sabato 30 ottobre 2010
Non basta coprire gli occhi per tutelare i giovani
di Gioacchino Genchi, da il blog de Il Fatto Quotidiano del 29 ottobre 2010
Dal sito di Repubblica noto che gli occhi di Ruby nella foto sono orrendamente mascherati dai soliti quadratini grigi, come su qualcuno le avesse dato un pugno con dei dadi. C'è una legge che lo prevede a tutela dei minori e dalle violenze della stampa è giusto che i minori debbano essere tutelati.
Nelle cronache, intanto, le ultime notizie sulla vicenda di Ruby sono state prese a pretesto dai soliti bigotti moralisti per gridare allo scandalo.
Per costoro, però, come per quelli che pensano che per tutelarla basta imbrattarle gli occhi, lo scandalo non è Belusconi, ma la sessualità di Ruby, che ha solo 17 anni.
Questo ed altro basta ad appagare i puritani solo col mascheramento degli occhi di un volto bellissimo, che finiscono per sfigurare le sembianze di una ragazza che pare un gioiello della natura e che chiunque, senza altre recondite finalità, avrebbe avuto il piacere di ammirare.
In tutto questo la più grande ipocrisia sta nel fatto che chi si preoccupa di tutelarla solo coprendole gli occhi finisce, magari senza accorgersene e senza volerlo, col farle violenza.
Una violenza diversa, forse più grave e dolorosa di quella che gli hanno fatto altri, anche per obiettivi limiti fisiologici, che magari cercano anche in questo modo di dissimulare.
Ed è così che chi nella vita ha avuto sempre la virtù di trasformare il piombo in oro, saprà fare anche di questa inaspettata disgrazia una virtù.
Probabilmente qualcuno non ha ancora incassato la lezione degli errori del passato.
Non bastano i sondaggi e non sono serviti nemmeno i risultati delle urne elettorali a far capire che la campagna di stampa con le 10 domande è solo servita a rinforzare Berlusconi più di quanto lui col suo governo e con la sua maggioranza era riuscito a fare.
Anzi proprio quelle 10 domande sono riuscite a rinforzare la maggioranza e tenerla unita, più della minaccia di essere dossierati dai segugi del Giornale o di Libero.
Oggi quella maggioranza si sta sfaldando a pezzi ed è per questo che dobbiamo augurarci che con Ruby non accada quello che è successo con Noemi.
Fateci caso, ma già a solo un paio di giorni dalla notizia non si parla più di un governo che non governa, di una maggioranza frantumata di cui ormai non si contano più i pezzi, come se si fosse rotto un vaso di cristallo lanciato dalla torre Eiffel.
Non si parla più di lodi, del saccheggio della giustizia e dell'impunità del premier.
Non si parla più della crisi economica e della disoccupazione. Non si parla più nemmeno di Montecarlo e c'è da sperare che Ruby non sia solo il frutto del tentativo di cambio di casacca di qualche inquilino che abita nei palazzi dei poteri forti.
Ci sono troppe cosa strane che lo fanno pensare. Coincidenze, telefonate, agenzie fotografiche e incontri che lasciano più di un sospetto.
Nella vicenda non sorprende affatto ritrovare insieme (con Ruby) Emilio Fede e Silvio Berlusconi.
Sarebbe bastato guardare una qualuqnue edizione del TG4 degli ultimi ven'anni per accorgersene.
In questa vicenda il fatto nuovo è il sorriso di Ruby che si intravede nella foto di Repubblica, nonostante gli occhi sfigurati.
Un sorriso ammaliante che riesce a non far pensare e parlare più dell'immondizia di Napoli e forse a non farne sentire la puzza.
Proprio ricordando la Campania, in fondo, nella storia di Ruby non c'è nulla di nuovo rispetto a quanto non ci aveva svelato la vicenda di Noemi.
In quel caso anche la moglie di Berlusconi ha potuto confermare, mentre oggi non può farlo, impegnata pure lei a battersi per qualche milione di euro in più al mese di liquidazione, pur di non dire più le stesse cose su suo marito.
L'unica notizia della vicenda di Ruby, se la analizziamo bene, è la telefonata notturna di Palazzo Chigi alla questura di Milano.
Questa, a ben riflettere, oltre che una notizia di stampa appare proprio una "notizia di reato", qualunque siano state le conseguenze di quell'interessamento.
Chi l'ha ricevuta, quand'anche non avesse aderito alle istigazioni, aveva l'obbligo di informare "senza ritardo" l'autorità giudiziaria, come impone l'art. 331 del codice procedura penale ad ogni pubblico ufficiale.
Nelle questure, poi, quelli che di solito rispondono a Palazzo Chigi non sono pubblici ufficiali qualunque e, se leggiamo bene il codice, di obblighi ne hanno anche ben altri dei semplici "pubblici ufficiali" che lavorano al Catasto.
Comunque siano andate le cose non bastano oggi solo le conferme di quella telefonata. Specie se vogliamo che in Italia la legge sia uguale per tutti e non ci siano trattamenti differenziati per i ricchi, per i poveri, per i potenti e per i deboli.
Se non vogliamo, principalmente, che si crei un codice per gli intoccabili, un codice speciale per gli oppositori del regime.
Per tutti coloro che magari non sono mai stati una forza politica, che non hanno fatto parte di un partito o hanno avuto simpatie per partiti diversi e che hanno fatto semplicemente il loro dovere, con coscienza ed onestà.
Mi riferisco a quei magistrati, investigatori o giornalisti, che hanno avuto solo il coraggio delle proprie azioni e di mantenere la schiena dritta e che, solo per questo, sono stati il bersaglio di questo Regime.
E quindi ci risiamo.
Il volto di Ruby e i suoi occhi sfigurati stanno alimentando l'argomento di distrazione di massa del momento, per allontanarci dai reali problemi del Paese.
Ed è per questo che io voglio rivendicare la libertà sessuale di quella ragazza, nonostante i suoi 17 anni.
Io ho una figlia che ha 17 anni, che ammiro mentre cresce e che da bambina ho visto diventare donna.
Ho molto rispetto di mia figlia e ancora di più ne ho della sua libertà sessuale di determinarsi come vuole.
Non ci vedo niente di male che frequenti dei coetanei. Vedendola così cresciuta e così matura non escludo che abbia già potuto avere anche dei rapporti sessuali.
Escludo comunque che mia figlia possa andare con dei settantenni.
Per quanto mi riguarda la cosa mi pare tanto assurda, che non riesco nemmeno a immaginare quale potrebbe essere la mia reazione. Penso che come me tanti padri e tante madri delle tante belle diciassettenni che fortunatamente sono nate anche in Italia hanno pensato la stessa cosa e si sono posto questi interrogativi.
Di una cosa però sono certo. Non mi sentirei mai di criminalizzare mia figlia, anche se questa fosse Ruby, anche perché sono convinto – nonostante lo sviluppo del suo fisico – della sua immaturità.
So che lei, a proposito dell'immaturità, non è d'accordo con me e forse ha anche ragione. Fortunatamente, però, in Italia c'è una la legge che la presume tale.
A differenza che per i maggiorenni, infatti, "chiunque compie atti sessuali con un minore di età compresa tra i quattordici e i diciotto anni, in cambio di denaro o di altra utilità economica, è punito con la reclusione da sei mesi a tre anni". Non è né Di Pietro ad averlo detto, né Travaglio ad averlo scritto. Questo è solo l'art. 600 bis del Codice Penale della Repubblica Italia che, salvo lodi, legittimi impedimenti e leggi ad persona, dovrebbe applicarsi nei confronti di tutti coloro che grazie al fatto di essere ricchi e potenti, attentano alla libertà sessuale dei nostri figli.
Una legge che in Italia, però, vale per tutti e non per alcuni e così ritorniamo al punto di partenza.
Dopo la vicenda di Noemi anche con i nuovi gossip su Ruby ritornano d'attualità i possibili rapporti sessuali di Silvio Berlusconi con una minorenne. Ci auguriamo che in questo caso la genuinità delle dichiarazioni della vittima e dei suoi familiari siano più attendibili di quanto non è avvenuto nel passato. Se la minorenne fosse stata realmente consenziente e se non fosse stata pagata perché attratta da Berlusconi, magari perché c'era pure Emilio Fede, non c'è alcun reato. Bisogna avere l'onestà di ammetterlo.
Ecco perché, da poliziotto, mi è dispiaciuto non potere guardare negli occhi quella ragazza per capire se realmente fosse potuta andare a letto con Berlusconi e magari pure con Fede. Se fossi stato il direttore di Repubblica avrei rischiato pure la multa, pur di non mascherare quegli occhi.
Cominciando dagli occhi in questa vicenda si rischia di mascherare anche la verità e così alla fine, anche in questo caso, saremo costretti a dare proprio ragione all'avvocato Ghedini, com'è stato per Noemi e per la D'addario. A parte eventuali reati, che non mancherà certo ai magistrati di Milano di accertare, nella vicenda di Ruby come in quella di Noemi e della D'Addario non è necessario che ci sia per forza un reato per indignarsi.
Sicuramente queste condotte di Berlusconi, se dimostrate, sono immorali.
Pensare di risolvere il tutto con un certificato medico, come ha cercato di fare Famiglia Cristiana, non basta.
Gli italiani – anche molti che l'hanno votato – ormai sono stanchi delle condotte immorali di Berlusconi, anche se fra le molte alcune potrebbero anche non costituire un reato.
Ecco perché c'è da augurarsi che la vicenda di Ruby non serva a mascherare (come qualcuno ha fatto coi suoi occhi) lo scandalo più grave che si nasconde dietro Berlusconi. Lo scandalo di un uomo che dovrebbe essere uguale a chiunque altro di fronte alla legge e non intende nemmeno farsi processare per quello che ha fatto ed è stato accertato, oltre che per quello che può avere fatto a Ruby e deve essere ancora accertato. Per fare questo non è per forza necessario che ci siano dei reati. Le sue condotte di vita sono già sufficienti ed abbondanti da tempo per un serio rinvio a giudizio.
Mi riferisco alle sue condotte che attengono alla morale e all'etica politica. Quelle condotte non rientrano nella cognizione dei giudici penali. I "giudici" della morale sono i cittadini. L'unico requisito perché i cittadini possano liberamente giudicare richiede che siano liberamente informati. Ecco perché in uno stato democratico la libertà di informazione è la prima garanzia di civiltà e rispetto della legge.
Forse se in Italia la stampa e la televisione fossero più libere, molte inchieste, anche a Catanzaro, sarebbe state portate a compimento meglio di come le hanno concluse certi magistrati e sicuramente con molti meno quattrini buttati al vento, solo per poter poi dire che si è speso molto e che magari, a beccare i soldi tolti dalle tasche degli italiani, è stato chi non ha preso nemmeno un centesimo di euro.
Con l'informazione ognuno potrà capire, sapere e scegliere la sua morale.
Per quanto mi riguarda pensando a questa vicenda provo solo un profondo senso di schifo e di vergogna per un uomo di oltre 70 anni che dovesse andare con una minorenne, anche se – come per Ruby – la minorenne avesse 17 anni e fosse bella e sviluppata.
Se io malauguratamente dovessi trovarmi su un treno, seduto accanto a un ultra settantenne che mi raccontasse delle sue avventure con una 17 enne, istintivamente mi alzerei e cambierei di posto.
