lunedì 19 aprile 2010

GIUSTIZIA ALL’ITALIANA

Il consulente informatico Gioacchino Genchi è stato condannato a pagare 200 euro di ammenda perché, senza giustificazione, non si è presentato a deporre davanti ai giudici della quinta sezione del tribunale di Palermo che celebrano il processo per una maxirapina ai Monopoli di Stato. Genchi, per anni incaricato di complesse consulenze informatiche da diverse procure italiane, avrebbe dovuto testimoniare sulle indagini che hanno portato al dibattimento. Il pm Maurizio Agnello aveva chiesto al collegio di disporre l'accompagnamento coatto del teste.

ANSA - Palermo - ore 15:57

 

Così, alle 15.57 recitava il dispaccio Ansa. Esattamente oggi scadevano i termini per rispondere alla terza sospensione cautelare del servizio notificatami il 30 marzo scorso per aver manifestato, da sospeso, il mio diritto costituzionale di esprimere opinioni. Diritto diventato di questi tempi quasi un reato, evidentemente. Un reato com'è noto, assai grave, anche se non si comprende come potesse interessare alla Polizia, visto che ero sospeso da ogni prerogativa del mio status. Ma questa è un'altra, grottesca storia.

Va da sé, che, anche se per stamane alle 9 era prevista l'udienza, non potevo dunque intervenire, avendo fissato per la mattinata di oggi l'appuntamento col funzionario istruttore del Ministero dell'Interno, incaricato dal Cpo della Polizia per istruire l0ultimo procedimento disciplinare per la mia destituzioen dal servizio. E ovviamente, come faccio da vent'anni a questa parte, ogni volta che ho un impedimento, ho preparato un fax che ben prima delle 9:00 di questa mattina (l'ora fissata per l'udienza) ho tentato inoltrato al fax della Procura. Almeno, ho tentato di farlo, visto che il fax della Procura è risultato continuamente occupato.  Passate alcune decine di minuti di tentativi continui a vuoto, dovendo chiudere le memorie per il mio procedimento disciplinare ed ottemperare all'invio al funzionario istruttore, alle 9.27 ho dato incarico ad un mio collaboratore di proseguire lui l'invio. Il fax ha finalmente trovato libero ed è stato finalmente inviato alle 9.39, ancora prima l'inizio dell'udienza. E con una giustificazione precisa e dettagliata.

Non è però bastato.

Il pm Maurizio Agnello, che probabilmente sopravvaluta assai la potentissima macchina della giustizia palermitana e le sue tecnologie, ha addirittura chiesto il mio accompagnamento coatto ipotizzando, evidentemente, che avessi deciso di non intervenire per chissà quali ragioni, pur avendo avuto per le mani la mia giustificazione.

Di certo, calcolando i tempi con cui la Procura di Palermo fa funzionare i suoi avanzatissimi mezzi di comunicazione come i fax, credo che in effetti con un accompagnamento coatto avrei fatto prima a consegnare il mio legittimo impedimento.

In bicicletta, su un mulo, o a mano. In fondo, abito a meno di un chilometro di strada.

Spero che ora questi 200 euro di ammenda servano alla Procura per reperire un nuovo potente fax. Non sia mai che la prossima volta, al posto del documento di un consulente qualsiasi, le linee restino occupate per cose assai più gravi e urgenti. Chissà che non ci si possa far scappare un latitante perché la linea è occupata.

A ogni cosa c'è sempre un perché e sono già in molti che cominciano a chiederselo.

Col tempo arriveranno le risposte per tutti.

Gioacchino Genchi

  

     


giovedì 25 marzo 2010

Altra sospensione dalla Polizia. I 'poteri forti' hanno deciso di farmi fuori

Alla vigilia della scadenza dellla sospensione dal servizio di un anno fa, ancora in attesa della pronuncia del TAR, mi è stato notificato un ulteriore provvedimento di sospensione dalla Polizia, con la contestazione dell'intervento al congresso dell'IDV. La mia coscienza e la solidarietà degli italiani onesti mi impongono di resistere a tutela di quella che non è mai stata una mia 'vicenda personale' ma uno degli attacchi più gravi allo stato di diritto.

mercoledì 3 marzo 2010

Tanto per capire qualcosa su chi, a Roma, ha indagato Gioacchino Genchi e Luigi de Magistris

Telefonata delle ore 8,17 del 10.2.2010, dall'avvocato Salvatore Sciullo al procuratore aggiunto Achille Toro. Sciullo: «Buongiorno dottore, mi scusi se la disturbo a quest'ora, io sono qui a casa di Camillo (figlio del procuratore, ndr) perché stanno facendo una perquisizione da parte della procura di Firenze». Achille Toro: «Oh... madonna mia». S: «Allora. volevo sapere... da lei non stanno facendo nulla?». AT: «No... ». S: «È un procedimento contro Azzopardi, Cerruti, Belmonte con riferimento a una rivelazione del segreto d'ufficio per un... eventuale appalto... sembra... della contestazione». AT: «Oh mamma mia, mi ripete un attimo, quali indagati?» S: «Azzopardi, Cerruti, Di Belmonte». AT: «Oh mannaggia». S: «Adesso stanno facendo la perquisizione... comunque io sto qui in presenza, non ci sono problemi» (...). AT: «E Camillo?». S: «A Camillo un 326, un 378, rivelazioni di segreto d'ufficio». AT: «Rivelazione di segreto d'ufficio, mannaggia la miseria». S: Non si preoccupi, ci sono io a tranquillizzarla, le faccio sapere più tardi».

LA TELEFONATA FRA IL «VICE» E IL «CAPO» 
Alle 12.26 del 10 febbraio Achille Toro parla col suo superiore, il procuratore capo Giovanni Ferrara. Toro: «Me ne sono tornato a casa Gianni». Ferrara: «Sei a casa adesso...». T: «Sì, sono andati a perquisire pure dove stava Stefano (si sbaglia, ndr) all'ufficio ... delle Infrastrutture». F: «Dove?», T: «A Porta Pia, te l'ho accennato no?» (...). F: «Domani vieni che vediamo che cosa accade sui giornali (...)». T: «Parlano dell'arresto di Bertolaso». F: «Ma non l'hanno mica arrestato!» (...). T: «Voglio la copia di quello che hanno notificato a mio figlio per capire che cacchio stanno facendo... mi preoccupa sto fatto che sono andati a perquisirlo nell'ufficio romano, figurati un pochettino, l'immagine per lui (...). vabbè, niente Gianni, non me la sento oggi».

CHIAMA REPUBBLICA: «ACHILLE CHE MI DICI?» 
Alle 15.51 del 10 febbraio un redattore di Repubblica telefona ad Achille Toro: «Achille, non scappare... ». T: «Che vuoi che ti dica? Non so bene di che cacchio si parla... ». G: «È vera o e falsa? Perché non ti vogliamo mica mettere in mezzo se è falsa (...) praticamente mi chiama il collega (...), mi fa, dice, "guarda, forse si deve verificare se Achille è raggiunto da qualche cosa"». T: «A me non è arrivato niente». G: «"A me mi pare difficile, impossibile conoscendolo"». T: «(...) è un clima... tu hai capito, da quando la storia di Genchi, non campo più». G: «Te ne devi fregare». T: «(...) Io non mi sono occupato personalmente di queste cose, non ero in quell'indagine del pm Colaiocco, la seguiva il procuratore (...)».

