Venerdì 9 luglio 2010, alle ore 18:00, a Palermo, al Giardino della Libreria Kalesa di Foro Umberto I, parteciperò con Salvatore Borsellino, Salvatore Cusimano e Marco Travaglio sul tema "Via d'Amelio 1992-2010. Un depistaggio di Stato", sui temi del libro "L'AGENDA NERA della Seconda Repubblica", di Giuseppe Lo Bianco e Sandra Rizza, Chiarelettere Editore. Modererà il dibattito Enrico Bellavia.martedì 6 luglio 2010
Gioacchino Genchi a Palermo, venerdì 9 luglio 2010, al Giardino della Libreria Kalesa di Foro Umberto I
Venerdì 9 luglio 2010, alle ore 18:00, a Palermo, al Giardino della Libreria Kalesa di Foro Umberto I, parteciperò con Salvatore Borsellino, Salvatore Cusimano e Marco Travaglio sul tema "Via d'Amelio 1992-2010. Un depistaggio di Stato", sui temi del libro "L'AGENDA NERA della Seconda Repubblica", di Giuseppe Lo Bianco e Sandra Rizza, Chiarelettere Editore. Modererà il dibattito Enrico Bellavia.Gioacchino Genchi a Margherita di Savoia (BT), sabato 17 luglio 2010, alle ore 21:00, al Lido Sirenetta del Lungomare Cristoforo Colombo
Sabato 17 luglio 2010, alle ore 21:00, a Margherita di Savoia (BT), presso il Lido Sirenetta del Lungomare Cristoforo Colombo, parteciperò all'incontro dal titolo "NO AL BAVAGLIO - Libere indagini e libera informazione". Condurrà il dibattito l agiornalista Melania Lacavalla, del Corriere dell'Ofanto. Ingresso libero.lunedì 5 luglio 2010
Gioacchino Genchi a Palazzolo Acreide (SR), sabato 24 luglio ore 18:30, alla Sala Aquile Verdi del Municipio

Gioacchino Genchi a Vigevano (PV), mercoledì 7 luglio 2010, ore 21:00, Giardini Palazzo Esposizioni
Mercoledì 7 luglio 2010, alle ore 21:00, a Vigevano (PV) - Giardini Palazzo Esposizioni - nell'ambito delle manifestazioni organizzate dall'Associazione culturale "La Barriera", parteciperò alla presentazione del libro "Il caso Genchi - Storia di un uomo in balia dello Stato", di Edoardo Montolli, Aliberti editore. Condurrà il dibattito Silvano Migliavacca.
venerdì 2 luglio 2010
Gioacchino Genchi a Polignano a Mare (Bari) - Venerdì 16 luglio 2010, ore 23:15, Piazza Carime (Via Mulini), al Festival «Il libro possibile»
Venerdì 16 luglio 2010, alle ore 23:15, A Piazza Carime (Via Mulini) di Polignano a Mare (Bari), nell'ambito dell'XI edizione del Festival «Il libro possibile», parteciperò alla presentazione del libro "Il caso Genchi - Storia di un uomo in balia dello Stato", di Edoardo Montolli, Aliberti editore.IL LIBRO POSSIBILE
www.libropossibile.com
Ogni sera dalle 21.00
A Polignano a Mare, dal 14 al 17 luglio, nelle piazze del centro storico si svolgerà la 9^ edizione del Festival «Il libro possibile», la più importante rassegna culturale-letteraria del Mezzogiorno, dove il lettore incontra a tu per tu gli autori più discussi e letti del momento, nello splendido scenario delle terrazze a strapiombo sul mare e del più bel centro storico costiero pugliese. Organizzata dalle associazioni culturali «Artes» e «Cartesio Licei», l'evento è patrocinato da Regione Puglia, Provincia di Bari, Comune di Polignano a Mare e Camera di Commercio di Bari.
«Bacco, Nabucco e Venere» è il titolo di questa edizione: un abbraccio tra colori, sapori, culture e storia. Una idea di cultura su tre itinerari legati al culto della nostra terra, a quello dionisiaco della mitologia, al dio del vino; al risorgimento dell'arte, della musica i cui tempi del canto non ci mancano; e a Venere, dea dell'amore e della bellezza, sublime creatura nata dal mare, dispensatrice di eleganza e fascino. La moda, gli stili emergenti diventano così il terzo polo di attrazione, il fil rouge che lega i temi del Festival, il canovaccio di una Puglia riunita nei suoi aspetti più profondi per regalare l'immagine di un'unica terra speciale che si nutre di turismo, moda e sapere.
Una novità di questa edizione saranno le tavole rotonde sui temi dell'ambiente, del turismo culturale, della sicurezza sul lavoro e dell'economia. Durante le quattro serate, infatti, in una delle deliziose piazze sarà dedicato uno spazio alla trattazione specifica di questi argomenti con l'intervento di esperti, autori di testi di inchiesta e denuncia, giornalisti. Si dialogherà per offrire al pubblico uno spunto di riflessione, un modo per creare un'opinione, per fare informazione mediata. Quello che non cambia è la formula aperta di fruizione dei temi dibattuti, i siparietti con un «senatore» del Festival come Dario Vergassola con le sue interviste «impossibili». I nomi prestigiosi su cui contare sono molti: Edmund Conway, affermato giornalista economico del «Telegraph», Sergio Rizzo, responsabile della redazione economica romana del «Corriere della Sera», Antonio Caprarica, volto notissimo della informazione italiana, Mishna Wolff, modella di fama internazionale passata alla scrittura, Jonathan Coe, scrittore inglese di temi sociali, Domenico Starnone, Vauro, Vladimir Luxuria, Francesco Carofiglio, Monsignor Rino Fisichella, Raffaele Nigro, Pierluigi Battista, Vladimir Luxuria, Vauro, Camilla Baresani, Gaetano Cappelli, Giulio Ferroni, Gabriella Genisi, Andrea Manni, Antonella Lattanzi, Alessandro Cattelan e molti altri.
Una manifestazione in continua crescita per qualità e quantità e che proietta ormai la Puglia e il Mezzogiorno nel panorama nazionale delle rassegne letterarie. Mai come in questa edizione il Festival del libro possibile terrà fede al suo obiettivo di proporre stili, generi, autori, i temi i più diversi per offrire davvero ogni "possibile" approccio alla lettura.
giovedì 1 luglio 2010
Calendario degli eventi in programmazione
Cari amici, vi aggiorno in modo sommario sul calenderio dei prossimi eventi, ai quali parteciperò.In bacheca, nel calendario degli eventi e sul mio blog, troverete maggiori dettagli, man mano che saranno definiti gli orari e le location delle programmazioni:
- giovedì 1 Luglio 2010, alle ore 20.30, a Cefalù (Palermo), presso la Corte delle Stelle, in corso Ruggero, parteciperò all'incontro-dibattito sul tema:"Intercettazioni: Diritto alla Privacy o ostacolo alla sicurezza e alla libertà di stampa?" Interverranno il dr. Gaetano Paci, Sostuto Procuratore Antimafia di Palermo, l' Avv. Enrico Sanseverino, Presidente dell'Ordine degli Avvocati di Palermo, il dr. Mario Azzolini, giornalista RAI e l'Avv. Roberto Corsello, penalista e Vice Sindaco di Cefalù.
Ingresso libero.
- Domenica 4 luglio 2010, ore 10:30, Marzabotto (Bologna), Parco Storico di Monte sole - "Campeggio Nazionale delle Resistenze" - "Le mafie viste da vicino", con Antonio Ingroia, Gioacchino Genchi, Alessandro Leo e Riccardo Orioles;
- mercoledì 7 luglio 2010, ore 19:00, Vigevano (PV);
- giovedì 8 luglio 2010, ore 21:00, Casalgrande (RE);
- lunedì 12 luglio 2010, Palermo;
- giovedì 15 luglio 2010, Monte San Vito (AN);
- venerdì 16 luglio 2010, Polignano a Mare (BA);
- sabato 17 luglio, Margherita di Savoia (BAT);
- veberdì 23 luglio 2010, Avola (SR);
- sabato 24 luglio 2010, Palazzolo Acreide (SR);
- sabato 30 luglio 2010, Mazara del Vallo (TP);
- domenica 8 agosto 2010, Castelbuono (Palermo);
- mercoledì 18 agosto 2010, Sarcedo (Vicenza);
- venerdì 17 settembre 2010, Ancona;
- sabato 18 settembre 2010, Monsano (NA);
- venerdì 24 settembre 2010, Bergamo;
- venerdì 1 ottobre 2010, Roma;
mercoledì 30 giugno 2010
Guai, a non considerare Vittorio Mangano "un eroe"

Guai, a non considerare Vittorio Mangano "un eroe"
di Gioacchino Genchi
da Il Fattoquotidiano.it
http://www.ilfattoquotidiano.it/2010/06/29/guai-a-non-considerare-vittorio-mangano-un-eroe/33963/
I rinnovati richiami all'eroismo di Vittorio Mangano del sen. Marcello Dell'Utri e dei suoi amici nell'ambito dei festeggiamenti per la condanna a soli 7 anni di reclusione per concorso esterno in associazione mafiosa, mi impongono di anticipare alcuni passi delle giustificazioni che ho prodotto, nel procedimento disciplinare per la "destituzione dal servizio", promosso nei miei confronti dal Capo della Polizia a seguito dell'intervento pronunciato (mentre ero già sospeso dal servizio, Sic!) al congresso nazionale dell'Italia dei Valori del 6 febbraio 2010.