Se poi i posti in quel vagone fossero esauriti andrei pure a sedermi in prima classe (dove non viaggio mai) e pagherei anche il supplemento, per non stare accanto e non guardare in faccia colui che si fosse vantato di simili gesta.
Per questo è necessaria solo una corretta informazione, senza veli e senza occhi bendati, affinché la gente riesca a trovare la capacità di indignarsi, anche fra le tante persone per bene che in buona fede hanno votato per Berlusconi, solo perché non lo conoscevano fino in fondo.
Il mio auspicio, però, non è solo rivolto agli italiani, per quando ritorneranno a votare.
Sono convinto che, come fra i suoi tanti elettori, vi sono delle persone per bene fra quelli che non solo italiani ma sono parlamentari italiani e che ancora lo sostengono in Parlamento.
Ebbene io mi auguro che anche loro, se credono veramente in quella morale che contrabbandano, anche come cattolici, abbiano la capacità di indignarsi, di alzarsi e di cambiare lo scompartimento del loro treno.
Per farlo gli basta solo un po' di coraggio e un riscatto di dignità.
Visto che sono parlamentari (e ambiscono pure a rimanerlo), su loro treno, grazie al "permanente", non avrebbero nemmeno bisogno di pagare il supplemento per la "prima classe".
Gioacchino Genchi
http://www.ilfattoquotidiano.it/2010/10/29/non-basta-coprire-gli-occhi-per-tutelare-i-giovani/74307/
martedì 26 ottobre 2010
Gioacchino Genchi a Caltavuturo (PA), domenica 31 ottobre 2010, alle ore 18:30
domenica 24 ottobre 2010
Interessante inchiesta di Salvo Palazzolo di Repubblica sull'agente segreto "James" ...
Dagli aperitivi all'intelligence la doppia vita dell' agente 'James'
Repubblica — 22 ottobre 2010 pagina 12 sezione: PALERMO, di Salvo Palazzolo
PER gli amici dell' aperitivo, all' Acanto Blu, è «James». Come James Bond, lo 007 più famoso del cinema. Rosario Piraino, che la Procura di Palermo accusa di essere il "capitano" della trattativa e il braccio destro dell' enigmatico signor Franco, non ha mai fatto mistero di essere un funzionario della Presidenza del Consiglio. Ovvero, un agente in forza al centro Aisi di Palermo. La nuova filosofia dei Servizi sembra essere ormai: «Riservatezza, ma niente più inutili misteri». Così, lo 007 accusato di essere il depositario di segreti pesantissimi fa apparentemente una vita normale e spesso va anche allo stadio. Ma non per fede rosanero: Piraino è il motore della complessa macchina della sicurezza attorno al Renzo Barbera. Lui, naturalmente, fa il lavoro riservato, cercando di anticipare le mosse degli ultrà violenti. Raccontano che più di una volta un' informazione arrivata al momento giusto da Piraino abbia consentito alla polizia di prevenire liti e scontri fra tifoserie. Raccontano pure che Piraino sia ritenuto uno dei migliori nel campo dell' intelligence sull' eversione e che abbia addirittura inventato un metodo ormai diventato un modello all' interno dei servizi segreti per prevenire gli episodi di violenza negli stadi. Oggi, Rosario Piraino, 53 anni, è forse l' agente meno segreto di tutti gli agenti segreti di Palermo. Nella città dei professionisti che contano è conosciuto anche come il marito di un volto notissimo della Regione Siciliana, Alessandra Russo, dirigente generale del dipartimento Lavoro, una lady di ferro stimata da destra a sinistra. L' avvocato di Rosario Piraino, Nino Caleca, era in Procura ieri mattina. «Possibile - dice - che il misterioso capitano vadaa prendere l' aperitivo nel locale che si trova proprio di fronte casa di Massimo Ciancimino?». Accenna a un sorriso Caleca, fa segno che non può aggiungere altro. Tutte le dichiarazioni sono rinviate a mercoledì prossimo, quando Piraino verrà interrogato in Procura. «Risponderà e chiarirà tutto», taglia corto il legale. Questo è Rosario Piraino oggi. Ma negli anni passati chi era davvero? Massimo Ciancimino non ha avuto dubbi nel riconoscerlo: «È lui che mi ha intimato di non parlare della trattativa e dei rapporti di mio padre con Berlusconi, nel 2006, quando ero ai domiciliari, a Palermo. L' anno scorso, il capitano è venuto fino a Bologna per minacciarmi». Adesso, è accusato dai pm Nino Di Matteo e Paolo Guido di violenza privata, con l' aggravante di aver favorito Cosa nostra. Per quello che se ne sa, Piraino ha iniziato la sua carriera come ufficiale di complemento dei carabinieri. Sarebbe stato anche in servizio all' alto commissariato per la lotta alla mafia. Di certo, nel 1992 era capo dell' agenzia Sisde di Caltanissetta. Il suo nome è nell' agenda di Bruno Contrada, il numero tre dei Servizi che sta scontando una condanna a dieci anni per collusioni mafiose. Ecco l' appunto, alla data del 30 settembre, ore 10,30. «Caltanissetta, dal Procuratore della Repubblica Tinebra, col capo centro Pa (Ruggeri) e capo agenzia Cl (Piraino). Indagini stragi Pa». Quali sono queste indagini svolte da Bruno Contrada su Capaci e via d' Amelio? Ce n' è traccia nella sentenza sulla strage Borsellino, che oggi i magistrati della Procura di Caltanissetta stanno esaminando con cura, perché sarebbe stata frutto di un depistaggio. Contrada portò a Caltanissetta un dettagliato rapporto in cui si accreditava il pentito (oggi ritenuto falso) Vincenzo Scarantino come un mafioso dalle illustri parentele. Una vera patacca, hanno scoperto il procuratore Sergio Lari e i magistrati del suo pool. Quale ruolo ha avuto Rosario Piraino nella stesura di quel rapporto su Scarantino?È una delle tante domande che i magistrati si fanno sull' uomo che Massimo Ciancimino indica come il braccio destro del signor Franco, il regista della trattativa mafia-Stato. Intanto, le indagini sembrano ad una svolta anche a Caltanissetta. Nei giorni scorsi, Ciancimino junior ha confermato il riconoscimento di Lorenzo Narracci, l' agente segreto già chiamato in causa da Spatuzza come presente nel garage dove si caricava l' autobomba per via d' Amelio. Ciancimino sostiene di aver visto Narracci assieme al boss Gaetano Scotto, oggi all' ergastolo per la strage Borsellino. Il testimone colloca le due presenze nel bar di un albergo palermitano, dove suo padre e il signor Franco avevano appena finito un summit. - SALVO PALAZZOLOVia da Palermo lo 007 indagato la Procura cerca nuovi riscontri
Repubblica — 23 ottobre 2010 pagina 9 sezione: PALERMO, di Salvo Palazzolo
DOPO l'avviso di garanzia notificato dalla Procura, è scattato il trasferimento immediato da Palermo per Rosario Piraino, l'agente segreto accusato di essere il "capitano" della trattativa mafia-Stato e l'autore delle minacce a Massimo Ciancimino. Piraino è adesso in servizio a Roma. Intanto, prepara una lunga autodifesa: l'avvocato Nino Caleca ha già annunciato che il suo cliente intende rispondere alle contestazioni che gli verranno mosse dai sostituti Nino Di Matteo, Paolo Guido e dal procuratore aggiunto Antonio Ingroia. L'avviso di garanzia notificato dalla Dia prevede il reato di violenza privata, che sarebbe stato commesso nei confronti di Massimo Ciancimino. Il reato è aggravato dall'aver favorito l'organizzazione Cosa nostra, perché il "capitano" di cui ha parlato Ciancimino avrebbe intimato di tacere sulla trattativa mafia-Stato e anche sugli investimenti dei boss nelle aziende di Berlusconi. In attesa dell'interrogatorio, le indagini proseguono su Rosario Piraino. A Caltanissetta, dove nel 1992 lo 007 era capo agenzia dell'allora Sisde, lo ricordano ancora al palazzo di giustizia: era molto spesso presente alle udienze del processo Borsellino. Lui diceva, solo per incontrare alcuni amici magistrati. Di certo, il 30 settembre 1992 Piraino accompagnò Bruno Contrada per consegnare un rapporto che accreditava il falso pentito Vincenzo Scarantino. Cosa faceva per davvero Piraino al palazzo di giustizia di Caltanissetta? È quello che adesso si chiedono i magistrati. Un'altra curiosa coincidenza, fra altre amicizie e gli ennesimi sospetti di depistaggi, è quella che colloca Rosario Piraino nell'agriturismo di Piana degli Albanesi di Giorgio Riolo, il cugino dell'omonimo maresciallo del Ros condannato per essere una talpa della mafia. Proprio di quell'agriturismo si occupò anche il processo "Talpe". Ad analizzare le utenze di chi chiamava fu il consulente della Procura, Gioacchino Genchi. Era anche Piraino a telefonare. Per prenotare un weekend, o per fare cosa? Lo stesso interrogativo si posero i pm dell'inchiesta Talpe per le telefonate di altri agenti segreti che frequentavano quell'agriturismo. - SALVO PALAZZOLOmartedì 19 ottobre 2010
Non è un lavoro di appuntati. Chi guidava la macchina del fango? di Claudia Fusani, dall'Unità del 19-10-2010
l''Unità
di Claudia Fusani, 19 ottobre 2010
Campagne giornalistiche mirate, che partono da lontano. E colpiscono persone scomode.
Per il consulente della procura Genchi un errore "enfatizzare" due tasselli di un sistema più vasto.
Non è un lavoro di appuntati
Chi guidava la macchina del fango?
Un sistema di potere che sembra alimentarsi di dossier e presunte inchieste giornalistiche subito strumentalizzate per fini politici. L'ultimo caso coinvolge un finanziere e Panorama. Solo tasselli di un sistema più ampio?
Il destino irrompe sempre quando meno te lo aspetti. A lui la notizia arriva mentre sta scrivendo la memoria difensiva alla procura di Roma che lo ha indagato un paio di anni fa per accesso abusivo a sistemi informatici e acquisizione di tabulati dei parlamentari. Memoria che va aggiornata in corsa perché i sospetti diventano certezze investigative visto che il presunto spione Gioacchino Genchi, vicequestore e consulente di delle procure in varie indagini, è stato invece alla fine soprattutto spiato. E con lui l'ex magistrato Luigi de Magistris, il leader del Movimento Cinque Stelle Beppe Grillo, la famiglia Agnelli, Antonio Di Pietro, il giornalista Marco Travaglio, la escort Patrizia D'Addario. E chissà quanti altri. Un migliaio di accessi in due anni, significa che l'appuntato della Guardia di Finanza Fabio Diana in servizio al comando provinciale di Pavia è andato a frugare almeno tre volte al giorno in cose e faccende in cui non aveva titolo a mettere becco. E ogni volta, suggerisce l'indagine, per andare a riferire l'esito delle sue ricerche a giornalisti. Genchi ricorda perfettamente: "Quando esplose il case de Magistris, a lui hanno tolto le indagini, contro di me si è messa in moto la macchina del fango. Uscirono vari articoli sulla mia vita privata. Uno, in particolare, su Italia Oggi il 31 gennaio 2008 titolava così: "Abbiamo spiato lo spione: tutto su Genchi, donne, soldi e case che furono degli assassini di Falcone". "Insistevano sul fatto che avevo regolarmente acquistato casa a Palermo da un'asta giudiziaria …".