LA NOMINA DI BERTOLASO? «SE NON L'ARRESTANO PRIMA»
Prima che arrivi lo tsunami giudiziario, Achille e Camillo Toro scherzano sulla futura nomina di Bertolaso a sottosegretario. A: «Bertolaso dovrebbero farlo prima». C: «Prima?». A: «Ah, no, forse no, aspettano tutti». C: «Se non l'arrestano prima». Achille ride. C: «È quello il problema». A: «Be', sai, prima o poi arrestiamo tutti quanti, non vi preoccupate. Questo è il nostro mestiere». Seguono telefonate tra Camillo e Alfonso Papa, parlamentare Pdl, ex magistrato, vecchio amico della famiglia Toro

venerdì 26 febbraio 2010

Il tappo e la toga, di Marco Travaglio

Il tappo e la toga
di Marco Travaglio

Un tempo al porto delle nebbie di Roma giravano soldi in cambio di sentenze. Dunque, in questo senso, la Procura di Roma non è più il porto delle nebbie, almeno fino a prova contraria. Ma forse è anche peggio: perchè le cose che un tempo si facevano a pagamento oggi si fanno gratis.

Nonostante la buona volontà e la professionalità di molti magistrati, il pesce puzza dalla testa, anzi nella testa: perchè il guaio è nella testa di chi è alla testa della Procura. L'altro giorno Carlo Bonini ha raccontato su Repubblica come l'inchiesta romana sulla Protezione civile fu ibernata per mesi e mesi dal procuratore aggiunto Achille Toro, in piena sintonia col capo Giovanni Ferrara, nonostante le insistenze del pm titolare del fascicolo e della Guardia di Finanza che chiedevano invano l'autorizzazione a intercettare i Bertolaso Boys.

Era già successo quando i carabinieri volevano intercettare gli spioni dello staff Storace durante le regionali 2006. Allora provvide la Procura di Milano a scoprire quel che Roma non voleva sentire. Stavolta ci ha pensato Firenze. Roma, mai. In base ai verbali dei pm e dello stesso Ferrara, ascoltati a Perugia, Bonini ricostruisce due frasi pronunciate da Ferrara nella primavera 2009 per motivare il no alle intercettazioni su Anemone e Balducci: "mancano i gravi indizi di reato per la corruzione” (si è poi visto che gli indizi abbondavano) e c'è pure una questione “di opportunità” nell'imminenza del G8 per evitare un danno all'immagine dell'Italia.

Si spera che il procuratore smentisca soprattutto la seconda frase, perchè tradisce una concezione della Giustizia che non è prevista dalla Costituzione repubblicana. Anzi, ne è esclusa. In Italia i pm hanno l'obbligo di indagare su ogni notizia di reato senza preoccuparsi dell'opportunità politica e dell'immagine del Paese. L'aggiunto Toro, potentissimo crocevia di interessi alla Procura di Roma (basta leggere il libro di Gioacchino Genchi), se l'è data a gambe quando ha capito che, diversamente dal caso Unipol, rischiava di bruciarsi le penne.

Se Ferrara, come pare desumersi da quella frase, condivideva quel concetto protettivo, castale, tutto politico e per nulla giurisdizionale della Giustizia, dovrebbe andarsene anche lui. Mentre Toro e Ferrara ibernavano il caso Bertolaso e neutralizzavano gravissimi scandali berlusconiani come i voli di Stato e il caso Saccà, partivano in quarta contro Genchi, senza competenza e senza reati, in piena sintonia col Copasir di destra e di sinistra. Qualcuno dovrà pure spiegare perchè la Procura più importante d'Italia, sotto la cui competenza ricade la stragrande maggioranza dei delitti del Potere, in 15 anni non sia riuscita a portare a termine un processo degno di questo nome a carico di colletti bianchi di un certo peso.

Perchè, avendo sotto gli occhi un Potere con percentuali di devianza da Chicago anni 30, non ha quasi prodotto altro che archiviazioni. Perchè procure marginali come Potenza o remote come Napoli (caso Saccà), Milano (caso Storace), Firenze (Bertolaso & C) scoprono più reati commessi a Roma di quanti ne scopra la Procura di Roma. Lamentarsi dopo per i presunti furti di competenza lascia il tempo che trova, quando prima si fa poco per indagare e molto per sopire e troncare. Sono vent'anni che sentiamo accusare di “politicizzazione” i pm più attivi d'Italia. Tutti, tranne i vertici della Procura di Roma, che sono proprio i più politicizzati, visto che nella Seconda Repubblica hanno seguitato a comportarsi come nella Prima: forti coi deboli e deboli coi forti.

Più che una Procura, un ministero. Infatti nessun politico ha mai osato attaccarli, nessun governo perseguitarli con ispezioni o azioni disciplinari. Infatti il Csm ha cacciato galantuomini come De Magistris, la Forleo, i salernitani Nuzzi e Verasani, e non ha mai sfiorato la palude di Piazzale Clodio. L'Anm, che in quei casi taceva o addirittura applaudiva, su Roma non ha niente da dire? Se, come dice Mieli, sta saltando il tappo, è bene che salti anche quello della magistratura. E Toro seduto non basta. Bisogna guardare un po' più in su.

da il Fatto Quotidiano del 26 febbraio

martedì 23 febbraio 2010

Il giorno dell'ipocrisia nel porto delle nebbie

Il giorno dell'ipocrisia nel porto delle nebbie

di Giuseppe Davanzo, da la Repubblica del 23 febbraio 2010

SOLITAMENTE discreto, il procuratore di Roma Giovanni Ferrara decide di prendere la parola in pubblico. È già un errore. Conviene sempre che per i magistrati parlino i fatti. Nella carne viva di un'istruttoria o di un processo, poi è doveroso che quei fatti siano offerti soltanto nei luoghi deputati: l'udienza, l'aula. Gli argomenti che il Procuratore adopera peggiorano il quadro. Ferrara non trova il coraggio o l'umiltà di dirsi almeno addolorato per quanto è accaduto nel suo ufficio e a se stesso. Ha scelto incautamente per il governo del dipartimento dei reati contro la pubblica amministrazione una toga rivelatasi infedele, Achille Toro.

Achille Toro, si scopre, sopisce, tronca le indagini e - si scopre - addirittura spiffera agli indagati gli esiti che incuba lo scandalo della Protezione civile. Un buon motivo per rammaricarsi in pubblico della sua infelice preferenza; rassicurare della incorruttibilità degli altri pubblici ministeri; impegnarsi a comprendere che cosa e perché non è andato per verso giusto, come cambiare pagina. Ferrara non si cura di questo. A Toro, alla criticità che il suo comportamento apre nella sua procura, Ferrara non sembra interessato. Prende la parola per un altro sorprendente lavoro da sbrigare: biasimare le mosse della procura di Firenze, demolire la correttezza di un'inchiesta che scuote il mondo politico e il governo mentre svela le abitudini combriccolari che si nascondono dietro la "politica dell'emergenza".

Il suo argomento è diabolico: quei pubblici ministeri non erano "competenti". Dovevano astenersi da fare alcun passo perché i reati ipotetici sono stati commessi a Roma e la procura della Capitale è la sola abilitata a procedere. È una denuncia radicale: quell'inchiesta è illegittima e forse addirittura illegale. Ferrara sa che, sopravvissuto alla caduta della dittatura e confusamente accomodato dal legislatore, il nostro codice fornisce "un terreno di cultura ideale ai contrasti ideologici degli operatori". C'è un luogo delegato per risolvere queste controversie ed è la Corte di cassazione. È la strada che, sollevando una polemica pubblica e alquanto artefatta anche nel merito, Ferrara non imbocca. Vuole una polemica politica. La sollecita. Preme per gettare discredito su Firenze annientando un lavoro politicamente sensibile. La sortita dell'alto magistrato, con quel silenzio sulle malefatte di Achille Toro e con lo strepito contro l'altra procura, ravviva in un colpo solo il dubbio e la confusione che circondano da molto tempo la procura di Roma. Ufficio spesso quietista, qualche volta affetto dal morbo del conformismo, quasi intimidito dalla propria indipendenza.

