mercoledì 24 dicembre 2008

23-12-2008 - Guerra tra Procure. Parla Gioacchino Genchi

(tratto dal settimanale OGGI del 16-12-2008. Non ho riportato prima l'articolo-intervista nel blog in quanto il giornale era ancora in edicola. Gioacchino Genchi)

Guerra tra Procure

Parla Gioacchino Genchi


Misteri e misteri. Non sono uno spione.


E’ l’uomo chiave del caso de Magistris. Lo accusano di avere intercettato 007 e politici, tra cui Mastella. E di avere un archivio illegale con 600 mila “voci”. Ma lui dice: «È un pretesto per nascondere i veri abusi»
di Edoardo Montolli (OGGI, 16 dicembre 2008)
Milano, Dicembre
La voce stanca, ma tagliente, del superconsulente informatico arriva di notte da un telefono sulla Salerno-Reggio Calabria. Lui sta tornando a Palermo, dove vive. «Scusi l’ora, ma ho avuto da fare con il processo sull’omicidio del capomafia di Siderno». Gioacchino Genchi, 48 anni, è l’uomo-chiave di Why Not?, l’inchiesta dell’ex pm Luigi De Magistris che ha causato in questi giorni sequestri e controsequestri degli incartamenti tra magistrati e il conseguente trasferimento di procuratori e pubblici ministeri. Mai successo prima. Salerno che accusa Catanzaro di aver orchestrato un complotto per togliere la madre di tutte le inchieste a De Magistris. Catanzaro che risponde tuonando proprio contro il principale artefice di quell’inchiesta: Genchi. Perché possiederebbe un misterioso archivio informatico con 578.000 richieste anagrafiche, tra cui parlamentari, giudici e 007? Un archivio «illegale», scrivono i magistrati di Catanzaro, che «attenta al diritto alla privacy» e che conterrebbe pure «utenze coperte dal segreto di Stato». Possibile che lo schivo superconsulente Genchi, massimo esperto nell’analisi dei tabulati telefonici, diventi una figura inquietante? La nostra intervista esclusiva comincia da qui, dall´archivio segreto.

Genchi, lei è indagato?
«A oggi mi risulta di no. Peraltro nemmeno riesco a immaginare da chi e per quale reato. Questi polveroni si alzano ogni volta che mi occupo di indagini che riguardano i politici. Tutti i dati che raccolgo su incarico di pubblici ministeri o giudici fanno parte dei fascicoli processuali. E ne viene data copia integrale ai difensori. Di segreto, quindi, non c’è nulla. Quanto ai numeri, sono state agitate cifre senza senso, con l’evidente scopo di denigrare me, il dottor De Magistris e in ultimo i magistrati di Salerno, che hanno riconosciuto come perfettamente regolare il mio operato. Se poi contiamo i dati che posso trattare io in un anno, sono pari a circa l’uno per cento del più modesto degli studi legali.

E le utenze di servizi segreti e parlamentari? E i numeri coperti da segreto di Stato?
«Questa poi... Quando trovo un numero di telefono durante un’indagine, lo accerto. E se trovo un numero dei servizi, che posso farci? Non mi pare che siano al di sopra della legge. E nella Why Not? sono state rilevate le utenze di autorevoli soggetti dei servizi e del Ros dei Carabinieri. La fandonia delle utenze “coperte da segreto di Stato” ancora non l’avevo sentita. E mi spiace che a parlarne siano stati dei magistrati. Come si può stabilire da un tabulato che un numero di telefono è “coperto da segreto di Stato”? Dove è scritto? Questo è ridicolo».

Ma lei ha trattato utenze di parlamentari, cosa proibita?
«Ogni volta che ho trovato utenze di parlamentari l’ho immediatamente segnalato al pubblico ministero. Altra cosa accade però quando i parlamentari risultano in contatto con gli indagati di cui ho acquisito i tabulati. Ebbene questo sì. Di contatti telefonici cosiddetti indiretti ce ne sono tantissimi. Inoltre, se un deputato usa un cellulare intestato ad altri, non c’è nessun modo per stabilire a priori che si tratti di lui. Però c’è un aspetto più grave. Alcuni parlamentari, ed è accaduto per uno in particolare, hanno attivato decine di schede e le hanno messe in mano anche a soggetti vicini a killer mafiosi: su quelle utenze non si è potuta compiere alcuna attività di controllo. Nel caso specifico, fu accertato che mentre il parlamentare si trovava a Roma, gli altri suoi cellulari operavano in Calabria. Possiamo pure gridare allo scandalo, ma a vergognarsi dovrebbe essere chi consente queste cose e non io, che ho interrotto ogni attività relativa a quell’indagine».

Non può rivelare un fatto tanto grave senza precisarlo: di che parlamentare si tratta?
«Se la Commissione Antimafia m’interrogasse in proposito, non avrei alcuna difficoltà a fornirne il nome».

Lei è stato estromesso dall’indagine Why Not? e il suo posto è stato preso dai carabinieri del Ros. Nella loro relazione si sostiene che lei abbia trattato l’utenza dell’ex ministro della Giustizia Clemente Mastella (episodio che fu all’origine del braccio di ferro con De Magistris) senza la necessaria autorizzazione, visto che si trattava di una scheda intestata alla Camera dei Deputati.
«Quando trattai l’utenza poi risultata nella disponibilità di Mastella, il numero era già passato dalla Tim alla Wind e intestato al Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria, e da questo mai si sarebbe potuti risalire a Mastella. Ma dico di più. Quel numero, in sei anni di vita, mai era stato nemmeno intestato a qualcuno o qualcosa che fosse riconducibile alla sua persona, pur avendo cambiato tre schede e ben diciotto cellulari. Chiunque, compreso il Ros, deve accertare bene gli intestatari di un’utenza o può incorrere in errori come quelli che in passato hanno portato a tragici eventi. Il professor Marco Biagi è stato ammazzato proprio per un errore di questo tipo, poiché, a causa di una ricerca svolta male, non trovando le autorità traccia nei tabulati delle minacce telefoniche che lui subiva da tempo, non gli ridiedero la scorta. Facendolo quasi passare per un mitomane. Perciò si deve fare parecchia attenzione in queste indagini».

Tornando a Mastella, forse il ministro teneva alla privacy.
«Può darsi. Appena scoprii che quel numero lo usava lui, lo comunicai a De Magistris. Ma le dirò ancora di più, a proposito di privacy. Ho recentemente scoperto, analizzando le intercettazioni di Toghe Lucane [un’altra inchiesta scottante di De Magistris, ndr] che Mastella è stato anche intercettato mentre trattava faccende locali con alcuni esponenti di centrosinistra. In quel caso usava un altro telefono e ciò dimostra le difficoltà nel districarsi in questa materia, in cui il Ros non ha fatto certo una bella figura, determinando questo polverone. E c’è ancora un fatto non proprio irrilevante: le indagini che ha svolto il Ros di Roma sul mio conto e sul dottor De Magistris sono abusive».

Abusive? In che senso?
«La Procura Generale di Catanzaro non poteva delegare al Ros di compiere indagini su un magistrato del proprio ufficio. L’accertamento per de Magistris poteva farlo solo la Procura di Salerno. E per me, ove fossero emersi elementi di reato, quella di Palermo, dove io lavoro e dove ho svolto tutte le mie attività. Ciò non è avvenuto perché non c’era alcun reato. E inoltre, se nessuna indagine poteva dunque essere delegata al Ros di Roma, ancora meno poteva essere delegata a quelle particolari persone del Ros. Se i tabulati acquisiti avevano un senso, non si potevano affidare ai soggetti che emergevano proprio dagli stessi tabulati. Quindi...».

Quindi che cosa ne desume?
«La vicenda dell’“archivio Genchi” è stata solo la scusa tirata fuori dal cilindro per giustificare l’assurdità commessa. E ha trovato sponda in persone ben precise e molto interessate, che si sono premurate di attaccarmi anche in Parlamento. Sa come si dice, no? La gallina che canta per prima è quella che ha fatto l’uovo».

Un’ultima domanda. Il suo lavoro, in seguito a tutti questi attacchi istituzionali, è diminuito?
«No. Continuo anche a lavorare con diversi magistrati di Catanzaro, per cui ho svolto consulenze prima e dopo l’allontamento del dottor de Magistris ».


Com’è possibile, con quello che ha scritto di lei la Procura Generale di Catanzaro?
«La Procura della Repubblica di Catanzaro non è la Procura Generale di Catanzaro. Se la legge prevede che ci siano due uffici con distinte competenze non è un caso. In questo tengo a ribadire che a Catanzaro ci sono tantissimi magistrati per bene, che lavorano in condizioni disumane, in una realtà criminale che è in assoluto la più difficile e complessa di tutta Italia. Palermo, in confronto, sembra la Svizzera. E consideri con attenzione il paragone che ho fatto».

