domenica 11 ottobre 2009

La faida finisce in politica

La faida finisce in politica


Le indagini su un assassinio del 2005, a Locri, e alcune intercettazioni ambientali aprono nuovi scenari sui rapporti tra 'ndrine e amministrazioni locali. Che portano dritto all'omicidio Fortugno
di Pietro Orsatti su
left/Avvenimenti del 9 ottobre 2009
La cronaca, la semplice enumerazione di fatti, a volte può portare fuori strada nella narrazione di un determinato evento. Basta che un fattore sia occultato, o venga ritenuto irrilevante o marginale, per far saltare un intero processo logico e portarci del tutto fuori strada. Come in questo caso, se non si è molto attenti. L'omicidio di un capo clan della 'ndrangheta di Locri, Salvatore Cordì, ucciso a Siderno il 31 maggio 2005. Un omicidio che locale e inquirenti inserirono immediatamente nella faida decennale tra i clan Cordì-Cataldo a Locri. Salvatore era nipote di Antonio Cordì, chiamato "U Ragiuneri", ritenuto per lungo tempo a capo dell'omonima cosca di Locri.
Per cominciare ad analizzare una storia come questa è sempre necessario iniziare dal fatto, quindi dalla dinamica dell'omicidio. Per uccidere Salvatore Cordì venne utilizzato un fucile calibro 12 caricato a pallettoni. A sparare, secondo quanto si apprese immediatamente dopo l'agguato, fu una persona che era in sella ad una moto di grossa cilindrata guidata da un complice. Entrambi indossavano un casco integrale, come da manuale in casi del genere. La vittima venne raggiunta alla spalla sinistra, al collo e alla testa dai pallettoni mentre, resosi conto di essere obiettivo di una attentato omicida correva per allontanarsi. Il decesso non fu immediato, ma avvenne in ospedale poche ore dopo. Fin qui la dinamica "apparente", gli eventi che si sono svolti in poche ore sul proscenio di Siderno. Appena tre mesi prima, cioè il 15 febbraio 2005, a Locri la cosca dei Cordì aveva eliminato Giuseppe Cataldo uscito dal carcere da pochi giorni. Un uomo, Giuseppe, di rilievo negli equilibri dei due clan contendenti; figlio, infatti, di Michele e nipote del patriarca Giuseppe. Un omicidio che inevitabilmente riaprì la faida che solo da qualche tempo sembrava essersi quantomeno acquietata. Se fosse possibile. Anno cruciale il 2005 per la famiglia Cordì. L'uccisione del boss della cosca rivale, poi la morte di quello che in parte deteneva il potere del clan, ovvero Salvatore, e poi "l'affare grosso", l'omicidio eccellente. L'omicidio Fortugno.

francesco-fortugno.jpegIl 2 febbraio di quest'anno sul caso del politico assassinato il 16 ottobre 2005 si è arrivati a un punto. Condannati all'ergastolo i mandanti e gli esecutori dell'omicidio Fortugno. La Corte d'assise di Locri, ha quindicondannato Alessandro e Giuseppe Marcianò, padre e figlio, considerati dalla DDA di Reggio Calabria i mandanti del delitto del vicepresidente del consiglio regionale della Calabria ucciso con cinque colpi di pistola all'interno del seggio allestito per le primarie dell'Unione a Locri. Ergastolo anche per Salvatore Ritorto, ritenuto l'autore materiale del delitto e Domenico Audino, definito come il fiancheggiatore. Il pm Marco Colamonici, nel corso della requisitoria del processo per l'omicidio del vicepresidente del Consiglio regionale della Calabria. Colaminici, facendo riferimento alle dichiarazioni del pentito Domenico Novella, dichiarò una cosa bene precisa, ovvero che i due erano organici del clan dei Cordì, e che Alessandro Marcianò, caposala dell'ospedale di Locri, era in rapporti stretti col boss Cosimo Cordì, ucciso a Locri in un agguato nel 1997. Con lo stesso Cordì, inoltre, Marcianò aveva un di comparaggio. Un aspetto, questo, che in Calabria e in particolare in determinati ambienti ha un significato ben preciso. Cosa c'entra l'omicidio di Salvatore Cordì con il successivo agguato mortale al vicepresidente della Regione? Nulla, forse. Ma la coincidenza temporale dei tre atti criminali, l'appartenenza dei protagonisti al medesimo clan, danno quantomeno da pensare.

Sempre dalla requisitoria del pm, accolta dal collegio giudicante del processo Fortugno, apprendiamo che l'omicidio «doveva anche rappresentare un messaggio al presidente della Regione Agazio Loriero. Questo per quanto riguarda il versante politico. Sull'altro versante, tutti gli accusati appartengono alla famiglia mafiosa dei Cordì. Ecco perché l'asse politico-mafioso». Il pm, ha anche aggiunto uno scenario ben preciso, individuando sia gli affari dei Cordì che il punto di incontro fra 'ndrangheta e , raccontando che «pensando ad un livello più alto, la matrice del delitto va inquadrata nelle risorse pubbliche e nella ripartizione dei fondi per la sanità nella Locride ed in tutta la provincia reggina. Non a caso la sanità pubblica viene definita da tempo come la Fiat della Calabria».