Sarebbe, oggi, dal punto di vista di Genchi, uno di quei giorni in cui togliersi vari sassolini dalle scarpe. Banale. "Tanto – dice – la verità sul mio conto sta già venendo fuori (la Cassazione ha annullato il sequestro del suo super archivio perché gli accessi risultano essere fatti nell'ambito dei singoli procedimenti giudiziari, ndr). Bisogna solo avere pazienza".
Più utile invece provare a ragionare su un paese e una stagione politica che sembrano alimentarsi di dossier. Quattro anni fa ci fu il filone Telecom, Giuliano Tavaroli e Tiger team. Oggi c'è l'inchiesta della procura di Milano che ha coinvolto i vertici de Il Giornale e della Confindustria a suon di minacce e dossier.
Innanzitutto come è possibile che un sottufficiale qualsiasi della Guardia di Finanza possa avere tutto questo potere. Osservazione, secondo Genchi, errata visto che "accedere alle banche dati è nella disponibilità di qualunque operatore addetto ad indagini fiscali che con la sua user id o quella di un collega o di un reparto può accedere ai dati storici dell'Agenzia delle Entrate". Il che significa dichiarazioni dei redditi, bilanci di società, cessioni di immobili, dichiarazioni Iva. Non solo, grazie a un decreto legislativo del 2007, "è possibile accedere anche ai conti correnti di tutte le banche del territorio senza l'autorizzazione del pm". Un potere enorme che forse va rivisto.
Il punto vero è un altro. "Attenzione – suggerisce Genchi – ad enfatizzare il ruolo di questo finanziere e di Amadori (il giornalista di Panorama indagato per concorso in accesso alle banche dati, ndr). E' vero che altre coperture non sono in teoria indispensabili. Ma se ci distacchiamo un po' e osserviamo dall'alto questi anni è chiaro che è in azione da tempo un network di cui sono protagonisti, consapevoli o meno, agenzie fotografiche, siti di gossip e di informazione, settimanali, quotidiani, blog, tutti opportunamente alimentati di notizie e finalizzato al dossieraggio".
Osservare dall'alto significa mettere in fila le attività illecite dell'ufficio relazioni esterne del Sismi di Niccolò Pollari (leggi Pio Pompa, 2006), le prime foto rubate che presero di mira il portavoce di Romano Prodi Silvio Sircana (2007), l'attività ricattatoria del fotografo Fabrizio Corona, il caso Boffo, il caso Marrazzo, certe inchieste giornalistiche nate come tali ma subito utilizzate per fini politici-imprenditoriali (vedi il caso della casa di Montecarlo o le informazioni sulla famiglia Agnelli). In questo network agiscono persone che di mestiere cercano notizie, come i giornalisti, e poi le pubblicano. "E altre – corregge il tiro Genchi – che cercano notizie e le fanno pubblicare secondo tempi e modi che rispondono a una precisa regia per fini politici-imprenditoriali".
L'inchiesta dei pm milanesi Elio Ramondini e Alberto Nobili sembra andare in questa direzione. "Bisogna contestualizzare il momento della pubblicazione" osserva Genchi. Le informazioni acquisite con modi illeciti (gli accessi alle banche dati) sono state usate, cioè pubblicate, in momenti precisi. Le informazioni su Grillo: tutto il giro d'affari dell'antipolitica", lungo e circostanziato jaccuse al comico genovese con dati sulle dichiarazioni dei redditi. Nel febbraio 2009 esce il pezzo "Caso Genchi: quanti schedati" e dopo poche settimane i carabinieri del Ros su mandato della procura di Roma sequestreranno l'archivio "segreto" del consulente informatico con migliaia di dati. Nell'ottobre dello scorso anno il settimanale di casa Mondadori pubblica: "Fisco e patrimoni, ecco quanto dichiarano gli Agnelli" nel bel mezzo di uno scontro tra la Fiat e il governo sugli incentivi alla fabbrica torinese. Su Di Pietro "le inchieste" sono andate avanti un anno, tutti i giorni una prima pagina.
Ma l'inchiesta potrebbe andare oltre e ricostruire i rapporti del giornalista e del finanziere. "I loro referenti – butta là Genchi – eventuali mandanti e fruitori".
lunedì 18 ottobre 2010
Intrusione negli archivi, finanziere ai domiciliari. Indagato un giornalista di Panorama. “Spiato” anche Gioacchino Genchi
Intrusione negli archivi, finanziere ai domiciliari. Indagato un giornalista di Panorama. "Spiato" anche Gioacchino Genchi
Pubblichiamo di seguito l'articolo di Repubblica.it in cui si riferisce dell'appuntato Fabio Diani, accusato di aver violato gli archivi del corpo e di aver girato al giornalista Giacomo Amadori notizie riservate riguardanti, tra gli altri, Di Pietro, De Magistris, Grillo, D'Addario, Travaglio, Genchi e la famiglia Agnelli. Abbiamo intervistato Gioacchino Genchi in proposito, che ci ha dichiarato: «Ho sempre avuto fiducia nella Giustizia: la verità viene sempre a galla e i nodi sempre al pettine. Sorrido a rileggere l'articolo di fondo di Sallusti del 4 ottobre che mi ha definito "uno spione" dando pure del mafioso a Lucia Annunziata solo perché ha avuto il coraggio di invitarmi in tv. Ormai non mi sorprendo più dei tanti buoi che chiamano cornuti gli asini. Ma io, da buon castelbuonese, sto con gli asini!»
[la Repubblica] ROMA - Fabio Diani, appuntato della Guardia di Finanza in servizio a Pavia, è stato posto agli arresti domiciliari su ordine del Gip presso il Tribunale di Milano Roberta Nunnari, per una serie di accessi abusivi agli archivi informatici delle Fiamme Gialle, "in violazione dell'articolo 615 ter del codice penale". Per il reato, precisa il Comando provinciale della Guardia di Finanza di Pavia, che ha eseguito l'arresto, "è competente la Procura della Repubblica di Milano".
Sono infatti i pm milanesi Elio Ramondini e Alberto Nobili ad accusare il finanziere di aver poi passato informazioni riservate al giornalista di Panorama Giacomo Amadori, riguardanti una serie di noti personaggi. Amadori, stando a quanto si apprende, ha ricevuto un avviso di garanzia per concorso nello stesso reato: accesso abusivo a sistemi informatici. Ad accorgersi dei "comporamenti anomali" di Diani è stato lo stesso comandante provinciale della Guardia di Finanza di Pavia, Domenico Grimaldi. Per Diani anche l'aggravante di essere un pubblico ufficiale e di aver compiuto accessi a banche dati di interesse pubblico e militare. Ora rischia una condanna tra i 3 e gli 8 anni di reclusione.
I personaggi spiati. Le violazioni degli archivi, almeno un migliaio, si sarebbero verificate tra il gennaio 2008 e l'ottobre 2009, quando Diani ha eseguito, non per motivi di servizio, "numerose interrogazioni al terminale, passando poi le informazioni riservate a terze persone". Le "informazioni riservate" riguardano, tra gli altri, componenti della famiglia Agnelli, Antonio Di Pietro, Luigi De Magistris, il giudice Mesiano, Beppe Grillo, Marco Travaglio e la escort Patrizia D'Addario. Informazioni riservate sarebbero state raccolte e fornite anche su Gioacchino Genchi, già consulente in vari procedimenti penali alcuni dei quali diretti dall'ex pm De Magistris.
Gli articoli sospetti. Nel corso delle indagini, gli inquirenti hanno verificato la scansione temporale degli accessi ai sistemi di Diani e degli articoli di Amadori. Rilevando una corrispondenza tra alcuni scritti del giornalista pubblicati da Panorama e le violazioni delle banche dati effettuate dal finanziere arrestato. Sono, in particolare, tre i pezzi sotto osservazione. Il primo, datato 24 aprile 2008, si intitola "Beppe Grillo: tutto il giro d'affari dell'antipolitica", lungo e ciricostanziato j'accuse al comico genovese in cui sono contenuti dati sulle più recenti dichiarazioni dei redditi del comico genovese. Del febbraio 2009 è il pezzo "Caso Genchi: quanti schedati": di lì a qualche settimana i carabinieri del Ros su mandato della procura di Roma sequestrerà l'"archivio segreto" del consulente informatico contenente migliaia di dati. Dell'ottobre dello stesso anno "Fisco e patrimoni, ecco quanto dichiarano gli Agnelli", dedicato all'indagine fiscale "più mediatica degli ultimi anni".
"Ha fatto solo il suo lavoro". Amadori è difeso a spada tratta dal direttore di Panorama, Giorgio Mulè, che lo definisce uno dei suoi "cronisti di punta". "Da quello che mi risulta ha fatto come al solito e al meglio il suo lavoro di cronista", come avrebbe riconosciuto anche la magistratura, secondo quanto lo stesso Mulè dichiara all'Ansa, "anche a scanso di equivoci e di chi si voglia mettere a pensare a dossieraggi o killeraggi. Il collega ha usato le informazioni ricevute solo per scrivere gli articoli". Per il direttore di Panorama, "erano dati utilizzabili e non, come si dice, 'sensibili' o coperti da privacy. Amadori ha chiesto solo i dati delle dichiarazioni dei redditi che sono noti. Il pm che ha poi allegato tutti gli articoli scritti in un paio di anni, osserva che le informazioni sono state utilizzate con l'unico fine di scriverli".
Amadori e il caso Marcegaglia. Con il "suo lavoro", Amadori è entrato in questi giorni anche nel "caso" del presunto dossieraggio de Il Giornale contro Emma Marcegaglia. Per un suo articolo apparso sull'ultimo numero di Panorama, dal titolo "L'altra minaccia" in cui il giornalista parte da alcune telefonate intercorse nell'agosto del 2009 tra lui e Arpisella, fino a pochi giorni fa portavoce della presidente di Confindustria. All'epoca Amadori stava lavorando a "un'inchiesta su presunti illeciti nella raccolta di rifiuti in Puglia" e le indagini "riguardavano anche la Cogeam, il consorzio stabile di gestioni ambientali di cui fanno parte al 51% società del gruppo Marcegaglia". Amadori sostiene che Arpisella avrebbe chiesto che il nome delle presidente di Confindustria fosse escluso dall'articolo. In caso contrario avrebbe revocato la disponibilità per un'intervista già concordata dal settimanale con la leader degli industriali e dalla Confindustria sarebbero partiti attacchi contro il Governo.
Pd: "Grave, ricorda caso Prodi". L'accesso fraudolento da parte di un finanziere a banche dati contenenti "informazioni sensibili sulla vita privata di personaggi pubblici è di per sé una notizia gravissima che ci preoccupa e che richiama alla memoria l'analogo grave episodio avvenuto ai danni del presidente Prodi". E' quanto dichiara Emanuele Fiano, responsabile sicurezza del Pd, aggiungendo che "la contestazione dei magistrati che questi dati sensibili siano stati consegnati nelle mani di un giornalista aggrava le nostre considerazioni". "Attenderemo, ovviamente, il lavoro della magistratura prima di esprimere ulteriori giudizi in merito".