Edoardo Montolli

martedì 23 dicembre 2008

22-12-2008 - Associazione Nazionale Magistrati Strabici di Marco Travaglio


Buongiorno a tutti.
Oggi, in questa ultima puntata prima di Natale vorrei ancora soffermarmi sulla vicenda di Salerno e Catanzaro perché continuano ad arrivarmi, giustamente, delle richieste di chiarimento, per quanto riguarda ciò che siamo riusciti a far vedere, credo sia stato molto importante, nella puntata di giovedì sera di Annozero.
Una puntata che sta già terremotando la magistratura fin dalle sue fondamenta.
Chi ha notizie o conosce qualche magistrato può farsi dire che il comportamento del segretario dell'Associazione Magistrati ha lasciato interdetti molti suoi colleghi, soprattutto perché la ricostruzione di Annozero ha mostrato dove stia il marcio tra le procure di Catanzaro e di Salerno.
Il fatto che, invece, il rappresentante ufficiale dell'associazione magistrati abbia continuato a prendersela con Salerno senza dire una parola su quello che è successo a Catanzaro ha lasciato molti interdetti, addirittura c'è chi chiede un cambio al vertice dell'ANM.
Sarebbe opportuna un'autocritica.
Dopo entriamo nel merito delle cose che ancora non abbiamo detto la scorsa settimana, però io penso che quello che sta succedendo, cioè il fatto che magistrati come De Magistris siano stati lasciati soli di fronte ad attacchi politici inauditi - non credo che, a parte i magistrati del pool di Milano nella metà degli anni Novanta, ci sia mai stato nessun pubblico ministero bersagliato da decine e decine di interrogazioni e interpellanze parlamentari, seguite da ispezioni, da una mole enorme di provvedimenti disciplinari, per non parlare della pratica di trasferimento - tutto ciò non sarebbe mai potuto accadere.
Ed è potuto accadere non perché l'ANM abbia voluto prendersela con De Magistris, ma perché ha trascurato colpevolmente il caso Catanzaro per troppi anni.
Ha voluto coprire il CSM che ha trascurato colpevolmente il caso Catanzaro, è stata poi presieduta dal giudice Luerti, il quale si è poi scoperto essere intimo amico del principale indagato di De Magistris, Antonio Saladino, il leader della Compagnia delle Opere in Calabria.
Non solo amico ma, come abbiamo sentito nella ricostruzione sceneggiata da Annozero con attori che leggevano il testo dell'interrogatorio di Luerti davanti alla procura di Salerno, Luerti viveva addirittura in una comunità - e vive in una comunità - prima a Catanzaro e poi a Salerno dei Memores Domini, una confraternita di Comunione e Liberazione.
Di frati di Comunione e Liberazione che fanno voto di povertà, castità e obbedienza.
Il fatto che poi nel decreto di perquisizione scritto da Salerno per andare a Catanzaro a prendere le carte ci sia un accenno a questa parte di interrogatorio, dove si parla del voto di castità di questo magistrato, non significa affatto che i suoi colleghi abbiano voluto sindacare la sua vita privata e affettiva: vuol dire che gli hanno semplicemente posto il problema del fatto che, forse, un magistrato non dovrebbe essere nelle condizioni di imbarazzo che ora derivano a costui dall'essere parte di una confraternita della quale fanno parte anche persone che vengono coinvolte in vicende giudiziarie.
Se fai voto di obbedienza a una confraternita, bisognerà vedere quanto sei obbediente a quella confraternita rispetto a quanto sei obbediente alla legge.
Io penso che questo dottor Luerti sia una persona assolutamente perbene, ma certamente non basta essere persone perbene, bisogna anche sembrare imparziali quando si è magistrati.
Pensate soltanto a quando faceva il magistrato a Catanzaro e viveva nella casa di Saladino che poi si è rivelato essere - non sappiamo se abbia commesso reati o no - una persona piuttosto disinvolta nei rapporti d'affari e politici.
E adesso fa il magistrato a Milano, in una regione che è presieduta da un membro influentissimo di Comunione e Liberazione che per anni ha detto pubblicamente di aver fatto anche lui questo voto di castità, e di essere anche lui membro di questa comunità, di questa confraternita.
Il fatto che questo Luerti presiedesse l'Associazione Magistrati ha sicuramente influenzato la sua posizione quando ha dovuto rilasciare delle dichiarazioni su quello che stavano facendo a De Magistris.
De Magistris è stato esautorato delle sue indagini e l'ANM di fatto non ha preso la posizione che avrebbe dovuto prendere.
Gli sono state avocate, probabilmente in maniera illegale o irregolare, le indagini e l'ANM ha taciuto, e alla fine è stato trascinato davanti al CSM con delle accuse risibili, come abbiamo detto, e pure trasferito in base a quelle accuse risibili che ricordano un po' quelle in base alle quali adesso vengono crocifissi i magistrati di Salerno.
Avere scritto troppe pagine in un decreto di perquisizione, avere fatto accenni presunti alla vita privata di questo o quel personaggio.
Insomma, stupidaggini mentre dall'altra parte c'è un verminaio - a Catanzaro - con persone che non dovrebbero più poter fare i magistrati.
Allora, visto che l'ANM ha cominciato con il piede sbagliato in questa vicenda, ha proseguito con il piede sbagliato, mentre oggi basterebbe dire: "siamo cambiati, il segretario Luerti non c'è più, ora c'è un nuovo vertice, c'è il dottor Cascini, il dottor Palamara.
Chiediamo scusa per aver sottovalutato il caso. Chiediamo scusa per avere fatto i Ponzio Pilato quando avremmo dovuto schierarci dalla parte giusta.
Adesso, però, viste le carte, alla luce di quello che ci mostra Salerno, vedremo se quelle pagine sono troppe, troppo poche, ma vogliamo far sapere che quello che è successo ai danni del dottor De Magistris lo riteniamo inaccettabile, e che nessuno provi più a fare altrettanto nei confronti di altri magistrati".
Naturalmente questo non significa che De Magistris abbia sempre ragione, può avere sbagliato come sbagliano tutte le persone.
Gli errori dei magistrati, quando riguardano le loro indagini, vengono corretti da altri magistrati nei ricorsi dei vari gradi di giudizio.
Se qualcuno voleva lamentarsi delle indagini di De Magistris aveva soltanto da rivolgersi al GIP, al Tribunale del Riesame, alla Corte d'Appello, alla Corte di Cassazione e se aveva ragione avrebbe trovato giustizia.
Invece, c'è chi ha ritenuto che gli eventuali errori, tutti da dimostrare, di De Magistris si potessero risolvere levandogli le inchieste.
Questa è una cosa assolutamente inaccettabile, anche perché poi si è scoperto che, secondo la procura di Salerno, le inchieste gli sono state tolte non perché erano sbagliate ma perché erano giuste e quindi bisognava impedirgli di proseguirle.
Perché sia chiaro di cosa stiamo parlando, purtroppo ancora si fa finta di non capire, l'ipotesi accusatoria - noi non sappiamo se sia buona o non buona - è questa, da parte dei magistrati di Salerno nei confronti dei loro colleghi di Catanzaro: questi colleghi si sarebbero praticamente venduti le indagini di De Magistris ai principali imputati, cioè il senatore Pittelli di Forza Italia e il solito Saladino, in cambio di favori.
Assunzioni di parenti, segnalazioni, finanziamenti, eccetera.
L'accusa più grave è quella di corruzione in atti giudiziari.
Voi ricordate che si è parlato molto di corruzione in atti giudiziari ai tempi del caso delle toghe sporche, quando nel 1996 scattarono gli arresti al Tribunale di Roma.
Quando i magistrati di Milano andarono a Roma a prendere i giudici Squillante e Metta, quello che aveva fatto la sentenza del Lodo Mondadori.
All'epoca i magistrati coinvolti erano tre o quattro.
Qui sono addirittura sette, in una procura molto più piccola come quella di Catanzaro.
Stiamo parlando di un intero ufficio giudiziario che viene coinvolto a partire da: ex capo della procura di Catanzaro, Lombardi.
Procuratore aggiunto tutt'ora in funzione a Catanzaro, che per molti mesi ha fatto il procuratore capo facente funzioni quando Lombardi è stato trasferito, e si chiama Salvatore Murone.
Il procuratore generale facente funzione fino a qualche mese fa, Dolcino Favi, e il nuovo procuratore generale che ha preso il posto vacante, Enzo Iannelli.
Più tre sostituti procuratori.
Questa è la formazione. Voi capite che la gravità dell'accusa è spaventosa, stiamo parlando dei vertici.
Quando sono andati a prendere i giudici delle toghe sporche, i magistrati di Milano non hanno colpito così in alto: il più importante era Squillante che era il capo dei GIP di Roma, ma gli altri erano normali giudici di tribunale o Corte d'Appello, ed erano anche meno come numero.
Tanto perché voi abbiate idea, io non sono qui a dire che l'accusa regge o no, non spetta a me: c'è un decreto di sequestro, se uno non lo ritiene fondato si rivolge al Tribunale del Riesame invece che al governo, al Capo dello Stato, al CSM o all'opinione pubblica, come ha fatto Iannelli andando a strillare che quella perquisizione e quel sequestro erano illegittimi e addirittura eversivi.
Capo di imputazione A: corruzione giudiziaria.
Sono accusati il procuratore capo uscente Lombardi, il suo aggiunto Murone e il senatore Pittelli.
Scrivono i magistrati di Salerno che, quando il procuratore Lombardi e il suo aggiunto Murone, hanno revocato a De Magistris l'inchiesta Poseidone, quella sui depuratori mai costruiti perché il solito comitato d'affari si è fregato 800 milioni di euro, ciò è avvenuto dopo che era stato indagato il senatore Pittelli.
Peccato che Pittelli abbia nel suo studio legale, a lavorare, il figlio della convivente e poi seconda moglie del Procuratore Lombardi.
Il quale, infatti, appena è stato iscritto Pittelli si è astenuto dall'occuparsi di quell'indagine, però ha tolto anche De Magistris, con il risultato che l'indagine, scrivono i magistrati, è stagnata per molti mesi, è stata disintegrata dai magistrati che sono stati chiamati a occuparsene dopo e questo naturalmente non è un fatto casuale ma doloso.
Lombardi voleva distruggere quell'indagine per fare un favore al suo amico Pittelli, il quale a sua volta aveva preso nello studio il figlio della seconda moglie di Lombardi.
Il figlio della seconda moglie di Lombardi, che si chiama Pierpaolo Greco, era entrato in una società immobiliare - la Roma9 srl - insieme a Pittelli ed altri avvocati dello studio Pittelli.
Poi Pittelli aveva addirittura difeso il procuratore Lombardi nel giudizio disciplinare alle sezioni riunite della Cassazione, che è una cosa allucinante: un procuratore che si fa difendere da un indagato del suo stesso ufficio in un procedimento davanti alle sezioni unite della Cassazione.
E' uno che probabilmente non dovrebbe più fare il magistrato, non è che deve essere trasferito come, invece, è accaduto.
Capo di imputazione B: sono accusati il procuratore aggiunto Murone, il procuratore generale facente funzione Favi, l'ex procuratore Lombardi - il solito trio - più i due imputati più famosi, Saladino e Pittelli.
L'accusa è di nuovo corruzione giudiziaria e c'è pure un falso in atto pubblico.
Qui ci si riferisce all'altra inchiesta tolta a De Magistris: la Why Not, sui soldi stanziati dallo Stato e dall'Europa per l'informatizzazione e il lavoro interinale in Calabria che poi sono stati fregati dai comitati d'affari.
Why Not viene tolta dal procuratore generale Dolcino Favi non appena De Magistris indaga Mastella.
La Poseidone appena indaga Pittelli, qui appena indaga Mastella.
Fanno notare i magistrati: De Magistris, poco prima che gli togliessero l'indagine avevano fissato la data, per pochi giorni dopo, di una perquisizione fondamentale.
La perquisizione nel giornale del partito di Mastella, l'Udeur. Il giornale si chiama "Il Campanile".
Si ipotizzava, e l'abbiamo letto poi sull'Espresso, che la famiglia Mastella usasse per fini domestici parte dei fondi pubblici che andavano al Campanile, i famosi torroncini della signora Sandra, i famosi rimborsi benzina per il figlio che gira sul Porsche Cayenne, le famose polizze assicurative che sempre il figlio di Mastella garantiva al Campanile, compensi a Clemente Mastella per i suoi fondamentali editoriali che apparivano sul Campanile - che andava a ruba naturalmente quando c'erano gli editoriali di Mastella.
Bisognava andare a perquisire la sede del Campanile per acquisire le carte che dimostrassero l'uso buono o non buono di questi fondi pubblici.
Alla vigilia di questa perquisizione, gli levano l'indagine e naturalmente la perquisizione salta.
Dopodiché cosa fa il procuratore Favi? Manda gli atti su Mastella al Tribunale dei Ministri dicendo: "sei un ignorante, De Magistris: i reati commessi da un ministro li giudica il Tribunale dei Ministri di Roma, e tu non sei competente".
Manda queste carte a Roma, così si viene a sapere che è nel mirino Il Campanile e che sta per essere perquisito.
Immaginate quando fanno la perquisizione a babbo morto cosa possono trovare, visto che al Campanile già sanno che viene qualcuno a prendere le carte.
Come avvertire uno dicendo "vengo a perquisirti, sistema un po' le cose".
Il fascicolo viene poi dato ad altri pubblici ministeri che, secondo Salerno, spezzettano il quadro complessivo dell'accusa, lo parcellizzano e lo polverizzano.
Dicono, i magistrati di Salerno, che anche questo atto è stato doloso: l'hanno fatto apposta a levargli l'inchiesta per rovinarla e hanno usato, ecco l'accusa di falso, una motivazione falsa per giustificare una cosa gravissima, come l'avocazione di un inchiesta.
Cioè che, siccome Mastella aveva chiesto al CSM di trasferire De Magistris, allora lui quando l'ha iscritto nel registro degli indagati l'ha fatto per vendicarsi.
Praticamente De Magistris era in conflitto di interessi.
E' una cosa che ricorda la fiaba del lupo e dell'agnello.
Mastella da mesi sa che De Magistris sta lavorando, tant'è che persino i giornali hanno scritto che ci sono delle telefonate tra Mastella e alcuni imputati, come Saladino, il piduista Bisignani, eccetera.
Dopo aver saputo che stanno lavorando sulle sue telefonate, e che quindi è imminente la sua iscrizione nel registro degli indagati, Mastella si precipita al CSM e come ministro della Giustizia chiede di trasferire urgentemente De Magistris, che così perderebbe l'indagine.
A questo punto, il suo procuratore gli leva l'indagine dicendo che De Magistris è in conflitto di interessi con Mastella, e non il contrario!
Come il lupo, stando sopra, accusa l'agnello che sta sotto di intorbidargli l'acqua del ruscello.
Ecco, la fiaba del lupo e dell'agnello entra in un provvedimento giudiziario.
Secondo i magistrati di Salerno non è solo un provvedimento assurdo, è anche un reato perché si è commesso un falso in atto pubblico per espropriare il titolare di un indagine nel momento clou dell'indagine medesima.
Ritardi, poi, nelle indagini fatte dai suoi successori, il blitz al Campanile ormai è un blitz annunciato e va come va.
Mastella viene poi stralciato, come abbiamo detto, e mandato a Roma; se non che il Tribunale dei Ministri restituisce a Catanzaro le carte dicendo: "ma noi non siamo competenti! E' vero che Mastella è ministro in questo momento, ma non vi siete accorti che negli atti di De Magistris le cose contestate a Mastella risalgono a un periodo precedente di quando è diventato Ministro".
Quindi è competente Catanzaro, mica il tribunale dei ministri.
Dove sta il dolo in questa avocazione? Scrivono i magistrati di Salerno che uno dei protagonisti di questo esproprio dell'indagine, il procuratore aggiunto Murone, si è visto assumere dei parenti da Saladino, e qui si fanno i nomi di un cugino e un protetto del procuratore Murone che lavorerebbero con la Why Not di Saladino.
Poi, i soliti favori che Pittelli, indagato anche nella Why Not oltre che nella Poseidone, ha fatto - come abbiamo visto prima - al figliastro del procuratore Lombardi.
Terzo capo di imputazione, capo C: abuso, falso e favoreggiamento. C'è la solita triade di magistrati Favi, Murone, Lombardi.
Praticamente, qui si parla del fatto che dopo aver tolto l'indagine a De Magistris hanno anche revocato l'incarico al suo consulente informatico-telefonico, il famoso Genchi, il mago degli incroci dei tabulati telefonici.
Quello che ha fatto scoprire decine e decine di omicidi grazie proprio all'incrocio dei tabulati telefonici e che adotta lo stesso sistema antimafia in queste indagini di pubblica amministrazione.
Dato che è molto bravo e ha scoperto tutti questi legami che dicevamo prima, e dato che rischia - scrivono i magistrati nell'accusa - di essere molto bravo anche se non c'è più De Magistris con i suoi successori, allora gli tolgono l'incarico per evitare che continui a lavorare.
E gli mandano pure il Ros dei Carabinieri a portare via un pezzo del suo archivio, con risultati dannosi per l'inchiesta.
Capo di imputazione D: qui entrano in scena i magistrati che sono subentrati a De Magistris e che sono arrivati dopo la sua revoca.
Infatti, c'è il nuovo procuratore generale Iannelli, ci sono i due PM che si sono occupati dell'inchiesta Poseidone, Garbati e De Lorenzo, e c'è sempre Favi, il procuratore generale facente funzioni di un anno fa.
Sono accusati di abuso, falso e favoreggiamento. Perché?
Perché avrebbero indagato, addirittura, tramite il Ros dei Carabinieri, sul consulente Genchi.
Per indagare su una persona questa deve essere iscritta nel registro degli indagati, perché le indagini possono durare un certo periodo e la persona deve potersi difendere.
Invece, pare che abbiano indagato su di lui, acquisendo lavoro suo e ipotizzando che avesse abusato del suo potere insieme a De Magistris, ma senza iscriverlo nel registro degli indagati.
Indagavano una persona non indagata formalmente per dimostrare, scrivono i magistrati di Salerno, falsamente che Genchi commettesse dei reati nelle sue indagini per conto di De Magistris.
Alla fine, tutto questo sarebbe servito a chiedere l'archiviazione della posizione di Mastella.
Qui stiamo parlando dell'indagine Why Not, che per Mastella viene stralciata e si chiede e ottiene l'archiviazione.
I magistrati di Salerno scoprono che nella richiesta di archiviazione i PM che sono subentrati a De Magistris non ci mettono tutte le carte che c'erano a carico di Mastella: se ne tengono alcune e ne mandano al GIP soltanto una parte.
Così il GIP non ha il quadro complessivo, tant'è che il GIP dice: "beh, se gli elementi erano solo questi non c'erano nemmeno motivi per iscriverlo".
Così tutti a dire: "ecco! Avete visto? Il GIP ha stabilito che De Magistris ha iscritto Mastella anche se non ce n'erano i presupposti".
Ma il GIP non aveva il quadro completo delle accuse di De Magistris a Mastella, perché i PM non gliel'hanno dato.
E perché non gliel'hanno dato? Perché hanno stabilito che dato che Genchi, il consulente informatico, aveva raccolto certi dati - dicono loro - illegalmente, quelli non li potevano dare al GIP.
E in realtà erano proprio i dati fondamentali che spiegano per quale motivo Mastella era finito sotto inchiesta.
Quindi anche la richiesta di archiviazione di Mastella sarebbe un atto illegale, insabbiato da questi magistrati. Questa è l'accusa, poi vedremo se è buona o non è buona, ma la racconto perché voi vi rendiate conto di quanto è grave l'ipotesi accusatoria che ha dato origine a questo blitz di Salerno a Catanzaro.
Vado rapidamente alla fine: capo E.
C'è il nuovo procuratore generale Iannelli, ci sono gli stessi due PM Garbati e De Lorenzo, accusati di nuovo di abuso, falso, favoreggiamento e calunnia.
Perché? Perché quando hanno stralciato dal fascicolo Why Not la posizione di Mastella e hanno chiesto l'archiviazione, hanno praticamente tralasciato una serie di indagini che, se approfondite, avrebbero potuto portare la posizione di Mastella in condizioni più critiche rispetto a quelle che già emergevano quando ci stava lavorando De Magistris.
Infatti ci sono tutte le testimonianze dei consulenti: oltre a Genchi c'è anche il consulente contabile, quello che si occupa dei giri di soldi, Sagona i quali dicono: "ma noi a questi magistrati subentrati a De Magistris gli abbiamo chiesto di poter approfondire la pista dei soldi, ma loro non ce le facevano mai fare, queste indagini. Ci dicevano di non farle.
Noi siamo stati praticamente bloccati, anche dopo la perquisizione al Campanile, e alla fine è ovvio che hanno archiviato: non ci hanno lasciato approfondire le indagini... se c'era De Magistris le approfondivamo e vedevi che magari le accuse si rivelavano più che fondate".
Perché c'è la calunnia, in questo caso, oltre al favoreggiamento a Mastella, il falso e l'abuso? Perché viene contestato a questi magistrati di avere salvato Mastella per l'interesse di Mastella, naturalmente, ma anche per dimostrare che De Magistris era un farabutto, che ce l'aveva con Mastella.
Io do poche carte al GIP, il GIP fa l'archiviazione, scrive che Mastella non andava neppure indagato e così sono riuscito a sputtanare De Magistris e dimostrare che abbiamo fatto bene a buttarlo fuori come un copro estraneo.
Capo F: il solito procuratore generale Iannelli, quello appena arrivato; i pubblici ministeri Garbato e De Lorenzo, quelli che hanno preso le indagini di De Magistris su Why Not; Curcio, quello che ha preso la Poseidone e Murone, procuratore aggiunto, che li sorveglia tutti quanti.
Questi sono accusati di abuso, falso e favoreggiamento nei confronti di tutta una serie di politici e personaggi di livello nazionale che sono usciti da questi fascicoli e sono stati a loro volta archiviati.
Sapete che le indagini di De Magistris sono state dimagrite dai nuovi arrivati, che hanno fatto archiviare e prosciogliere tutti i politici e i personaggi nazionali concentrandosi soltanto su alcune figure locali.
Tutto questo a favore di Pittelli, Bonferroni, Lorenzo Cesa, il generale Cretella, Galati - che all'epoca era nell'UDC e adesso nel Popolo della Libertà - che sono stati stralciati nel procedimento Why Not.
Ancora Cesa, Galati, Chiaravalloti - ex presidente della regione -, il generale Cretella, Papello, il senatore Pittelli e Schettini - segretario di Frattini - che erano indagati in Poseidone: anche loro stralciati verso il proscioglimento.
Con queste richieste di archiviazione si sono separate le varie posizioni, per cui si è perso il quadro d'insieme - questo sostengono i magistrati - mentre invece c'erano elementi che era doveroso approfondire e indagare ancora.
Si è fatto tutto molto in fretta, questa è l'accusa.
Capo G: ci sono ancora il procuratore generale Iannelli, i due nuovi PM di Why Not Garbati e De Lorenzo, accusati di favoreggiamento e rifiuto di atti d'ufficio.
Perché rifiuto di atti d'ufficio? Qui è il problema: quando la procura di Salerno comincia a scoprire che De Magistris ha ragione a denunciare l'insabbiamento delle indagini e la persecuzione nei suoi confronti per isolarlo e per screditarlo, onde dimostrare di aver fatto bene a togliergliele, i magistrati di Salerno cominciano a chiedere al procuratore generale di Catanzaro di esibire copie degli atti di queste indagini, per vedere se è vero che sono state insabbiate.
Vedono che il procuratore generale Iannelli le carte non gliele vuole mandare, non gliele vuole mandare tutte, fa resistenza, manda solo dei pezzi... mentre loro hanno bisogno di vederle tutte.
Perché l'accusa è proprio quella che ne inguantassero una parte per non mandarle magari al GIP e far archiviare qualcuno che, se si fosse visto tutto il quadro d'insieme, non sarebbe stato archiviato.
Allora, l'accusa qui è rifiuto di atti d'ufficio e favoreggiamento nei confronti dei soliti indagati, perché i magistrati suddetti avrebbero rifiutato di trasmettere a Salerno gli atti completi della Why Not.
Peraltro non erano atti coperti da segreto, come dice la procura di Catanzaro: dicono i magistrati di Salerno che erano atti extra investigativi.
A loro interessava soprattutto sapere come e con quali ordini e mandati erano stati date le deleghe delle indagini ai magistrati che hanno sostituito De Magistris, come sono state tolte le consulenze ai Genchi e ai Sagona, oppure sono atti già pubblici perché già finiti davanti al Tribunale dei Riesame, come quelli del caso Mastella che è stato già archiviato.
Quindi, quando dicono di dover proteggere il segreto investigativo o addirittura il segreto di Stato su certe carte del consulente Genchi, secondo Salerno, non è vero niente.
Infatti, c'è scritto persino che Genchi avrebbe raccolto 578.000 richieste anagrafiche di tabulati telefonici mentre, in realtà, Genchi ha smentito e ha detto che sono 700 i telefoni che ho dovuto controllare, in queste gigantesche indagini.
700, se contate che ciascuna persona di questo livello ha di solito una decina di telefoni, fra portatili e fissi, vi rendete conto che è un numero basso.
Ultima accusa: abuso, falso, calunnia e diffamazione a carico di Iannelli, Murone e di un giudice che faceva parte del Consiglio giudiziario di Catanzaro, che era quello che doveva dare i pareri sulla bravura o meno dei magistrati di Catanzaro.
Questi si sarebbero messi d'accordo, o comunque avrebbero agito separatamente, per sputtanare De Magistris, diffondendo notizie false su di lui proprio per coprire le ragioni vere che li avevano indotti a metterlo da parte e a farlo punire dal CSM.
Qui ci sono tutta una serie di dichiarazioni che sono state fatte da questi alti magistrati di Catanzaro, che accusano addirittura De Magistris di assenteismo!
Pensate, dopo averlo accusato di lavorare troppo e di costruire castelli accusatori di fantasia, all'improvviso lo accusano di non lavorare!
Se non avesse lavorato, perché l'avrebbero mandato via? L'avrebbero tenuto lì come tanti altri che non lavorano e non danno fastidio a nessuno.
Ho voluto essere molto tecnico e molto preciso, oggi, perché credo che sentiremo ancora parlare di questa inchiesta.
Anzi, lo spero.
Penso che l'unica speranza per la Calabria e la Basilicata di un po' di giustizia in certi palazzi di giustizia, sia proprio legata al fatto che i magistrati di Salerno, che abbiano o no esagerato non ci interessa in questo momento, possano concludere la loro inchiesta.
Se potranno concludere la loro inchiesta, potremo ancora dire che in Italia c'è speranza che la legge sia uguale per tutti.
Se dopo De Magistris, saranno bloccati anche loro e se l'ANM non cambierà linea e non ammetterà di essersi sbagliata, vuol dire che l'anno che sta per iniziare inizia sotto i peggiori auspici.
Grazie e passate parola!
Marco Travaglio - 22-12-2008