I Cordì stavano cercando di fare il salto nel grande affare della sanità? Oppure, lo avevano già fatto e i due omicidi, quello del capo della cosca rivale e quello del politico che poteva fermare la loro ascesa nel business, sono da mettere nel conto di una di mantenimento delle posizione acquisite? È qui, su questa seconda ipotesi, che probabilmente si inserisce la vicenda dell'omicidio di Salvatore Cordì. Non solo, perciò, un omicidio interno a una "faida", ma un omicidio interpretabile in uno scenario mafioso ben più ampio e allarmante, dove l'intreccio fra affari, e 'ndrine è terreno per la preparazione e la conduzione di un conflitto molto più ampio di quello che appare al primo sguardo. Non illudiamoci, infatti, che la 'ndrangheta sia mafia di serie B. Oggi la 'ndrangheta è una della quattro organizzazioni criminali più potenti non in ma del mondo. E le famiglie Cataldo e Cordì sono perfettamente inserite in questo quadro, compresa la capacità di infiltrare, condizionare e determinare la sia a livello locale che nazionale.

stor_7824116_14370E quindi torniamo a questo omicidio, ai tre colpi di fucile a pallettoni che hanno ammazzato Salvatore Cordì nel maggio del 2005. È in corso un processo nei confronti di sette persone: Antonio Cataldo detto "papuzzella", Francesco Cataldo detto "u prufissuri", Giuseppe Cataldo, Michele Curciarello, Antonio Martino, Antonio Panetta e Salvatore Panetta. Mentre altri due imputati, i fratelli Giuseppe e Domenico Zucco, sono stati processati separatamente. I nove sono stati individuati nel corso di un'indagine molto complessa partita da un'intercettazione telefonica.

Al momento dell'omicidio, infatti, come riportato dalla richiesta di applicazione delle misure cautelari della Direzione distrettuale antimafia «erano in corso attività di intercettazione telefonica ed ambientale» in relazione «di una indagine riguardante gli interessi della cosca Cataldo di Locri nel traffico di sostanze stupefacenti». Riascoltando immediatamente dopo l'agguato le registrazioni del giorno del delitto, l'attenzione degli investigatori si concentrò su un'utenza telefonica, quella intestata a Domenico Zucco dove si ascoltava all'ora del delitto «un tentativo di chiamata verso il telefono cellulare in uso a Panetta Antonio, che consentiva di registrare ed ascoltare le tracce sonore di quanto avveniva nell'ambiente in cui il chiamante – Zucco Domenico – si trovava in quel momento». E i pm proseguono raccontando che «in particolare, si registravano alcuni squilli a vuoto, quindi un rumore simile ad uno sparo e le immediate grida di una donna». Da qui è partita l'indagine. Che per la natura stessa (l'incrocio "relazionale" dei traffici telefonici e di intercettazioni) dell'inchiesta ha visto in qualità di perito Gioacchino , il poliziotto e consulente delle procure di mezza conosciuto soprattutto per la perizia del processo per la strage di nel '92 e per "l'affaire" Why Not. Un'indagine che è riuscita a determinare un movente chiaro (che è il controllo egemone dell'insieme delle 'ndrine della Locride), una catena di comando e un'insieme di relazioni inquietanti che si allargavano a macchia d'olio ben oltre i confini delimitati delle organizzazioni criminali.

C'è un'intercettazione ambientale, di cui è oggetto in parte lo stesso , che mostra uno spaccato del livello di potere della cosca che lascia senza fiato. L'intercettazione avviene in carcere, durante una visita di Francesco e Nicola Cataldo al detenuto Antonio Cataldo. I tre dialogano apertamente del processo in corso, fanno capire che sono a conoscenza di come vanno le indagine relative a loro e anche ad altri procedimenti e che temono un allargamento dell'indagine ad altre persone rimaste fino ad allora estranee. A un certo punto il boss detenuto esplode e fa un riferimento chiaro alle indagini: «Questo fatto qua, gli ha chiesto il rito immediato è un rito immediato è un rito pericoloso perché non gli dà spazio alla difesa, lui adesso porta carte nuove, dice che da tre anni che sta facendo indagini, quello è un pericolo… totale… Io ho letto carta in processi di giornali a Catanzaro (il riferimento all'inchiesta Why Not è evidente, ndr), a , dove lo chiamano da tutte le parti e non solo mette quello che è indagine pura e… ma mette pure di più…». L'intercettazione a questo punto diventa per alcuni secondi incomprensibile, chi trascrive parla di una sovrapposizione di voci, poi Antonio riprende infuriato: «Ma sai cosa vuol dire una custodia cautelare da qua dentro?… che il processo uno non lo può seguire, sai che vuol dire per innescare un meccanismo di quell'altro processo come siamo qua… e vi dovete muovere… basta, leggetevi i giornali… e la puttana della miseria». L'interpretazione dei pm dell'intera conversazione e che Antonio Cataldo, ispirato sia dalla lettura di un giornale (probabilmente un articolo pubblicato dal Calabria Ora, ndr) che probabilmente da altre informazioni, tema un allargamento dell'inchiesta, come poi effettivamente avvenuto, e cerca di esortare i suoi parenti affinché «si adottino adeguate contromisure, che possono consistere in iniziative processuali (evidentemente, all'interno del processo nei confronti di Zucco Domenico), ma che, si intuisce, potranno e dovranno essere anche di altra natura e quindi volte ad inquinare il quadro probatorio o a garantirsi l'irreperibilità». Quali siano queste "altre misure" è difficile capirlo, ma visti gli intrecci emersi a Locri di questo clan, come per quanto riguarda i rivali Caprì, pensare a appoggi "esterni" o all'uso della violenza non è azzardato.