Quel "morbo", annotava Piero Calamandrei, non è altro che un'ossessione, che non attende le raccomandazioni esterne, ma le previene; che non si piega alla pressione del potere, ma se l'immagina e la soddisfa in anticipo. Spesso i meccanismi intellettuali, le atmosfere emotive, le solidarietà corporative che si scorgono nell'ufficio di Ferrara appaiono affette da quella malattia e le parole arroganti sembrano rivendicare quella antica, bizzarra, discutibile pretesa - quasi castale - della procura di Roma di essere il foro penale precostituito per i Potenti: dovunque delinquano, Roma loquitur. Come accadeva - ricorda Franco Cordero - nella Francia ancien régime dove "si chiamavano Committimus le lettere grazie a cui date persone, schivando le solite giurisdizioni, adivano una corte sovrana".

C'erano dunque, al mattino, già buone ragioni per preoccuparsi e chiedersi se non sia giunto il tempo che anche la procura di Roma coltivi meglio la sua autonomia e indipendenza dal potere politico, ma quel che accade nel pomeriggio finisce per rendere grottesco, o "italiano" (fate voi), il caso. Ottanta sostituti si ribellano alla mossa del loro capo. Si convoca un'assemblea. Toni accessi, valutazioni severe. Si chiede a Ferrara di smentire quel che gli viene attribuito o di accettare il rimprovero di una nota collettiva e pubblica dei suoi collaboratori. Ne nasce un comunicato tartufesco, incredibilmente firmato anche da Ferrara, dove si legge che con la procura di Firenze "non c'è alcuno scontro" perché "la professionalità di quei colleghi non è in discussione"; che a Roma c'è "disagio" per quel che ha combinato Achille Toro, ma la sua infedeltà non può macchiare le toghe degli altri in un ufficio che "è coeso" e dunque non sfiducia il capo.

La nota è un capolavoro di ipocrisia, il fragile tentativo di dare una parvenza di solidità e coerenza a un'aria fritta che lascia irrisolta la sobria diffidenza che si nutre per la procura di Roma. È un'apprensione che non si può cambiare in un giorno né in una stagione. Si possono almeno cambiare subito le abitudini di quell'ufficio e aprire spazi ai molti pubblici ministeri che chiedono di fare soltanto il lavoro che la Costituzione assegna loro. Tocca a questi sostituti battere un colpo per diradare le nebbie che ancora si vedono intorno a quel Palazzo. Si deve avere fiducia che questo accadrà presto.

Tratto da la Repubblica del 23 febbraio 2010

domenica 14 febbraio 2010

COMPLOTTISTI E POPCORN di Edoardo Montolli

COMPLOTTISTI E POPCORN
di Edoardo Montolli - 13 febbraio 2010


Il 13 dicembre Massimo Tartaglia taglia come il burro la scorta di Berlusconi e riesce a colpirlo non con un fucile di precisione dalla cima di un palazzo, ma da mezzo metro con un souvenir che tiene in mano.

Prima reazione di Di Pietro: “Sono contro la violenza, ma Berlusconi con il suo comportamento e il suo menefreghismo istiga alla violenza”.
Prima reazione di Maroni, ministro dell’interno, condannato in via definitiva per aver tentato di mordere un polpaccio ad un agente durante la perquisizione alla sede della Lega: “L’episodio gravissimo di ieri trae le sue cause nel clima di contrapposizione violenta e nelle parole dettate dalla dialettica politica”. Sarà.
Primo bollettino medico: frattura del setto nasale e ferita lacero-contusa che ha richiesto punti di sutura al labbro inferiore. “E' molto scosso, abbattuto e dispiaciuto”, dice il primario. Prognosi: venti giorni.

IL MIRACOLO
Poi, d’improvviso, succede qualcosa. Berlusconi, riporta l’Ansa il 13 dicembre, confessa a Emilio Fede: “Sono miracolato, un centimetro in più e avrei perso l’occhio”.
E il viavai al capezzale riunisce tutte le forze politiche. Condanna al gesto di violenza, "senza se e senza ma", dichiara Bersani all'uscita dall'ospedale. Solidarietà, incontri, auguri. Tartaglia viene intanto descritto come un inventore pazzo orientato nel suo gesto dalle parole contro il premier di precisi mandanti morali: giornalisti (Marco Travaglio) e politici (Di Pietro).
Ed è un clamoroso crescere di eventi. Le condizioni di Berlusconi si fanno più serie. La prognosi, riportano le cronache, passa da 20 a 90 giorni. Una prognosi, per essere chiari, gravissima: come quella di un sudamericano cui avevano tagliato un braccio con un machete a Treviso (22/6/08), come l’operaio che si era fratturato addirittura una vertebra cadendo da tre metri in un cantiere (4/8/09), come il rumeno salvato da un carabiniere mentre bruciava vivo in un’auto a Verona (7/8/09), come l’uomo che perse un occhio nel verbano a capodanno del 2007, come il ragazzo di Oristano preso a roncolate dal fratello e finito in ospedale con ferite e fratture a rotula e femore (29/6/05), come il macedone preso a pistolettate nel torinese che rischiava la paralisi (28/05/01), come il superstite di 62 anni caduto nientemeno che da un ultraleggero a Ravenna (16/10/08), come infine la donna di 87 anni investita da un’auto a Bologna con lesioni a torace, vertebre e invalidità permanente (10/2/2003). Novanta giorni, pesantissimo. E allora, fine delle critiche. Tutti muti.
A Natale, Berlusconi, alle agenzie: “Dopo quanto accaduto in piazza del Duomo il clima politico sembra cambiato in meglio: si è certamente rasserenato”. Vero. E quando esce col cerottone ben visibile sul volto e quando poi lo toglie dopo un solo mese e non c’è alcun segno sul suo viso, di fronte a novanta giorni di prognosi su un uomo di 74 anni, è difficile non gridare al “miracolo”. E’ come se il tizio con la vertebra fratturata facesse capriole dopo un mese o se, sempre dopo un mese, l’uomo caduto dall’ultraleggero si mettesse a saltare da mattina a sera. Il professor Nicolò Scuderi, chirurgo plastico de L’Università La Sapienza di Roma, impiega mezza pagina per spiegare ai lettori stupefatti di Oggi che il tutto può essere spiegato con una “coincidenza di fattori fortuiti (nella fattispecie: sede e tipologia del trauma) e del ricorso a una serie di tecniche chirurgiche all’avanguardia. Anche il tipo di pelle, bisogna dire, ha contribuito al recupero ottimale”.
Sarà di sicuro così. Ma martedì arriva il responso della perizia medico legale chiesta dalla Procura: prognosi da venti a quaranta giorni. Non quaranta d’acchito. Da venti a quaranta. Nella migliore delle ipotesi, meno della metà del previsto. Nella peggiore, venti giorni, meno di un quarto.
E nemmeno si può ipotizzare un complotto dei medici rossi, novelli Che Guevara in mano alla Procura, perché la prognosi è addirittura più generosa della prima fatta al San Raffaele. L'aggressore è appena stato rinviato a giudizio.
E la vicenda comincia a ritornare in un alveo di normalità. Anche se una parte, quella dei “mandanti”, poteva pure essere risparmiata fin dall'inizio: bastava leggere bene il blog di Tartaglia, che pure è stato visto (www.myspace.com/elisirmus
icpicture, tornato recentemente attivo) e guardare tra le sue amicizie, per accorgersi che non c’era alcun riferimento politico o giornalistico tra queste, ma quasi esclusivamente artisti o aspiranti tali. Per vedere che Tartaglia, per il quale la difesa ha chiesto l' infermità mentale, era tutt’altro che un inventore pazzo facilmente orientabile. Visto che aveva tra i suoi partners ingegneri elettronici (si veda il suo sito, musicpicture.it) e che il suo sistema opto-audio-elettronico è tuttora tra le 17 opere in vetrina sul “marketing delle tecnologie” (marketingdelletecnologie.it), iniziativa portata avanti nientemeno che dalla Fondazione del Politecnico di Milano.
Invece, è stato montato un enorme dibattito politico sul clima d’odio, diventato presto d’amore. E un dibattito sulla più suggestiva miracolosa guarigione, per un episodio imprevedibile ma capitato solo grazie al fatto che un uomo insospettabile era riuscito a fra breccia nella scorta. E qui, arriva Genchi.