… prima o dopo i nodi vengono sempre al pettine...
lunedì 11 ottobre 2010
Gioacchino Genchi a Fasano (BR), giovedì 14 ottobre 2010, alle ore 18:00

Giovedì 14 ottobre 2010, alle ore 18:00, a Fasano (BR), presso il Laboratorio Urbano di Corso Vittorio Emanuele (nei pressi dell'ex Asilo Ciaia), in concomitanza della 2° Edizione di "Mafie", parteciperò alla presentazione del libro "Il caso Genchi - Storia di un uomo in balia dello Stato", di Edoardo Montolli, Aliberti Editore.
L'incontro, organizzato dalle Assciazioni Laboratorio Urbano, Le Nove Muse e Equo e non Solo, col patrocinio della Regione Puglia, sarà moderato dall'avv. Giusy Santomarco.
mercoledì 6 ottobre 2010
Cronaca di un’udienza, dal Tribunale dell’al di là
Cronaca di un’udienza, dal Tribunale dell’al di là
di Gioacchino Genchi, dal Blog de "Il Fatto Quotidiano" del 6 ottobre 2010
Ieri sera sono stato inondato da una valanga di chiamate, di messaggi e di post su facebook.
Su Wikipedia qualcuno mi aveva dato per morto.
Forse per un effetto riflesso, questa notte ho sognato di essere morto veramente e di trovarmi già nell’al di là. Per quel che ricordo del sogno, non ero ancora stato assegnato in Paradiso, né – per buona pace di qualcuno – mi trovavo all’Inferno, o in Purgatorio.
Ero, invece, in un grande androne insieme a tante persone, morte come me.
Qualcosa mi faceva sembrare quel luogo simile ad un palazzo di giustizia, dove venivano celebrati i processi ai morti che, come me, a turno venivano giudicati e poi spediti al Paradiso, in Purgatorio, o all’Inferno.
Il Tribunale dell’al di là, molto simile a quelli che ricordavo nella terra, era composto da tre giudici. C’era un Pubblico Ministero che sosteneva l’accusa e ciascuno dei morti era assistito da un avvocato.
Si dà il caso che mentre aspettavo il turno di essere giudicato è iniziato il processo ad un altro morto, che era arrivato prima di me. Non ci crederete ma si trattava proprio di Silvio Berlusconi. Manco a farlo apposta, come difensore lo assisteva l’avv. Ghedini. Aperta l’udienza, il processo a Berlusconi è iniziato con delle eccezioni preliminari dell’avv. Ghedini, tutte respinte dal Tribunale. Il Presidente, infatti, ha osservato che nel diritto dell’al di là non vale il legittimo impedimento e che nemmeno il lodo Alfano è mai stato recepito in quell’ordinamento. Nell’al di là, inoltre, non hanno mai varato la modifica della legge sul falso in bilancio e quella sul calcolo dei termini della prescrizione, con le quali Berlusconi sulla terra, quand’era vivo, ha scansato una serie di processi.
Invano Berlusconi e il suo difensore hanno protestato e fatto appello al ministro della Giustizia.
Quando gli hanno detto che nell’al di là il ministro non era Angelino Alfano, entrambi ci sono rimasti molto male. Si perché nell’al di là non poteva nemmeno aiutarli quel campione di efficienza dell’omologo ministro della Giustizia di Santa Lucia, Lorenzo Rudolph Francis che, sulla terra, in tre giorni era riuscito a fare per Berlusconi quello che Angelino Alfano non era stato capace di fare nemmeno in tre anni.
Respinte tutte le eccezioni è iniziato il processo.
Il Pubblico Ministero ha letto le imputazioni, contestando i peccati che Berlusconi aveva commesso sulla terra, quando era vivo. La prima accusa era quella di essere stato blasfemo e di avere offeso il nome di Dio.
Invano la difesa di Berlusconi ha cercato di difendersi, cercando di «contestualizzare» la frase incriminata.
Il Presidente del Tribunale sembrava più determinato della Gandus e così gli ha respinto pure la richiesta di citare come teste a difesa monsignor Fisichella con una secca battuta: “Grazie avvocato, ma nell’al di là sappiamo contestualizzare da soli il significato della parole”.
Invano Berlusconi ha preso la parola per rendere dichiarazioni spontanee. Ha continuato a ripetere che lui, sulla terra, era stato un fervente cattolico e che, era stato pure amico di don Gelmini. A questo punto ho visto il Pubblico Ministero che prendeva nota. Chissà perché.
Quando poi Berlusconi, continuando la sua difesa, ha detto pure di essere stato, sulla terra, un assiduo praticante e di essersi fatto regolarmente la Comunione, il Presidente è insorto più irritato e determinato di prima, disponendo la trasmissione del verbale dell’udienza al Pubblico Ministero dell’al di là.
Tanto Berlusconi che l’avvocato Ghedini si sono manifestati sorpresi. A guardarli in faccia, come si suol dire, sembravano caduti dal cielo. Il Presidente del Tribunale a questo punto ha osservato che Berlusconi era divorziato e risposato civilmente. Pertanto, secondo il Diritto Canonico, valido per tutti i cattolici (senza eccezione alcuna), ai divorziati risposati non è ammesso accedere al sacramento della comunione.
Invano Berlusconi ha cercato di far capire al Tribunale che lui non è un cattolico qualunque. Che ha fatto molto per la Chiesa e ancora di più per l’istruzione cattolica (specie per quella privata).
Il Tribunale è stato irremovibile e così il Pubblico Ministero è potuto passare alla lettura del secondo capo di imputazione.
L’accusa di “lussuria”, in questo caso, sembrava ancora più grave della prima. Per quella, peraltro, Ghedini non poteva citare come teste a difesa nemmeno mons. Fisichella, perché non si sarebbe presentato a testimoniare. Citare don Gelmini avrebbe potuto peggiorare le cose. Così il buon avv. Ghedini, come aveva fatto sulla terra, ci ha provato a sostenere la tesi che, in fondo, Berlusconi era solo “l’utilizzatore finale”.
A questo punto il Presidente del Tribunale l’ha stoppato, ricordandogli che lì (o meglio: nell’al di là), l’accusa non era di “sfruttamento della prostituzione”, ma ben altre. Poco valevano pure le tesi del complotto dei magistrati comunisti, in combutta con la D’Addario. Pure poco sarebbe valso citare Tarantini. Le intercettazioni telefoniche, i commenti sulle docce fredde e sul lettone di Putin, inchiodavano inesorabilmente il fu premier italiano innanzi alle sue responsabilità per l’accusa di lussuria.
Ghedini – probabilemnte per rispetto – non se l’è sentita nemmeno di sostenere l’unica tesi che forse gli avrebbe consentito di far assolvere il suo cliente. Ha rinunciato così a far valere l’eccezione del reato impossibile, per inidoneità dell’oggetto o per mancanza dell’azione, ed ha preferito articolare la difesa in altro modo. Ha così iniziato una strana arringa, sostenendo che l’accusa riguardava una normale condotta di un leader politico, nell’ambito delle doverose pubbliche relazioni connesse all’incarico. Ha pure continuato sostenendo che si trattava solo di un necessitato esercizio fisico di riabilitazione delle prostata.
A queste affermazioni il Presidente s’è mostrato più rigoroso di Minosse, quando è diventato tutto buio e si è abbattuta una bufera. Ho avuto netta la sensazione di rivivere ciò che avevo studiato nel V Canto dell’Inferno, quando, per la paura, mi sono svegliato di soprassalto.
In contemporanea mi si è accesa la radiosveglia ed è partito il giornale radio della RAI. Il primo servizio era un’intervista a Berlusconi, che annunciava lieto la nomina di Paolo Romani a nuovo ministro dello Sviluppo economico (della Mediaset, ho pensato subito io .…) e che rassicurava gli italiani che il Governo sarebbe arrivato alla fine della legislatura.
A quel punto mi sono accorto che era stato tutto un sogno e, per un solo istante, mi sono quasi rammaricato di non essere morto veramente.
Gioacchino Genchi a Sortino (SR), domencia 17 ottobre 2010

Domenica 17 ottobre 2010, alle ore 18:00, a Sortino (SR), al Cine Teatro Italia di Piazza Maria Josè, parteciperò alla presentazione del libro "Il caso genchi - Storia di un uomo in balia dello Stato", di Edoardo Montolli, Aliberti Editore.
All'incontro, organizzato dall'Officina Sociale Archè, parteciperà Pino Maniaci, direttore di Telejato.
Gioacchino Genchi a Torino, con Salvatore Borsellino, Sonia Alfano e Bruno Tinti, giovedì 7 ottobre 2010

Giovedì 7 ottobre 2010, alle ore 20:30, a Torino, presso la Sala Operti di C.so Siracusa 213, parteciperò con Salvatore Borsellino, Sonia Alfano e Bruno Tinti, all'incontro organizzato dalle Agende Rosse di Torino sul tema "Stragi 92/93. Mafia e Istituzioni: chi è Stato?".
Modererà il dibattito Stefano Caselli.
martedì 5 ottobre 2010
Gioacchino Genchi a Canicattini Bagni (SR), sabato 16 ottobre 2010, alle ore 19:00

Sabato 16 ottobre 2010, alle ore 19:00, a Canicattini Bagni (SR), presso l'Aula Consiliare del Comune, in Via P. Jolanda, parteciperò all'incontro dal tema "Tra Stato e Mafia: la solitudine degli uomini onesti", con un ricordo di Angelo Vassallo.
Interverrà il sindaco di Caniccattini Bagni, Paolo Amenta.
Gioacchino Genchi e Salvatore Borsellino, domenica 10 ottobre 2010 a Civitanova Marche (MC)

Domenica 10 ottobre 2010, alle ore 17:30, a Civitanova Marche (MC), presso l'ente Fiera, nei pressi del Lungomare sud, dietro la Piazza Centrale XX Settembre, parteciperò con Salvatore Borsellino al convegno organizzato dall'Associazione Carta Canta dal titolo "Nascita della Seconda Repubblica - Evoluzione dalla P2 alla P3".
Interverranno Tiziana Streppa, Alessandro Lippo e Barbara Archeri.
Gioacchino Genchi a Cesena, venerdì 8 ottobre alle ore 21:00, col Movimento 5 Stelle

Venerdì 8 ottobre 2010, alle ore 21:00, a Cesena, a Palazzo del Capitano, parteciperò all'incontro organizzato dal Gruppo Consiliare 5 Stelle di Cesena sul tema "MAFIASTATO - Un legame indossolubile".
Interverranno i consiglieri regionali del Movimento 5 stelle Giovanni Favia e Andrea Defranceschi e il consigliere comunale della Lista Civica Cesena 5 Stelle Natascia Guiduzzi.
Gioacchino Genchi ad Imola (BO), sabato 9 ottobre 2010, con gli Amici di Grillo di Imola

Sabato 9 ottobre 2010, alle ore 20:30, ad Imola (BO), alla sala delle Stagioni di Via Emilia 25, parteciperò alla presentazione del libro "Il caso Genchi - Storia di un uomo in balia dello Stato", di Edoardo Montolli, Aliberti editore, organizzata dagli Amici di Grillo di Imola.