sabato 10 ottobre 2009

"A colloquio con la Giustizia" - 11-10-2009, ore 18,00, Modugno (Bari)

"A colloquio con la Giustizia" - 11-10-2009, ore 18,00, Modugno (Bari)
L'11 ottobre 2009 (domenica), alle ore 18,00, presso la "Sala Romita" di Modugno (Bari), parteciperò con la scrittrice e giornalista Antonella Mascali, alla tavola rotonda organizzata dalla scuola di formazione politica "Antonino Caponetto" dal titolo "A colloquio con la Giustizia", nel ciclo delle manifestazioni del "Caffè letterario". 

giovedì 8 ottobre 2009

"Dalle stragi ad oggi: alla ricerca della verità” – Forlì, 16-10-2009, ore 20,45

"Dalle stragi ad oggi: alla ricerca della verità" – Forlì, 16-10-2009, ore 20,45
Il 16 ottobre 2009 (venerdì), alle ore 20,45, alla Sala Santa Caterina di Via Romanello n. 8, a Forlì, parteciperò con Giancarlo Biserna, Daniela Gaudenzi e Pietro Caruso all'incontro organizzato dal Gruppo consiliare Italia dei Valori di Forlì sul tema "Dalle stragi ad oggi: alla ricerca della verità".

mercoledì 7 ottobre 2009

"Mafia e Stato" – Ferrara, 09-10-2009, ore 20,30

"Mafia e Stato" – Ferrara, 09-10-2009, ore 20,30
Il 9 ottobre 2009 (venerdì), alle ore 20,30, presso il Teatro Boldini di Ferrara, nel ciclo del programma della manifestazione "Mafia e Stato", parteciperò alla presentazione del libro "Mafia Pulita" di Elio Veltri e Antonio Laudati. Oltre agli autori, interverranno alla manifestazione: Il sindaco di Ferrara, Tiziano Tagliati, la presidente della Provincia di Ferrara, Marcella Zappaterra, l'on. Pasquale Ciriello, i magistrati Clementina Forleo, Carlo Negri, Francesco Caruso, Rosario Minna, Paolo Maiorana, nonché il questore di Ferrara, Salvatore Longo e l'avv. Franco Romani, Presidente della Camera Penale di Ferrara.

martedì 6 ottobre 2009

Il regime delle 'espulsioni' colpisce il dissenso scomodo

SCUDO FISCALE: CAMERA DEDICE SU COMPORTAMENTO BARBATO (IDV)

(AGI) - Roma, 6 ott. - E' convocato per stasera alle 18 l'Ufficio di presidenza della Camera chiamato a valutare le parole pronunciate in aula da Francesco Barbato, deputato dell'Italia dei valori, che ha dato del "mafioso" al presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi, nello scontro fra maggioranza e opposizione che ha segnato l'approvazione in via definitiva dello scudo fiscale a Montecitorio, la settimana scorsa. La conferma arriva dallo stesso Barbato che, in Transatlantico aspetta l'esito della vicenda in compagnia di Gioacchino Genchi, l'ex consulente dell'allora pm di Catanzaro, Luigi De Magistris.

"Sospeso io, sospeso lui… Siamo fra color che son sospesi..", scherza Genchi solidarizzando con il parlamentare. Poi mostra in anteprima la copertina del suo libro, in prossima uscita: "Il Caso Genchi. Storia di un uomo in balia dello Stato". Barbato sara' ascoltato dai questori a partire dalle 16,30 per la prevista istruttoria sul caso: "Come mi sento? Mi sto caricando ancora di piu', perche' - risponde - mi rendo conto che davvero bisogna fare pulizia nelle istituzioni, prima che nel Paese". Ad assisterlo ci sara' il capogruppo alla Camera dell'Idv, Massimo Donadi. Il partito, aggiunge Barbato, "su legalita' e lotta alla mafia non transige". (AGI)