mercoledì 17 dicembre 2008

16-12-2008 - Non resta che leggere l'articolo del settimanale "OGGI", in edicola da domani

ANSA - 16/12/2008 - 20.32.09
DE MAGISTRIS: GENCHI AD 'OGGI', VERI ABUSI CONTRO DI NOI (ANSA) - CATANZARO, 16 DIC - Gioacchino Genchi, il consulente di analisi del traffico telefonico che ha collaborato con l'ex pm di Catanzaro Luigi De Magistris nell'inchiesta Why Not, in un'intervista al settimanale Oggi accusa la Procura generale di Catanzaro di avere svolto ''abusivamente'' accertamenti sul suo lavoro e su quello del magistrato. ''L'accertamento per De Magistris - sostiene Genchi - poteva farlo solo la Procura di Salerno. E per me quella di Palermo, dove lavoro e ho svolto tutte le mie attivita'. E inoltre, se nessuna indagine poteva essere delegata al Ros di Roma, ancora meno poteva essere delegata a quelle particolari persone del Ros. Se i tabulati acquisiti avevano un senso, non si potevano affidare ai soggetti che emergevano proprio dagli stessi tabulati''. Genchi, nell'intervista, nega di aver trattato l'utenza dell'ex Ministro della Giustizia, Clemente Mastella, senza la necessaria autorizzazione. ''Il numero di telefono di Mastella analizzato da Genchi e che e' all'origine del braccio di ferro tra l'ex ministro e l'ex pm Luigi De Magistris - riferisce Oggi in un comunicato in cui sintetizza l'intervista - non era affatto intestato alla Camera dei deputaticome affermato dai carabinieri del Ros) ma al Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria, ed aveva perfino scheda e operatore telefonico diverso da quello rilevato dai carabinieri''. ''Appena scoprii che quel numero lo usava Mastella - afferma Genchi - lo comunicai a De Magistris. Ho recentemente scoperto, analizzando le intercettazioni dell'inchiesta Toghe lucane, svolte dalle forze dell'ordine, che Mastella e' stato anche intercettato mentre trattava faccende locali con alcuni esponenti del centrosinistra''. Genchi, riferisce ancora il settimanale, ''conferma che il suo archivio, assolutamente autorizzato, contiene la rilevazione di utenze di autorevoli esponenti dei servizi segreti, ma solo perche' emerse nel corso dell'inchiesta Why Not. Non mi pare - aggiunge - che i servizi siano al di sopra della legge''. ''Sempre a proposito di utenze eccellenti - afferma Oggi - Genchi rivela come nell'archivio esistano utenze di parlamentari, ma quei numeri emersi nell'inchiesta non sarebbero mai stati intestati alla Camera o al Senato o ai parlamentari stessi. Genchi rivela anche anche l'inquietante vicenda di un parlamentare che avrebbe 'attivato una decina di schede, poi affidate a persone vicine a killer mafiosi in Calabria''. (ANSA). 16-DIC-08 20:31

giovedì 11 dicembre 2008

11-12-2008 - In risposta all'on. Minniti ed agli errori del ROS … se ancora è possibile considerarli tali!