DAL PALCO DELL’IDV
Quando arriva al congresso dell'Idv è un assalto di baci e abbracci. Sale sul palco. E racconta ciò che ha già detto su Telelombardia, in miriadi di interviste e di incontri pubblici, filmati e mandati su Youtube. Basta rivederli per capire a cosa si riferisca: sono tutti uguali. Esprime cioè tutti i suoi dubbi sull’anomalia del comportamento della scorta, che secondo qualsiasi protocollo di sicurezza, non dovrebbe mai aprirsi. Ricorda anche, come ha sempre fatto, che la scorta il premier se l’è scelta lui. E che in passato, avvalendosi di collaboratori poco validi, Berlusconi, già montò un caso clamoroso partendo da un altro fortuito episodio: il ritrovamento di una microspia nel suo studio.
Era l’11 ottobre 1996. Dall’Ansa:
''E' stata trovata durante una bonifica fatta fare a una ditta specializzata; mi hanno spiegato che era perfettamente funzionante e che poteva trasmettere fino a 300 metri di distanza''. La microspia e' stata trovata mercoledi' mattina, ma Berlusconi ha spiegato di aver preferito aspettare che i controlli confermassero che quell' oggetto fosse una microspia attualmente funzionante. ''Voglio anche denunciare alla pubblica opinione una violazione della mia persona, della mia funzione di parlamentare e di leader di Forza Italia. Dico questo anche per tutti i cittadini che si sentono minacciati ogni giorno nei loro diritti''.
Immediate le reazioni. I titoli: Casini: “Polo nel mirino”. Fini: “Servizi deviati ipotesi verosimile”. Mastella: “Clima che debilita la democrazia”. Taradash: “E’ stato potere occulto”. Dalla latitanza si fece vivo pure Bettino Craxi: “Cercare i golpisti”. Solidarietà, allarmismi e preoccupazione. Durò sette mesi. Poi il caso venne archiviato: la pericolosa microspia trovata dalla ditta specializzata nelle bonifiche e "perfettamente funzionante" era “inidonea all’ascolto”. Non andava. Nessuna spy story. La Procura indagò anzi proprio la ditta incaricata dallo staff di Berlusconi della bonifica. Ma poi, alle cronache, non è noto più nulla. Il circo mediatico aperto dal nulla si spense.

6 FEBBRAIO
E allora Genchi, dal palco, definisce, come sempre ha fatto, "pantomima", tutto ciò che accade dopo il colpo di Tartaglia: il premier lasciato ben visibile in mezzo alla folla dolorante col "fazzolettone", che poi è una busta, il premier messo in macchina ma poi lasciato uscire dalla scorta in una maschera di sangue, senza sapere in quel momento se ci fossero o meno altri attentatori. Lui che sale su e giù dall’auto davanti alle telecamere. E tutto ciò che accadrà anche in seguito: il cerottone e la nascita del “partito dell’amore” che, in maniera “provvidenziale” manda in secondo piano tutte le accuse cui è chiamato in questo periodo. In sala, ovazioni. Passa a parlare del suo lavoro nel processo sulle talpe nella DDA di Palermo, terminato in appello con la condanna di Cuffaro. E tutti, dirigenti dell'Idv sul palco compresi, si alzano in piedi. Oltre un minuto di applausi. Ma lascia il congresso con una frase maledettamente profetica sulle "cattiverie che vedrete anche nei prossimi giorni". Sbaglia solo i tempi. E' questione di ore.
Scende, e va a sedersi nel posto che gli hanno riservato in seconda fila. Di fronte ha due sedie vuote, con i cartelli indicanti due nomi che non gli tornano, due persone che arriveranno poco dopo: Bersani. E Latorre, lo stesso Nicola Latorre che appare plurime volte nel suo lungo racconto che mi ha fatto nel libro "Il caso Genchi."
Capisce che qualcosa non funziona. Gli sussurrano che al congresso avrebbero appoggiato la candidatura di De Luca in accordo col Pd. Lo stesso De Luca per il quale nel 2005 l'allora pm di Salerno Gabriella Nuzzi aveva chiesto l'autorizzazione a procedere. La Nuzzi defenestrata per il noto decreto di sequestro e perquisizione fatto a Catanzaro.
Si alza. Saluta. Piglia un taxi. E se ne va.

Alle 11, 01. L'Agi:
CONGRESSO IDV: GENCHI, MIRACOLO QUELLA MADONNINA PER BERLUSCONI. (AGI) - Roma, 6 feb. - "Provvidenziale, quella statuetta della Madonnina. Il cui principale miracolo pare sia stato quello di salvare dalle dimissioni Silvio Berlusconi per quello che stava emergendo, dalle dichiarazioni della moglie, da qualche microfono lasciato aperto mentre Fini diceva delle verita'". Gioacchino Genchi offre alla platea congressuale Idv la sua lettura di uno degli episodi che hanno segnato la cronaca politica recente. Genchi rilancia i dubbi sulla dinamica dell'aggressione di Tartaglia richiamandosi "a quei tanti giovani che su Youtube la stanno analizzando perche' non poteva essere vera". Genchi parla (raccogliera' una vera e propria standing ovation quando rivendica il proprio impegno antimafia) e "da poliziotto che ha diretto servizi di ordine pubblico" allinea dubbi su quella serata in piazza Duomo, non senza toni molto coloriti come quando osserva che "nella protezione delle personalita' c'e' sempre un anello di protezione, come un preservativo, che non puo' essere rotto, tranne per chi ama i rapporti a rischio e tra questi i rapporti non protetti". Il funzionario di polizia critica "quella scorta fatta in casa, scelta da chi aveva un capomafia, un assassino, un trafficante come Mangano a vigilare sulla propria famiglia. Un capomafia fatto passare come stalliere e poi promosso, di fronte alle proteste della mafia, addirittura al rango di 'eroe'". Ancora ironie sulle scene del ferimento di Berlusconi: "Qualunque scorta porta via la personalita' dal luogo dell'aggressione, per evitare che sia uccisa, insieme alla scorta stessa e ad altri inermi. Invece gli hanno fatto fare quello che voleva, e abbiamo visto spuntare quel fazzoletto, nero, enorme. Perche' al nostro premier piacciono accessori di dimensioni inversamente proporzionali alla sua statura. Un fazzolettone enorme, dal quale sembrava dovesse uscire fuori il coniglio di Silvan. Enorme come il cerottone e come la macrospia che tiro' fuori anni fa per accusare le Procure". Ancora pesanti ironie su "quei bollettini medici da Papa morente, dopo il quale lo abbiamo visto tornare meglio di prima, se meglio si puo' dire parlando di Silvio Berlusconi". (AGI)