Sembra un assurdo, ma sono stato pure costretto a difendermi per avere osato criticare le affermazioni del Presidente del Consiglio che, come il sen. Marcello Dell'Utri, considera Vittorio Mangano "un eroe".
Censurare una affermazione di tal guisa, con l'intento di "screditare il Capo del Governo" è stato ritenuto nella contestazione disciplinare "un comportamento eticamente scorretto e non ammissibile per un Funzionario dello Stato" e per questo io dovrei essere destituto dalla Polizia di Stato.
In attesa di pubblicare per intero gli atti del procedimento disciplinare e della sospensione dal servizio (avverso la quale ho proposto ricorso al TAR), anticipo la parte delle giustificazioni riguardanti le considerazioni "sull'eroe" Vittorio Mangano e sui suoi fan, pronunciati al congresso dell'Italia dei Valori:
- OMISSIS -
Nel corpo della sua contestazione, nel susseguirsi del costrutto dei virgolettati di alcune espressioni pronunciate nel corso dell'intervento al congresso nazionale dell'Italia dei Valori del 6 febbraio 2010, manca la parte in cui, stigmatizzando l'originale modalità dell'on. Silvio Berlusconi di auto-gestire la propria sicurezza personale (con riguardo all'anomala composizione della scorta), ho riferito dell'arruolamento alla villa di Arcore del boss Palermitano Vittorio Mangano.
Nello stigmatizzare l'episodio ho anche considerato le definizioni con le quali l'on. Berlusconi ha nel tempo commentato i suoi rapporti con Mangano, fatto passare per "fattore" (e non per "stalliere") quando era in vita, fino a definirlo "un eroe" dopo la morte, con la quale si sono estinti per Vittorio Mangano i giudizi in corso per i quali era già stato condannato in primo grado a due ergastoli, in due distinti giudizi per omicidi ed in uno anche per associazione mafiosa, oltre alle pene già espiate per le condanne riportate per associazione per delinquere con la mafia al processo Spatola, oltre che per traffico di droga al maxi processo istruito da Giovanni Falcone e Paolo Borsellino ed altri tre omicidi.
Insomma a ben considerare, Vittorio Mangano era un "eroe" con un curriculum criminale di tutto rispetto.
Anche in questo, come noterà, mi sono limitato a riferire al congresso dell'Italia dei Valori fatti storici e dichiarazioni dello stesso Silvio Berlusconi, rese nel corso dell'intervento alla trasmissione di RadioDue "28 minuti" del 9 aprile 2008, che può riascoltare su YouTube al link audio che segue, o nei numerosissimi altri blog che le propongono e le commentano, tanto in Italia che all'estero (http://www.youtube.com/watch?v=PD4ixdKJzOE).
Il 9 aprile 2008, peraltro, quando l'on. Silvio Berlusconi ha rilasciato l'intervista in cui ha sostanzialmente definito un eroe Vittorio Mangano, non ricopriva nemmeno la carica di presidente del Consiglio dei Ministri, posto che il capo del Governo era ancora, sia pure per pochi giorni (fino al 28 aprile 2008), l'on. Romano Prodi.
Sulla base delle sue contestazioni, quindi, per avere esternato "negative asserzioni" storicamente accertate sul conto dell'on. Silvio Berlusconi, quale quella di avere definito Vittorio Mangano un eroe, io dovrei essere destituito dalla Polizia di Stato.
Al riguardo voglio solo augurarmi che la definizione di "negative asserzioni", riportata nella sua contestazione, era riferita al comportamento ed alle dichiarazioni dell'on. Silvio Berlusconi su Vittorio Mangano e non alle mie, che confermo e delle quali non intendo in alcun modo giustificarmi con riguardo al giudizio di valore che può desumersi, tanto sul conto di Vittorio Mangano, che dell'on. Silvio Berlusconi che l'ha considerato "un eroe".
Gioacchino Genchi
martedì 29 giugno 2010
Cefalù (Palermo), giovedì 1° luglio 2010 - Incontro-dibattito: "Intercettazioni: Diritto alla Privacy o ostacolo alla sicurezza e alla libertà di stampa?"
Giovedì 1 Luglio 2010, alle ore 20.30, a Cefalù (Palermo), presso la Corte delle Stelle, in corso Ruggero, parteciperò all'incontro-dibattito sul tema:Interverranno il dr. Gaetano Paci, Sostuto Procuratore Antimafia di Palermo, l' Avv. Enrico Sanseverino, Presidente dell'Ordine degli Avvocati di Palermo, il dr. Mario Azzolini, giornalista RAI e l'Avv. Roberto Corsello, penalista e Vice Sindaco di Cefalù.
Ingresso libero.
domenica 27 giugno 2010
Finalmente disponibile in rete la puntata di Matrix del 27 gennaio 2009, a cui ho partecipato con Enrico Mentana, prima che lo licensiassero da Mediaset
Finalmente, grazie all'impegno del giornalista libero Oliviero Genovese è possibile vedere in rete l'intera puntata di Matrix del 27 gennaio 2009 sul "caso Genchi".Consapevole dei rischi, ho accettato l'invito di Enrico Mentana di partecipare alla sua trasmissione dopo le dichiarazioni di Silvio Berlusconi di qualche giorno prima, quando ad Olbia mi aveva definito "il più grande scandalo della storia della Repubblica", nel tentativo di delegettimarmi e di deligittamare con me le più moderne tecniche di indagine giudiziarie, con l'uso delle intercettazioni e dei tabulati telefonici.
Mentana è stato molto bravo nel condurre la trasmissione, con la realizzazione di servizi e interviste ad effetto (fra cui quella all'ex ministro Clemente Mastella), con le quali pensava di mettermi knock-out.
Non c'è riuscito e forse non è un caso che quella è stata per lui una delle ultime puntate di Matrix, prima del licenziamento da Mediaset.
Forse non è nemmeno un caso che alla prima puntata del nuovo Matrix, condotta da Alessio Vinci, ha partecipato alla trasmissione l'ex comandante dei ROS Mario Mori, seduto nella stessa poltrona in cui ero stato intervistato io.
Da allora ho cercato in tutti i modi di procurarmi una copia della puntata di Matrix del 27 gennaio 2009, che sembrava sparita dalle teche di Mediaset.
Nessuno ne sapeva più nulla, come se non fosse stata mai trasmessa.
In molti hanno tentato di nasconderla, visto che i temi trattati, dalle intercettazioni alle indagini sulle stragi, sono oggi più attuali di allora.
Con 30 chili in meno, ma con la stessa forza e determinazione di allora, ve ne propongo la visione al seguente link.
http://vimeo.com/12882029
I temi trattati sono tutti approfonditi nel libro intervista "Il caso Genchi. Storia di un uomo in balia dello Stato", di Edoardo Montolli, Aliberti editore.
venerdì 25 giugno 2010
giovedì 10 giugno 2010
IL CASO GENCHI: IL GIUDICE DI MILANO RIGETTA IL RICORSO EX ART.700 DELL’EX TENENTE COLONNELLO DEL ROS ANGELO JANNONE
IL LIBRO «IL CASO GENCHI» NON PERDERA’ I SUOI CONTENUTI SUL CASO DELLO SPIONAGGIO TELECOM: IL GIUDICE DI MILANO RIGETTA IL RICORSO EX ART.700 DELL’EX TENENTE COLONNELLO DEL ROS ANGELO JANNONE
La prima sezione civile del Tribunale di Milano ha respinto il ricorso con cui l’ex tenente colonnello del Ros Angelo Jannone, recentemente rinviato a giudizio nel caso dello spionaggio Telecom, aveva chiesto di modificare i contenuti del libro Il caso Genchi, di Edoardo Montolli (Aliberti).
Jannone si era infatti rivolto al tribunale, ex articolo 700, per chiedere la rimozione dai libri non ancora stampati di diversi brani che lo riguardavano, e di inserire un’errata corrige in quelli stampati ma non ancora diffusi. Tra i brani più contestati, uno inerente proprio la spinosa vicenda dello spionaggio Telecom. Secondo l’ex consulente di de Magistris Gioacchino Genchi, infatti, Jannone risultava l’usuario di una scheda telefonica sfuggita ai magistrati milanesi che lo avevano indagato. E, scrive il giudice, Jannone si era lamentato «dell’attribuzione intestata a Telecom Italia in uso al ricorrente per contatti con Tavaroli e Ghioni, con conseguenti congetture da parte del Genchi nella ricostruzione dei fatti occorsi nell’ultimo mese prima del suicidio del capo della security governance di Tim Adamo Bove».