venerdì 2 ottobre 2009

Intervista a Gioacchino Genchi – Se provano a fermarmi…

di Pietro Orsatti su Left-avvenimenti

Mentre la tempesta giudiziaria e si sta abbattendo sui palazzi del potere, uno dei protagonisti di molte delle inchieste, delle polemiche e degli scontri di questa stagione si sta preparando a sferrare un altro colpo a un sistema già traballante. Un libro (Il caso Genchi – Storia di un uomo in balia dello Stato) ormai pronto e solo in fase di correzione delle bozze prima della stampa. Gioacchino Genchi, il poliziotto e consulente delle procure, l'uomo che secondo i suoi detrattori intercettava milioni di italiani, è rilassato, sembra riposato, nonostante un tour di incontri e manifestazioni che lo hanno portato in mezza Italia.
Dopo la nostra ultima intervista sono successe molte cose.
Proprio le dichiarazioni che ho rilasciato a left sono state utilizzate come motivazione per il primo dei procedimenti disciplinari e per la sospensione dal servizio per sei mesi, il massimo che potessero darmi. Dichiarazioni che avevo rilasciato solo per difendermi.
C'era anche qualche esponente della maggioranza del che chiedeva addirittura il suo arresto. È l'unico provvedimento a cui è stato sottoposto?
No, c'è anche un altro provvedimento scaturito da un mio botta e risposta con un giornalista di Panorama che mi aveva insultato sulla bacheca di facebook. E qui è accaduta una cosa assurda. La mia sospensione quale sanzione per l'intervista a left è stata sospesa dalla misura cautelare del secondo procedimento, lasciandomi praticamente fuori dal servizio a tempo indeterminato, addirittura oltre i sei mesi della sanzione, per altro verso assurda, che sono pure trascorsi.
Un po' contorta come situazione, può spiegarla meglio?
Ovviamente ho fatto ricorso al Tar che, come sappiamo, ha i suoi tempi per decidere. A parte l'illogicità delle due contestazioni e delle sanzioni, che non hanno precedenti nella storia della pubblica amministrazione, la legge prevede che qualunque sanzione definitiva debba essere eseguita subito, quando diventa esecutiva. In questo caso, anche in campo penale, la misura cautelare, ove ne ricorrano i presupposti, è compatibile con l'espiazione della pena. È la misura cautelare che coesiste con la sanzione e non viceversa.
Perché, secondo lei, questo atteggiamento?
Per tenermi fuori dalla polizia allungano all'infinito i tempi con l'escamotage della sospensione dell'esecuzione della sanzione. Se poi rifletto su quanto sta emergendo in questi giorni dalle indagini di Caltanissetta e di sulle stragi del '92 e sui depistaggi che ci sono stati, non mi riesce difficile immaginare le convergenze di interessi che possono aver contribuito alla mia delegittimazione personale e professionale. Forse vogliono portarmi alla pensione mantenendomi sospeso dal servizio e costringendomi a difendermi fra la Procura di e il ministero dell'Interno, per impedire che io mi occupi delle cose di cui mi stavo occupando. Diciamolo, tutta questa situazione, la tensione e gli attacchi hanno contribuito a colpire la mia salute, e il mio stato di salute potrebbe essere un modo per portarmi a una cessazione anticipata dal servizio. Oppure si aspetta che qualcuno mi ammazzi. Mi hanno tolto pure la pistola e a questo punto non mi potrei neppure difendere, se bastasse la pistola per difendermi.
Si sente ancora un poliziotto?
Non ho mai sentito tanto vicina la polizia e i poliziotti come da quando mi hanno sospeso dal servizio.
Da quando sono stati puntati i riflettori su di lei si è trovato al centro, da protagonista, di un dibattito politico.
Ho ricevuto la solidarietà della società civile, di tante persone oneste, di tante associazioni, di tanti poliziotti, e di qualche politico, per la verità pochi. Alcuni hanno voluto esprimermi la loro solidarietà in segreto, e sono uomini della maggioranza di che vivono una condizione terribile, perché sono costretti a subire, a bere da un calice che è sempre più amaro. Negli schieramenti esterni alla maggioranza questa solidarietà è stata più evidente. A partire da Antonio Di Pietro, che io non conoscevo, non avevo mai incontrato, se non per caso nel '92 al ministero della Giustizia, quando stavamo facendo l'ispezione dei computer di Giovanni Falcone, nel suo ufficio di via Arenula. Di Pietro da subito ha sposato la mia vicenda e quella di Luigi De Magistris e ha dato spazio nel suo partito alle istanze della società civile. Parlo di quella società civile di cui fa parte Sonia Alfano che, insieme a Beppe Grillo e Salvatore sono stati gli unici a schierarsi al mio fianco. Per una circostanza assolutamente casuale, ci siamo ritrovati tutti nella stessa stazione ferroviaria e ci siamo accorti che stavamo tutti salendo sullo stesso treno.
Che treno è?
È un treno in cui si può fare un pezzo di strada insieme senza che nessuno pretenda di imporre una direzione di marcia. La meta di questo treno era ed è la verità e la giustizia. Se in uno Stato si riesce a coniugare verità e giustizia il valore assoluto della libertà sarà sempre più alto, e in una società libera altri valori che si sono divisi fra la destra e la sinistra diventano l'attuazione di un programma che non necessariamente deve essere un programma politico. Mi riferisco ai valori della solidarietà sociale, dei diritti umani e civili. Valori che si ritrovano nella storia di quella sinistra italiana in cui non ho mai militato ma della quale ho sempre avuto ammirazione, non tanto guardando ai leader che negli ultimi anni hanno occupato le stanze dei bottoni, ma nel ricordo di quei sindacalisti, di quei tanti militanti del Partito comunista, degli attivisti della Fiom, di quei giornalisti liberi che con orgoglio condiviso tenevano a chiamarsi "compagni". Quella sinistra di cui ho un ricordo sin da quando ero bambino, quando conobbi Pio La Torre.
Tentazione di fare , di "scendere in campo"?
Avrei potuto candidarmi per le europee. Ma fino a quando potrò rimanere a giocare un ruolo come funzionario dello Stato tenterò di portare avanti il mio lavoro. Se mi permetteranno di farlo.
Lei ha scritto un libro che uscirà nei prossimi mesi.
Sto aspettando il pronunciamento della Corte costituzionale sul Lodo Alfano. Ho scritto due capitoli, uno che vale se il Lodo viene bocciato, l'altro se viene approvato. Un'opzione A e un'opzione B.
Aspettare il pronunciamento della Corte. Un po' come la sua vita, per le scelte che dovrà fare?
Beh, certo. Forse sì. Se la Corte costituzionale accoglie il ricorso della magistratura di Milano e dichiara incostituzionale una legge che anche un bambino capirebbe essere contro la logica, e anche la giustizia di Dio e degli uomini, ovvero di un istituto giuridico che non consente di processare un qualunque soggetto, un qualunque cittadino, offende innanzitutto la coscienza. Offende i principi e i valori in base ai quali gli esseri umani vivono. La società, lo Stato, si arrogano il diritto e, mi si consenta, la prepotenza di tenere in carcere gli assassini, i rapinatori, i mafiosi. Cioè, noi uomini, organizzati in una struttura che si chiama Stato, che è regolato dall'ordinamento giuridico, ci arroghiamo il diritto di carcerare, di punire, di privare della libertà personale altri esseri umani. Noi lo facciamo nel nome di un principio che è la giustizia. Però, con lo stesso principio, diciamo "tutti tranne uno". Perché se noi parlassimo in astratto della possibilità di processare Berlusconi per qualunque altro reato, si potrebbe pensare a un tentativo politico di killerare il presidente del Consiglio. Ma qui siamo davanti alla condanna di Mills. Il giorno in cui il povero Mills dovesse andare in prigione perché diventa definitiva la condanna per giudiziaria, si creerebbe una situazione di ingiustizia e iniquità verso Mills prima di tutto. Certo che, se passasse questa idea di giustizia, la situazione e le decisioni personali e pubbliche muterebbero.