Ieri sera, mentre rientravo da Locri - dove ho partecipato alla quinta udienza della Corte d’Assise (protrattasi per tutta la giornata) – per l’omicidio del capomafia di Siderno Salvatore Cordì, mi ha chiamato al cellulare il giornalista RAI Bruno Sokolovic, che mi ha letto una gravissima dichiarazione rilasciata sul mio conto dall’on. Marco Minniti (calabrese), ministro ombra dell’Interno del Partito Democratico.
Dopo gli affondi di D’Avanzo e di Bianconi, le dichiarazioni di Minniti (e di qualche altro che lo ha seguito a ruota) non mi hanno meravigliato più di tanto.
Ho replicato all’on. Minniti con l’intervista andata in onda al GR1 della RAI (nell’edizione delle ore 08:00 di oggi) che vi invito ad ascoltare:
http://www.radio.rai.it/MediaRai/player.cfm?Q_CANALE=http://www.radio.rai.it//grr/gr_1/archivio_2008/audio/gr1_20081211.0800.ram
Sono indignato delle dichiarazioni dell’on. Minniti, che è anche calabrese ed è stato pure Sottosegratario al Ministero dell’interno.
L’on. Marco Minniti sa benissimo qual è stato e qual è il mio impegno nei più importanti processi di mafia, di strage e di omicidio, perpetratisi in Calabria negli ultimi anni (e non solo in Calabria!) - fino a qualche giorno addietro - al fianco di numerosissimi magistrati onesti, bravi e coraggiosi.
Sono onorato ed orgoglioso della loro fiducia che non è mai venuta meno, nonostante le “tragedie” orchestrate da chi li ha depistati e, probabilmente, ha fatto pure loro commettere degli errori.
Sono certo, conoscendo alcuni di loro, che mai sarebbe accaduto quel che è accaduto, se a quei magistrati fossero state fornite delle corrette informazioni.
Forse il vero problema sta proprio in questo e non va ricercato all’interno della Magistratura, come in tanti si ostinano ancora a fare, nel tentativo di conseguire altri risultati.
Molti hanno citato il Capo dello Stato - anche a sproposito - al punto che la Segreteria Generale del Quirinale è stata più volte costretta ad intervenire.
Nessuno, però, si è ricordato di citare il più autorevole ed importante provvedimento che il Presidente Napolitano ha adottato quando era Ministro dell’Interno.
Mi riferisco alla famosa “Circolare Napolitano”, con cui ha cercato di limitare la autoreferenzialità del ROS dei Carabinieri nelle indagini giudiziarie, al di sopra delle competenze funzionali dei Pubblici Ministeri, dei Procuratori Distrettuali e dello stesso Procuratore Nazionale Antimafia.
La regolazione e la limitazione di competenze e prerogative si riferiva proprio all’organo centrale del ROS (quello di Roma).
Ripreso quota il ROS - per la sostanziale disapplicazione della “Circolare Napolitano” - in modo molto discutibile (commettendo pure clamorosi errori), proprio un organo centrale del ROS di Roma ha svolto gli accertamenti sul conto del dr. Luigi de Magistris e su di me, su delega dell’Avvocato Generale di Catanzaro, che aveva avocato l’indagine “Why Not”.
Di quell’organo hanno fatto parte e fanno parte soggetti che ritenendosi formalmente Carabinieri, entrano ed escono dai servizi di sicurezza a seconda delle ventate politiche del momento.
A questi si aggiungono quanti - transitando tra il ROS, la PIRELLI o qualche altra azienda telefonica - hanno cercato e cercano di riaccreditarsi al cospetto dei potenti di turno, montando “tragedie”, con conseguenze che sono state devastanti per le Istituzioni e la Magistratura.
Purtroppo molti politici, anche in buona fede, quando entrano nelle stanze dei bottoni non riescono a restare indifferenti a queste “sirene” e - col tempo - finiscono essi stessi per cadere nella trappola.
Alle stesse “sirene”, purtroppo, finiscono per soggiacere taluni magistrati in buona fede e le conseguenze sono parimenti gravi.
A volte l’ambizione, a volte la speranza di facilitare qualche risultato investigativo, tradiscono i buoni intendimenti ed arrecano danni sostanziali alla giustizia, tradendo le nobili finalità che si intendevano perseguire.
Usare certi discutibili sistemi nelle indagini giudiziarie è come il doping per l’atleta.
Si ha la sensazione di arrivare i primi e di fare meglio.
Prima o dopo, però, se ne pagano le conseguenze sulla persona e si rischia pure di essere squalificati!
A proposito di una certa genia del ROS, non è il caso che si parta dalle indagini sulle stragi del ’92 e ‘93, , dal “Papello”, dalla mancata perquisizione del covo di Riina, dal suicidio del Mar. Lombard, dall’omicidio di Luigi Ilardo, dalla continuata mancata cattura di Bernardo Provenzano, dalla trattativa con Cosa Nostra, dalle indagini sulle talpe alla DDA di Palermo o alle infiltrazioni spinistiche all’interno della Telecom, per arrivare ai rampolli di quella genia, variamente distribuiti fra ROS, aziende telefoniche private ed accreditate agenzie spionistiche.
Talune di queste ancora lucrano milioni e milioni di euro dallo Stato.
Non è nemmeno il caso che io richiami le numerose e purtroppo dolorose indagini su appartenenti al ROS ed all’Arma dei Carabinieri, che in questi anni sono stato costretto ad assistere e partecipare, al fianco ed a servizio di magistrati coraggiosi (Pubblici Ministeri, Giudici e Tribunali).
I processi si sono conclusi con condanne esemplari.
Qualcuno, forse, oggi me la vuole far pagare anche per quello e - come diciamo a Palermo - ha cercato di "pulirsi il coltello".
A quelle indagini (come a numerosissime altre) ho avuto l’onore di lavorare (come sto lavorando) con degli onesti e bravi Carabinieri, con i quali ho condiviso i successi per i risultati conseguiti.
A loro va la mia più alta stima, amicizia e considerazione, per l’attaccamento allo Stato ed alla Legge, che hanno dimostrato nell’assolvere ai loro compiti di istituto.
Carabinieri onesti, professionali e volenterosi che, anche quando hanno fatto accesso al ROS, non hanno mai dimenticato di essere CARABINIERI, mantenendo alto il valore del giuramento di fedeltà allo STATO ed alle sue LEGGI.
Nel mio percorso professionale ho dovuto prendere atto, purtroppo, che molti carabinieri passati al ROS (Reparto Operativo Speciale) avevano contrabbandato per finalità poco commendevoli il loro giuramento di fedeltà allo STATO ed alle sue LEGGI.
Altri hanno fatto la stessa cosa nelle diverse fasi di entrata ed uscita dai Servizi di Sicurezza e dalla varie sigle di società private, più o meno collegate agli stessi "Servizi".
Altri si sono pure dimenticati di essere CARABINIERI, o se ne sono ricordati solo perché era cambiato il vento (o il padrone di turno), ed era necessario rientrare nei ranghi dell’Arma.
Su taluni appartenenti agli apparati deviati dello Stato si stavano concentrando gli ambiti più importanti delle indagini, quando sono state fermate, a seguito dell’avocazione e della delega ai ROS.
In questo la cosa che mi fa più rabbia è l’avere rilevato che si stava indagando anche a tutela di politici, di alte cariche dello Stato (vedi il Vicepresidente del C.S.M.) e di alti Magistrati, che hanno finito per attaccare e censurare l’operato di chi solo cercava di difenderli.
Si veda per tutti la diffusione della falsa notizia dell’acquisizione dei tabulati delle loro utenze.
Questo ed altro è stato inserito nel tritacarne di chi ha gestito abilmente le orchestrazioni mediatiche delle ulteriori fughe di notizie, che sono state foriere di provvedimenti giudiziari abnormi.
Mi limito a definire abnormi quei provvedimenti solo per la quiete istituzionale che il Capo dello Stato ha richiesto ed ha imposto a tutti con la sua autorevolezza.
Basta leggere le puntuali anticipazioni giornalistiche di un noto quotidiano calabrese per rendersi conto di qual è oggi il vero e reale problema della Calabria, ben oltre la Ndrangheta, la criminalità comune ed il malaffare.
In un circuito perverso di complicità e di ricatti incrociati, le vittime sono finite per diventare complici dei burattinai, che ancora tirano le fila di una vicenda che sta rischiando di travolgere tutto e tutti.
Quello che sta accadendo ha dell’incredibile.
Mi sembra di trovarmi sul set di “Scherzi a parte”.
L’unica cosa è che non ho mai visto una puntata che durasse così a lungo.
Mi auguro – anzi sono certo – che le Istituzioni sapranno reagire e trovare subito delle soluzioni efficaci, che poco mi pare si possano conciliare con delle punizioni ispirate solo da regole di “cerchiobottismo”.
Ne vale di quel che resta della credibilità dello Stato e della Magistratura.
Ne vale del lavoro onesto e del sacrificio di tanti – magistrati, poliziotti, carabinieri, finanzieri – che hanno dato e danno il massimo di se stessi per la tutela dello Stato e per l’affermazione della Legge.
Se non sentiamo il bisogno e la capacità di ritornare a riflettere nel nome dei vivi e nel rispetto della Legge, quanto meno facciamolo nel nome e nel ricordo dei morti.
Di quanti nel nome dello STATO, della GIUSTIZIA e di una LEGGE che fosse “UGUALE PER TUTTI” hanno combattuto con coraggio e determinazione, fino all’estremo sacrificio della vita.
Abbiano in nome di costoro gli uomini delle Istituzioni – vuoi nei Palazzi di Giustizia che nei Palazzi del potere – il coraggio di abbandonare le logiche degli schieramenti, le appartenenze correntizie e corporative delle caste e levare alte le proprie coscienze alla ricerca ed all’affermazione di una morale, che sta al di sopra della Legge e che - al pari della Legge - è stata in questi giorni gravemente vilipesa, come mai era accaduto in questa Nazione.
Palermo, 11-XII-2008
Gioacchino Genchi

martedì 9 dicembre 2008

09-12-2008 - Dedicato a Giuseppe D'Avanzo ed a Giovanni Bianconi, se troveranno la voglia ed il tempo di riflettere per quanto hanno scritto su di me!

MAFIA: PALERMO, ERGASTOLO IN APPELLO PER DUPLICE OMICIDIO (AGI) - Palermo, 9 dic. - La prima sezione della Corte d'Assise di Appello di Palermo ha condannato all'ergastolo Salvatore Bagliesi, un agricoltore di Partinico imputato del duplice omicidio di Francesco Paolo Alduino e Roberto Rossello, uccisi a Partinico (Palermo) il 10 aprile del 1999. In primo grado Bagliesi era stato assolto e oggi il collegio presieduto da Innocenzo La Mantia, a latere Alfredo Montalto, ha accolto il ricorso presentato dal Pm Francesco Del Bene e dal procuratore generale Daniela Giglio. Bagliesi era libero e dopo la lettura della sentenza si e' allontanato dall'aula. Determinante per risalire alla responsabilita' dell'imputato e' stata una perizia del super esperto informatico Gioacchino Genchi, che ha accertato che la mattina del delitto, cosi' come aveva sostenuto il pentito Michele Seidita, Bagliesi si trovava nella zona in cui fu commesso il duplice omicidio, cioe' nel panificio gestito da Alduino. L'omicidio e' ricollegato a un contesto di mafia, al quale Rossello, garzone del panificio, era del tutto estraneo. (AGI)

lunedì 8 dicembre 2008

08-12-2008 - E i corvi continuano a gracchiare intorno ai Palazzi di Giustizia - Legitima difesa riapre!