Secondo il tribunale, tuttavia, Jannone ha lamentato «genericamente la non veridicità della ricostruzione dei fatti riportati senza tuttavia offrire alcun elemento di riscontro tale da consentire al giudicante, nei limiti di cognizione propri della giurisdizione cautelare, di apprezzare la fondatezza delle contestazioni e la sussistenza del fumus boni iuris».
Ricorso respinto. L’ex tenente colonnello è stato condannato a pagare le spese legali per Aliberti editore, Edoardo Montolli, Gioacchino Genchi e per Emilio Grimaldi, il blogger che aveva ripreso brani del libro e del quale Jannone aveva chiesto «l’oscuramento del sito».
Aliberti editoreIl Tribunale di Palermo ha revocato l'ammenda di 200 euro che mi aveva inflitto il 19 aprile per un disguido del fax della Procura
La notizia è stata ripresa dalle agenzie di stampa e pubblicata con enfasi da "Il Giornale".
Oggi nessuna notizie sulle agenzie della revoca dell'ammenda e domani, per come prevedo, nemmeno su "Il Giornale".
Questo il contenuto della mia nota
Palermo, 10 giugno 2010
Al Tribunale di Palermo - 5° Sezione Penale
Faccio riferimento all'ordinanza di Codesto Tribunale del 19 aprile 2010 (ad ogni buon fine allegata), emessa nell'ambito del giudizio 1997/06 R.G.T. a carico di Vinci Carmelo più altri, con la quale, assumendo la mancata giustificazione per l'assenza all'udienza di quel giorno, nella quale dovevo essere assunto come teste, ha applicato nei miei confronti la sanzione di €. 200,00, da versare alla cassa delle ammende.
A tal proposito mi corre l'obbligo di rappresentare al Tribunale che, sin dalla prima mattina del 19 aprile 2010 (dopo poco le otto), impossibilitato a presenziare all'udienza, per le ragioni che dirò, ho invano cercato più volte di mettermi in contatto con la segreteria del Pubblico Ministero, anche per avere il numero dell'utenza fax diretta, senza riuscire a raggiungerla.
Ho così predisposto la nota che allego e che - a partire dalle 08:21 - ho cercato di trasmettere all'utenza 091586920, ove è attestato il fax ufficiale e principale della Procura della Repubblica di Palermo, rilevando più volte il tono di occupato.
Dopo ripetuti tentativi, eseguiti anche dal mio collaboratore Massimo Sanfilippo, che può confermarlo, il fax con la missiva attestante la comunicazione di impedimento è stato regolarmente inoltrato e ricevuto dal terminale fax ricevente della Procura alle ore 09:39.
Alle ore 12:45 - come rilevo dal verbale d'udienza - quando è stata constata la mia assenza in udienza, il Pubblico Ministero non ha dato contezza della comunicazione di impedimento già inoltrata e pervenuta al suo ufficio da oltre tre ore (alle 09:39).
Quella mattina, infatti, come risulta dalla documentazione che allego, scadevano per me i termini per la presentazione delle giustificazioni nel procedimento disciplinare promosso nei miei confronti, per la destituzione dal servizio dalla Polizia di Stato, da cui sono stato sospeso in via cautelare dal 23 marzo 2009, per ragioni che mi esimo dal commentare in questa sede.
Fino alla mattina del 19 aprile 2010, come risulta anche dai contatti in quel frangente tenuti col funzionario istruttore, di cui do atto nella nota, ho acquisito della documentazione a mia difesa che, per il limitato tempo a disposizione, mi è stato impossibile acquisire prima, come può anche dedursi dall'integrazione alle giustificazioni prodotta con nota del 18 maggio 2010.
Nella redazione delle difese speravo di disporre prima del 19 aprile 2010 quanto necessario (mi riferisco anche al filmato della cattura di Gianni Nicchi, sparito dal Web di Repubblica), così come contavo in ogni modo di presenziare all'udienza del 19 aprile 2010.
Le contingenze maturate me lo hanno impedito e, quando ho constatato l'impossibilità di potere presenziare all'udienza, mi sono premurato di avvertire il Pubblico Ministero, pregandolo di giustificare la mia assenza al Tribunale per le ragioni esplicitate nella nota allegata, che adesso chiarisco integralmente.
A tal fine mi permetto solo di rappresentare all'attenzione del Tribunale, anche per quanto può constare ai signori magistrati che lo compongono - anche per loro pregresse esperienze collegiali e monocratiche, nel distretto giudiziario di Caltanissetta e di Palermo - che in venticinque anni di attività non ho mai mancato di presenziare ad una sola udienza, dicasi una, alla quale sono stato citato come testimone, senza fornire tempestivamente una valida e dettagliata giustificazione.
Questo ho fatto in adempimento ai doveri di legge connessi alla mia funzione e, principalmente, in ossequio ai più elementari principi di educazione che regolano i rapporti di ogni cittadino con chi svolge funzioni istituzionali per le quali ho sempre avuto rispetto ed altissima considerazione.
Non ritengo di aggiungere altro sul punto ed affido all'intelligente considerazione del Tribunale la valutazione degli argomenti dedotti, per i cui fini chiedo la revoca della sanzione pecuniaria applicata nei miei confronti, con l'ordinanza del 19 aprile 2010.
Con ossequi
Gioacchino Genchi
martedì 1 giugno 2010
lunedì 31 maggio 2010
lunedì 19 aprile 2010
GIUSTIZIA ALL’ITALIANA
Il consulente informatico Gioacchino Genchi è stato condannato a pagare 200 euro di ammenda perché, senza giustificazione, non si è presentato a deporre davanti ai giudici della quinta sezione del tribunale di Palermo che celebrano il processo per una maxirapina ai Monopoli di Stato. Genchi, per anni incaricato di complesse consulenze informatiche da diverse procure italiane, avrebbe dovuto testimoniare sulle indagini che hanno portato al dibattimento. Il pm Maurizio Agnello aveva chiesto al collegio di disporre l'accompagnamento coatto del teste.
ANSA - Palermo - ore 15:57
Così, alle 15.57 recitava il dispaccio Ansa. Esattamente oggi scadevano i termini per rispondere alla terza sospensione cautelare del servizio notificatami il 30 marzo scorso per aver manifestato, da sospeso, il mio diritto costituzionale di esprimere opinioni. Diritto diventato di questi tempi quasi un reato, evidentemente. Un reato com'è noto, assai grave, anche se non si comprende come potesse interessare alla Polizia, visto che ero sospeso da ogni prerogativa del mio status. Ma questa è un'altra, grottesca storia.
Va da sé, che, anche se per stamane alle 9 era prevista l'udienza, non potevo dunque intervenire, avendo fissato per la mattinata di oggi l'appuntamento col funzionario istruttore del Ministero dell'Interno, incaricato dal Cpo della Polizia per istruire l0ultimo procedimento disciplinare per la mia destituzioen dal servizio. E ovviamente, come faccio da vent'anni a questa parte, ogni volta che ho un impedimento, ho preparato un fax che ben prima delle 9:00 di questa mattina (l'ora fissata per l'udienza) ho tentato inoltrato al fax della Procura. Almeno, ho tentato di farlo, visto che il fax della Procura è risultato continuamente occupato. Passate alcune decine di minuti di tentativi continui a vuoto, dovendo chiudere le memorie per il mio procedimento disciplinare ed ottemperare all'invio al funzionario istruttore, alle 9.27 ho dato incarico ad un mio collaboratore di proseguire lui l'invio. Il fax ha finalmente trovato libero ed è stato finalmente inviato alle 9.39, ancora prima l'inizio dell'udienza. E con una giustificazione precisa e dettagliata.
Non è però bastato.
Il pm Maurizio Agnello, che probabilmente sopravvaluta assai la potentissima macchina della giustizia palermitana e le sue tecnologie, ha addirittura chiesto il mio accompagnamento coatto ipotizzando, evidentemente, che avessi deciso di non intervenire per chissà quali ragioni, pur avendo avuto per le mani la mia giustificazione.
Di certo, calcolando i tempi con cui la Procura di Palermo fa funzionare i suoi avanzatissimi mezzi di comunicazione come i fax, credo che in effetti con un accompagnamento coatto avrei fatto prima a consegnare il mio legittimo impedimento.
In bicicletta, su un mulo, o a mano. In fondo, abito a meno di un chilometro di strada.
Spero che ora questi 200 euro di ammenda servano alla Procura per reperire un nuovo potente fax. Non sia mai che la prossima volta, al posto del documento di un consulente qualsiasi, le linee restino occupate per cose assai più gravi e urgenti. Chissà che non ci si possa far scappare un latitante perché la linea è occupata.