martedì 29 settembre 2009

Roma, agende rosse, occorre un audace passo in avanti: dialogo, linea politica e impegno per lavoro, scuola e sanità

Roma, agende rosse, occorre un audace passo in avanti: dialogo, linea politica e impegno per lavoro, scuola e sanità

lunedì 28 settembre 2009.

La manifestazione delle agende rosse è andata molto bene. Tanti, a Roma, il 26 settembre.

Ragazzi e meno giovani hanno risposto all'appello di Salvatore Borsellino, uomo straordinario, che nella capitale ha voluto riproporre il raduno dello scorso 19 luglio a Palermo, per la verità su via d'Amelio (1992) e le stragi collegate. Debole e immobile lo Stato, i cui assetti dipendono dai rapporti di quegli anni con la mafia.

Oggi è difficile ravvivare le piazze, nell'indifferenza e sfiducia generale. Intanto perché sostituite dagli spazi virtuali; dell'eguaglianza digitale, bella ma anche apparente e pericolosa. Soprattutto c'è la crisi: mancano i soldi, che servono per spostarsi, partecipare, reagire.

Presente a Roma, ho contribuito come gli altri. Dovevamo esserci, alimentare l'impegno di Palermo, dimostrare che la memoria è attiva, che non sta nelle parate e non cede alla pedagogia della tv (lezioni istituzionali di piduisti, statistiche incontrollate, stupidità naturale, bellezza finta e vuota).

La politica è a un bivio cruciale, l'Italia smembrata e repressa. Dunque, mai come oggi, la società civile, di cui bisogna discutere seriamente, può permettersi il silenzio e la delega.

Il punto, mentre inizia a vedersi quella "bellezza del fresco profumo di libertà" indicata da Paolo Borsellino, è che i movimenti sono spesso solitari e confusi, disorganizzati.

Fin qui, il denominatore comune del "popolo delle agende rosse" è stato un senso puro di legalità e giustizia; in un Paese governato, sigle a parte, da profittatori, affaristi e maharajah. A livello centrale e periferico, dentro i palazzi dei colli e nei municipi spersi e degradati; Petilia Policastro, Rocca di Neto, Isola Capo Rizzuto o Amantea, per offrire esempi pratici, periferici, d'un dramma collettivo inavvertito.

Finora, ci siamo ritrovati nei cortei. Con striscioni, megafoni, motti e spirito civici, sostenendo a ragione una magistratura ammanettata, scorporata, spaventata e massacrata; prima uccisa col tritolo, poi col terrore e la propaganda, i due strumenti del totalitarismo applicato.

Abbiamo seguito un percorso. In modo spontaneo, per esigenza di democrazia, la quale non esiste più se, come ricordava Leonardo Sciascia, la Costituzione è tecnicamente di carta.

Allo scetticismo intransigente può bastare, a riprova, la mera constatazione di come nasce il Parlamento e, assieme, l'urlo flaccido d'un precariato sconfitto e agonizzante; sgretolato il fondamento della Repubblica, il lavoro. La sovranità popolare s'è dissolta perché oggi è cultura l'inganno, l'effimero, lo spasso, mentre l'intelligenza è confinata e oscurata con rigore scientifico.

Ho l'impressione, però, che anche noi non siamo abbastanza resistenti rispetto allo stordimento del sistema, che non è soltanto apparati e strutture di potere.

Il sistema è un modo di pensare e vivere, un linguaggio dominante, un metodo di orientamento e ordinamento sociale.

Lo dico nella speranza di fornire uno spunto di riflessione, perché il prossimo appuntamento non ci veda sguarniti.

Non c'è rivoluzione senza utopia, senza bussola, senza meta. Senza fiducia.

Dovremmo anche essere capaci di sostituire l'attuale classe dirigente, di assumerci la responsabilità d'una sfida al di là della denuncia e della contestazione, che, seguendo Chomsky, riconosco come necessarie.

Dovremmo fare un passo avanti. Certo è indispensabile informare, sensibilizzare, aggregare, combattere le mafie, istituzionalizzate e armate. Occorre riattivare speranze ed energie civili, ma è bene iniziare a parlarci, superando certe divisioni interne e la tentazione di individualismi e protagonismi, insensati quanto dannosi.

Attorno a un nucleo di princìpi, valori e ideali, occorre costruire un progetto politico. Vero e fattibile.