Ore 11,10, L'Apcom:
Berlusconi/ Genchi: Qualcosa di strano nell'attentato del Duomo Berlusconi/ Genchi: Qualcosa di strano nell'attentato del Duomo Statuetta provvidenziale gli ha evitato dimissioni Roma, 6 feb. (Apcom) - La statuetta che ha colpito Silvio Berlusconi in piazza Duomo lo ha salvato dalle dimissioni: lo ha detto, in un applauditissimo intervento di fronte alla platea del congresso dell'Italia dei Valori in corso a Roma, Gioacchino Genchi, il poliziotto consulente delle procure coinvolto nelle polemiche legate alla inchiesta Why not che ha portato alle dimissioni dalla magistratura di Luigi de Magistris, oggi eurodeputato dell'Idv. Fu "provvidenziale quella statuetta - ha sostenuto - miracolosa, ha salvato Silvio Berlusconi dalle dimissioni forse imminenti". Secondo Genchi "qualcosa non poteva essere vero" nei fatti di piazza Duomo. Basandosi sulla sua esperienza di funzionario di polizia, ha spiegato che "ogni servizio d'ordine ha un anello come un preservativo a protezione delle personalità", e se con Berlusconi non ha funzionato è perché "ama i rapporti a rischio" e ha "la scorta fatta in casa". In particolare, inverosimile appare al vicequestore palermitano il fatto "che non sia stato portato via" dopo il lancio della statuetta, "come si fa in qualunque servizio di scorta per evitare rischi ulteriori per la personalità e la stessa scorta. Gli hanno consentito di fare quello che voleva. E allora abbiamo visto il fazzolettone, sembrava quello di Silvan, pareva dovesse uscire un coniglio, un colombo...". Un fazzolettone, "perché al premier piace scegliere accessori inversamente proporzionali alla sua persona, come quando ha esibito la macrospia trovata nel suo ufficio accusando le procure rosse, io ne ho viste di microspie e non sono fatte così, poi si è capito - ha detto ancora Genchi - che l'aveva messa qualcuno dei suoi...".

E fin qui le agenzie raccontano della dinamica.
Ma alle 11,10, l'Ansa va oltre:
IDV:CONGRESSO; GENCHI, FINTA AGGRESSIONE TARTAGLIA A PREMIER HA SALVATO PREMIER DA DIMISSIONI CHE SAREBBERO ARRIVATE (ANSA) - ROMA, 6 FEB - ''Nel lancio della statuetta del duomo di Milano a Berlusconi non c'e' nulla di vero''.Lo sostiene Gioacchino Genchi, consulente informatico per diverse procure, nel suo intervento al congresso dell'Idv a Roma. Secondo Genchi ''dopo l'outing della moglie di Berlusconi e il fuorionda'' di Gianfranco Fini a Pescara ''provvidenziale e' arrivata quella statuetta che miracolosamente ha salvato Berlusconi dalle dimissioni che sarebbero state imminenti''. Genchi per sostenere la sua tesi cita: ''la mia esperienza in polizia'' e i ''video che tanti giovani propongono su Youtube per capire che nel lancio non c'e' nulla di vero''. L'ex consulente dell'ex pm di Catanzaro Luigi De Magistris punta il dito contro la scorta che ''e' come un anello o un preservativo che non puo' essere rotto,, e contro lo stesso Berlusconi che ''e' uscito da quell'anello''. Per parla di una ''pantomima coronata da quell'uscita di quel fazzoletto nero ed enorme che sembrava quello di Silvan dal quale mancava solo che uscisse un coniglio'' e ricorda anche la vicenda di diversi anni fa quando Berlusconi, all' epoca all' opposizione, mostro' ''un 'cimicione' enorme che ritrovo' nel suo studio accusando le procure rosse e che era chiaramente falsa''. Genchi, nel suo intervento, difende poi Di Pietro ''dagli schizzi di fango che stanno arrivano''. ''Temo - sostiene - che sia solo l'inizio perche' Di Pietro proprio alcuni giorni fa con sofferenza ha deciso di non far mancare l'appoggio ad una alleanza di centrosinistra per un freno al governo Berlusconi''.

Non serve commentare. Ecco il video integrale: radioradicale.it
Lo vedrete per tre settimane e conviene scaricarlo. Perché poi Radio Radicale lo toglie dalla Rete.

Ore 11,26. L'Apcom batte un'altra agenzia:
Mafia/Genchi: Non un caso arresto Graviano dopo 'discesa in campo' Mafia/Genchi:Non un caso arresto Graviano dopo 'discesa in campo' "Latitanti vengono catturati quando non servono più" Roma, 6 feb. (Apcom) - C'è un legame fra l'arresto dei fratelli mafiosi Graviano nel 1994 e la 'discesa in campo', ovvero l'autocandidatura di Silvio Berlusconi alla presidenza del Consiglio. Lo ha detto il vicequestore Gioacchino Genchi, l'ex consulente delle Procure coinvolto a suo tempo nelle polemiche sull'inchiesta Why not che hanno portato alle dimissioni dalla magistratura di Luigi de Magistris, oggi deputato europeo dell'Idv. Intervenendo al congresso nazionale dell'Idv, Genchi ha offerto una sua personale ricostruzione degli ultimi vent'anni della storia d'Italia e del rapporto fra mafia e politica, di quella "trattativa di cui oggi ci sono evidenze", ha affermato. "Non è un caso che i fratelli Graviano vengono arrestati a Milano il 7 febbraio del '94, dopo la dichiarazione di Silvio Berlusconi del 6 febbraio che si sarebbe presentato alle elezioni (in realtà Berlusconi parlò il 26 gennaio, l'arresto dei Graviano avvenne il 27 gennaio, ndr)". "Non è un caso che i latitanti mafiosi e assassini vengano arrestati quando non servono più, vengano usati per quelle catture televisive che servono alle carriere di certi poliziotti, di certi magistrati, di certi politici", ha detto ancora Genchi polemizzando con lo scrittore anticamorra Roberto Saviano: "Non è un caso che un anno dopo la copertina di Panorama dedicata a me come 'scandalo' abbia avuto la dedica della copertina dopo aver parlato di Maroni come miglior ministro dell'Interno".

E alle 11,49 cominciano gli attacchi. Casoli. Rotondi. Ronzulli: "diffidiamo delle analisi sull`aggressione a Berlusconi dello spione telefonico Genchi".
A loro piace attribuire reati mai provati, "spione". Agli altri naturalmente. Quelli già confermati in Cassazione per gli esponenti del loro partito, quello è il solito complotto.
E allora sono reazioni evidenti.
Alle 13,30 arrivano al congresso Bersani e Latorre.

Poi, alle ore 15,12, passate le ovazioni, cominciano le reazioni anche dall'Idv. La prima, è di de Magistris. Alle 15,12, Adnkronos:

BERLUSCONI: DE MAGISTRIS, MAGISTRATURA APPROFONDISCA SU AGGRESSIONE TARTAGLIA Roma, 6 feb. - (Adnkronos) - "Non ho ascoltato cio' che ha detto Genchi. La magistratura deve fare approfondimenti seri, come dissi subito ci sono aspetti che non mi convincono, ma non credo sia utile aprire una polemica politica".

Lui, non ha ascoltato. Chi invece lo ha fatto è sicuramente Massimo Donadi, balzato sul palco subito dopo l'intervento. E' stato l'ultimo ad abbracciarlo. E a baciarlo. Tanto che Genchi aveva avuto il suo bel daffare per alzarsi sulla punta di piedi e raggiungerne guance.
E infatti, alle 15,42, l'Apcom batte la sua nota. Ma non è quella che ci si aspetta: “È grave che Genchi abbia fatto certe affermazioni al congresso di Idv, noi rinnoviamo la nostra ferma condanna del gesto di Tartaglia. Queste tesi fantascientifiche non appartengono alla cultura della giustizia e della legalità di Idv”.