A ogni cosa c'è sempre un perché e sono già in molti che cominciano a chiederselo.
Col tempo arriveranno le risposte per tutti.
Gioacchino Genchi
giovedì 25 marzo 2010
Altra sospensione dalla Polizia. I 'poteri forti' hanno deciso di farmi fuori
mercoledì 3 marzo 2010
Tanto per capire qualcosa su chi, a Roma, ha indagato Gioacchino Genchi e Luigi de Magistris
Telefonata delle ore 8,17 del 10.2.2010, dall'avvocato Salvatore Sciullo al procuratore aggiunto Achille Toro. Sciullo: «Buongiorno dottore, mi scusi se la disturbo a quest'ora, io sono qui a casa di Camillo (figlio del procuratore, ndr) perché stanno facendo una perquisizione da parte della procura di Firenze». Achille Toro: «Oh... madonna mia». S: «Allora. volevo sapere... da lei non stanno facendo nulla?». AT: «No... ». S: «È un procedimento contro Azzopardi, Cerruti, Belmonte con riferimento a una rivelazione del segreto d'ufficio per un... eventuale appalto... sembra... della contestazione». AT: «Oh mamma mia, mi ripete un attimo, quali indagati?» S: «Azzopardi, Cerruti, Di Belmonte». AT: «Oh mannaggia». S: «Adesso stanno facendo la perquisizione... comunque io sto qui in presenza, non ci sono problemi» (...). AT: «E Camillo?». S: «A Camillo un 326, un 378, rivelazioni di segreto d'ufficio». AT: «Rivelazione di segreto d'ufficio, mannaggia la miseria». S: Non si preoccupi, ci sono io a tranquillizzarla, le faccio sapere più tardi».
LA TELEFONATA FRA IL «VICE» E IL «CAPO»
Alle 12.26 del 10 febbraio Achille Toro parla col suo superiore, il procuratore capo Giovanni Ferrara. Toro: «Me ne sono tornato a casa Gianni». Ferrara: «Sei a casa adesso...». T: «Sì, sono andati a perquisire pure dove stava Stefano (si sbaglia, ndr) all'ufficio ... delle Infrastrutture». F: «Dove?», T: «A Porta Pia, te l'ho accennato no?» (...). F: «Domani vieni che vediamo che cosa accade sui giornali (...)». T: «Parlano dell'arresto di Bertolaso». F: «Ma non l'hanno mica arrestato!» (...). T: «Voglio la copia di quello che hanno notificato a mio figlio per capire che cacchio stanno facendo... mi preoccupa sto fatto che sono andati a perquisirlo nell'ufficio romano, figurati un pochettino, l'immagine per lui (...). vabbè, niente Gianni, non me la sento oggi».
CHIAMA REPUBBLICA: «ACHILLE CHE MI DICI?»
Alle 15.51 del 10 febbraio un redattore di Repubblica telefona ad Achille Toro: «Achille, non scappare... ». T: «Che vuoi che ti dica? Non so bene di che cacchio si parla... ». G: «È vera o e falsa? Perché non ti vogliamo mica mettere in mezzo se è falsa (...) praticamente mi chiama il collega (...), mi fa, dice, "guarda, forse si deve verificare se Achille è raggiunto da qualche cosa"». T: «A me non è arrivato niente». G: «"A me mi pare difficile, impossibile conoscendolo"». T: «(...) è un clima... tu hai capito, da quando la storia di Genchi, non campo più». G: «Te ne devi fregare». T: «(...) Io non mi sono occupato personalmente di queste cose, non ero in quell'indagine del pm Colaiocco, la seguiva il procuratore (...)».
LA NOMINA DI BERTOLASO? «SE NON L'ARRESTANO PRIMA»
Prima che arrivi lo tsunami giudiziario, Achille e Camillo Toro scherzano sulla futura nomina di Bertolaso a sottosegretario. A: «Bertolaso dovrebbero farlo prima». C: «Prima?». A: «Ah, no, forse no, aspettano tutti». C: «Se non l'arrestano prima». Achille ride. C: «È quello il problema». A: «Be', sai, prima o poi arrestiamo tutti quanti, non vi preoccupate. Questo è il nostro mestiere». Seguono telefonate tra Camillo e Alfonso Papa, parlamentare Pdl, ex magistrato, vecchio amico della famiglia Toro
venerdì 26 febbraio 2010
Il tappo e la toga, di Marco Travaglio
di Marco Travaglio
Un tempo al porto delle nebbie di Roma giravano soldi in cambio di sentenze. Dunque, in questo senso, la Procura di Roma non è più il porto delle nebbie, almeno fino a prova contraria. Ma forse è anche peggio: perchè le cose che un tempo si facevano a pagamento oggi si fanno gratis.
Nonostante la buona volontà e la professionalità di molti magistrati, il pesce puzza dalla testa, anzi nella testa: perchè il guaio è nella testa di chi è alla testa della Procura. L'altro giorno Carlo Bonini ha raccontato su Repubblica come l'inchiesta romana sulla Protezione civile fu ibernata per mesi e mesi dal procuratore aggiunto Achille Toro, in piena sintonia col capo Giovanni Ferrara, nonostante le insistenze del pm titolare del fascicolo e della Guardia di Finanza che chiedevano invano l'autorizzazione a intercettare i Bertolaso Boys.
Era già successo quando i carabinieri volevano intercettare gli spioni dello staff Storace durante le regionali 2006. Allora provvide la Procura di Milano a scoprire quel che Roma non voleva sentire. Stavolta ci ha pensato Firenze. Roma, mai. In base ai verbali dei pm e dello stesso Ferrara, ascoltati a Perugia, Bonini ricostruisce due frasi pronunciate da Ferrara nella primavera 2009 per motivare il no alle intercettazioni su Anemone e Balducci: "mancano i gravi indizi di reato per la corruzione” (si è poi visto che gli indizi abbondavano) e c'è pure una questione “di opportunità” nell'imminenza del G8 per evitare un danno all'immagine dell'Italia.
Si spera che il procuratore smentisca soprattutto la seconda frase, perchè tradisce una concezione della Giustizia che non è prevista dalla Costituzione repubblicana. Anzi, ne è esclusa. In Italia i pm hanno l'obbligo di indagare su ogni notizia di reato senza preoccuparsi dell'opportunità politica e dell'immagine del Paese. L'aggiunto Toro, potentissimo crocevia di interessi alla Procura di Roma (basta leggere il libro di Gioacchino Genchi), se l'è data a gambe quando ha capito che, diversamente dal caso Unipol, rischiava di bruciarsi le penne.
Se Ferrara, come pare desumersi da quella frase, condivideva quel concetto protettivo, castale, tutto politico e per nulla giurisdizionale della Giustizia, dovrebbe andarsene anche lui. Mentre Toro e Ferrara ibernavano il caso Bertolaso e neutralizzavano gravissimi scandali berlusconiani come i voli di Stato e il caso Saccà, partivano in quarta contro Genchi, senza competenza e senza reati, in piena sintonia col Copasir di destra e di sinistra. Qualcuno dovrà pure spiegare perchè la Procura più importante d'Italia, sotto la cui competenza ricade la stragrande maggioranza dei delitti del Potere, in 15 anni non sia riuscita a portare a termine un processo degno di questo nome a carico di colletti bianchi di un certo peso.
Perchè, avendo sotto gli occhi un Potere con percentuali di devianza da Chicago anni 30, non ha quasi prodotto altro che archiviazioni. Perchè procure marginali come Potenza o remote come Napoli (caso Saccà), Milano (caso Storace), Firenze (Bertolaso & C) scoprono più reati commessi a Roma di quanti ne scopra la Procura di Roma. Lamentarsi dopo per i presunti furti di competenza lascia il tempo che trova, quando prima si fa poco per indagare e molto per sopire e troncare. Sono vent'anni che sentiamo accusare di “politicizzazione” i pm più attivi d'Italia. Tutti, tranne i vertici della Procura di Roma, che sono proprio i più politicizzati, visto che nella Seconda Repubblica hanno seguitato a comportarsi come nella Prima: forti coi deboli e deboli coi forti.