Cari amici,
a distanza di un anno – quasi fosse una coincidenza – i corvi che gracchiano ancora intorno ai Palazzi di Giustizia mi hanno costretto a ritornare sul mio blog.
Mi scuso e ringrazio i tanti amici, i colleghi ed i giornalisti democratici che mi hanno chiamato, scritto e-mail, o che hanno tentato di chiamarmi ed ai quali non ho potuto rispondere e non potrò rispondere.
A breve mi farò sentire e mi leggeranno in molti, anche quelli che scrivono a sproposito, solo perché ho avuto la ventura di imbattermi in qualche amico loro ...
A presto, quindi.
Gioacchino Genchi

venerdì 14 dicembre 2007

14-12-2007 - Il diavolo fa le pentole, ma si dimentica a fare i coperchi

Testo dell'articolo-intervista, pubblicato su L'Opinione
di
Emilio Grimaldi


Il diavolo fa le pentole, ma si dimentica a fare i coperchi
Erano le ore 18 del 27 luglio 2007 quando radiocarcere ha pubblicato la relazione che gli aveva commissionato il Pm Luigi De Magistris su Why Not. Esattamente un giorno prima, alle 12 e 36, era stata trasmessa agli imputati, tra cui Luigi Bisignani, principale indagato. Nelle intercettazioni si faceva il nome anche di Clemente Mastella, ministro della Giustizia. Proprio perché era stata protocollata con il timbro di De Magistris si da il caso che gli unici possessori della documentazione fossero proprio gli indagati. La relazione fece il giro dei giornali e del web, e Mastella definì Genchi, proprio in questa occasione, “mascalzone”. Così in molti si sono accorti di lui. Il diavolo (De Magistris e Genchi), con questo impiccio, avrebbe fabbricato una bella pentola e ma la mancanza del coperchio ha fatto saltare tutto in aria. Il dubbio che fossero stati proprio gli indagati a far pubblicare la notizia è venuto a tutti ma pochi si sono veramente interessati a guardare bene cosa nascondesse la pentola perché si sono lasciati volentieri avvolgere dal fumo che è fuoriuscito. Alla gogna, questa volta, ci sono andati proprio loro, i diavoli buoni della faccenda De Magistris e Genchi. A nulla sono valsi il “Santo subito” rivolto al magistrato coraggioso dalla società civile, lo Stato doveva essere salvaguardato. Quando, grazie a Genchi lo Stato è riuscito ad inchiodare Lo Piccolo, quando grazie alle sue perizie lo Stato è riuscito a ricostruire la Verità in molti processi e lo ha pure riconosciuto, Genchi viveva nell’ombra. Ed era giusto così, perché gli umili servitori dello Stato devono rimanere nell’ombra, lontano dai riflettori. Ma quando c’è stato di mezzo lo Stato stesso, allora Genchi non valeva più. Si è assecondata la nube della pentola per farlo vedere a tutti, finalmente, elevato alla luce del giorno come il “responsabile” di tale mascalzonata. Lui, uno dei maggiori ricercatori della Verità dei fatti giudiziari più violenti degli ultimi tempi. Sì proprio lui era in grado di fare una cosa del genere. Lui che riesce a vedere dove altri non vedono e che ha messo dentro e scarcerato pezzi da novanta perché ha il senso dello Stato, chi si crede di essere? E’ la nube tossica della pentola. Ed è anche la varietà, secondo cui, in fondo, gli uomini, se potessero, ucciderebbero quelli che stimano di più. Un fatto psicologicamente e socialmente accertato dalla letteratura scientifica, e che lo Stato ha sostenuto. Ma la storia non si fa né con la psicologia e né con la sociologia, si fa con i fatti. Questo hanno dimostrato di averlo capito bene quelli che hanno scambiato se stessi per le Istituzioni sacrificando la verità. E i fatti parlano chiaro, avocata l’inchiesta a De Magistris e revocato l’incarico a Genchi. La Verità si fa attendere.
Già il prossimo 17 dicembre, quando il CSM dovrà pronunciarsi sul suo trasferimento, richiesto dal ministro della giustizia Clemente Mastella, potrebbe fare un passo in avanti.

Il "mascalzone" in balia dello Stato
Il super consulente delle indagini scottanti. Quante le verità nascoste?
Dalle stragi del ’92, dove persero la vita i giudici Falcone e Borsellino, passando per Scopelliti fino a De Magistris. Gioacchino Genchi ricostruisce un percorso, il suo, che è parallelo a quello di uno Stato che vuole essere presente per contrastare l’illegalità, evidenziando limiti e pregi di un rapporto fra politica e magistratura che si sta facendo sempre più sottile.
Dopo gli eccidi del ’92 in Sicilia “si sono alzati degli steccati separando quelli che stanno da una parte e quelli che stanno dall’altra”, dice, in “Calabria, invece, ancora non ci sono, oppure non li ho visti”. E anticipa a “L’opinione” alcuni appunti (che sta raccogliendo in un libro) sull’uccisione del giudice Scopelliti di cui Falcone “è stato preveggente”. Si sbarazza delle calunnie, infine, di cui è vittima anche da organi istituzionali, così: “è solo per aver prestato il mio servizio a un magistrato giovane e onesto, quale è appunto Luigi De Magistris”.


Quando le hanno revocato la consulenza “Why Not” ha scritto: “mi hanno revocato gli incarichi, ma non mi possono togliere la voglia di sorridere”. Quanto è importante l’ironia nella sua vita?
La mia capacità di sorridere per quanto era successo equivaleva, ed equivale, alla capacità che altri avrebbero dovuto avere per piangere. Ritengo dei fatti veramente inauditi quelli che sono accaduti negli ultimi mesi a Catanzaro. Ne ho parlato con un giornalista straniero, che segue da anni vicende di mafia e nonostante tutto stentava a credermi. Se ci fossimo trovati in una partita di calcio, i fischietti dell’arbitro e dei guardalinee si sarebbero incantati. Nella vicenda di Catanzaro questo non è accaduto, solo perché l’arbitro ed il guardalinee si sono confusi con i falli dei vari giocatori. Le reazioni degli spettatori e della società civile, anche se definiti da taluno una “invasione di campo”, mi pare confermino che non mi sto sbagliando. La gente per bene non si lascia prendere in giro ed ha capito perfettamente quello che è successo a Catanzaro. Hanno messo il bavaglio ai giudici. Ai politici ed ai giornalisti democratici hanno chiesto di abbassare i toni. Ai comici ed ai satiri hanno cercato di zittirli con le querele. Hanno persino cercato di bloccare le fiction televisive, quando dovevano esaltare la dignità dello Stato e della Giustizia nella lotta alla mafia, dopo avere dato una falsa mitizzazione dei mafiosi. Che altro c’è da aspettarsi?

Partiamo da lontano, dalla sua infanzia. Quanto ha influito nel suo lavoro l’essere sempre a contatto con i libri nella libreria di suo padre?
Quando ho frequentato la prima elementare, già sapevo leggere e scrivere. Oggi è una cosa che capita spesso a molti bambini. Allora un po’ meno. I numeri erano la mia passione. Ricordo che mi piacevano più le sottrazioni che le addizioni. Non a caso, ancora oggi, difficilmente mi “addiziono” e molto spesso mi “sottraggo”. A parte l’ironia, io ho fatto pure l’asilo nella libreria di mio padre. In quella libreria, già in prima elementare mi sentivo all’università. Ho letto un’infinità di romanzi per bambini. Ancora oggi trovo ispirazioni in quelle prose. I “Viaggi di Gulliver”, ad esempio, come altre opere dello scrittore irlandese Jonathan Swift, hanno affinato la mia fantasia e la satira, in un misto di ironia tutta castelbuonese. I romanzi di Jules Verne, i primi gialli, hanno fatto il resto. Non avevo ancora compiuto 10 anni quando ho letto “Il Padrino”. Fu così che mandai in soffitta i racconti di Italo Calvino, per dedicarmi a letture più impegnative, con contenuti storici e politici. La storia della Sicilia e della mafia cominciarono ad essere le mie letture preferite. Nel 1975, la lettura de “Il Prefetto di ferro” di Arrigo Petacco e dei primi libri sulla storia della mafia, hanno sostanzialmente segnato le mie scelte professionali di molti anni dopo.


Mi parli della famosa “marcia a piedi” da Castelbuono a Cefalù con i suoi compagni delle scuole superiori.
Quella è stata una delle tante iniziative di protesta del movimento studentesco madonita di quel tempo. Forse la più clamorosa, anche per la diffusione mediatica che ha avuto. Ancora oggi viene ricordata come un momento di grande conquista civile dai miei coetanei e dagli anziani, che avevano la nostra età di adesso. All’epoca gli istituti scolastici superiori erano concentrati nei comuni più grandi delle province siciliane. Chi voleva proseguire gli studi, doveva servirsi degli autobus di linea o dei treni. Per questo, solo i figli delle famiglie benestanti potevano permettersi il costo degli abbonamenti mensili, che si sommavano agli oneri dei libri, necessari per frequentare le scuole superiori. La conseguenza pratica era che tanti giovani promettenti e volenterosi, di origini umili e contadine, non potevano consentirsi queste spese ed erano costretti, inesorabilmente, ad abbandonare gli studi.

E dopo che successe?
Dopo quella rocambolesca iniziativa della marcia a piedi a Cefalù, la Regione Siciliana varò una legge, che oggi garantisce a tutti gli studenti siciliani il pagamento dell’abbonamento mensile dei mezzi di trasporto, per frequentare qualunque scuola. Quella non fu che una delle tante iniziative di protesta civile di quegli anni. Altre battaglie furono fatte per la realizzazione degli istituti scolastici. All’epoca, quasi tutte le scuole erano ubicate in locali precari e presi in affitto, dagli immobiliaristi della zona. Gli Enti locali, per anni, avevano fatto finta di considerare la scuola come un optional della società. I problemi della scuola e degli studenti venivano affrontati con pressappochismo. L’unica attenzione dei politici era rivolta alla stipula dei contratti di locazione con i privati, rinnovati sempre a condizioni capestri per la pubblica amministrazione. I fondi dei bilanci degli Enti locali, praticamente, si trasferivano nei portafogli degli immobiliaristi, per i canoni degli affitti da capogiro. Nessuno pensava a costruire delle scuole, moderne e funzionali. Qualunque saggio amministratore, come un buon padre di famiglia, avrebbe pensato a stipulare un mutuo e, con non molto meno di quello che pagava per gli affitti, avrebbe costruito degli edifici scolastici nuovi e funzionali. Ebbene, con le occupazioni degli istituti e delle aule consiliari dei comuni, quando minacciammo che avremmo pure occupato il Duomo di Cefalù, si decisero a finanziare la costruzione delle nuove scuole, realizzate nelle aree frattanto espropriate. Dopo anni, quelle scuole sono state costruite ed oggi, con tanta commozione ed orgoglio, ci ritorno ogni anno, nella giornata del 23 di maggio, in occasione delle commemorazioni delle vittime della strage di Capaci del 1992, in cui furono trucidati (con l’esplosione di tutte e due le carreggiate di un’autostrada) il giudice Giovanni Falcone, Francesca Morvillo e gli agenti scorta. Fra quei poliziotti c’erano pure dei miei amici, fra cui Falcone, con cui avevo pure lavorato. Non riesco a descrivere la commozione che provo, ogni anno, nel parlare a quegli studenti, in quelle scuole. Fra loro ci sono anche i miei figli. Di molti altri ragazzi, solo dal rassomiglio dei volti, riesco a intuire il profilo delle loro madri e dei loro padri, che furono i miei compagni di scuola di quel tempo, in quelle battaglie civili e democratiche per il diritto allo studio e per una scuola migliore. Quelle scuole che per noi erano un sogno, oggi sono una realtà per i nostri figli. Questo rapporto con i giovani e con la scuola, a cui ho sempre tenuto, lo ritengo il momento più importante del mio essere poliziotto, cittadino e consulente dell'Autorità Giudiziaria. Forse qualcuno, ancora adesso, non lo ha ancora capito. Se si vuole migliorare e far crescere una società e se si vuole veramente debellare la mala pianta della cultura mafiosa, è proprio sui giovani e sulla scuola che bisogna puntare. Le leggi eccezzionali, il carcere duro per i mafiosi ed i corpi speciali di polizia, servono ben poco per combattere la mafia, quando questa si annida in una pseudo cultura, alla quale si ispirano ancora oggi molti giovani, specie in Calabria, per le deficienze ed i li miti di una sana cultura della legalità e del rispetto dello Stato. Ero e sono convinto che sotto il profilo della prevenzione criminale e mafiosa, ad esempio, un bravo insegnante elementare o di scuola media, come un professore di liceo, possano dare un contributo maggiore e più efficace nel contrasto alla cultura mafiosa, più di quanto non possano fare un maresciallo dei carabinieri o un commissario di pubblica sicurezza messi insieme. Non sono solo i mafiosi in quanto tali ad essere pericolosi per la società, ma è la cultura ed i messaggi subliminali che riescono a trasmettere ai giovani che, in prospettiva, rappresentano il pericolo maggiore.