Genchi, ormai già in Sicilia, diretto a Caltanissetta, legge l'agenzia. Chiama l'ufficio stampa di Donadi e chiede conto della nota. Pensa di essere in un film. Spiega che Donadi lo sa che lui non ha mai detto che l'aggressione era una finta e non comprende perchè abbia dichiarato queste cose.
Ma l'ufficio stampa dell'Idv non chiarisce le frasi accusatorie di Donadi. No, manda un comunicato con le precisazioni di Genchi. Cioè l'ufficio stampa dell'Idv non manda una sua nota, ma, molto premurosamente, ne invia una di Genchi.
Che esce alle 18,10.
Passano venticinque minuti. Prima reazione di Di Pietro: “La teoria del finto attentato mi pare inimmaginabile e fantasiosa. Purtroppo la statuetta in faccia al presidente del Consiglio c'è stata ed è stato un atto grave ed inaccettabile.” Eppure, anche lui lo sa che Genchi non ha detto che l'attentato è falso.

Ma non serve altro. E' uno stupendo fiorire di durissime dichiarazioni, come ai tempi della microspia. Reagiscono tutti. Sulle agenzie c'è una sola clamorosa assenza. Hanno reagito quelli del Pdl, ovviamente. Ha reagito Casini per l'Udc, ma questo è ancora più ovvio, leggendo la storia di Genchi e le montagne di condanne portate con le sue consulenze a numerosi politici dell'Udc, compresa proprio quella in appello per Cuffaro, sulla quale le ovazioni al congresso si sono sprecate.
Ha reagito l'Idv, che pure era lì ad ascoltarlo e ad applaudirlo. Mancano però, per la verità, sulle agenzie, le prese di posizione di un grosso partito. Non ce n'è proprio traccia.
Manca infatti all'appello "una parola una" detta da un esponente del Pd. Curioso.

Il giorno dopo, sul Corriere della Sera, Pierluigi Battista: Finalmente, il popolo dei complottisti esce dalla riserva indiana e conquista il palco della politica. Il mondo parallelo degli adepti del cospirazionismo, dopo aver celebrato i suoi fasti nella saga di Dan Brown, dopo essersi globalizzato nell'immensa arena del web, prende il centro della scena in un congresso di partito. Il suo profeta si chiama Gioacchino Genchi, il re dei tabulati telefonici, l'archivio vivente di misteriose «tracce» che riguardano centinaia di migliaia di connazionali, che ha scatenato la standing ovation dell’Idv e ha identificato nel souvenir del Duomo l'arma letale del Grande Complotto. La fantasia al potere, anche se forse non è la stessa di quella sognata dai sessantottini.

LE FOTO DI DI PIETRO CON CONTRADA
Già. C’è naturalmente complottismo e complottismo. A Battista piace più guardare quelli, presunti, degli altri. Un vizio ormai di tanti, guardare altrove. Perché improvvisamente Battista dimentica che non un anno ma solo una settimana addietro, sullo stesso Corriere della Sera di cui lui è vicedirettore e non l’usciere, erano state pubblicate le foto di Di Pietro con Contrada del dicembre 1992, nove giorni prima dell’arresto del numero tre del Sisde. Ed era stato facile giocare su quelle pagine e su quelle foto, alla dietrologia.
Anche se qualcuno le ha tirate fuori 18 anni più tardi, e non quando, ad esempio, Di Pietro aveva nel Paese una popolarità dell’80%. Non quando quelle foto, se fossero andate in mano al sultanato della Prima Repubblica, il CAF, avrebbero potuto dare col clima avvelenato, sospettoso e giacobino che c’era, un freno al viavai di arresti di Tangentopoli che portarono alla fine dei vecchi partiti.
Così come più d'uno tentò di fare con le decine e decine di accuse portate a Brescia, dal pm Fabio Salamone, tutte rigorosamente archiviate.
Sarebbero state utili per un violentissimo attacco al simbolo del pool.
Invece quelle foto non uscirono mai per salvare la Prima Repubblica.
Anche perché, di fronte al drappo dei carabinieri e alla caserma che appaiono nelle foto, si pensò probabilmente a porre un freno all'immaginazione.
Diciotto anni più tardi, con Contrada passato ormai alla storia come il funzionario infedele, giocando sulla memoria corta, è allora molto più facile, con quelle foto in mano, giocare al complottismo per il Corriere e per tutti gli altri giornali, a ruota. Dura un po’. Poi, a spegnere le fiammate, ci pensa, manco a dirlo sullo stesso Corriere, il 4 febbraio 2010, un diplomatico editoriale di Sergio Romano alla vigilia del congresso dell’Idv, dal titolo emblematico “L’ossessione del complotto”: “E’ accaduto che la fotografia di un uomo politico, scattata negli anni in cui era magistrato e apparsa ora sul Corriere, abbia generato l’ultimo complotto italiano. Ed era accaduto anche giorni prima per le ricostruzioni sulle rivelazioni di una famosa escort, apparse anch’esse sul Corriere. Nulla di nuovo. La storia degli ultimi decenni, dalla caduta del fascismo a oggi, è una lunga lista di complotti. Non c’è avvenimento, piccolo o grande, dietro il quale non sia stata immaginata la mano di un regista occulto, di un burattinaio, di un «grande vecchio».
E sì che alla fine, in mano, il Corriere della Sera aveva solo foto scattate in una caserma dei carabinieri tra un magistrato e un poliziotto. Un pm e un tutore della legge in una struttura dello Stato.
Ma appunto c’è complottismo e complottismo. Uno vero, azionato dalle foto del Corriere della Sera di Battista. E uno di cui Battista accusa Genchi, azionato dalle parole non dette da Genchi al congresso.
Interessante.
Ma il migliore, in materia, si presentò però proprio per la vicenda della microspia trovata nello studio di Berlusconi. Mentre tutti solidarizzavano con l'attuale premier e lanciavano allarmi e suonavano sirene, il solito complottista l'11 ottobre 1996 dichiarò all'Ansa: “Le microspie vengono usate solo nei film di James Bond. Secondo me la microspia nello studio di Berlusconi è stata messa o da Berlusconi stesso o da qualcuno dei suoi per fargli fare la figura della vittima”. No, non era Genchi a parlare. Si chiama Roberto Maroni, sempre lui, quello del polpaccio e delle critiche al “clima di contrapposizione violenta”. Oggi fa il ministro dell’interno del Governo Berlusconi.
Questione di destino. Quello di Genchi invece lo profetizza ora Panorama, ottimamente informato, che anticipa la sua possibile destituzione dalla polizia. E questa volta non per aver risposto su Facebook, ma per l'intervento sulla "finta aggressione". Quell'intervento travisato da chi lo aveva abbracciato poco prima, Donadi e Di Pietro, incoronando, poco dopo, De Luca a simbolo della nuova alleanza col Pd.

venerdì 8 gennaio 2010

Presentazione del libro "Il caso Genchi" a Busto Arsizio (Varese), giovedì 25 febbraio 2010, ore 21,00

Giovedì 25 febbraio 2010, alle ore 21,00 a Busto Arsizio, presso la libreria "Borgano" di Via Milano n. 4, parteciperò con Edoardo Montolli alla presentazione del libro "Il caso Genchi: storia di un uomo in balia dello Stato", edito da Aliberti. Ingresso libero.
L'incontro è organizzato dalla libreria "Borgano".
http://www.boragno.it/pages/ITA/home.asp

Presentazione del libro "Il caso Genchi" a Firenze, giovedì 21 gennaio 2010, ore 21,00