Più che una Procura, un ministero. Infatti nessun politico ha mai osato attaccarli, nessun governo perseguitarli con ispezioni o azioni disciplinari. Infatti il Csm ha cacciato galantuomini come De Magistris, la Forleo, i salernitani Nuzzi e Verasani, e non ha mai sfiorato la palude di Piazzale Clodio. L'Anm, che in quei casi taceva o addirittura applaudiva, su Roma non ha niente da dire? Se, come dice Mieli, sta saltando il tappo, è bene che salti anche quello della magistratura. E Toro seduto non basta. Bisogna guardare un po' più in su.
da il Fatto Quotidiano del 26 febbraio
martedì 23 febbraio 2010
Il giorno dell'ipocrisia nel porto delle nebbie
di Giuseppe Davanzo, da la Repubblica del 23 febbraio 2010
SOLITAMENTE discreto, il procuratore di Roma Giovanni Ferrara decide di prendere la parola in pubblico. È già un errore. Conviene sempre che per i magistrati parlino i fatti. Nella carne viva di un'istruttoria o di un processo, poi è doveroso che quei fatti siano offerti soltanto nei luoghi deputati: l'udienza, l'aula. Gli argomenti che il Procuratore adopera peggiorano il quadro. Ferrara non trova il coraggio o l'umiltà di dirsi almeno addolorato per quanto è accaduto nel suo ufficio e a se stesso. Ha scelto incautamente per il governo del dipartimento dei reati contro la pubblica amministrazione una toga rivelatasi infedele, Achille Toro.
Achille Toro, si scopre, sopisce, tronca le indagini e - si scopre - addirittura spiffera agli indagati gli esiti che incuba lo scandalo della Protezione civile. Un buon motivo per rammaricarsi in pubblico della sua infelice preferenza; rassicurare della incorruttibilità degli altri pubblici ministeri; impegnarsi a comprendere che cosa e perché non è andato per verso giusto, come cambiare pagina. Ferrara non si cura di questo. A Toro, alla criticità che il suo comportamento apre nella sua procura, Ferrara non sembra interessato. Prende la parola per un altro sorprendente lavoro da sbrigare: biasimare le mosse della procura di Firenze, demolire la correttezza di un'inchiesta che scuote il mondo politico e il governo mentre svela le abitudini combriccolari che si nascondono dietro la "politica dell'emergenza".
Il suo argomento è diabolico: quei pubblici ministeri non erano "competenti". Dovevano astenersi da fare alcun passo perché i reati ipotetici sono stati commessi a Roma e la procura della Capitale è la sola abilitata a procedere. È una denuncia radicale: quell'inchiesta è illegittima e forse addirittura illegale. Ferrara sa che, sopravvissuto alla caduta della dittatura e confusamente accomodato dal legislatore, il nostro codice fornisce "un terreno di cultura ideale ai contrasti ideologici degli operatori". C'è un luogo delegato per risolvere queste controversie ed è la Corte di cassazione. È la strada che, sollevando una polemica pubblica e alquanto artefatta anche nel merito, Ferrara non imbocca. Vuole una polemica politica. La sollecita. Preme per gettare discredito su Firenze annientando un lavoro politicamente sensibile. La sortita dell'alto magistrato, con quel silenzio sulle malefatte di Achille Toro e con lo strepito contro l'altra procura, ravviva in un colpo solo il dubbio e la confusione che circondano da molto tempo la procura di Roma. Ufficio spesso quietista, qualche volta affetto dal morbo del conformismo, quasi intimidito dalla propria indipendenza.
Quel "morbo", annotava Piero Calamandrei, non è altro che un'ossessione, che non attende le raccomandazioni esterne, ma le previene; che non si piega alla pressione del potere, ma se l'immagina e la soddisfa in anticipo. Spesso i meccanismi intellettuali, le atmosfere emotive, le solidarietà corporative che si scorgono nell'ufficio di Ferrara appaiono affette da quella malattia e le parole arroganti sembrano rivendicare quella antica, bizzarra, discutibile pretesa - quasi castale - della procura di Roma di essere il foro penale precostituito per i Potenti: dovunque delinquano, Roma loquitur. Come accadeva - ricorda Franco Cordero - nella Francia ancien régime dove "si chiamavano Committimus le lettere grazie a cui date persone, schivando le solite giurisdizioni, adivano una corte sovrana".
C'erano dunque, al mattino, già buone ragioni per preoccuparsi e chiedersi se non sia giunto il tempo che anche la procura di Roma coltivi meglio la sua autonomia e indipendenza dal potere politico, ma quel che accade nel pomeriggio finisce per rendere grottesco, o "italiano" (fate voi), il caso. Ottanta sostituti si ribellano alla mossa del loro capo. Si convoca un'assemblea. Toni accessi, valutazioni severe. Si chiede a Ferrara di smentire quel che gli viene attribuito o di accettare il rimprovero di una nota collettiva e pubblica dei suoi collaboratori. Ne nasce un comunicato tartufesco, incredibilmente firmato anche da Ferrara, dove si legge che con la procura di Firenze "non c'è alcuno scontro" perché "la professionalità di quei colleghi non è in discussione"; che a Roma c'è "disagio" per quel che ha combinato Achille Toro, ma la sua infedeltà non può macchiare le toghe degli altri in un ufficio che "è coeso" e dunque non sfiducia il capo.
La nota è un capolavoro di ipocrisia, il fragile tentativo di dare una parvenza di solidità e coerenza a un'aria fritta che lascia irrisolta la sobria diffidenza che si nutre per la procura di Roma. È un'apprensione che non si può cambiare in un giorno né in una stagione. Si possono almeno cambiare subito le abitudini di quell'ufficio e aprire spazi ai molti pubblici ministeri che chiedono di fare soltanto il lavoro che la Costituzione assegna loro. Tocca a questi sostituti battere un colpo per diradare le nebbie che ancora si vedono intorno a quel Palazzo. Si deve avere fiducia che questo accadrà presto.
Tratto da la Repubblica del 23 febbraio 2010
domenica 14 febbraio 2010
COMPLOTTISTI E POPCORN di Edoardo Montolli
di Edoardo Montolli - 13 febbraio 2010
Il 13 dicembre Massimo Tartaglia taglia come il burro la scorta di Berlusconi e riesce a colpirlo non con un fucile di precisione dalla cima di un palazzo, ma da mezzo metro con un souvenir che tiene in mano.
Prima reazione di Di Pietro: “Sono contro la violenza, ma Berlusconi con il suo comportamento e il suo menefreghismo istiga alla violenza”.
Prima reazione di Maroni, ministro dell’interno, condannato in via definitiva per aver tentato di mordere un polpaccio ad un agente durante la perquisizione alla sede della Lega: “L’episodio gravissimo di ieri trae le sue cause nel clima di contrapposizione violenta e nelle parole dettate dalla dialettica politica”. Sarà.
Primo bollettino medico: frattura del setto nasale e ferita lacero-contusa che ha richiesto punti di sutura al labbro inferiore. “E' molto scosso, abbattuto e dispiaciuto”, dice il primario. Prognosi: venti giorni.
IL MIRACOLO
Poi, d’improvviso, succede qualcosa. Berlusconi, riporta l’Ansa il 13 dicembre, confessa a Emilio Fede: “Sono miracolato, un centimetro in più e avrei perso l’occhio”.
E il viavai al capezzale riunisce tutte le forze politiche. Condanna al gesto di violenza, "senza se e senza ma", dichiara Bersani all'uscita dall'ospedale. Solidarietà, incontri, auguri. Tartaglia viene intanto descritto come un inventore pazzo orientato nel suo gesto dalle parole contro il premier di precisi mandanti morali: giornalisti (Marco Travaglio) e politici (Di Pietro).
Ed è un clamoroso crescere di eventi. Le condizioni di Berlusconi si fanno più serie. La prognosi, riportano le cronache, passa da 20 a 90 giorni. Una prognosi, per essere chiari, gravissima: come quella di un sudamericano cui avevano tagliato un braccio con un machete a Treviso (22/6/08), come l’operaio che si era fratturato addirittura una vertebra cadendo da tre metri in un cantiere (4/8/09), come il rumeno salvato da un carabiniere mentre bruciava vivo in un’auto a Verona (7/8/09), come l’uomo che perse un occhio nel verbano a capodanno del 2007, come il ragazzo di Oristano preso a roncolate dal fratello e finito in ospedale con ferite e fratture a rotula e femore (29/6/05), come il macedone preso a pistolettate nel torinese che rischiava la paralisi (28/05/01), come il superstite di 62 anni caduto nientemeno che da un ultraleggero a Ravenna (16/10/08), come infine la donna di 87 anni investita da un’auto a Bologna con lesioni a torace, vertebre e invalidità permanente (10/2/2003). Novanta giorni, pesantissimo. E allora, fine delle critiche. Tutti muti.
A Natale, Berlusconi, alle agenzie: “Dopo quanto accaduto in piazza del Duomo il clima politico sembra cambiato in meglio: si è certamente rasserenato”. Vero. E quando esce col cerottone ben visibile sul volto e quando poi lo toglie dopo un solo mese e non c’è alcun segno sul suo viso, di fronte a novanta giorni di prognosi su un uomo di 74 anni, è difficile non gridare al “miracolo”. E’ come se il tizio con la vertebra fratturata facesse capriole dopo un mese o se, sempre dopo un mese, l’uomo caduto dall’ultraleggero si mettesse a saltare da mattina a sera. Il professor Nicolò Scuderi, chirurgo plastico de L’Università La Sapienza di Roma, impiega mezza pagina per spiegare ai lettori stupefatti di Oggi che il tutto può essere spiegato con una “coincidenza di fattori fortuiti (nella fattispecie: sede e tipologia del trauma) e del ricorso a una serie di tecniche chirurgiche all’avanguardia. Anche il tipo di pelle, bisogna dire, ha contribuito al recupero ottimale”.
