocare al complottismo per il Corriere e per tutti gli altri giornali, a ruota. Dura un po’. Poi, a spegnere le fiammate, ci pensa, manco a dirlo sullo stesso Corriere, il 4 febbraio 2010, un diplomatico editoriale di Sergio Romano alla vigilia del congresso dell’Idv, dal titolo emblematico “L’ossessione del complotto”: “E’ accaduto che la fotografia di un uomo politico, scattata negli anni in cui era magistrato e apparsa ora sul Corriere, abbia generato l’ultimo complotto italiano. Ed era accaduto anche giorni prima per le ricostruzioni sulle rivelazioni di una famosa escort, apparse anch’esse sul Corriere. Nulla di nuovo. La storia degli ultimi decenni, dalla caduta del fascismo a oggi, è una lunga lista di complotti. Non c’è avvenimento, piccolo o grande, dietro il quale non sia stata immaginata la mano di un regista occulto, di un burattinaio, di un «grande vecchio».
E sì che alla fine, in mano, il Corriere della Sera aveva solo foto scattate in una caserma dei carabinieri tra un magistrato e un poliziotto. Un pm e un tutore della legge in una struttura dello Stato.
Ma appunto c’è complottismo e complottismo. Uno vero, azionato dalle foto del Corriere della Sera di Battista. E uno di cui Battista accusa Genchi, azionato dalle parole non dette da Genchi al congresso.
Interessante.
Ma il migliore, in materia, si presentò però proprio per la vicenda della microspia trovata nello studio di Berlusconi. Mentre tutti solidarizzavano con l'attuale premier e lanciavano allarmi e suonavano sirene, il solito complottista l'11 ottobre 1996 dichiarò all'Ansa: “Le microspie vengono usate solo nei film di James Bond. Secondo me la microspia nello studio di Berlusconi è stata messa o da Berlusconi stesso o da qualcuno dei suoi per fargli fare la figura della vittima”. No, non era Genchi a parlare. Si chiama Roberto Maroni, sempre lui, quello del polpaccio e delle critiche al “clima di contrapposizione violenta”. Oggi fa il ministro dell’interno del Governo Berlusconi.
Questione di destino. Quello di Genchi invece lo profetizza ora Panorama, ottimamente informato, che anticipa la sua possibile destituzione dalla polizia. E questa volta non per aver risposto su Facebook, ma per l'intervento sulla "finta aggressione". Quell'intervento travisato da chi lo aveva abbracciato poco prima, Donadi e Di Pietro, incoronando, poco dopo, De Luca a simbolo della nuova alleanza col Pd.