Giovedì 21 gennaio 2010, alle ore 21,00, a Firenze, presso il Circolo ARCI "25 Aprile" di Via Bronzino n. 117, parteciperò all'incontro dal titolo "Uomini di Mafia o uomini di Stato?", organizzato da "Firenze a 5 stelle" - Amici di Beppe Grillo di Firenze. Nel corso dell'incontro, a cui interverrà il dr. Alessandro Nencini, Sostituto Procuratore della Repubblica di Firenze, sarà presentato il libro "Il caso Genchi: storia di un uomo in balia dello Stato", di Edoardo Montolli, edito da Aliberti.
http://firenze5stelle.wordpress.com/2010/01/08/gioacchino-genchi-a-5-stelle/

giovedì 7 gennaio 2010

Presentazione del libro "Il caso Genchi" a Cuneo, sabato 16 gennaio 2010, ore 20,30

Sabato 16 gennaio 2010, alle ore 20,30, a Cuneo, presso la Sala Incontri dell'Oratorio Salesiano di Via S. Giovanni Bosco n. 21, parteciperò alla presentazione del libro "Il caso Genchi: storia di un uomo in balia dello Stato", di Edoardo Montolli, edito da Aliberti. Interverrà l'Avvocato Generale dello Stato Giancarlo Ferrero. Ingressso libero.
Organizzano i GRILLI CUNEESI.
Info: 3471498316 - cuneo@grillicuneesi.it - www.grillicuneesi.it

mercoledì 6 gennaio 2010

Castelbuono, 3 gennaio 2010, presentazione del libro "Il caso Genchi" - Interventi di Gioacchino Genchi e Salvatore Borsellino

Castelbuono (PA), domenica 3 gennaio 2010, ore 16,30

Riporto, di seguito, alcuni dei video dell'incontro che si è tenuto domenica 3 gennaio 2010, a Castelbuono (PA), presso il Cine-teatro "Astra", per la presentazione del libro "Il caso Genchi: storia di un uomo in balia dello Stato", di Edoardo Montolli, edito da Aliberti.
Sono intervenuti il sindaco di Castelbuono,
Mario Cicero, Salvatore Borsellino e Franco Nicastro, presidente dell'Ordine dei giornalisti di Sicilia.
Ha organizzato l'evento la libreria "Edicolé Barreca" di Castelbuono.





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Bari, sabato 23 gennaio 2010, ore 18,30

Sabato 23 gennaio 2010, alle ore 18,30, a Bari, presso l'Hotel Sharaton di Via Cardinale A. Ciasca n. 27, parteciperò alla presentazione del libro "Il caso Genchi: storia di un uomo in balia dello Stato", di Edoardo Montolli, edito da Aliberti. All'incontro, organizzato dall'Associazione culturale "Gens Nova", interverrà Salvatore Borsellino e il presidente dell'associazione, avv. Antonio La Scala. Ingresso libero.
Per infromazione rivolgersi al consigliere nazionale Emanuela Bellantuoni: 3894296670
E-mail: mabelmd@libero.it - http://gensnova.com/
http://www.gensnova.com/

martedì 5 gennaio 2010

Bagheria (Palermo), giovedì 7 gennaio 2010, ore 18,00

Giovedì 7 gennaio 2010, alle ore 18,00, a Bagheria (PA), al teatro Branciforti (vicolo Teatro II, accanto a Palazzo Butera), parteciperò alla presentazione del libro "C'era una volta l'intercettazione", di Antonio Ingroia, con prefazione di Marco Travaglio.
Saranno presenti: Roberto Sardina, vicepresidente dell'associazione Controscena, Nino Caleca, avvocato del Foro di Palermo, e l'autore Antonio Ingroia, procuratore aggiunto del Tribunale di Palermo.
Introduce e coordina Pippo Cipriani, presidente dell'associazione Antiraket ed Antiusura.

sabato 2 gennaio 2010

Il caso Genchi - Indice dei capitoli


Il caso Genchi

Storia di un uomo in balia dello Stato

di Edoardo Montolli


Prefazione di Marco Travaglio

Aliberti Editore, 2009






INDICE DEI CAPITOLI


Prefazione di Marco Travaglio, 13


Prologo, 31


PARTE PRIMA: PRODROMI, 37


1 Il bunker, 39

2 Scuola di sbirri, 45

3 L’anno del Corvo, 51

4 Un albergo a Palermo, primavera 2009, 67

5 Conto alla rovescia, 72

6 Misteri a Palermo, 78

7 Le parole di Mutolo, 83

8 Lettera al questore, 97

9 La rete, 111

10 La mezza tacca, 118

11 Puzzle, 126

12 Ombre, 131

13 Il castello, 136

14 Un albergo a Palermo, primavera 2009, 140

15 Tracce della prima Repubblica, 156

16 Prove tecniche di massoneria calabrese, 166

17 L’Italia che cambia, 184

18 Un albergo a Palermo, primavera 2009, 205

19 Fantasmi da Brancaccio, 211

20 Un albergo a Palermo, primavera 2009, 218

21 Il circolo Margherita, 250

22 Una confidenza di troppo, 257

23 Sciacalli, 265

24 Talpe, 269

25 Una strana banda, 288

26 Un albergo a Palermo, primavera 2009, 295


PARTE SECONDA:

IL PIU' GRANDE SCANDALO DELLA REPUBBLICA, 303


27 Palermo-Catanzaro sola andata, 305

28 L’incontro, 311

29 L’uomo della strada, 314

30 L’anno del Tiger Team, 318

31 Il sistema Catanzaro, 334

32 La fuga, 348

33 Non aprite quell’archivio, 353

34 Il delitto, 356

35 Un albergo a Palermo, primavera 2009, 359

36 Scacco matto, 368

37 Un albergo a Palermo, primavera 2009, 375

38 Ombre massoniche, 385

39 A San Marino, 395

40 Il piduista, 405

41 L’ispettore, 410

42 Un albergo a Palermo, primavera 2009, 416

43 Nel nome di Dio, 434

44 La cena, 442

45 Un maiale di troppo, 451

46 Un albergo a Palermo, primavera 2009, 455

47 Il sequestro, 468

48 Chiacchiere e distintivo, 474

49 Un albergo a Palermo, primavera 2009, 497

50 Radio Carcere, 508

51 Un lavoro sporco, 515

52 Un albergo a Palermo, estate 2009, 526

53 Veline e veleni, 544

54 Il grande bluff, 554

55 Il mondo di Giancarlo Elia Valori, 572


PARTE TERZA: REBUS, 577


56 Al mercato di Stato , 579

57 La sorte, 589

58 L’avanzata, 599

59 L’affare del millennio, 603

60 La maledizione di Sme, 620

61 Un albergo a Palermo, estate 2009, 630

62 Le scalate senza denari, 641

63 Nel porto delle nebbie, 656

63-bis Lo chiamavano lobbismo, 662


PARTE QUARTA: NEMESI, 765


64 Minacce, pressioni e popcorn, 767

65 Il signore dello spazio, 794

66 Un albergo a Palermo, estate 2009, 815

67 Appalti di Stato, 837

68 Rutellone, 847

69 Sovranità popolare, 856

70 A ritroso nel tempo, 869

71 Salto nel vuoto, 874

72 La riunione, 881

73 Un albergo a Palermo, estate 2009, 888

74 Catanzaro-Caltanissetta, biglietto di ritorno, 909

75 Un albergo a Palermo, autunno 2009. Ultima notte, 921

76 In via D’Amelio, 925

77 La Suprema Corte, 940


Epilogo, 957


Indice ragionato dei personaggi, 963

Indice dei nomi, 971

Indice dei capitolo, 985

giovedì 31 dicembre 2009

“In Calabria altro che P2”. Ecco perché hanno fermato De Magistris. Parla Gioacchino Genchi


"In Calabria altro che P2". Ecco perché hanno fermato De Magistris.
Parla Gioacchino Genchi

di Nello Trocchia (29/12/2009)

Sembra la P2, ma non lo è, gli somiglia molto. Una rete di intrighi, relazioni pericolose tra mondo della finanza, imprenditoria, politica e magistratura. Inseguono interessi di parte, scoperti da un magistrato rigoroso, messo alla porta. Ma non è solo la storia delle inchieste di Luigi De Magistris questo libro, il caso Genchi, edizioni Aliberti, a cura di Edoardo Montolli, è il racconto di un'Italia sepolta da trame, affari, incroci e patti luciferini. La seconda Repubblica nata dalle stragi degli anni '90, via D'amelio si incrocia con Why not, la mega inchiesta del pubblico ministero napoletano, e in entrambe balzano fuori gli stessi nomi. C'è l'amara consapevolezza che quello che ci fanno vedere è la minima parte, dietro il proscenio c'è la verità ansimante, ridotta a brandelli. Ripercorriamo alcune significativi tasselli di questa trama oscura. Gioacchino Genchi, un funzionario di polizia, è stato superconsulente delle procure, ha seguito le indagini sulle stragi e altre inchieste sugli scandali che hanno attraversato il paese. Qualche settimana fa l'ex ministro Claudio Martelli si chiese ma chi è questo Genchi?