Info: amicidigrilloimola@yahoo.it
lunedì 4 ottobre 2010
Gioacchino Genchi martedì 5 ottobre 2010 a Palermo, a Villa Filippina, con Salvo Palazzolo e Riccardo Lo Verso
venerdì 1 ottobre 2010
Gioacchino Genchi parteciperà in diretta dallo studio alla trasmissione "In mezz'ora" di Lucia Annunziata, in onda su Rai Tre aalle 14:30 di domenica 3 ottobre 2010
mercoledì 29 settembre 2010
Gioacchino Genchi a Roma, giovedì 30 settembre 2010, alle ore 15:30, al Centro Congressi Covour di Via Napoli 46
domenica 26 settembre 2010
Replica a Lucia Annunziata
L'unica cosa veramente inquietante è come la sinistra possa continuare a dare credito a giornalisti come l'Annunziata, che con il loro modo di fare disinformazione hanno supportato e supportano Berlusconi più di quanto non riescano a fare Fede, Feltri e Belpietro messi insieme.
Gioacchino Genchi
Inviato da iPad
martedì 7 settembre 2010
Gioacchino Genchi con Libera a Modica, Rosolini e Scicli l'11 e 12 settembre 2010
lunedì 6 settembre 2010
Gioacchino Genchi ad Andalo, Modica, Rosolini e Scicli
mercoledì 1 settembre 2010
Finalmente hanno scoperto le carte!
Non ho mai letto tante assurdità e tante falsità.
In compenso adesso è più chiaro chi aveva interesse a bloccare le indagini di de Magistris in Calabria e a delegittimarmi, per impedirmi di fornire il mio contributo alle più importanti indagini che si stavano svolgendo in Italia.
Probabilmente l'ex procuratore aggiunto di Roma Achille Toro e quanti contavano su di lui non prevedevano che avrebbe dovuto lasciare così frettolosamente la magistratura e il procedimento nei miei confronti e nei confronti di de Magistris, come lui stesso ha commentato al telefono nelle intercettazioni disposte dalla procura di Firenze, nell'indagine sugli appalti di Stato.
Nonostante tutto continuo ad avere fiducia nella Giustizia.
A giorni, col mio avvocato Fabio Repici, mi presenterò dai magistrati di Roma, di Perugia e di Salerno per depositare una corposa memoria e per rendere l'interrogatorio.
Finalmente avrò la possibilità di difendermi.
Vi terrò informati degli sviluppi del procedimento e vi assicuro che non ho alcuna intenzione di arrendermi.
sabato 21 agosto 2010
Falcone e Faccia da mostro

Segreto dopo segreto, se si scorrono le vicende delle indagini antimafia alla fine si arriva sempre a un boss e a un agente segreto sfigurato
E' in galera dal 2001. Per otto anni aveva fatto impazzire la Dda di Palermo, che lo riteneva al centro di un traffico di droga costruito sull'asse Stati Uniti – clan dei Vernengo in Sicilia – Nord Italia. Ma per otto anni si era come volatilizzato. Scomparso. E oggi sarebbe probabilmente su una spiaggia a godersi il sole, se non si fosse fatto beccare a Chiavari per il tentato omicidio di un'ottantaduenne in cambio di 250 milioni di lire. Una storiaccia di raggiri ai danni di ricchi anziani, convinti a firmare testamenti a favore di una banda di magliari. Una storiaccia dove nessuno pensava mai che potesse finirci dentro uno del suo calibro.
Si chiama Gaetano Scotto (nella foto a sinistra, ndr), boss dell'Arenella, ed è tra i condannati per la morte di Paolo Borsellino e della sua scorta. Sembra il grottesco epilogo di un killer di Cosa Nostra caduto in disgrazia. E forse è così. Forse. Di certo alla Procura di Caltanissetta stanno riscrivendo ciò che accadde nelle stragi del '92, in una trama molto complessa: parte dal lontano fallito attentato all'Addaura a Giovanni Falcone nell'89, affronta presunte trattative tra lo Stato e la mafia, depistaggi, e personaggi che nemmeno ad uno scafato scrittore di thriller verrebbero in mente.
L'intreccio è fitto di ombre di servizi segreti deviati. Ma in questo scavare a ritroso tra fatti e 007 invisibili, si finisce sempre per incontrare lui, Gaetano Scotto, capace di mandare in tilt i cacciatori di latitanti per otto anni, ma di finire miseramente in galera per aver tentato di ammazzare una pensionata. E allora la domanda è inevitabile: chi è davvero? Per scoprirlo, forse, bisogna mettere insieme tanti piccoli pezzi di un puzzle.
Del suo passato si sa poco o nulla. Pare curasse gli interessi di Cosa Nostra in Emilia Romagna. A dargli un ruolo preciso per la prima volta è il pentito Vito Lo Forte: lo ricorda nel riciclaggio alla fine degli anni ottanta nella Svizzera degli introiti della coca. Dice che Scotto ripuliva il denaro di Gaetano Fidanzati, il ras della droga in Lombardia che aveva portato Cosa Nostra a Milano, allestendo riunioni nei bar del quartiere Lorenteggio con un nutrito gruppo di pezzi da novanta: da Pietro Vernengo a Totuccio Contorno, dai fratelli Grado a Vittorio Mangano. Roba grossa insomma. Fiumane di denaro sporco, che passava il confine per essere lavato e reinvestito. Un giro tale che, racconta lo stesso Lo Forte, fu proprio per fermare le indagini sul riciclaggio in Svizzera che venne organizzato l'attentato all'Addaura, dove Giovanni Falcone aveva affittato casa: sarebbero dovuti morire i due magistrati elvetici che indagavano, Claudio Lehmann e Carla Dal Ponte, ospiti quel giorno del giudice. In tutto questo, se e quale ruolo potesse aver avuto all'Addaura l'uomo che ripuliva il denaro della droga, Gaetano Scotto, resterà per un bel pezzo un mistero. Fino ad oggi.
Tre anni fa la madre di un poliziotto, Nino Agostino, misteriosamente ammazzato con la moglie nell'agosto del 1989, ossia tre mesi dopo il fallito attentato all'Addaura, ne riconosce la foto su un giornale: sostiene che era lui, Gaetano Scotto, a pedinare il figlio. Magari si sbaglia. Ma non è l'unica ad accostarne il nome al poliziotto ucciso: un altro collaboratore di giustizia, Oreste Pagano, racconta infatti che Scotto si vantava di aver ammazzato Agostino, reo di aver scoperto un legame tra mafia e questura.
Sembrano due storie diverse, quelle in cui l'uomo senza passato appare: da una parte il riciclaggio di soldi in Svizzera, dall'altra le voci sulla morte di un agente. Ma i magistrati hanno ora collegato l'omicidio di Agostino all'attentato all'Addaura, proprio il luogo dove, per il pentito Lo Forte, dovevano morire i giudici impegnati nel caso del riciclaggio della droga in Svizzera. Ed è qui che la strada di Gaetano Scotto si incrocia, nelle indagini, con quella di un personaggio inquietante, la cui esistenza non è mai stata provata.
Poco prima che venisse piazzato l'esplosivo all'Addaura, una donna notò nei paraggi un uomo con la "faccia da mostro". Pare che lo avesse visto pure un tizio, Francesco Paolo Gaeta, ma finì crivellato di colpi. È un uomo di cui ha parlato anche Massimo Ciancimino: un uomo delle istituzioni, dice. Ma mica se lo ricorda solo lui. Lo descriveva così anche il confidente Luigi Ilardo, che fu presto assassinato: tra le tante stranezze narrate al colonnello dei carabinieri Michele Riccio — tipo il mancato arresto di Provenzano — raccontò che c'era un agente con la faccia da mostro che si aggirava sempre in posti strani, come quando avevano ucciso proprio il poliziotto Nino Agostino. Una specie di fantasma di Stato. Un fantasma che però conoscono in tanti: lo ricordano infatti anche a casa della stesso Agostino, prima che il giovane venisse trucidato.
Non si sa chi esattamente sia, faccia da mostro. Ma ne parla infine il solito pentito Lo Forte; lo chiama il "bruciato", per via del volto ustionato. E spiega che aveva rapporti, coincidenza curiosa, con Gaetano Scatto. ll boss dell'Arenella senza passato e l'agente segreto senza nome.
A Caltanissetta gli inquirenti stanno cercando da un pezzo di capire chi sia. Intanto, hanno messo insieme alcuni pezzi del puzzle. E hanno indagato Scotto per i fatti dell'Addaura. È venuto fuori infatti che Nino Agostino, uno che aiutava, pare, i servizi segreti ad acciuffare i latitanti, si trovasse all'Addaura il giorno dell'attentato. E che lo avesse sventato insieme a un giovane in prova al Sisde, Emanuele Piazza, capace di infiltrarsi fra i mafiosi per stanarli uno a uno.
Sarebbe stato per questo che entrambi furono ammazzati: Agostino prima e Piazza poi. Quest'ultimo fu sciolto nell'acido il 16 marzo del 1990 dal picciotto Francesco Onorato: a lui infatti era stata svelata l'identità segreta di Piazza. Segreta evidentemente non per tutti. A Onorato l'aveva spifferata addirittura l'attendente di Riina, Salvatore Biondino, un tipo sempre bene informato. O quasi. Entrambi sono stati condannati come esecutori materiali dell'attentato all'Addaura, ma Biondino, quando l'avevano predisposto, si era detto sicuro: «Abbiamo le spalle coperte». Chi glielo avesse assicurato non si sa. Ma l'aspetto sinistro è che in teoria nessuno fuori dagli uffici istituzionali, tantomeno Gaetano Scotto e Salvatore Biondino, doveva sapere dei compiti di Piazza e Agostino; così come in teoria nessuno fuori dagli uffici istituzionali doveva conoscere l'allora incensurato Biondino e l'uomo senza passato dell'Arenella. Nessuno, naturalmente, tranne le talpe. Palermo non sarà Milano, ma è perennemente avvolta nella nebbia.
Prima di rivedere uscire ancora una volta il volto di Gaetano Scotto legato a un altro, sconosciuto, 007 bisogna seguire un percorso tortuoso, che parte sempre da lì, tre anni prima, all'Addaura.
"L'attentato del 1989 doveva avvenire un giorno prima del ritrovamento dell'esplosivo, il 20 giugno, quando Falcone aveva previsto di fare un bagno, e solo alla line decise con i magistrati elvetici di cambiare programma. Ma questo era noto a pochissime persone, un aspetto cruciale per capire cosa accadde". Luca Tescaroli è stato pubblico ministero per la strage di Capaci ed è convinto, come lo era Falcone, che dietro all'attentato ci fossero "menti raffinatissime". "Fu un periodo particolare sotto il profilo istituzionale. C'erano le lettere delatorie del Corvo e l'anomalia della supplenza giudiziaria dell'Alto Commissariato, che si occupò della relativa indagine. E ancora: si diffondevano notizie mai risultate vere, che intossicavano l'ambiente, come l'incontro a Palermo tra Buscetta, De Gennaro e il barone D'Onufrio, poi assassinato. Un attentato doveva di fatto impedire la cooperazione investigativa tra Falcone e i magistrati svizzeri sul riciclaggio dei soldi della droga in Italia e in America, e sull'ipotesi di alcune collusioni con particolari elementi dello Stato".