Sarà di sicuro così. Ma martedì arriva il responso della perizia medico legale chiesta dalla Procura: prognosi da venti a quaranta giorni. Non quaranta d’acchito. Da venti a quaranta. Nella migliore delle ipotesi, meno della metà del previsto. Nella peggiore, venti giorni, meno di un quarto.
E nemmeno si può ipotizzare un complotto dei medici rossi, novelli Che Guevara in mano alla Procura, perché la prognosi è addirittura più generosa della prima fatta al San Raffaele. L'aggressore è appena stato rinviato a giudizio.
E la vicenda comincia a ritornare in un alveo di normalità. Anche se una parte, quella dei “mandanti”, poteva pure essere risparmiata fin dall'inizio: bastava leggere bene il blog di Tartaglia, che pure è stato visto (www.myspace.com/elisirmus
Invece, è stato montato un enorme dibattito politico sul clima d’odio, diventato presto d’amore. E un dibattito sulla più suggestiva miracolosa guarigione, per un episodio imprevedibile ma capitato solo grazie al fatto che un uomo insospettabile era riuscito a fra breccia nella scorta. E qui, arriva Genchi.
DAL PALCO DELL’IDV
Quando arriva al congresso dell'Idv è un assalto di baci e abbracci. Sale sul palco. E racconta ciò che ha già detto su Telelombardia, in miriadi di interviste e di incontri pubblici, filmati e mandati su Youtube. Basta rivederli per capire a cosa si riferisca: sono tutti uguali. Esprime cioè tutti i suoi dubbi sull’anomalia del comportamento della scorta, che secondo qualsiasi protocollo di sicurezza, non dovrebbe mai aprirsi. Ricorda anche, come ha sempre fatto, che la scorta il premier se l’è scelta lui. E che in passato, avvalendosi di collaboratori poco validi, Berlusconi, già montò un caso clamoroso partendo da un altro fortuito episodio: il ritrovamento di una microspia nel suo studio.
Era l’11 ottobre 1996. Dall’Ansa:
''E' stata trovata durante una bonifica fatta fare a una ditta specializzata; mi hanno spiegato che era perfettamente funzionante e che poteva trasmettere fino a 300 metri di distanza''. La microspia e' stata trovata mercoledi' mattina, ma Berlusconi ha spiegato di aver preferito aspettare che i controlli confermassero che quell' oggetto fosse una microspia attualmente funzionante. ''Voglio anche denunciare alla pubblica opinione una violazione della mia persona, della mia funzione di parlamentare e di leader di Forza Italia. Dico questo anche per tutti i cittadini che si sentono minacciati ogni giorno nei loro diritti''.
Immediate le reazioni. I titoli: Casini: “Polo nel mirino”. Fini: “Servizi deviati ipotesi verosimile”. Mastella: “Clima che debilita la democrazia”. Taradash: “E’ stato potere occulto”. Dalla latitanza si fece vivo pure Bettino Craxi: “Cercare i golpisti”. Solidarietà, allarmismi e preoccupazione. Durò sette mesi. Poi il caso venne archiviato: la pericolosa microspia trovata dalla ditta specializzata nelle bonifiche e "perfettamente funzionante" era “inidonea all’ascolto”. Non andava. Nessuna spy story. La Procura indagò anzi proprio la ditta incaricata dallo staff di Berlusconi della bonifica. Ma poi, alle cronache, non è noto più nulla. Il circo mediatico aperto dal nulla si spense.
6 FEBBRAIO
E allora Genchi, dal palco, definisce, come sempre ha fatto, "pantomima", tutto ciò che accade dopo il colpo di Tartaglia: il premier lasciato ben visibile in mezzo alla folla dolorante col "fazzolettone", che poi è una busta, il premier messo in macchina ma poi lasciato uscire dalla scorta in una maschera di sangue, senza sapere in quel momento se ci fossero o meno altri attentatori. Lui che sale su e giù dall’auto davanti alle telecamere. E tutto ciò che accadrà anche in seguito: il cerottone e la nascita del “partito dell’amore” che, in maniera “provvidenziale” manda in secondo piano tutte le accuse cui è chiamato in questo periodo. In sala, ovazioni. Passa a parlare del suo lavoro nel processo sulle talpe nella DDA di Palermo, terminato in appello con la condanna di Cuffaro. E tutti, dirigenti dell'Idv sul palco compresi, si alzano in piedi. Oltre un minuto di applausi. Ma lascia il congresso con una frase maledettamente profetica sulle "cattiverie che vedrete anche nei prossimi giorni". Sbaglia solo i tempi. E' questione di ore.
Scende, e va a sedersi nel posto che gli hanno riservato in seconda fila. Di fronte ha due sedie vuote, con i cartelli indicanti due nomi che non gli tornano, due persone che arriveranno poco dopo: Bersani. E Latorre, lo stesso Nicola Latorre che appare plurime volte nel suo lungo racconto che mi ha fatto nel libro "Il caso Genchi."
Capisce che qualcosa non funziona. Gli sussurrano che al congresso avrebbero appoggiato la candidatura di De Luca in accordo col Pd. Lo stesso De Luca per il quale nel 2005 l'allora pm di Salerno Gabriella Nuzzi aveva chiesto l'autorizzazione a procedere. La Nuzzi defenestrata per il noto decreto di sequestro e perquisizione fatto a Catanzaro.
Si alza. Saluta. Piglia un taxi. E se ne va.
Alle 11, 01. L'Agi:
CONGRESSO IDV: GENCHI, MIRACOLO QUELLA MADONNINA PER BERLUSCONI. (AGI) - Roma, 6 feb. - "Provvidenziale, quella statuetta della Madonnina. Il cui principale miracolo pare sia stato quello di salvare dalle dimissioni Silvio Berlusconi per quello che stava emergendo, dalle dichiarazioni della moglie, da qualche microfono lasciato aperto mentre Fini diceva delle verita'". Gioacchino Genchi offre alla platea congressuale Idv la sua lettura di uno degli episodi che hanno segnato la cronaca politica recente. Genchi rilancia i dubbi sulla dinamica dell'aggressione di Tartaglia richiamandosi "a quei tanti giovani che su Youtube la stanno analizzando perche' non poteva essere vera". Genchi parla (raccogliera' una vera e propria standing ovation quando rivendica il proprio impegno antimafia) e "da poliziotto che ha diretto servizi di ordine pubblico" allinea dubbi su quella serata in piazza Duomo, non senza toni molto coloriti come quando osserva che "nella protezione delle personalita' c'e' sempre un anello di protezione, come un preservativo, che non puo' essere rotto, tranne per chi ama i rapporti a rischio e tra questi i rapporti non protetti". Il funzionario di polizia critica "quella scorta fatta in casa, scelta da chi aveva un capomafia, un assassino, un trafficante come Mangano a vigilare sulla propria famiglia. Un capomafia fatto passare come stalliere e poi promosso, di fronte alle proteste della mafia, addirittura al rango di 'eroe'". Ancora ironie sulle scene del ferimento di Berlusconi: "Qualunque scorta porta via la personalita' dal luogo dell'aggressione, per evitare che sia uccisa, insieme alla scorta stessa e ad altri inermi. Invece gli hanno fatto fare quello che voleva, e abbiamo visto spuntare quel fazzoletto, nero, enorme. Perche' al nostro premier piacciono accessori di dimensioni inversamente proporzionali alla sua statura. Un fazzolettone enorme, dal quale sembrava dovesse uscire fuori il coniglio di Silvan. Enorme come il cerottone e come la macrospia che tiro' fuori anni fa per accusare le Procure". Ancora pesanti ironie su "quei bollettini medici da Papa morente, dopo il quale lo abbiamo visto tornare meglio di prima, se meglio si puo' dire parlando di Silvio Berlusconi". (AGI)
Ore 11,10, L'Apcom:
Berlusconi/ Genchi: Qualcosa di strano nell'attentato del Duomo Berlusconi/ Genchi: Qualcosa di strano nell'attentato del Duomo Statuetta provvidenziale gli ha evitato dimissioni Roma, 6 feb. (Apcom) - La statuetta che ha colpito Silvio Berlusconi in piazza Duomo lo ha salvato dalle dimissioni: lo ha detto, in un applauditissimo intervento di fronte alla platea del congresso dell'Italia dei Valori in corso a Roma, Gioacchino Genchi, il poliziotto consulente delle procure coinvolto nelle polemiche legate alla inchiesta Why not che ha portato alle dimissioni dalla magistratura di Luigi de Magistris, oggi eurodeputato dell'Idv. Fu "provvidenziale quella statuetta - ha sostenuto - miracolosa, ha salvato Silvio Berlusconi dalle dimissioni forse imminenti". Secondo Genchi "qualcosa non poteva essere vero" nei fatti di piazza Duomo. Basandosi sulla sua esperienza di funzionario di polizia, ha spiegato che "ogni servizio d'ordine ha un anello come un preservativo a protezione delle personalità", e se con Berlusconi non ha funzionato è perché "ama i rapporti a rischio" e ha "la scorta fatta in casa". In particolare, inverosimile appare al vicequestore palermitano il fatto "che non sia stato portato via" dopo il lancio della statuetta, "come si fa in qualunque servizio di scorta per evitare rischi ulteriori per la personalità e la stessa scorta. Gli hanno consentito di fare quello che voleva. E allora abbiamo visto il fazzolettone, sembrava quello di Silvan, pareva dovesse uscire un coniglio, un colombo...". Un fazzolettone, "perché al premier piace scegliere accessori inversamente proporzionali alla sua persona, come quando ha esibito la macrospia trovata nel suo ufficio accusando le procure rosse, io ne ho viste di microspie e non sono fatte così, poi si è capito - ha detto ancora Genchi - che l'aveva messa qualcuno dei suoi...".