Che cosa ha di speciale il suo paese, Castelbuono, che giudica così “civile e democratico”?
Mi riferisco alla storia di Castelbuono e delle Madonie. Nell’hinterland madonita, ed in paesi distanti pochi chilometri in linea d’aria da Castelbuono, hanno trovato i natali pericolosissimi boss mafiosi di “Cosa Nostra”. Dalle iniziative rocambolesche di Cesare Mori (il Prefetto di ferro) con l’assedio di Gangi, fino ai nostri giorni, la storia giudiziaria ce lo conferma. Autorevoli pentiti hanno definito le “Madonie” la Svizzera di “Cosa Nostra”. Alcuni dei capi mafia della Madonie, che partecipavano in modo autorevole alla “Commissione” di “Cosa Nostra”, con Totò Riina e Bernardo Provenzano, sono stati condannati all’ergastolo, per la partecipazione alle stragi del 1992 e per tanti altri crimini. Orbene, nonostante le influenze del triangolo mafioso dei paesi vicini, Castelbuono ha rappresentato da sempre un’oasi di legalità.

Si spieghi meglio.
Intendo dire che Castelbuono ha sempre saputo mantenere intatta una cultura civile e democratica, unita ad un profondo senso dello Stato e rispetto delle istituzioni e delle sue leggi. Questi valori, che sono comuni nel modo di essere di ogni castelbuonese, hanno bloccato sul nascere qualunque possibile infiltrazione mafiosa, tanto nel mondo dell’imprenditoria, che della politica. In questo, mi sia consentito, credo che più di tutti abbiano inciso la formazione e la tradizione culturale dei castelbuonosi. Sono tantissimi, in tutto il mondo, gli studiosi e gli scienziati di Castelbuono, che si sono distinti ognuno nelle loro professioni. Dai ricercatori universitari ai giornalisti, dai medici agli scienziati e financo ai sacerdoti ed ai vescovi. Tutti i castelbuonesi nel mondo si sono fatti portatori della cultura della semplicità e del bene. Di una semplicità che non è ipocrisia, ma che è profondo rispetto del prossimo e che, nel rispetto del prossimo, è rispetto dello Stato e delle sue leggi. In questo senso ritengo il mio paese un esempio di civiltà e di democrazia, anche per la forte vocazione sociale che accompagna l’impegno lavorativo, i rapporti interpersonali ed il modo di essere di noi castelbuonesi.

Quanti Castelbuono ci sono in Sicilia?
Non è facile fare una statistica o ancora di più una “graduatoria”. Non vorrei, in questo, essere travisato. Quando parlo di Castelbuono sicuramente lo faccio con la nostalgia di chi vive nel ricordo del proprio paese e della propria infanzia. Lungi da me ogni velleità di campanilismo. Peraltro, vivo a Palermo, viaggio di continuo e riesco a raggiungere Castelbuono solo per poche ore, in pochi giorni dell’anno. Posso confermarle, però, che quella che è la cultura civile ed il senso dello Stato che colgo a Castelbuono, lo ritrovo oggi in molti altri comuni del circondario e della Sicilia. Anche in paesi che hanno avuto nel passato forti caratterizzazioni mafiose, da Corleone a Mistretta, da San Mauro Castelverde e Gangi. In questo, mi sia consentito, rivedo ancora una volta il contributo dei giovani e della cultura. Dai bravi maestri della scuola elementare fino ai professori delle medie e delle scuole superiori. In Sicilia, per mano della mafia, abbiamo pagato un contributo di sangue e di dolore che non ha eguali in nessuna parte del mondo. Una vera guerra, in cui oltre ai mafiosi sono stati trucidati magistrati, poliziotti, carabinieri, giornalisti, sacerdoti, uomini delle istituzioni e della politica, inermi cittadini e finanche degli innocenti bambini. Noi siciliani, però, abbiamo forse avuto la capacità di riconvertire questo contributo di sangue e di dolore, nella cultura del “bene” e della legalità. Dopo le stragi del 1992, grazie alla grande rivolta della società civile contro le “mafie”, sono stati alzati in Sicilia degli steccati, che hanno separato chi sta da una parte e chi sta dall’altra. Quegli steccati hanno funzionato e funzionano ancora oggi in Sicilia, in particolare, nel mondo delle istituzioni e della magistratura. In Calabria, se mi consente, questi steccati io non lo ho visti e se ci sono, sono molto ben nascosti. In Calabria come in Sicilia ci sono tante, tantissime, persone per bene. Ci sono tanti, tantissimi, servitori dello Stato e Magistrati che fanno il loro dovere, con impegno e professionalità ed in condizioni di difficoltà che non hanno eguali in nessuna parte d’Italia. Nemmeno in Sicilia. Forse, però, il fatto di non avere visto morire dei propri colleghi fra i magistrati e gli investigatori, non ha dato ad una certa parte delle strutture giudiziarie calabresi quella tensione morale e quel senso della separatezza e dell’indipendenza dalla politica e dagli interesse di parte, che altri uffici giudiziari siciliani hanno saputo darsi e mantenere, dopo le stragi del ‘92.

Ma in Calabria è stato ucciso pure il giudice Antonino Scopelliti?
Si lo so, e mi sono occupato pure di recuperare le originali considerazioni che di quell’omicidio ha fatto nei suoi diari Giovanni Falcone. Anche in questo Falcone è stato preveggente. Quell’omicidio è stato per la Calabria quasi una meteora, come se non fosse avvenuto o come se Scopelliti non fosse un calabrese o, ancora peggio, come se non fosse un magistrato. Qualcuno ha pure considerato che solo per caso Scopelliti è stato ucciso in Calabria. Mi auguro che qualcuno non mi smentisca pure sull’omicidio o peggio sostenendo che Scopelliti è morto per un’intossicazione alimentare. Gli esiti giudiziari delle indagini su quell’omicidio non mi pare smentiscono l’ilarità delle mie considerazioni che, come dicevo, partono dal triste presagio di Giovanni Falcone. Forse molti giovani magistrati che lavorano in Calabria non hanno letto le carte di quel processo. Sto scrivendo su quell’omicidio e sulla vicenda umana dell’uccisione del giudice Antonino Scopelliti un approfondimento, che partirà proprio dalle annotazioni di Giovanni Falcone nei suoi diari, per arrivare ad oggi, nella considerazione di quello che è il ruolo della magistratura calabrese. Se qualcuno al Ministero della Giustizia o al Consiglio Superiore della Magistratura pensa che l’unico problema della magistratura calabrese sia il giudice Luigi de Magistris e allora forse il caso di riflettere seriamente su quelle che sono le reali volontà dello Stato di contrastare davvero l’illegalità e la mafia in Calabria. A proposito del giudice Scopelliti ricordo ancora le risultanze di un’indagine di qualche anno fa, originata proprio dagli scritti di Giovanni Falcone e dal monitoraggio delle sentenze di mafia della Cassazione, che Falcone aveva avviato quando occupava il posto di Direttore Generale degli Affari penali, al Ministero della Giustizia, prima che lo facessero saltare in aria a Capaci. In un’indagine su un magistrato, mi occupai dell’annullamento di un’ordinanza del Tribuanle del Riesame di Reggio Calabria, scritta in modo esemplare da un bravissimo giudice calabrese, Salvatore Boemi. Nei giorni immediatamente precedenti all’udienza della Cassazione che ha annullato quell’ordinanza (che riguardava proprio delle infiltrazioni mafiose nella pubblica amministrazione) ho rilevato una triangolazione di telefonate fra il fratello degli indagati (pure lui indagato) e le utenze dell’abitazione del Presidente e del Giudice estensore della motivazione della sentenza della Corte di Cassazione, che ha annullato senza rinvio l’ordinanza del Presidente Boemi, disponendo l’immediata scarcerazioni degli indagati e compromettendo irreversibilmente il seguito di quel procedimento. Mi si potrà obiettare che delle telefonate fra buoni amici non significano nulla, nemmeno quando queste riguardano un Presidente di Sezione della Corte di Cassazione ed un Giudice che è chiamato a redigere la motivazione del provvedimento di annullamento della misura cautelare, nei confronti di un indagato, fratello di quello che gli telefona e che è pure indagato in quel procedimento. Se nessuno si meraviglia di questo, non c’è nemmeno da meravigliarsi come mai, fino ad oggi, siano rimasti impuniti gli assassini del Giudice Antonino Scopelliti.


Da quando frequenta la Calabria quanti paesi come Castelbuono ha conosciuto?
Ho conosciuto in Calabria tanti pesi e tanti posti bellissimi. Anche molto più belli di Castelbuono. Boschi, spiagge, alture e paesaggi stupendi. Mi rammarico di avere visitato quei posti solo per ricostruire delle dinamiche omicidiarie e delle cruenti stragi. Non sono ancora riuscito ad organizzare una vacanza in Calabria, né un tour turistico, che non segua gli itinerari dei killer ed i luoghi degli agguati di mafia, consumate a colpi di Bazooka e di Kalashnikov. In Calabria, però, ho visto pure tanti scempi ambientali. Ho visto una speculazione edilizia che ha deturpato irrimediabilmente scorci naturalistici bellissimi. Ho visto disastri idreogoligici ed ambientali, frutto di una scellerata politica di gestione del territorio. Anche in questo ritengo che la cultura ed il rispetto dell’ambiente siano valori che solo le scuole e l’istruzione possono dare ai giovani di oggi, che saranno i buoni cittadini di domani.

Qualche esempio?
A Castelbuono come in Calabria c’è un parco naturalistico ed una vasta area boschiva. A Castelbuono, come in Calabria, ci sono tanti onesti lavoratori, che operano nel mondo della forestazione. Ebbene, i boschi di Castelbuono non si sono mai incendiati, mentre quelli calabresi vanno in fumo inesorabilmente, anno dopo anno. Questa, per me non è solo una casualità e con questo penso di averle pure dimostrato come, una certa cultura della legalità e del senso dello Stato, non valgono solo nel contrasto alla mafia, ma si traducono anche nel rispetto dell’ambiente, che equivale al rispetto del prossimo, al pari di come si rispetta se stessi.

Stato, Giustizia e Verità. Quale al primo posto?
Indubbiamente al primo posto c’è la “Verità”. Non c’è “Giustizia” senza “Verità” e non ci può essere “Stato” senza “Giustizia”. Per “Giustizia” non intendo però una “giustizia di plastica”. Una giustizia che, come vogliono alcuni, sia forte ed inesorabile con i deboli e debole ed indulgente con i forti. Una giustizia delle “carte a posto”, come la concepisce qualcuno in Calabria e come altri, lontano dalla Calabria, vorrebbero che fosse la giustizia calabrese. Una “Giustizia” che abbia la capacità prima di tutto di guardare dentro se stessa, di rinunciare ad interessi, privilegi e compromessi con il potere, guardando solo alla ricerca della “Verità” ed al rispetto ed all’applicazione della “legge”. Di una “Giustizia” semplice, rapida, indipendente ed efficace, che abbia la stessa capacità di dirimere i conflitti sociali e farsi valere nei confronti di tutti coloro che sbagliano. Mafiosi, ndranghetisti, trafficanti di droga e se del caso politici e colletti bianchi. Penso ad una “Giustizia” silenziosa e non protagonista, che venga amministrata anche in Calabria non in nome di una “casta”, ma “in nome del popolo”, proprio come vuole la Costituzione. Penso ad una “Giustizia” che anche in Calabria possa affermare il primato della “Legge” e nell’affermarlo faccia valere il principio di una “Legge” che “sia uguale per tutti”. Può darsi che io, per il solo fatto di credere in queste cose, venga considerato un eretico, un eversore o addirittura un folle. E’ forse è anche per questo che risulto un consulente scomodo ed inadeguato, specie per qualche magistrato. Poco mi importa e di questo, comunque, non voglio parlare. Dico solo che confido ancora nella Giustizia e nel tempo. Insieme hanno sempre saputo dare ragione ai giusti.

Nella biografia di un “mascalzone”, da lei stesso redatta, traspare un forte senso dello Stato, dello stato di diritto, delle Istituzioni, e delle “divise” degli avvocati e dei giudici. Scrive anche che “chi fa il proprio dovere con onestà e professionalità non ha nulla da temere da chi lo fa allo stesso modo dall’altra parte”, perché?
Non vorrei lei facesse un’enfasi dei miei concetti. Non vorrei nemmeno sembrare retorico. Non penso di avere scoperto l’acqua calda, scrivendo quello ho scritto nel mio blog “Legittima difesa” (
http://gioacchinogenchi.blogspot.com/). Io sono un uomo semplice e vivo di cose semplici. Dal mio modo di vestire agli alimenti di cui mi nutro, bado solo alla qualità di tutto quello che faccio, che dico, al pari dei cibi che mangio. Non amo le cose sofisticate e prediligo le cose semplici e genuine. Il senso dello Stato per me è il modo di essere e di concepire la vita, che qualunque cittadino dovrebbe avere e sentire dentro di sé, specie quando è chiamato ad esercitare pubbliche funzioni. Quando queste funzioni non sono solo meramente amministrative, ma raggiungono anche gli ambiti della giurisdizione penale, il senso dello Stato e della legalità devono essere maggiori, come pure il livello di guardia da mantenere, per evitare che questi principi vengano compromessi. Mi spiego meglio. Chi, con il proprio lavoro, di investigatore, di pubblico ministero, di avvocato o di giudice, può incidere irreversibilmente nel compromettere il bene giuridico più importante per ogni uomo, dopo la vita, qual è appunto la libertà personale, dovrebbe rappresentarsi in ogni momento della propria giornata l’importanza di questi valori e di questi principi. In questo, non a caso, faccio anche riferimento agli avvocati, posto che non vi potrà mai essere una “giustizia giusta” se non sono state date all’indagato tutte le garanzie di difesa previste dall’ordinamento. E lì che i difensori hanno un ruolo fondamentale, posto che il risultato della loro concreta capacità ed applicazione professionale, in uno con quella dei pubblici ministeri e delle altre parti del processo, rende credibile per i cittadini (il popolo) il risultato dell’attività giurisdizionale. I processi e le sentenze, altrimenti, risulterebbero solo una fictio, né più e ne meno del processo di Kafka o di un film di Totò o di Alberto Sordi.