Pochi mesi dopo il fallito attentato, mentre si trova nel carcere di massima sicurezza di Full Sutton (Inghilterra) il boss Francesco Di Carlo riceve la visita, per due volte, di alcuni esponenti di servizi segreti di diversi Paesi stranieri — mai si saprà chi con precisione, nonostante le rogatorie internazionali — che gli chiedono un appoggio per ammazzare Falcone. Lui indica Antonino Gioè, all'epoca ignoto boss di Cosa Nostra, che in effetti sarà tra gli esecutori materiali di Capaci. Poco prima della strage, Gioè è protagonista di una curiosa trattativa dei carabinieri con Cosa Nostra, attraverso l'intermediazione dell'estremista di destra Paolo Bellini, per il recupero di opere d'arte rubate. Tuttavia Gioè non può raccontare se fu contattato dai servizi segreti stranieri che incontrarono Di Carlo, se la strage di Capaci fu fatta anche con l'appoggio di uomini delle istituzioni e se fu la continuazione del progetto dell'Addaura. A dire il vero Gioè non può dire proprio più nulla. Muore impiccato in carcere poco dopo l'arresto, lasciando un bigliettino in cui scrive che Bellini era un infiltrato dello Stato. Quel che è inquietante è che, stragi a parte, una scia di morti e di tunnel sotterranei paiono collegare ancor di più la mafia allo Stato. Cosi vale anche per l'ultimo dettaglio: per tenere i contatti per la strage di Capaci Gioè adoperò dei telefoni clonati Nec P300 usando numeri ufficialmente inesistenti eppure attivati in una stranissima filiale Sip, dietro cui, secondo il consulente della Procura di Caltanissetta di allora Gioacchino Genchi, c'era una base coperta dei servizi. Nessuno ne saprà più nulla.
Le ombre dei servizi si materializzano dunque all'Addaura con faccia da mostro, nelle soffiate per ammazzare Agostino e Piazza, perfino nel carcere di Full Sutton e poi a Capaci, nell'attivazione dei telefoni clonati degli esecutori materiali. Ma è su via D'Amelio che le ombre prendono corpo. E quando lo fanno, sono sempre alle spalle dell'uomo senza passato, il boss dell'Arenella, Gaetano Scotto.
Siamo nel luglio del 1992. Paolo Borsellino appunta le dichiarazioni esplosive del boss Gaspare Mutolo sulle collusioni istituzionali. Segna tutto su un'agenda rossa. Vede il boss l'ultima volta il giorno 17. Due giorni più tardi, una Fiat 126 imbottita di Semtex lo uccide in via D'Amelio, sotto casa della sorella. L'agenda rossa sparisce. Passano due ore. E arriva sul luogo della strage il commissario capo Gioacchino Genchi. Si sta già occupando dell'agenda elettronica e dei pc di Falcone: ha scoperto che la prima è stata cancellata e che i secondi sono stati manomessi, ma solo dal loro sequestro. È maledettamente curioso, pensa. Ma non maledettamente curioso come quanto sta per vedere. Il fumo è ancora alto. E i pompieri in azione. Si guarda intorno chiedendosi da dove i mafiosi possano aver attivato il telecomando per la strage, cosa che in effetti non si saprà mai. Osserva, gira gli occhi. Poi salta in macchina e sale sul Monte Pellegrino, punto in cui la visuale è perfetta. Lì sopra c'è il castello Utveggio. E all'interno, un centro studi per manager, il Cerisdi. Almeno ufficialmente. Genchi scopre che dentro non ci sono solo futuri dirigenti. In alcuni uffici si alternano infatti ex persone dell'Alto Commissariato e ufficiali dei carabinieri recuperati nell'amministrazione civile, e c'é pure un centro massonico o paramassonico — spiegherà poi in aula — guidato da un funzionario della Regione Sicilia. Infine c'é un telefono perennemente collegato alla base coperta Gus, servizi segreti di Roma.
Borsellino non vedeva di buon occhio il castello, diceva alla moglie Agnese di chiudere le tende, perché non voleva essere spiato. E' un caso sicuramente, ma dai tabulati che Genchi analizza risulta abbiano chiamato il Cerisdi pure due mammasantissima di rango, difficilmente interessati a corsi scolastici: uno é Giovanni Scaduto, killer di Ignazio Salvo. E l'altro è proprio Gaetano Scotto, il boss che lavava i soldi della droga in Svizzera, l'uomo che pedinava il poliziotto dell'Addaura Nino Agostino e che secondo un pentito si vantava di averlo ucciso. L'uomo che, un'altra voce vuole collegato all'agente segreto con la faccia da mostro.
Genchi si segna tutti i dati. Ma non ha terminato il suo compito. Ancora bisogna capire come abbiano fatto i mafiosi a sapere dell'arrivo di Borsellino a casa della sorella, per prendere la madre. E scava scava, Genchi trova altri due elementi di grande interesse: il primo è un altro telefono clonato, i cui tracciati hanno seguito quel giorno, passo passo dall'albergo di Villa Igea, il percorso di Borsellino fino in via D'Amelio. Si tratta di un telefono clonato i cui contatti appartengono allo stesso circuito del suicida Gioè. ll secondo elemento è invece un uomo, un uomo il cui nome dà da pensare. E' un operatore telefonico della ditta Sielte, che avrebbe potuto intercettare con un'operazione rudimentale casa Borsellino. Indizi, tracce, niente di più. Ma il tipo della Sielte è uno che va avanti e indietro dalle pendici di Monte Pellegrino, uno che Genchi crede possa portarlo avanti nell'indagine. Tuttavia, dichiarerà alla Dia di Caltanissetta nel 2003, si sorprende quando il suo superiore Arnaldo La Barbera, a capo del gruppo d'indagine Falcone-Borsellino sulle stragi, convoca il direttore del Cerisdi, il prefetto Verga, "palesandogli sostanzialmente l'oggetto dell'indagine" sul castello, come riferiscono Nicola Biondo e Sigfrido Ranucci ne II Patto (Chiarelettere). Da lì a poco gli strani uffici al Cerisdi vengono infatti smobilitati. E i servizi smentiranno sempre di esserci stati.
Passa poco. La notte tra il 4 e il 5 maggio del '93 rutto precipita: Genchi litiga furiosamente con La Barbera; gli chiede almeno di non arrestare il telefonista della Sielte o difficilmente si arriverà ai mandanti. La Barbera, dirà Genchi, scoppia a quel punto a piangere, gli spiega che diventerà questore e che per lui é prevista una promozione per meriti sul campo. Ma il commissario capo non ci sta: sbatte la porta e lascia per sempre il gruppo Falcone-Borsellino. Genchi va via. E l'operaio della Sielte viene così arrestato: si chiama Pietro Scotto, ed è il fratello di Gaetano, il boss senza passato. Pietro Scotto é uno che, ha riferito Genchi ricordando le parole del pentito Lo Forte, sarebbe stato in grado di avvertire i mafiosi quando questi finivano intercettati.
Con l'uscita di Genchi le indagini su via D'Amelio prendono un'altra strada, seguono le indidicazioni del pentito Vincenzo Scarantino, l'uomo che ammette di essere stato il ladro della 126 che poi fu imbottita di esplosivo. E' grazie alle sue parole che viene consentito l'arresto immediato di Pietro Scotto. Scarantino diventa il punto di forza del gruppo d'indagine Falcone-Borsellino, che lo ha scovato grazie a tre rubagalline che ne hanno rivelato il ruolo. Anche se qualcun altro vuole assumersi il merito di averlo scoperto: "Realizzammo una sorta di schedatura degli esponenti della famiglia Madonia. Cercammo di individuare l'officina dove l'auto venne imbottita dl tritolo. Accertammo anche i rapporti tra Scarantino, appena arrestato, e alcuni esponenti mafiosi». Sono le parole dell'ex numero tre del Sisde Bruno Contrada, condannato per concorso esterno in associazione mafiosa, riportate dall'Ansa al suo processo il 25 novembre 1994. Scarantino in effetti confessa; é stato lui a rubare la 126 esplosiva. Tuttavia, nonostante le schedature di Contrada, nessuno dentro Cosa Nostra pare conoscerlo, almeno come uomo d'onore. Tutti lo rinnegano, dicono anzi che una sua amante sia tale Giusy la "sdilabbrata", un trans: e un uomo d'onore non lo farebbe mai. Scarantino confessa e poi ritratta, accusando esplicitamente di pressioni l'ex capo della mobile ora al vertice del gruppo Falcone-Borsellino Arnaldo La Barbera. E' un viavai di dichiarazioni. Alla fine Pietro Scotto viene assolto. Gaetano no: é condannato, ma solo in appello, quando ormai ha fatto perdere le tracce che verranno riprese a Chiavari.
Passano diciassette anni e scoppia il caso del killer Gaspare Spatuzza, uomo dei Graviano. Si autoaccusa del furto della 126, smentendo così in toto la ricostruzione di Scarantino, scagionando alcuni, tirando in ballo altri. Le sue tesi sono note. Buona parte del gruppo Falcone-Borsellino viene oggi indagata. Nel libro I misteri dell'agenda rossa (Aliberti) Francesco Viviano e Alessandra Ziniti riportano un documento che alla luce dei fatti appare devastante: é l'appunto di un anonimo funzionario di Stato in cui veniva suggerito ciò che Scarantino avrebbe dovuto dire. Sembra sia tutto da rifare: resta da chiedersi se si trattò di errore giudiziario o di depistaggio, anche se ben tre persone accusarono Scarantino, prima che lui crollasse.
Ma non basta. Ci sono ancora tre elementi che hanno dell'incredibile. Il primo: pare che gia all'epoca l'uomo che coordinò le indagini sulle stragi, Arnaldo La Barbera, fosse un agente dei servizi, con il nome in codice di Catullo. Il secondo elemento é il misterioso signor Franco, che avrebbe fatto da trait d'union tra lo Stato, don Vito Ciancimino e Bernardo Provenzano. Infine, il terzo elemento, ciò che più conta in questa storia e che conduce ancora una volta all'uomo senza passato. E a una frase di Spatuzza: "Mentre veniva imbottita di esplosivo la Fiat 126 nel garage, tra noi c'era uno elegante, biondino, mai visto prima". Sembra si trattasse di un agente dei servizi, l'ennesimo. Sembra. Di certo, prosegue il killer, "parlava con Gaetano Scotto". Sempre lui, dall'Addaura a via D'Amelio, il boss che appare e scompare a fianco di personaggi in divisa tanto improbabili quanto sinistri. Di Scotto Genchi ha tutti i tabulati. Sono chiamate che portano lontano, a medici, futuri politici, imprenditori, favoreggiatori importanti. Contatti che magari non vogliono dire niente. Perché magari erano semplici conoscenti. ll fatto strano è che nessuno li abbia mai guardati per diciotto anni. Forse perché in fondo, per stabilire la verità, c'era già Scarantino. E forse perché la storia di Gaetano Scotto è solo la storia di un killer di mafia caduto in disgrazia. Forse.
Edoardo Montolli (fonte: il mensile IL - Il machile del Sole24Ore, n° 22, 20 agosto 2010)
martedì 17 agosto 2010
Io, Cossiga, e un auspicio per riparare agli errori
di Gioacchino Genchi
Francesco Cossiga è morto. Con lui si chiude una pagina della storia d’Italia ancora avvolta da tanti misteri.