La mia proposta è che il nostro impegno per la legalità e la giustizia si articoli nella pratica; che l'eredità di Giovanni Falcone, Paolo Borsellino, Antonino Scopelliti e gli altri servitori dello Stato, che ricordiamo per moralità e coraggio, si concretizzi in un'iniziativa politica dal basso. Il che implica una direzione.

Dobbiamo essere capaci di produrre una cultura del rispetto delle regole, della tolleranza, della solidarietà. Dobbiamo scegliere che mondo vogliamo. Non ci bastano solo i riferimenti ideali(stici), che costituiscono il paradigma comune e il punto di partenza d'una condivisione nobilmente politica.

Credo che non si possa e debba disperdere quanto sin qui costruito con sacrifici, rischi, rinunce, bellezza morale e spirituale.

Ritengo che una splendida testimonianza di vita, altruismo e ingegneria sociale l'abbia data proprio Salvatore Borsellino; girando l'Italia a proprie spese, coinvolgendo le nuove generazioni, ascoltandole, responsabilizzandole.

Forse è giunto il momento di coordinarci maggiormente e di darci una linea, di affrontare pure questioni ed emergenze direttamente connesse alla giustizia e alla democrazia, per cui ci battiamo ogni giorno.

Non può esserci democrazia se il diritto al lavoro, il diritto all'istruzione e il diritto alla salute sono compr(om)essi, subordinati a volontà oligopolistiche e teocratiche.

Io vorrei che come antimafia civile ci prodigassimo, per esempio, anche per i precari della scuola, colpita da licenziamenti ingiusti, inaccettabili, spacciati per buoni nella situazione attuale. Mi piacerebbe che ci impegnassimo per la sanità pubblica, la libertà di cura, la dignità della vita.

E vorrei che guardassimo al Sud, lontano dall'Italia; alla Calabria, la mia terra, la terra degli avvelenamenti, delle scorie, dei rifiuti, della 'ndrangheta e dei ricatti per l'occupazione. Dimenticata, scaricata, complicata. Un inferno in ombra, un modello di speculazione e rovina, perversione e asservimento. Nonostante le buone volontà, che ci sono, e la sana ribellione di chi parla e documenta, lavora e non si piega.

Emiliano Morrone

http://www.lavocedifiore.org/SPIP/article.php3?id_article=4408

lunedì 21 settembre 2009

Aggiornamento del calendario degli interventi delle prossime settimane

A richiesta dei numerosi amici che mi scrivono, riepilogo il calendario degli incontri a cui parteciperò nelle prossime settimane, sui temi della giustizia, della legalità e dell'informazione, in attesa dell'uscita del libro …:
  
 
"Intercettazioni: quale verità?" - Pordenone, 21-09-2009, ore 20,45
Il 21 settembre 2009 (lunedì), alle ore 20,45, all'Auditorium della Regione di Pordenone (Via Roma, 1), parteciperò all'incontro organizzato dall'Associazione culturale "Il Sicomoro" sul tema: "Intercettazioni: quale verità?" Modera Monica Centofante, della redazione di "Antimafiaduemila".
 
 
"Verità e legalità" – Treviso, 22-09-2009, ore 20,30
Il 22 settembre 2009 (martedì), alle ore 20,30, nella sala convegni dell'Hotel Ca' del Galletto di Treviso, in Via S. Bona Vecchia 30, parteciperò con Benny Calasanzio all'incontro organizzato dagli amici di Beppe Grillo di Treviso sul tema: "Verità e legalità".
 
 
"La valenza del supporto informatico nelle inchieste giudiziarie" - Villafranca di Verona, 23-09-2009, ore 8,30
Il 23 settembre 2009 (mercoledì), dalle 8,30, terrò una relazione agli studenti delI'Istituto di istruzione superiore statale "Ettore Bolisani" di Villafranca di Verona (in Via Marsala), sul tema "La valenza del supporto informatico nelle inchieste giudiziarie".
 
 
24-09-2009, dalle 6,00 alle 8,30, Gioacchino Genchi su CANALE ITALIA
Il 24 settembre 2009 (giovedì), dalle 6,00 alle 8,30 del mattino, parteciperò alla trasmissione televisiva "Notizie Oggi", condotta da Gianluca Versace su "CANALE ITALIA", in onda tanto in chiaro che sul canale Sky 883. Avrò il piacere di rispondere in diretta alle domande dei telespettatori, che potranno intervenire chiamando il numero 049 63 11 11.
 
 
"Mafia e Stato: guerra o compromesso?" – Ravenna, 24-09-2009, ore 21,00
Il 24 settembre 2009 (giovedì), alle ore 21,00, alla Sala d'Attore di Ravenna, parteciperò con Benny Calasanzio all'incontro organizzato dall'associazione "punto a capo" sul tema: "Mafia e Stato: guerra o compromesso?".
 
 
"Manifestazione contro tutte le mafie" - Latina, 25-09-2009, ore 17
Il 25 settembre 2009 (venerdì), a Latina, parteciperò alla manifestazione del "Comitato di lotta alla mafia" per lo scioglimento dell'amministrazione del Comune di Fondi ed in solidarietà al Prefetto di Latina.
 
 
 
"Manifestazione Agenda Rossa" - Roma, 26-09-2009
Il 26 settembre 2009 (sabato), a Roma, parteciperò con Salvatore Borsellino alla manifestazione dell'Agenda Rossa.
 
 
"Stragi di Mafia o Verità nascoste?" – Rho (MI), 03-10-2009, ore 20,30
Il 3 ottobre 2009 (sabato), alle ore 20,30, all'Auditorium comunale di Via Meda di Rho (MI), parteciperò con Salvatore Borsellino all'incontro organizzato dall'associazione "Comitato per la Costituzione", dal titolo "Stragi di Mafia o Verità nascoste?"
 