Le stragi, l'impegno di Martelli e il grand hotel dell'Ucciardone

Genchi, quasi sorride. " Con Martelli ci siamo rivisti e ho chiarito. Si è ricordato di me. Devo riconoscere che fu il ministro che la sera del 19 luglio del 1992 ebbe il coraggio di firmare il provvedimento che dispose il carcere duro dei mafiosi. Fui incaricato io di trasferire i boss dall'Ucciardone al carcere di Pianosa. Un passaggio particolare trovammo i boss nel grand hotel dell'Ucciardone che brindavano. Li prendemmo e li trasferimmo nel super-carcere di Pianosa. Fu l'unica volta in cui lo stato sorprese la mafia". Genchi è un archivio vivente, i ricordi li corrobora di una percettibile amarezza per quanto è accaduto, per le menzogne che gli hanno riversato addosso in questi mesi. Berlusconi ha detto: 'sta per uscire uno scandalo forse il più grande della repubblica, un signore ha messo sotto controlla 350 persone'. " In vita mia non ho mai fatto una sola intercettazione, dico una. Il mio lavoro era analizzare le intercettazioni fatte dalla polizia giudiziaria, come le analizzavano gli avvocati. Io ho lavorato su dati di traffico, su tabulati, su informazioni oggettive sempre con provvedimenti legittimi dell'autorità giudiziaria, e solo per l'autorità giudiziaria ho lavorato. Il mio lavoro è stato vagliato non solo dai giudici e dai pubblici ministeri, ma è stavo vagliato anche dagli avvocati".
Ascolta la prima parte dell'intervista

Da via D'Amelio a Why not
Nel libro si incrociano storie e personaggi che ritornano. " E' un libro per i giovani, un thriller, il problema è che tutto è vero, terribilmente vero". E tra gli incroci uno è pericoloso oltre che inquietante. Protagonisti che orbitano nella stagione delle stragi, via D'Amelio dove morirono Paolo Borsellino e la sua scorta, e ritornano in Why not, l'inchiesta di Luigi De Magistris, affossata da veti e epurazioni. " In alcune intercettazioni che riguardavano Saladino e un suo amico imprenditore si fa riferimento ad un altro personaggio legato alla compagnie delle opere di Saladino che era stato intercettato dalla procura di Caltanissetta nell'ambito delle indagini sui mandanti occulti delle stragi". Inchieste bollenti quelle di De Magistris. " Indagini fermate perché guardavano a 360°, riguardavano uomini di sinistra e destra, imprenditori e apparati dei servizi, mondo dell'informazione. Questo ha provocato la reazione compatta di questo comitato di affari. Sono saltati tutti quelli che indagavano prima il capitano Zacheo, il pm De Magistris, i magistrati di Salerno che provavano a far luce sulla vicenda e il consulente che aveva raccolto i dati che si volevano nascondere". Si è parlato di una nuova P2, ma per Genchi la definizione è riduttiva. " La P2 prevedeva una modifica sostanziale degli apparati dello stato, il controllo di magistratura e informazione, ma non c'è traccia del controllo dei partiti di opposizione. Per Gelli non era possibile prevedere tutto questo, all'epoca il partito comunista aveva un segretario che si chiamava Enrico Berlinguer. Non erano tempi per inciuci o accordi sottobanco".
Ascolta la seconda parte dell'intervista

Il corto circuito informazione, magistratura: il caso Fortugno.

Sul caso Fortugno, ma anche sulla strage di Duisburg, emerge un corto circuito di rapporti tra magistrati, giornalisti. Tutto ruota attorno ad una fuga di notizie che inquieta perché riguardava indagini delicatissime. Roba che scotta e che al momento resta rinchiusa nel libro e nessuno pone domande e solleva il caso. " C'è un corto circuito casuale. Viene tutto fuori da approfondimenti su alcuni giornalisti e su uno in particolare, a riscontro di alcune dichiarazioni della Merante sul controllo dell'informazione in quella fase di ascesa dell'attività imprenditoriale di Saladino. E da lì vengono fuori quei contatti telefonici di quel giornalista con dei magistrati reggini della procura nazionale antimafia e della procura distrettuale di Reggio Calabria. E' venuto fuori che le fughe di notizia che avevano accompagnato le indagini sul delitto di Fortugno e la strage di Duisburg vedevano contatti telefonici in orari ben precisi tra il giornalista che aveva scritto di quelle notizie coperte da segreto e quei magistrati. Si stavano facendo approfondimenti in quella direzione, ma si è fatta saltare l'indagine. Abbiamo toccato fili che scottano". Genchi ci racconta che questo è un punto decisivo. Dopo l'uscita del libro un'inchiesta preparata da un quotidiano calabrese su questo corto circuito è saltata il giorno prima di andare in edicola. Non bisogna sapere.
Ascolta la terza parte dell' intervista

L'Avvelenata

La Calabria è una regione che ha un profondo bisogno degli interventi dello stato. Un intervento che non deve riguardare una parte politica piuttosto che un'altra. Genchi racconta: " Tra le acquisizioni che avevamo in itinere con De Magistris alcune riguardavano un consigliere regionale dell'Italia dei Valori. Non c'era una pregiudiziale verso destra, sinistra o centro. Anche perché i politici calabresi oggi te li trovi a destra, domani a sinistra". Clientela, povertà e corruzione.
Chiudiamo l'intervista con le ultime dichiarazioni di Spatuzza. Genchi consiglia: bisogna ripartite dai traffici telefonici nel periodo post-stragista. " Un telefono intestato ad un incensurato, un presidente di un circolo di Forza Italia di Misilmeri, è in contatto nel 1994 con personaggi che sono stati condannati per le stragi di Firenze e Palermo. Con questo cellulare ci sono contatti anche con Spatuzza, in quei tabulati abbiamo trovato un riscontro fondamentale: il cellulare di Spatuzza. Dal cellulare dell'incensurato e di Spatuzza ci sono contatti ben precisi nelle date e nei giorni che hanno accompagnato la costituzione a Palermo dei club di Forza Italia a febbraio 1994 che precedono la prima riunione dei club di Forza Italia che si fa nell'Hotel San Paolo, costruito da Ienna per conto dei Graviano". Genchi conclude: " I risultati delle elezioni del 1994 segnano il trionfo di Forza Italia. Ma secondo lei per chi ha votato la mafia?"
Genchi adora la musica d'autore. "Il pescatore di De Andrè, ma anche l'avvelenata di Guccini". E il maestrone scriveva: " Ma s' io avessi previsto tutto questo, dati causa e pretesto, forse farei lo stesso".

n.trocchia@agenziaeconews.it

Tratto da: http://www.articolo21.org/373/notizia/in-calabria-altro-che-p2-ecco-perche.html