Ricordo ancora la telefonata di solidarietà che mi fece il 28 gennaio dell’anno scorso, anticipandomi la dichiarazione che aveva rilasciato sul mio conto alle agenzie.
ARCHIVIO GENCHI: COSSIGA, CONSULENTE HA RISPETTATO LA LEGGE
(ANSA) – ROMA, 28 GEN – ”Dopo aver ascoltato in tv Gioacchino Genchi ed avere letto tutto quanto e’ stato scritto su di lui e sulla sua attivita’ sia di funzionario della Polizia sia di consulente di numerosissime procure, mi sono convinto che egli ha agito sempre nel rispetto della legge e secondo il mandato conferitogli dai vari magistrati delle procure interessate”. Lo afferma il presidente emerito della Repubblica Francesco Cossiga. (ANSA 28-GEN-09 ore 12:32)
L’ho ringraziato sul mio blog per il suo intervento:
ARCHIVIO GENCHI: CONSULENTE SU BLOG RINGRAZIA COSSIGA
(V. ”ARCHIVIO GENCHI: COSSIGA, CONSULENTE…” DELLE 12:32)
(ANSA) – PALERMO, 28 GEN – Gioacchino Genchi risponde attraverso il suo blog al presidente Francesco Cossiga che e’ intervenuto oggi sulla sua vicenda. ”Lei mi conosce dal 1992 – scrive il consulente – quando il prefetto Vincenzo Parisi, capo della polizia, ci ha presentato, in una circostanza tragica per la storia del nostro Paese”.
”Ho apprezzato la lucidita’ del suo ricordo – si legge nel blog – e le considerazioni che mi ha voluto esternare nella sua telefonata di questa mattina. Ero sicuro che prima o dopo sarebbe intervenuto in questa vicenda, che mi vede involontario protagonista. Spero, anche col suo autorevole contributo, che gli uomini delle istituzioni e della politica sappiano
riflettere su questa mostruosa mistificazione”.
”Lei sa bene – aggiunge – che io, nella modestia delle mie funzioni, sono stato sempre e soltanto dalla parte dello Stato e non sono mai venuto meno al giuramento di fedelta’ alla Costituzione ed alle sue Leggi. Ho operato solo al servizio di valenti magistrati, giudici e pubblici ministeri, nell’esclusivo fine di ricerca della verita’ e di affermazione dei principi di Giustizia, anche nei confronti di chi e’ stato ingiustamente accusato di delitti che non aveva commesso”.(ANSA 28-GEN-09 ore 16:50)
Dopo mi ha richiamato e mi ha voluto incontrare.
Sono andato a trovarlo nella sua abitazione di Roma. Non ero mai entrato nella casa di un Presidente della Repubblica.
Mi ha ricevuto nel tinello, attiguo alla cucina.
Dalla semplicità di quella casa, dall’arredamento, dalle foto e dai cimeli che mi ha mostrato ho capito tante cose.
Insieme abbiamo ripercorso la comune passione di radioamatori.
Insieme abbiamo commentato le pagine buie della storia della nostra Repubblica, che ci avevano fatto conoscere ed incontrare per l’ultima volta nella primavera del 1992, qualche settimana prima delle sue dimissioni.
Nelle fasi della stesura del mio libro, “Il caso Genchi“, più volte ho cercato di convincerlo a confermarmi alcune circostanze. Mi ha rinviato di una settimana e poi non l’ho più sentito.
Al telefono mi hanno sempre detto che il Presidente stava male.
In occasione dell’ultimo incontro gli avevo comunque anticipato che non sarei stato tenero con lui, per via di certe sue amicizie.
Ricordo ancora la sua reazione. Mi ha dato uno schiaffetto sula guancia e sorridendo, mentre gli vibravano le guance, mi ha detto: “Caro Genchi tu sei uno dei pochi che con la tua onestà puoi anche permetterti di parlare male di me“.
L’ho ringraziato e gli ho ribadito che non stavo scherzando.
Al termine del colloquio, dopo aver sorbito un ottimo caffè, ha voluto che lo aiutassi ad alzarsi dalla sua vecchia poltrona. Con un braccio si è appoggiato sulle mie spalle e, camminando a stento, ha insistito a volermi accompagnare fino all’ingresso.
Ci siamo congedati con un arrivederci. Dopo qualche mese ho apprezzato le sue considerazioni sul mio conto, nel suo ultimo libro.
Dopo non ho avuto più possibilità né di vederlo, né di sentirlo al telefono.
Ho avuto sue notizie e suoi messaggi per il tramite di alcuni comuni amici giornalisti.
Oggi è morto.
Con la morte di Francesco Cossiga si chiude l’ultima speranza di disvelare molti segreti sui tanti misteri della storia d’Italia.
Fra questi, i più importanti, riguardano l’omicidio di Aldo Moro, la strage di Ustica, le infinite trame dei servizi deviati, fino alla fine del suo mandato e le origini della II Repubblica.
Cossiga ha preferito portare con sé questi segreti, nella tomba.
La sua morte, peraltro, coincide con una delle pagine più buie della II Repubblica, che volge al declino.
Nella crisi dei partiti, mentre ritornano a trionfare la corruzione, gli inciuci e l’affarismo, occorre un rilancio dei valori fondanti della Costituzione.
Ben oltre i partiti e le ideologie, occorre prima di tutto recuperare il primato della politica.
In tutto questo provo a immaginare quale sarebbe oggi il più bel regalo che il Presidente Napolitano potrebbe fare agli italiani.
Mi riferisco allo scranno parlamentare di senatore di vita che, con la morte di Cossiga, è rimasto vuoto.
Ebbene sì. Non ho paura a dirlo.
Io, come tanti italiani liberi, auspico che il Presidente della Repubblica proceda immediatamente alla nomina di senatore a vita di Marco Pannella.
Lungi da condizionamenti ideologici (per quello che ancora valgono le ideologie), ritengo che oggi Marco Pannella sia uno dei pochi politici che potrebbe contribuire al recupero del primato della politica.
La sua nomina a senatore a vita – per quello che è stato il suo impegno per la democrazia e per i diritti civili – ci farebbe sentire tutti più orgogliosi di essere italiani.
Con Marco Pannella senatore a vita potremmo ritornare a sperare che si riporti in Parlamento il dibattito sugli autentici temi della politica, del buon governo e delle aspettative della gente.
Capisco che questo non fa piacere a quanti vogliono tacere sui veri problemi degli italiani e preferiscono intrattenerci ancora sulle cronache delle camere da letto, del tinello o della cucina di qualche Vip.
Se Pannella sedesse al Senato al posto di Cossiga, forse anche Giorgiana Masi da lassù ritornerebbere a sorridere.
mercoledì 28 luglio 2010
Così scriveva il prof. Vittorio Grevi nel Corriere della Sera il 27 gennaio 2009
E' forse per questo che in molti non lo vogliono come Vice presidente del CSM?
Per una disciplina delle intercettazioni
di Vittorio Grevi (dal Corriere della Sea del 27 gennaio 2009)
Dal quotidiano profluvio di notizie e di smentite, intorno ai futuri indirizzi politicolegislativi in tema di intercettazioni (da non confondersi con le recenti polemiche sull'«archivio Genchi», composto invece di tabulati, cioè di dati esterni al traffico telefonico), emergono alcune questioni di fondo destinate a configurarsi come altrettanti punti nodali della nuova disciplina del settore, peraltro già anticipati nel disegno di legge promosso a giugno dal ministro Alfano.
Una disciplina la quale non potrà comunque prescindere dal fatto che le intercettazioni costituiscono uno strumento prezioso e spesso insostituibile per le indagini, previsto dalla costituzione in deroga al principio della libertà e segretezza delle comunicazioni, e per ciò ammissibile soltanto «per atto motivato dell'autorità giudiziaria» e «con le garanzie stabilite dalla legge».
Vediamo, dunque, di esaminare alcune di tali questioni, cominciando dal profilo statico delle suddette garanzie.
1) Ambito di ammissibilità delle intercettazioni.
Anche all'interno delle forze di maggioranza ci si è persuasi che non è possibile restringere oltre misura (ad esempio, con riguardo ai soli delitti di terrorismo e di criminalità organizzata, secondo una proposta più volte rilanciata dal presidente Berlusconi) l'area dei reati, per il cui accertamento sono ammesse le intercettazioni.
Accantonata, per ovvie ragioni di buon senso, l'idea di non consentirle rispetto ai delitti contro la pubblica amministrazione (ivi compresa la corruzione), ci si sta rendendo conto che, anche rispetto agli altri reati comuni, la soglia di sbarramento prevista dal progetto Alfano (pena massima superiore ai dieci anni) è troppo elevata. Infatti ne rimarrebbero esclusi molti reati, rispetto ai quali sarebbe assai controproducente rinunciare ad un simile strumento investigativo (tra questi, i delitti di associazione per delinquere, rapina, estorsione, sequestro di persona, bancarotta fraudolenta, sfruttamento della prostituzione, violenza sessuale, etc.).
2) Autorizzazione del giudice.
Potrebbe essere opportunamente coltivata la proposta, contenuta nel progetto Alfano, di attribuire ad un tribunale collegiale, in luogo del gip, la competenza ad autorizzare le intercettazioni, su richiesta del pm.
Anche qui, tuttavia (come nel settore delle misure cautelari), occorre fare i conti con notevoli problemi organizzativi, soprattutto nei tribunali, anche provinciali, di modesto organico. E, in ogni caso, nelle ipotesi di urgenza occorrerebbe comunque riservare al pm il potere di provvedere di sua iniziativa, salva la successiva convalida dell'organo collegiale.
3) Presupposto indiziario.
Fermo restando che le intercettazioni non possano venire autorizzate per la sola ricerca delle notizie di reato, il loro presupposto deve essere rappresentato (come oggi) dalla presenza di «gravi indizi di reato», non potendosi invece pretendere, come qualcuno vorrebbe, la sussistenza di «gravi indizi di colpevolezza» a carico di un indagato.
Una volta commesso il reato, infatti, le intercettazioni devono poter essere disposte — in quanto indispensabili — anzitutto per verificare in quale direzione debba svilupparsi l'indagine, dunque anche quando ancora nulla si sappia circa gli autori del reato (oltreché, naturalmente, allo scopo di riscontrare poi gli eventuali indizi già sussistenti a carico di uno o più soggetti).
4) Durata delle operazioni.
Appare molto opinabile la proposta secondo cui (a parte le indagini per delitti di terrorismo o di criminalità organizzata) la durata delle intercettazioni, proroghe incluse, non potrebbe comunque superare un certo limite temporale: tre mesi stando al progetto Alfano, ovvero addirittura un termine inferiore stando ad altri. Si tratta di proposte che si scontrano con la realtà di numerose esperienze giudiziarie, oltreché con la stessa logica, non essendo pensabile che l'uso di un certo strumento investigativo debba bloccarsi, nel bel mezzo delle indagini in corso (se mai potrebbero essere irrigiditi i presupposti dei provvedimenti di proroga dell'originario termine).
5) Intercettazioni ambientali (cioè tra soggetti presenti).
Mentre è comprensibile che, all'interno del domicilio, esse siano sottoposte a presupposti molto rigorosi (in particolare, solo quando si abbia motivo di ritenere che vi si svolgerà l'attività criminosa), non ha senso, invece, che gli stessi presupposti vengano prescritti per tali intercettazioni, come pure per quelle di immagini mediante riprese visive, anche nei luoghi pubblici o aperti al pubblico.