 
"Stato e Mafia: storie di compromessi" – Bergamo, 04-10-2009, ore 17,30
Il 4 ottobre 2009 (domenica), alle ore 17,30, presso il Caffè letterario di Via San Bernardino n. 53, a Bergamo, parteciperò con Salvatore Borsellino all'incontro organizzato dal Comitato "Bergamo a 5 Stelle" e dagli amici di Beppe Grillo di Bergamo e provincia, dal titolo "Stato e Mafia: storie di compromessi".
 
 
"Mafia e Stato" – Ferrara, 09-10-2009, ore 20,30
Il 9 ottobre 2009 (venerdì), alle ore 20,30, presso il Teatro Boldini di Ferrara, nel ciclo del programma della manifestazione "Mafia e Stato", parteciperò alla presentazione del libro "Mafia Pulita" di Elio Veltri e Antonio Laudati. Oltre agli autori, interverranno alla manifestazione: Il sindaco di Ferrara, Tiziano Tagliati, la presidente della Provincia di Ferrara, Marcella Zappaterra, l'on. Pasquale Ciriello, i magistrati Clementina Forleo, Carlo Negri, Francesco Caruso, Rosario Minna, Paolo Maiorana, nonché il questore di Ferrara, Salvatore Longo e l'avv. Franco Romani, Presidente della Camera Penale di Ferrara.
 
 
"A colloquio con la Giustizia" - 11-10-2009, ore 18,00, Modugno (Bari)
L'11 ottobre 2009 (domenica), alle ore 18,00, presso la "Sala Romita" di Modugno (Bari), parteciperò con la scrittrice e giornalista Antonella Mascali, alla tavola rotonda organizzata dalla scuola di formazione politica "Antonino Caponetto" dal titolo "A colloquio con la Giustizia", nel ciclo delle manifestazioni del "Caffè letterario".
 
 
"In corso di programmazione: Convegno ex ATU - Gli informatici esternalizzati del Ministero della Giustizia" - 27-10-2009, ore 17,30, Palermo

 
"In corso di programmazione" - 05-11-2009, ore 21,00, Giulianova (TE)
 
 
"In corso di programmazione" - 06-11-2009, ore 17,00, Teramo
 
 
"In corso di programmazione" - 06-11-2009, ore 21,00, Pescara
 
 
"Mafia e Stato" – Ferrara, 04-12-2009, ore 20,30
Il 4 dicembre 2009 (venerdì), alle ore 20,30, presso il Teatro Boldini di Ferrara, nel ciclo del programma della manifestazione "Mafia e Stato", parteciperò alla presentazione del libro "Per non morire di mafia" di Piero Grasso. Oltre all'autore, interverranno alla manifestazione: Il sindaco di Ferrara, Tiziano Tagliati, la presidente della Provincia di Ferrara, Marcella Zappaterra, l'on. Pasquale Ciriello, i magistrati Clementina Forleo, Carlo Negri, Francesco Caruso, Rosario Minna, Paolo Maiorana, nonché il questore di Ferrara, Salvatore Longo e l'avv. Franco Romani, Presidente della Camera Penale di Ferrara.
 
 
"Serata della legalità contro le mafie" – San Benedetto del Tronto (AP), 11-12-2009, ore 21,15
L'11 dicembre 2009 (venerdì), alle ore 21,15, presso l'Auditorium comunale "Giovanni Tebaldini" di San Bendetto del Tronto (AP) di Via De Gasperi n. 120, parteciperò con Salvatore Borsellino, Pino Masciari e Valentina Culcasi, alla "Serata per la legalità contro le mafie", organizzata dall'Associazione Culturale I Care.
 
 

... si aggiungeranno altri eventi …, che aggiornerò nello stesso post…


sabato 19 settembre 2009

Catturato il boss Salvatore Bagliesi di Maria Loi – 19 settembre 2009


Catturato il boss Salvatore Bagliesi

di Maria Loi – 19 settembre 2009

 

Partinico. E' stato arrestato questo pomeriggio Salvatore Bagliesi, classe '58, personaggio vicino alla cosca dei Vitale di Partinico.

 

Era latitante dalla fine del 2008 quando era stato condannato per l'omicidio di Francesco Paolo Alduino e Roberto Rossella.

Bagliesi era stato assolto in primo grado, ma il 9 dicembre 2008 il collegio presieduto da Innocenzo La Mantia, a latere Alfredo Montalto, ha accolto il ricorso presentato dal Pm Francesco Del Bene e dal procuratore generale Daniela Giglio.La sentenza di condanna è diventata definitiva il 9 luglio 2009 in seguito alla decisione della Cassazione che ha rigettato il ricorso del Bagliesi a quella Corte.

Bagliesi dopo la lettura della sentenza si è allontanato dall'aula e da quel momento si è dato alla latitanza.

Determinante per risalire alla responsabilità dell'imputato è stata una perizia del consulente informatico Gioacchino Genchi, che ha accertato che la mattina del delitto, così come aveva sostenuto il pentito Michele Seidita, Bagliesi si trovava nella zona in cui fu commesso il duplice omicidio, cioè nel panificio gestito da Alduino.