Scrive anche che la mafia rispetta “il processo, le leggi e le sue regole” e che “non tenta i golpe”. Cosa vuole dire? C’è un riferimento alle vicende calabresi ed alla sentenza Lo Piccolo ed a quelle delle stragi, che lei cita nel suo blog?
Senza dubbio. La mafia ed i mafiosi, tanto quelli siciliani che quelli calabresi, nella loro assurda ed aberrante condotta violenta e sanguinaria, alla fine hanno accettato e subito le indagini ed i processi. In certi casi hanno cercato di corrompere giudici ed investigatori, per non farsi indagare e processare. In altri casi, quando non hanno potuto fare altrimenti, li hanno pure uccisi. In tutti i casi, però, si sono fatte le indagini ed i processi. Nelle vicende calabresi, che non riguardavano nemmeno fatti di mafia, non si è nemmeno potute proseguire delle indagini iniziate, posto che si è cercato subito di impedirle, di bloccarle con ogni mezzo. Di più non posso dire per quello che è il mio ruolo. Spero che di questo si siano resi conto quelli che hanno il compito di farlo. Io, come dicevo, sono sempre fiducioso nella “Giustizia”. E’ una macchina che spesso procede a rilento, ma alla fine raggiunge il traguardo. Quello di cui mi rammarico, purtroppo, sono tutte le “fermate” che questa macchina ha fatto lungo il tragitto ed i numerosi “passeggeri” che ha lasciato per strada. Io ho la coscienza a posto e sono sereno. Non penso che altri protagonisti di questa vicenda possano dire di avere la mia serenità. In questo senso lo specchio del bagno di casa mia, dove mi guardo la mattina quando mi alzo dal letto, è il migliore giudice. Io vedo nel mio specchio un uomo fiero e sorridente. Voglio solo augurarmi che gli specchi dei bagni di altri, possano avere la stessa fortuna del mio.

E’ vero che ha intercettato dei giornalisti?
Nella mia vita non ho mai intercettato nessuno. Sfido chiunque a dimostrare il contrario, ma non ho mai eseguito una, che si dica una sola, intercettazione telefonica o ambientale. Io mi limito ad elaborare ed analizzare dati ed atti processuali che pubblici ministeri e giudici si determinano di acquisire nel pieno rispetto delle norme di legge e con il controllo costante delle parti processuali, a cui vengono sottoposte le acquisizioni e le mie relazioni, dopo il loro deposito. Non commento quello che viene scritto da alcuni ben precisi organi di stampa. I calabresi non mi conoscono ma, fortunatamente, conoscono molto bene chi scrive certi articoli. Io posso solo dirle che annovero alcuni giornalisti fra i miei migliori amici. In uno Stato democratico considero fondamentale il ruolo ed il controllo della stampa, anche dell’attività giurisdizionale, come delle politica e dell’amministrazione della cosa pubblica. Dopo avere detto di me che avrei intercettato il Presidente del Senato, il Vice Presiedente del CSM, i Procuratori ed i politici di mezza Italia, adesso, e non a caso, ci hanno messo dentro pure i giornalisti, tirandone dentro in tanti, nel tentativo di nascondere i pochi. Anche in questo io ho la coscienza a posto e con me il giudice Luigi de Magistris. La solidarietà che mi giunge da tanti coraggiosi magistrati calabresi, dai tanti poliziotti, carabinieri e finanzieri con cui lavoro, si aggiunge a quella dei giornalisti democratici come lei, che non hanno nulla da temere dalla mie presunte ed in verità inesistenti “intercettazioni”. Con lei i tanti calabresi onesti che mi scrivono alla mia e-mail e sul mio blog, anche con telefonate e messaggi personali di solidarietà e di affetto, che mi danno la forza di continuare. La Calabria come la Sicilia sono delle regioni meravigliose, come meravigliosa è la loro gente che con forza chiede allo Stato ed alle sue istituzioni un segnale di giustizia. Auguriamoci solo che queste tante persone per bene non rimangano ancora una volte deluse, dopo tutto quello che è successo. Non posso dirle altro nel merito del mio lavoro, per il dovere di riserbo che mi costringe a tacere, anche a costo di subire come sto subendo le accuse, le calunnie e le umiliazioni più infamanti, solo per avere accennato a fare il mio dovere, al servizio di un magistrato giovane ed onesto, qual è appunto Luigi de Magistris. Gli hanno tolto le indagini e mi hanno revocato gli incarichi, ma nessuno riuscirà a togliermi la libertà di pensare e di agire come ho sempre pensato ed agito. In piena libertà ed indipendenza, al servizio dello Stato, della Verità e della Giustizia.

Gioacchino Genchi

http://www.gioacchinogenchi.it/
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sabato 10 novembre 2007