E fin qui le agenzie raccontano della dinamica.
Ma alle 11,10, l'Ansa va oltre:
IDV:CONGRESSO; GENCHI, FINTA AGGRESSIONE TARTAGLIA A PREMIER HA SALVATO PREMIER DA DIMISSIONI CHE SAREBBERO ARRIVATE (ANSA) - ROMA, 6 FEB - ''Nel lancio della statuetta del duomo di Milano a Berlusconi non c'e' nulla di vero''.Lo sostiene Gioacchino Genchi, consulente informatico per diverse procure, nel suo intervento al congresso dell'Idv a Roma. Secondo Genchi ''dopo l'outing della moglie di Berlusconi e il fuorionda'' di Gianfranco Fini a Pescara ''provvidenziale e' arrivata quella statuetta che miracolosamente ha salvato Berlusconi dalle dimissioni che sarebbero state imminenti''. Genchi per sostenere la sua tesi cita: ''la mia esperienza in polizia'' e i ''video che tanti giovani propongono su Youtube per capire che nel lancio non c'e' nulla di vero''. L'ex consulente dell'ex pm di Catanzaro Luigi De Magistris punta il dito contro la scorta che ''e' come un anello o un preservativo che non puo' essere rotto,, e contro lo stesso Berlusconi che ''e' uscito da quell'anello''. Per parla di una ''pantomima coronata da quell'uscita di quel fazzoletto nero ed enorme che sembrava quello di Silvan dal quale mancava solo che uscisse un coniglio'' e ricorda anche la vicenda di diversi anni fa quando Berlusconi, all' epoca all' opposizione, mostro' ''un 'cimicione' enorme che ritrovo' nel suo studio accusando le procure rosse e che era chiaramente falsa''. Genchi, nel suo intervento, difende poi Di Pietro ''dagli schizzi di fango che stanno arrivano''. ''Temo - sostiene - che sia solo l'inizio perche' Di Pietro proprio alcuni giorni fa con sofferenza ha deciso di non far mancare l'appoggio ad una alleanza di centrosinistra per un freno al governo Berlusconi''.
Non serve commentare. Ecco il video integrale: radioradicale.i
Lo vedrete per tre settimane e conviene scaricarlo. Perché poi Radio Radicale lo toglie dalla Rete.
Ore 11,26. L'Apcom batte un'altra agenzia:
Mafia/Genchi: Non un caso arresto Graviano dopo 'discesa in campo' Mafia/Genchi:Non un caso arresto Graviano dopo 'discesa in campo' "Latitanti vengono catturati quando non servono più" Roma, 6 feb. (Apcom) - C'è un legame fra l'arresto dei fratelli mafiosi Graviano nel 1994 e la 'discesa in campo', ovvero l'autocandidatura di Silvio Berlusconi alla presidenza del Consiglio. Lo ha detto il vicequestore Gioacchino Genchi, l'ex consulente delle Procure coinvolto a suo tempo nelle polemiche sull'inchiesta Why not che hanno portato alle dimissioni dalla magistratura di Luigi de Magistris, oggi deputato europeo dell'Idv. Intervenendo al congresso nazionale dell'Idv, Genchi ha offerto una sua personale ricostruzione degli ultimi vent'anni della storia d'Italia e del rapporto fra mafia e politica, di quella "trattativa di cui oggi ci sono evidenze", ha affermato. "Non è un caso che i fratelli Graviano vengono arrestati a Milano il 7 febbraio del '94, dopo la dichiarazione di Silvio Berlusconi del 6 febbraio che si sarebbe presentato alle elezioni (in realtà Berlusconi parlò il 26 gennaio, l'arresto dei Graviano avvenne il 27 gennaio, ndr)". "Non è un caso che i latitanti mafiosi e assassini vengano arrestati quando non servono più, vengano usati per quelle catture televisive che servono alle carriere di certi poliziotti, di certi magistrati, di certi politici", ha detto ancora Genchi polemizzando con lo scrittore anticamorra Roberto Saviano: "Non è un caso che un anno dopo la copertina di Panorama dedicata a me come 'scandalo' abbia avuto la dedica della copertina dopo aver parlato di Maroni come miglior ministro dell'Interno".
E alle 11,49 cominciano gli attacchi. Casoli. Rotondi. Ronzulli: "diffidiamo delle analisi sull`aggressione a Berlusconi dello spione telefonico Genchi".
A loro piace attribuire reati mai provati, "spione". Agli altri naturalmente. Quelli già confermati in Cassazione per gli esponenti del loro partito, quello è il solito complotto.
E allora sono reazioni evidenti.
Alle 13,30 arrivano al congresso Bersani e Latorre.
Poi, alle ore 15,12, passate le ovazioni, cominciano le reazioni anche dall'Idv. La prima, è di de Magistris. Alle 15,12, Adnkronos:
BERLUSCONI: DE MAGISTRIS, MAGISTRATURA APPROFONDISCA SU AGGRESSIONE TARTAGLIA Roma, 6 feb. - (Adnkronos) - "Non ho ascoltato cio' che ha detto Genchi. La magistratura deve fare approfondimenti seri, come dissi subito ci sono aspetti che non mi convincono, ma non credo sia utile aprire una polemica politica".
Lui, non ha ascoltato. Chi invece lo ha fatto è sicuramente Massimo Donadi, balzato sul palco subito dopo l'intervento. E' stato l'ultimo ad abbracciarlo. E a baciarlo. Tanto che Genchi aveva avuto il suo bel daffare per alzarsi sulla punta di piedi e raggiungerne guance.
E infatti, alle 15,42, l'Apcom batte la sua nota. Ma non è quella che ci si aspetta: “È grave che Genchi abbia fatto certe affermazioni al congresso di Idv, noi rinnoviamo la nostra ferma condanna del gesto di Tartaglia. Queste tesi fantascientifiche non appartengono alla cultura della giustizia e della legalità di Idv”.
Genchi, ormai già in Sicilia, diretto a Caltanissetta, legge l'agenzia. Chiama l'ufficio stampa di Donadi e chiede conto della nota. Pensa di essere in un film. Spiega che Donadi lo sa che lui non ha mai detto che l'aggressione era una finta e non comprende perchè abbia dichiarato queste cose.
Ma l'ufficio stampa dell'Idv non chiarisce le frasi accusatorie di Donadi. No, manda un comunicato con le precisazioni di Genchi. Cioè l'ufficio stampa dell'Idv non manda una sua nota, ma, molto premurosamente, ne invia una di Genchi.
Che esce alle 18,10.
Passano venticinque minuti. Prima reazione di Di Pietro: “La teoria del finto attentato mi pare inimmaginabile e fantasiosa. Purtroppo la statuetta in faccia al presidente del Consiglio c'è stata ed è stato un atto grave ed inaccettabile.” Eppure, anche lui lo sa che Genchi non ha detto che l'attentato è falso.
Ma non serve altro. E' uno stupendo fiorire di durissime dichiarazioni, come ai tempi della microspia. Reagiscono tutti. Sulle agenzie c'è una sola clamorosa assenza. Hanno reagito quelli del Pdl, ovviamente. Ha reagito Casini per l'Udc, ma questo è ancora più ovvio, leggendo la storia di Genchi e le montagne di condanne portate con le sue consulenze a numerosi politici dell'Udc, compresa proprio quella in appello per Cuffaro, sulla quale le ovazioni al congresso si sono sprecate.
Ha reagito l'Idv, che pure era lì ad ascoltarlo e ad applaudirlo. Mancano però, per la verità, sulle agenzie, le prese di posizione di un grosso partito. Non ce n'è proprio traccia.