Naturalmente molti altri sono i problemi legati al profilo dinamico delle intercettazioni, ai possibili abusi (che vanno repressi) ed agli eventuali eccessi (che vanno contenuti sul piano concreto, a parte la questione dei costi, da risolversi anche a livello organizzativo). Il più importante e urgente è, ovviamente, quello relativo all'indebita divulgazione, ed alla successiva pubblicazione, dei risultati delle stesse, soprattutto quando si tratti di intercettazioni ancora segrete, ovvero irrilevanti per i fini di giustizia. Su tutti questi problemi, dunque, occorrerà tornare a riflettere. Ma perché, nel frattempo, non si riprendono le mosse (anche) da quel disegno di legge Mastella, che nell'aprile 2007 era stato approvato dalla Camera pressoché all'unanimità, con soli sette astenuti?
martedì 27 luglio 2010
Gioacchino Genchi a Sarcedo (VI), mercoledì 18 agosto 2010, alle ore 21:30, al Parco Anfiteatro di Via San Giuseppe
Mercoledì 18 agosto 2010, alle ore 21:30, a Sarcedo (VI), presso il Parco Anfiteatro di Via San Giuseppe, parteciperò all'incontro dal titolo "Dal Potere alla Parola", organizzato dall'Associazione Progetto Giovani, col patrocinio del Comune di Sarcedo.Condurrà il dibattito il giornalista Lauro Paoletto, direttore de "La Voce dei Berici".
Ingresso libero.
venerdì 23 luglio 2010
Gioacchino Genchi a Montecchio Emilia (RE), domenica 25 luglio 2010, ore 21:15, Al Parco Enza, tenda della Festa Democratica
mercoledì 21 luglio 2010
Gioacchino Genchi ad Avola (SR), venerdì 23 luglio ore 19:00, al Centro Culturale Giovanile di Viale Mattarella
Venerdì 23 luglio 2010, alle ore 19:00, ad Avola (SR), al Centro Culturale Giovanile di Viale Mattarella, parteciperò alla presentazione del libro "Il caso Genchi - Storia di un uomo in balia dello Stato", di Edoardo Montolli, Aliberti editore. Condurrà il dibattito l'avv. Salvatore Grande, dell'Associazione la Società dell'Allegria.L'incontro è organizzato da Libera di Siracusa, col patrocinio del Comune di Avola.
giovedì 15 luglio 2010
Intervista di Giuseppe Lo Bianco (giornalista de "Il Fatto" e scrittore) a Gioacchino Genchi, sugli sviluppi delle indagini sulle stragi del '92-93'
http://dl.dropbox.com/u/6587399/Intervista%20Genchi-LoBianco.mp3
martedì 13 luglio 2010
RadioRadicale-Intervista a Gioacchino Genchi sulle inchieste della magistratura romana sulla cosiddetta P3
RadioRadicale, 13-07-2010.
Intervista di Alessio Falconio a Gioacchino Genchi sulle inchieste della magistratura romana sulla cosiddetta P3
sabato 10 luglio 2010
Gioacchino Genchi a Monte San Vito (AN), giovedì 15 luglio 2010, ore 21:00, al Parco Rodari di Borghetto
martedì 6 luglio 2010
Gioacchino Genchi a Palermo, venerdì 9 luglio 2010, al Giardino della Libreria Kalesa di Foro Umberto I
Venerdì 9 luglio 2010, alle ore 18:00, a Palermo, al Giardino della Libreria Kalesa di Foro Umberto I, parteciperò con Salvatore Borsellino, Salvatore Cusimano e Marco Travaglio sul tema "Via d'Amelio 1992-2010. Un depistaggio di Stato", sui temi del libro "L'AGENDA NERA della Seconda Repubblica", di Giuseppe Lo Bianco e Sandra Rizza, Chiarelettere Editore. Modererà il dibattito Enrico Bellavia.Gioacchino Genchi a Margherita di Savoia (BT), sabato 17 luglio 2010, alle ore 21:00, al Lido Sirenetta del Lungomare Cristoforo Colombo
Sabato 17 luglio 2010, alle ore 21:00, a Margherita di Savoia (BT), presso il Lido Sirenetta del Lungomare Cristoforo Colombo, parteciperò all'incontro dal titolo "NO AL BAVAGLIO - Libere indagini e libera informazione". Condurrà il dibattito l agiornalista Melania Lacavalla, del Corriere dell'Ofanto. Ingresso libero.lunedì 5 luglio 2010
Gioacchino Genchi a Palazzolo Acreide (SR), sabato 24 luglio ore 18:30, alla Sala Aquile Verdi del Municipio

Gioacchino Genchi a Vigevano (PV), mercoledì 7 luglio 2010, ore 21:00, Giardini Palazzo Esposizioni
Mercoledì 7 luglio 2010, alle ore 21:00, a Vigevano (PV) - Giardini Palazzo Esposizioni - nell'ambito delle manifestazioni organizzate dall'Associazione culturale "La Barriera", parteciperò alla presentazione del libro "Il caso Genchi - Storia di un uomo in balia dello Stato", di Edoardo Montolli, Aliberti editore. Condurrà il dibattito Silvano Migliavacca.
venerdì 2 luglio 2010
Gioacchino Genchi a Polignano a Mare (Bari) - Venerdì 16 luglio 2010, ore 23:15, Piazza Carime (Via Mulini), al Festival «Il libro possibile»
Venerdì 16 luglio 2010, alle ore 23:15, A Piazza Carime (Via Mulini) di Polignano a Mare (Bari), nell'ambito dell'XI edizione del Festival «Il libro possibile», parteciperò alla presentazione del libro "Il caso Genchi - Storia di un uomo in balia dello Stato", di Edoardo Montolli, Aliberti editore.IL LIBRO POSSIBILE
www.libropossibile.com
Ogni sera dalle 21.00
A Polignano a Mare, dal 14 al 17 luglio, nelle piazze del centro storico si svolgerà la 9^ edizione del Festival «Il libro possibile», la più importante rassegna culturale-letteraria del Mezzogiorno, dove il lettore incontra a tu per tu gli autori più discussi e letti del momento, nello splendido scenario delle terrazze a strapiombo sul mare e del più bel centro storico costiero pugliese. Organizzata dalle associazioni culturali «Artes» e «Cartesio Licei», l'evento è patrocinato da Regione Puglia, Provincia di Bari, Comune di Polignano a Mare e Camera di Commercio di Bari.
«Bacco, Nabucco e Venere» è il titolo di questa edizione: un abbraccio tra colori, sapori, culture e storia. Una idea di cultura su tre itinerari legati al culto della nostra terra, a quello dionisiaco della mitologia, al dio del vino; al risorgimento dell'arte, della musica i cui tempi del canto non ci mancano; e a Venere, dea dell'amore e della bellezza, sublime creatura nata dal mare, dispensatrice di eleganza e fascino. La moda, gli stili emergenti diventano così il terzo polo di attrazione, il fil rouge che lega i temi del Festival, il canovaccio di una Puglia riunita nei suoi aspetti più profondi per regalare l'immagine di un'unica terra speciale che si nutre di turismo, moda e sapere.
Una novità di questa edizione saranno le tavole rotonde sui temi dell'ambiente, del turismo culturale, della sicurezza sul lavoro e dell'economia. Durante le quattro serate, infatti, in una delle deliziose piazze sarà dedicato uno spazio alla trattazione specifica di questi argomenti con l'intervento di esperti, autori di testi di inchiesta e denuncia, giornalisti. Si dialogherà per offrire al pubblico uno spunto di riflessione, un modo per creare un'opinione, per fare informazione mediata. Quello che non cambia è la formula aperta di fruizione dei temi dibattuti, i siparietti con un «senatore» del Festival come Dario Vergassola con le sue interviste «impossibili». I nomi prestigiosi su cui contare sono molti: Edmund Conway, affermato giornalista economico del «Telegraph», Sergio Rizzo, responsabile della redazione economica romana del «Corriere della Sera», Antonio Caprarica, volto notissimo della informazione italiana, Mishna Wolff, modella di fama internazionale passata alla scrittura, Jonathan Coe, scrittore inglese di temi sociali, Domenico Starnone, Vauro, Vladimir Luxuria, Francesco Carofiglio, Monsignor Rino Fisichella, Raffaele Nigro, Pierluigi Battista, Vladimir Luxuria, Vauro, Camilla Baresani, Gaetano Cappelli, Giulio Ferroni, Gabriella Genisi, Andrea Manni, Antonella Lattanzi, Alessandro Cattelan e molti altri.
Una manifestazione in continua crescita per qualità e quantità e che proietta ormai la Puglia e il Mezzogiorno nel panorama nazionale delle rassegne letterarie. Mai come in questa edizione il Festival del libro possibile terrà fede al suo obiettivo di proporre stili, generi, autori, i temi i più diversi per offrire davvero ogni "possibile" approccio alla lettura.
giovedì 1 luglio 2010
Calendario degli eventi in programmazione
Cari amici, vi aggiorno in modo sommario sul calenderio dei prossimi eventi, ai quali parteciperò.In bacheca, nel calendario degli eventi e sul mio blog, troverete maggiori dettagli, man mano che saranno definiti gli orari e le location delle programmazioni:
- giovedì 1 Luglio 2010, alle ore 20.30, a Cefalù (Palermo), presso la Corte delle Stelle, in corso Ruggero, parteciperò all'incontro-dibattito sul tema:"Intercettazioni: Diritto alla Privacy o ostacolo alla sicurezza e alla libertà di stampa?" Interverranno il dr. Gaetano Paci, Sostuto Procuratore Antimafia di Palermo, l' Avv. Enrico Sanseverino, Presidente dell'Ordine degli Avvocati di Palermo, il dr. Mario Azzolini, giornalista RAI e l'Avv. Roberto Corsello, penalista e Vice Sindaco di Cefalù.
Ingresso libero.
- Domenica 4 luglio 2010, ore 10:30, Marzabotto (Bologna), Parco Storico di Monte sole - "Campeggio Nazionale delle Resistenze" - "Le mafie viste da vicino", con Antonio Ingroia, Gioacchino Genchi, Alessandro Leo e Riccardo Orioles;
- mercoledì 7 luglio 2010, ore 19:00, Vigevano (PV);
- giovedì 8 luglio 2010, ore 21:00, Casalgrande (RE);
- lunedì 12 luglio 2010, Palermo;
- giovedì 15 luglio 2010, Monte San Vito (AN);
- venerdì 16 luglio 2010, Polignano a Mare (BA);
- sabato 17 luglio, Margherita di Savoia (BAT);
- veberdì 23 luglio 2010, Avola (SR);
- sabato 24 luglio 2010, Palazzolo Acreide (SR);
- sabato 30 luglio 2010, Mazara del Vallo (TP);
- domenica 8 agosto 2010, Castelbuono (Palermo);
- mercoledì 18 agosto 2010, Sarcedo (Vicenza);
- venerdì 17 settembre 2010, Ancona;
- sabato 18 settembre 2010, Monsano (NA);
- venerdì 24 settembre 2010, Bergamo;
- venerdì 1 ottobre 2010, Roma;