L’attacco di Iannuzzi su Panorama: un attestato di perbenismo

Senatore Raffaele Iannuzzi (detto Lino),
noto che già, per la seconda volta, sono diventato il suo bersaglio preferito.
Dopo la pubblicazione del suo articolo sull’ultimo numero di Panorama (08-11-2007-15-11-2007), fra i tanti, mi ha chiamato pure un alto magistrato, con cui ho lavorato per anni a Palermo e che non sentivo da tempo. Mi ha detto: «Genchi, non si scoraggi. Essere attaccato da Iannuzzi è il più lusinghiero attestato di perbenismo che le poteva giungere».
Per delicatezza non faccio il nome del magistrato, ma sono sicuro che, primo o poi, si farà sentire lui.
Ecco perché mi accingo a risponderle sul mio blog, visto che non sono collegato a nessun gruppo editoriale.
Nel mio blog - per di più - non ho nemmeno problemi di spazio, come forse ce li ha lei nel suo giornale, dove la trovo sempre più ristretto.
Io, di certo, non so usare la penna come la usa lei.
Lei scrive benissimo, persino le diffamazioni.
Forse è anche per questo che, dopo diverse condanne giudiziarie, l’hanno pure graziata.
Nulla da eccepire sulla "grazia". Concordo pienamente sul fatto che nessuno debba andare in carcere per le proprie idee, comunque le abbia professate, anche diffamando, in modo ignominioso, magistrati e servitori dello Stato.
Sul mio conto, però, penso proprio che non ci ha azzeccato.
Non è stato capace nemmeno di fare satira.
Accostarmi a Tommaso Buscetta non ha fatto ridere nessuno.
A parte la boutade su Travaglio e su Santoro - che ho capito ancora meno del resto dell’articolo - la ringrazio di non avermi quanto meno attribuito alcuna appartenenza politica, o padroni in alto loco.
Si vede che sul punto le sue “veline” erano aggiornate.
Sul resto, mi creda, l’hanno proprio portata fuori strada.
Posso pure intuire il perché.
Ebbene è proprio il caso che io le precisi – ove lei avesse scritto quelle cose in buona fede, solo perchè male informato - che nella mia vita e nel mio lavoro non ho mai installato, ceduto, detenuto, acquistato, noleggiato, ricevuto ed in qualunque modo maneggiato, attrezzature, impianti, apparecchiature, congegni (singoli o assemblati), in qualunque modo utilizzabili o utilizzati per attività intercettiva e/o captativa, di dialoghi, conversazioni telefoniche, immagini, suoni, o altro.
Nella mia vita non ho nemmeno mai altresì eseguito - né come consulente, e nemmeno come Funzionario di Polizia - una sola (che si dica una!) intercettazione telefonica, o ambientale.
A mala pena, a casa mia, ho qualche volta inavvertitamente alzato il telefono dello studio, non curandomi che mia moglie parlava con sua madre, dall’altro telefono della cucina.
Non ci ho capito niente lo stesso: parlavano in sloveno.
Nel mio lavoro ho solo analizzato dati processuali, trascrizioni, intercettazioni ed altro materiale investigativo, preventivamente acquisito agli atti dei procedimenti penali, su disposizione e sotto la direzione del Pubblico Ministero e con il controllo e l’autorizzazione del Giudice.
A proposito della tanto enfatizzata disponibilità di «dati», che avrei accumulato negli anni, vedo proprio che lei - egregio senatore - ha con l’informatica (e forse anche coi processi), lo stesso rapporto che ho io con la panca degli addominali.
Se solo si sforza a considerare in cosa è consistito ed in cosa consiste il mio lavoro - come risulta dai processi in cui ho partecipato - in venti anni ho trattato molto meno «dati» (tabulati, verbali, intercettazioni, ordinanze, sequestri ed altri atti processuali), che un modesto studio legale acquisisce legittimamente in un anno (fra cui anche quelli allegati alle mie relazioni), con le semplici ostensioni documentali, successive al deposito degli avvisi di conclusione delle indagini.
Questo tanto per quanto riguarda gli studi legali di difensori titolati, che gli avocati che si limitano alle difese d’ufficio ed ai gratuiti patrocini.
In più, ci sono migliaia di consulenti e di periti, che in Italia fanno pressappoco il mio stesso lavoro (ad esempio con le trascrizioni delle intercettazioni telefoniche), e trattano dati, brogliacci, trascrizioni e tabulati, mille volte più numerosi di quelli che io, invece, mi limito solo ad analizzare.
Mentre gli altri consulenti e periti riescono a fare cento consulenze, io - a mala pena - ne finisco una.
Questo perché io non copio, non sento e non trascrivo nulla.
Mi limito solo ad elaborare ed analizzare quello che gli altri hanno sentito, scritto e riportato nei verbali.
Ma le dirò di più. Subito dopo il deposito delle mie relazioni ai magistrati, le mie consulenze diventano pubbliche.
Gli avvocati si fanno le copie e le assicuro ci fanno le pulci.
Al processo arriviamo coi loro computer e li avviene il confronto e la discovery completa dei «dati».
Mi vuole dire dov’è il mistero in tutto questo?
Forse io tratto «dati» che non potrei analizzare e valutare per conto del P.M. e gli avvocati sì, per conto dei loro assistiti?
E se cosi fosse che me ne farei, senza poterli validamente utilizzare nel processo?
Dopo le indagini ed i dibattimenti i tanto temuti «dati» di cui le parla, vengono versati agli uffici giudiziari, che ne hanno ordinato, diretto e controllato le acquisizioni.
A me rimangono le relazioni, per le quali assumo lo status di testimone per tutta la vita.
Su una perizia fatta per il Tribunale Militare di Palermo, ho deposto per quasi cinque anni in tutti i Tribunali Militari italiani e le Corti d’Appello Militari, che se la erano scambiata, in centinaia di altri dibattimenti, su imputati concorrenti col primo, di cui solo mi ero occupato (si trattava dell’indagine sulle truffe militari dell’Hotel Eton, di Roma).
In diversi processi di omicidio, di mafia e di droga, con le mie consulenze e le perizie, si sono ribaltate le sorti di imputati innocenti, detenuti in carcere per anni.
Potrei fornirle una lunga sfilza di sentenze, di ordinanze, confermate in vari gradi di giudizio, che hanno dato libertà ed assoluzione ad indagati ed imputati, ingiustamente detenuti in carcere, ingiustamente accusati e ingiustamente condannati.
Tutto questo, anche se dispiace, attiene alla fisiologia e non alla patologia del processo penale, in uno stato civile e democratico.
Stupirsene e pretendere una giustizia del “doppio binario” – una per i semplici, un’altra per i potenti – attiene a chi non crede nei principi costituzionali dell’uguaglianza dei cittadini di fronte alla legge e del giusto processo, in base ai quali sono state emesse le pronunce giurisdizionali, che mi sono permesso di richiamare alla sua attenzione.
Sono certo che quelle letture la farebbero riflettere prima di scrivere certe cose, se ancora si ritiene un giornalista libero, che risponde alla propria coscienza ed alla verità, come faccio io nel mio lavoro.
Sì, perchè il suo mestiere di giornalista, come il mio di consulente, pur essendo molto diversi, se svolti correttamente, alla fine dovrebbero portare allo stesso risultato: la ricerca e l’affermazione della “VERITA”!
A proposito dei «dati» delle mie consulenze e delle mie perizie, si vada a vedere pure i tanti processi di Appello in cui ho svolto gli incarichi, ribaltando la posizione di imputati ingiustamente condannati o erroneamente assolti.
Non le accenno ai processi di “revisione”, forse perché il termine le potrebbe risultare difficile.
Comunque ci sono anche quelli nel nostro ordinamento processuale, che è uno dei più civili di tutto il mondo.
In tutto questo, nel fare solo il mio lavoro, io sarei addirittura un pericolo per la democrazia e per la privacy.
Qualcuno forse ha mai forse censurato gli avvocati, che legittimamente acquisiscono e trattano gli stessi «dati» dati dei processi, in misura assai maggiore di quanto faccia io col mio lavoro?
L’unica differenza è che io faccio questo solo per conto dei Pubblici Ministeri e dei Giudici, nel pieno rispetto della legge e sotto il controllo dei difensori degli imputati e delle altre parti processuali.
Perché lei lo sappia, nessuno - tranne le inevitabili eccezioni difensive - ha mai eccepito nei processi la correttezza sostanziale e formale del mio operato.
Al più, il mio dispiacere è quello di non avere mai potuto approntare il mio lavoro nell’interesse delle difese, essendo un Funzionario della Polizia di Stato, sebbene in aspettativa non retribuita.
Già, perché lei - forse - non sa che io, per fare il mio lavoro di consulente dell’Autorità Giudiziaria, ho rinunciato allo stipendio ed ad una florida carriera in Polizia.
In fondo ho servito solo e soltanto lo Stato.
Ho lavorato per la “GIUSTIZIA”, cercando solo e soltanto di ricercare e di affermare la “VERITA’”.
Sono rimasto sempre nell’ombra e non ho mai cercato la ribalta.
Vivo di poco con la mia famiglia ed i miei pochi (ma buoni) amici.
Nel fare il mio lavoro non ho mai guardato in faccia nessuno, ma non per questo mi sono considerato un “Robin Hood”, solo perché stavo indagando sui potenti.
Ho avuto sempre rispetto degli indagati e degli imputati, vuoi che si trattasse degli extracomunitari, dei profughi e degli scafisti di Lampedusa; vuoi che si trattasse di mafiosi, rapinatori ed assassini; vuoi che si trattasse di soggetti che rivestivano lo status di Presidente del Consiglio dei Ministri (e non mi riferisco solo a Prodi!).
In questo non mi sono nemmeno lasciato condizionare dalla scelte processuali dei Pubblici Ministeri che mi avevano conferito gli incarichi e gliene posso fornire tangibili conferme.
Provi ad informarsi e vedrà in quante occasioni le mie consulenze sono giunte a risultati diametralmente opposti, a quelli a cui erano giunti i magistrati, prima di conferirmi gli incarichi.
Grazie al mio lavoro molti imputati (anche detenuti) sono stati assolti ed altri soggetti - che nemmeno erano indagati - sono stati riconosciuti colpevoli e condannati.
Egregio senatore Iannuzzi, chi l’ha imboccata contro di me non le ha nemmeno detto che, nel lontano 1998, ho svolto una consulenza tecnica per conto di quei Pubblici di Ministeri di Palermo, che per tanti anni mi hanno preceduto come suoi bersagli preferiti.
In quel procedimento era indagato il senatore Marcello Dell’Utri.
Dei pentiti lo avevano accusato di avere ordito un complotto calunnioso contro altri pentiti, per delegittimare il lavoro dei magistrati che lo indagavano.
La Procura aveva svolto delle indagini ed alla fine aveva chiesto al GIP una ordinanza di custodia cautelare in carcere per il parlamentare.
Il GIP di Palermo - rilevati i presupposti - aveva ordinato la cattura del senatore Marcello Dell’Utri, che però non poteva essere arrestato, in quanto parlamentare in carica.
Richiesta l’autorizzazione al Parlamento, non fu concessa.
Solo per questo Marcello Dell’Utri non è andato in prigione.
Al processo la situazione non era mutata, rispetto alla richiesta cautelare, eccetto l’aggiunta delle dettagliate relazioni e degli elaborati della mia consulenza che, frattanto, avevo ultimato.
Dopo diverse udienze e scambi di battute, fra accusa e difesa, alla fine il senatore Marcello Dell’Utri è stato assolto.
Alla base della sentenza - che la invito a leggere - un forte dubbio del Tribunale di Palermo, sulla prova della sua colpevolezza, che proprio la mia consulenza aveva chiaramente messo in luce, datando l’epoca dei contatti del parlamentare con i pentiti, in un momento assai successivo alla pianificazione del complotto fra di loro, che pure c’è stato.
Anche lì – caro senatore - non ho avuto alcuna esitazione ad affermare la verità, per quella che era, come sempre ho fatto in tutti i processi.
Poco mi sono curato di quelle che erano le tesi o le aspettative dei Pubblici Ministeri che mi avevano conferito gli incarichi, di fronte all’evidenza delle risultanze, che avevo contribuito ad acquisire, ad analizzare ed ad esporre al dibattimento.
Proprio in quel processo - i magistrati di Palermo sono stati ancora più corretti e leali di me - fino al punto da far riammettere al dibattimento quella consulenza, che era stata tanto osteggiata ed in un primo tempo estromessa, proprio a richiesta della difesa di Dell’Utri.
Alla fine il senatore Marcello Dell’Utri è stato assolto.
I pubblici ministeri hanno proposto appello.
Poco mi interessa l’esito definitivo di quel processo. Io ho soltanto fatto il mio dovere, con rispetto assoluto di tutte le parti processuali: dai magistrati che mi avevano conferito l’incarico, fino ai giudici del Tribunale, ai bravi difensori di Dell’Utri che sono riusciti a farlo assolvere, ed allo stesso imputato. Sfido chiunque a dimostrare il contrario, in questo come in tutti gli altri processi a cui ho partecipato, anche quando alla sbarra vi erano anche sanguinari assassini e boss di “Cosa Nostra”.
Forse lei non sa, caro senatore, che chi nella vita ha indossato la toga di avvocato, anche per poco, non potrebbe ragionare in modo diverso, qualunque altro lavoro fosse chiamato a fare nella vita.
Io quella toga non l’ho buttata alle ortiche e la guardo sempre con molta ammirazione, tutte le volte che apro il mio armadio dove è custodita.
Allo stesso modo e con pari rispetto guardo alle altre “toghe”, di quanti con onestà e professionalità lavorano correttamente nell’apparato giudiziario, dagli avvocati ai pubblici ministeri, dai giudici a i presidenti dei collegi, fino ad arrivare ai cancellieri ed agli ufficiali giudiziari, che assistono ai lavori delle udienze.
Ecco perché altri imputati “eccellenti” – fra cui l'onorevole Salvatore Cuffaro – dopo avermi attaccato (e pure in Parlamento il suo partito) oggi si difende utilizzando le mie relazioni di consulenza ed i testi delle mie deposizioni al processo, come si è visto nella trasmissione su “La 7” con Ferrara, a cui – ironia della sorte - ha partecipato pure lei.
Quando Cuffaro ha parlato di me in quella trasmissione, forse lei era distratto dalla necessità di dovere attaccare a tutti i costi i magistrati di Palermo. Forse non si è nemmeno accorto di quello che ha detto su di me e sul mio lavoro. Ferrara, invece, se ne è accorto bene ed ha pure commentato, anche se con sottile ironia.
Questi – con ironia o con satira, comunque li voglia considerare - sono fatti senatore, non parole!
Legga le mie consulenze, i verbali delle udienze, le ordinanze e le sentenze e vedrà.
Se dopo quello che le ho detto, lei pensa ancora di me le stesse cose che ha scritto, faccia pure.
Non mi accosti, però, a Tommaso Buscetta. La prego.
Non mi appartiene né per storia, né per età, né per mestiere.
Ognuno di noi ha la sua storia. Ognuno di noi è la sua storia.
Nel mio lavoro non ho mai avuto a che fare coi pentiti e non mi sono mai innamorato dei pentiti.
Diffidi molto da chi le ha passato la “velina” sul mio conto, visto che le ha nascosto quello che ho fatto io, proprio con riguardo ad uno storico pentito, che vedi caso faceva il palio con Buscetta.
A parte quella vicenda – che può approfondire sul mio blog “Legittima difesa” (http://gioacchinogenchi.blogspot.com/) – sono molte altre le occasioni in cui mi sono occupato di “pentiti”.
Sono stato chiamato a riscontrare le loro dichiarazioni e in molti casi, col mio lavoro, li ho anche sbugiardati, fatti arrestare e condannare.
In altri casi le dichiarazioni dei pentiti sono state valorizzate ed arricchite con tanti e tali riscontri esterni che, alla fine, nei processi, non c’è stato nemmeno bisogno di sentirli. Sono bastate le mie relazioni e le mie testimonianze, per far condannare gli imputati.
Non ho mai ragionato, o agito per “pentito preso” e con me hanno fatto sempre la stessa cosa i magistrati al cui servizio ho lavorato.
Di tutto quello che dico posso darle contezza - come gliela darò - nel giudizio per danni che mi accingo ad intraprendere contro di lei ed il suo giornale, che in questo ha dimostrato assai poca accortezza, nell’ospitare il suo articolo.
Residua il fatto che l’unica cosa perché io possa restare un “pericolo”, è data dal fato che sono un uomo libero, indipendente e mi consenta anche coraggioso.
Non ho tessere di partiti o associazioni, e l’unica iscrizione che riporta il mio nome – a parte il campanello del citofono di casa – è quella di Slow Food.
Per il resto non sono iscritto nemmeno sull’elenco telefonico.
Credo nelle mie idee e nello Stato di Diritto.
Credo in una “giustizia giusta” ed in un “processo giusto”, che non sia la risultanza dei clamori dei fan dei magistrati, né, tanto meno, di quelli che li attaccano e li denigrano, pensando di avvantaggiare i propri amici imputati.
A parte il ruolo che lei si è dato in questi anni - di censore di giudici, pubblici ministeri e servitori dello Stato onesti - è proprio nei danni sostanziali che ha fatto agli imputati eccellenti (che ha pensato di difendere), che rilevo il suo principale attacco dannoso alla “giustizia”.
I suoi articoli hanno avvelenato troppi processi e vicende giudiziarie, come l’ultimo ingresso a gamba tesa, che ha fatto sulla vicenda che mi riguarda e che ancora non ho capito.
Non so chi o cosa l'ha spinta, ma sicuramente ha sbagliato se era in buona fede.
Comunque ha agito, mi ha offeso profondamente, peraltro in un giornale che leggo da tanti anni ed a cui sono abbonato sin dai tempi di Giuliano Ferrara.
Per uno che di indagini e di processi ne ha visti ormai tanti, arrivo anche a pensare che, probabilmente, nel passato, le sorti di qualche imputato - se non ci fosse stato lei a difenderlo, nel modo come lo ha difeso - potevano essere ben diverse.
Forse i suoi pezzi, con gli attacchi ai magistrati che li accusavano, avranno avuto un effetto placebo sugli imputati eccellenti, di cui ha pensato di assumere, in modo goffo, le difese.
In questo penso pure sia stato di intralcio ai difensori, che meglio di lei cercavano di fare il loro lavoro, come lo hanno fatto egregiamente nelle aule di giustizia.
Taluni di quegli imputati a cui mi riferisco, sono poi stati condannati, anche a tanti di anni di carcere, con delle sentenze che hanno trovato conferma nei diversi gradi di giudizio, nelle fasi di rinvio e persino in Cassazione.
Le sue teorie sui complotti dei magistrati giustizialisti sono cadute con le conferme definitive delle condanne di alcuni imputati.
Con loro, in certi casi, è stato condannato pure lei, per avere diffamato i magistrati.
Alcuni dei suoi “difesi” oggi la possono solo leggere in carcere.
Se erano innocenti – come lei sostiene – questo mi dispiace tanto.
Può darsi che sbaglio, ma quanto meno il dubbio che lei sia stato poco accorto nel modo di difenderli è legittimo, visto che peggio di come gli è finita, non gli poteva finire.
Spero non me ne vorrà, ma quello che le ho scritto è solo quello che penso.
Se solo riflette al tempo che ho impiegato per scriverle questa lettera, potrà meditare di quanto io sia convinto delle mie idee, anche se più volte nella vita, meri calcoli opportunistici mi avrebbero portato a fare e dire cose diverse, che non ho fatto e non ho detto, pagando gravi conseguenze.
Con questo la saluto e spero vorrà pubblicare quanto ho scritto, a rettifica delle gravi offese che mi ha rivolto.
Gioacchino Genchi


Palermo, 10 novembre 2007
http://gioacchinogenchi.blogspot.com/