Manca infatti all'appello "una parola una" detta da un esponente del Pd. Curioso.
Il giorno dopo, sul Corriere della Sera, Pierluigi Battista: Finalmente, il popolo dei complottisti esce dalla riserva indiana e conquista il palco della politica. Il mondo parallelo degli adepti del cospirazionismo, dopo aver celebrato i suoi fasti nella saga di Dan Brown, dopo essersi globalizzato nell'immensa arena del web, prende il centro della scena in un congresso di partito. Il suo profeta si chiama Gioacchino Genchi, il re dei tabulati telefonici, l'archivio vivente di misteriose «tracce» che riguardano centinaia di migliaia di connazionali, che ha scatenato la standing ovation dell’Idv e ha identificato nel souvenir del Duomo l'arma letale del Grande Complotto. La fantasia al potere, anche se forse non è la stessa di quella sognata dai sessantottini.
LE FOTO DI DI PIETRO CON CONTRADA
Già. C’è naturalmente complottismo e complottismo. A Battista piace più guardare quelli, presunti, degli altri. Un vizio ormai di tanti, guardare altrove. Perché improvvisamente Battista dimentica che non un anno ma solo una settimana addietro, sullo stesso Corriere della Sera di cui lui è vicedirettore e non l’usciere, erano state pubblicate le foto di Di Pietro con Contrada del dicembre 1992, nove giorni prima dell’arresto del numero tre del Sisde. Ed era stato facile giocare su quelle pagine e su quelle foto, alla dietrologia.
Anche se qualcuno le ha tirate fuori 18 anni più tardi, e non quando, ad esempio, Di Pietro aveva nel Paese una popolarità dell’80%. Non quando quelle foto, se fossero andate in mano al sultanato della Prima Repubblica, il CAF, avrebbero potuto dare col clima avvelenato, sospettoso e giacobino che c’era, un freno al viavai di arresti di Tangentopoli che portarono alla fine dei vecchi partiti.
Così come più d'uno tentò di fare con le decine e decine di accuse portate a Brescia, dal pm Fabio Salamone, tutte rigorosamente archiviate.
Sarebbero state utili per un violentissimo attacco al simbolo del pool.
Invece quelle foto non uscirono mai per salvare la Prima Repubblica.
Anche perché, di fronte al drappo dei carabinieri e alla caserma che appaiono nelle foto, si pensò probabilmente a porre un freno all'immaginazione.
Diciotto anni più tardi, con Contrada passato ormai alla storia come il funzionario infedele, giocando sulla memoria corta, è allora molto più facile, con quelle foto in mano, giocare al complottismo per il Corriere e per tutti gli altri giornali, a ruota. Dura un po’. Poi, a spegnere le fiammate, ci pensa, manco a dirlo sullo stesso Corriere, il 4 febbraio 2010, un diplomatico editoriale di Sergio Romano alla vigilia del congresso dell’Idv, dal titolo emblematico “L’ossessione del complotto”: “E’ accaduto che la fotografia di un uomo politico, scattata negli anni in cui era magistrato e apparsa ora sul Corriere, abbia generato l’ultimo complotto italiano. Ed era accaduto anche giorni prima per le ricostruzioni sulle rivelazioni di una famosa escort, apparse anch’esse sul Corriere. Nulla di nuovo. La storia degli ultimi decenni, dalla caduta del fascismo a oggi, è una lunga lista di complotti. Non c’è avvenimento, piccolo o grande, dietro il quale non sia stata immaginata la mano di un regista occulto, di un burattinaio, di un «grande vecchio».
E sì che alla fine, in mano, il Corriere della Sera aveva solo foto scattate in una caserma dei carabinieri tra un magistrato e un poliziotto. Un pm e un tutore della legge in una struttura dello Stato.
Ma appunto c’è complottismo e complottismo. Uno vero, azionato dalle foto del Corriere della Sera di Battista. E uno di cui Battista accusa Genchi, azionato dalle parole non dette da Genchi al congresso.
Interessante.
Ma il migliore, in materia, si presentò però proprio per la vicenda della microspia trovata nello studio di Berlusconi. Mentre tutti solidarizzavano con l'attuale premier e lanciavano allarmi e suonavano sirene, il solito complottista l'11 ottobre 1996 dichiarò all'Ansa: “Le microspie vengono usate solo nei film di James Bond. Secondo me la microspia nello studio di Berlusconi è stata messa o da Berlusconi stesso o da qualcuno dei suoi per fargli fare la figura della vittima”. No, non era Genchi a parlare. Si chiama Roberto Maroni, sempre lui, quello del polpaccio e delle critiche al “clima di contrapposizione violenta”. Oggi fa il ministro dell’interno del Governo Berlusconi.
Questione di destino. Quello di Genchi invece lo profetizza ora Panorama, ottimamente informato, che anticipa la sua possibile destituzione dalla polizia. E questa volta non per aver risposto su Facebook, ma per l'intervento sulla "finta aggressione". Quell'intervento travisato da chi lo aveva abbracciato poco prima, Donadi e Di Pietro, incoronando, poco dopo, De Luca a simbolo della nuova alleanza col Pd.
venerdì 8 gennaio 2010
Presentazione del libro "Il caso Genchi" a Busto Arsizio (Varese), giovedì 25 febbraio 2010, ore 21,00
Giovedì 25 febbraio 2010, alle ore 21,00 a Busto Arsizio, presso la libreria "Borgano" di Via Milano n. 4, parteciperò con Edoardo Montolli alla presentazione del libro "Il caso Genchi: storia di un uomo in balia dello Stato", edito da Aliberti. Ingresso libero.http://www.boragno.it/pages/ITA/home.asp
Presentazione del libro "Il caso Genchi" a Firenze, giovedì 21 gennaio 2010, ore 21,00

http://firenze5stelle.wordpress.com/2010/01/08/gioacchino-genchi-a-5-stelle/
giovedì 7 gennaio 2010
Presentazione del libro "Il caso Genchi" a Cuneo, sabato 16 gennaio 2010, ore 20,30
Sabato 16 gennaio 2010, alle ore 20,30, a Cuneo, presso la Sala Incontri dell'Oratorio Salesiano di Via S. Giovanni Bosco n. 21, parteciperò alla presentazione del libro "Il caso Genchi: storia di un uomo in balia dello Stato", di Edoardo Montolli, edito da Aliberti. Interverrà l'Avvocato Generale dello Stato Giancarlo Ferrero. Ingressso libero.mercoledì 6 gennaio 2010
Castelbuono, 3 gennaio 2010, presentazione del libro "Il caso Genchi" - Interventi di Gioacchino Genchi e Salvatore Borsellino
Castelbuono (PA), domenica 3 gennaio 2010, ore 16,30
Riporto, di seguito, alcuni dei video dell'incontro che si è tenuto domenica 3 gennaio 2010, a Castelbuono (PA), presso il Cine-teatro "Astra", per la presentazione del libro "Il caso Genchi: storia di un uomo in balia dello Stato", di Edoardo Montolli, edito da Aliberti.
Sono intervenuti il sindaco di Castelbuono, Mario Cicero, Salvatore Borsellino e Franco Nicastro, presidente dell'Ordine dei giornalisti di Sicilia.
Ha organizzato l'evento la libreria "Edicolé Barreca" di Castelbuono.
">
Bari, sabato 23 gennaio 2010, ore 18,30
Sabato 23 gennaio 2010, alle ore 18,30, a Bari, presso l'Hotel Sharaton di Via Cardinale A. Ciasca n. 27, parteciperò alla presentazione del libro "Il caso Genchi: storia di un uomo in balia dello Stato", di Edoardo Montolli, edito da Aliberti. All'incontro, organizzato dall'Associazione culturale "Gens Nova", interverrà Salvatore Borsellino e il presidente dell'associazione, avv. Antonio La Scala. Ingresso libero.Per infromazione rivolgersi al consigliere nazionale Emanuela Bellantuoni: 3894296670
E-mail: mabelmd@libero.it - http://gensnova.com/
http://www.gensnova.com/
martedì 5 gennaio 2010
Bagheria (Palermo), giovedì 7 gennaio 2010, ore 18,00
Giovedì 7 gennaio 2010, alle ore 18,00, a Bagheria (PA), al teatro Branciforti (vicolo Teatro II, accanto a Palazzo Butera), parteciperò alla presentazione del libro "C'era una volta l'intercettazione", di Antonio Ingroia, con prefazione di Marco Travaglio. Saranno presenti: Roberto Sardina, vicepresidente dell'associazione Controscena, Nino Caleca, avvocato del Foro di Palermo, e l'autore Antonio Ingroia, procuratore aggiunto del Tribunale di Palermo. Introduce e coordina Pippo Cipriani, presidente dell'associazione Antiraket ed Antiusura.