Smentendo così le dichiarazioni di  Massimiliano Suriano che aveva testimoniato di essere stato in  compagnia di Bagliesi sin dalle prime ore di quel 10 aprile 1999, impegnati al mercato ortofrutticolo nel trasporto e scarico di un  camion di arance proveniente da Ribera.

Quando i Carabinieri hanno circondato la sua abitazioneBagliesi ha cercato di scappare ma è stato subito bloccato.

 

ARTICOLO CORRELATO:

Con l'alibi delle arance

http://www.antimafiaduemila.com/content/view/15186/84/

 

MAFIA: PARTINICO, ARRESTATO LATITANTE CONDANNATO PER DUPLICE OMICIDIO

MAFIA: PARTINICO, ARRESTATO LATITANTE CONDANNATO PER DUPLICE OMICIDIO

PARTINICO (PALERMO) (ITALPRESS) - I Carabinieri della Compagnia di Monreale (PA) hanno arrestato il latitante Salvatore Bagliesi, 51 anni. L'uomo, ritenuto un affiliato al clan mafioso Vitale - Fardazza di Partinico, era stato condannato all'ergastolo dalla Corte d'appello dal capoluogo siciliano all'ergastolo per il duplice omicidio di Roberto Rossello e Francesco Paolo Alduino. I fatti risalgono al 1999. Determinante, per la condanna, fu una perizia dell'esperto informatico Gioacchino Genchi, che aveva dimostrato la presenza dell'arrestato sul luogo del delitto. Bagliesi e' stato catturato a Partinico ed era latitante dal mese di dicembre 2008. (ITALPRESS). col 19-Set-09 20:06

martedì 15 settembre 2009

I falsi "trenini" del Giornale

http://www.youtube.com/watch?v=fFXn-lA_GLY

Ma quale "povera Italia".

Silvio Berlusconi attacca ingiustamente la (sua) stampa senza accorgersi che, invece, questa ha il merito di cercare le notizie, scavare (a fondo) e scovare lati oscuri e contraddizioni dei personaggi pubblici. Esiste un giornalismo d'assalto, in Italia, di cui nemmeno Berlusconi si era accorto.

Eppure ce l'ha a libro paga.

La notizia del giorno, che nessuno, forse per decenza, ha avuto la faccia di firmare, appare oggi sul sito del "Giornale" di Silvio Berlusconi (il Premier più volte ha dimostrato di esserne il vero dominus a dispetto della proprietà intestata alla Finanziaria del fratello Paolo) e diretto da Vittorio Feltri.

E' ovvio che se qualcuno gli dovesse chiedere spiegazioni lui dirà di non sapere. nulla e, magari, di non sentire Feltri da mesi.

E cosa è successo di così "scottante" da dover essere raccontato?

Succede che un gruppo di ragazzi dei Meetup di Beppe Grillo, i "Grilli del Pigneto" abbia organizzato una festa, e non un festino, a Lido di Maccarese, vicino Roma, invitando l'uomo, Luigi de Magistris, e la donna,Sonia Alfanopiù votati alle ultime elezioni al parlamento europeo.

Una tornata elettorale che ha visto due stimatissime persone raggiungere uno straordinario risultato grazie alla loro specchiata moralità e alle loro capacità oggi al servizio dei cittadini italiani ed europei. Un risultato raggiunto anche grazie al sostegno della rete. Dove l'informazione, non manipolata e non "inFeltrita", circola liberamente e senza le incrostazioni del "sistema".

Quegli splendidi ragazzi, per organizzare questa festa, si sono autotassati per coprire tutte le spese organizzative e tenevano molto alla presenza degli importanti ospiti che non si sono fatti pregare.

In trenta righe di falso scoop, però, Il Giornale racconta almeno 5 bugìe infarcendo l'articolo di allusioni e parallelismi quantomeno azzardati, per non dire tristemente comici.

"Ma allora le feste non le fa solo il premier? – si domanda Il Giornale – No, anche l'opposizione balla e canta il karaoke, anche l'opposizione più feroce, quella dei Di Pietro boys and girls, alias grillini prestati al dipietrismo."

Lo scopo è difendere Berlusconi e le sue arcinote debolezze.

Nessuno potrebbe scandalizzarsi per una festa dove Berlusconi figurava tra gli invitati, a parte il compleanno di una diciottenne che lo "chiamava Papi" e sulla cui conoscenza il premier ha raccontato bugìe a raffica.

L'opinione pubblica è scossa per i "festini" di Silvio Berlusconi. Cosa ben diversa.

Sempre "Il Giornale", che vanta tra le sue file ottimi "informatori", racconta di un trenino a cui avrebbe preso parte, oltre a Sonia Alfano e Luigi de Magistris anche Gioacchino Genchi e Salvatore Borsellino.

Falso.

Salvatore Borsellino al "Paradise Villagenon c'è mai stato. E' semplicemente intervenuto telefonicamente come Beppe Grillo per salutare i ragazzi e dare conforto del loro impegno in tante battaglie che ci li vedono quotidianamente protagonisti.

Quelle per la libera informazione, contro leggi anti-democratiche, a sostegno dei magistrati onesti che in questo paese sono tanti e circondati da ostacoli.

Sottolinea la presenza di "belle ragazze", Il Giornale,  domandandosi ancora una volta se "le feste e le danze non si fanno solo nella maggioranza" dimenticando di raccontare un particolare che non è sfuggito agli ospiti né al servizio di sicurezza.

Sul finire della serata e non alle 6 del mattino come scritto, scesa da un'automobile scura e con autista, compariva tra gli invitati una ragazza molto "allegra" che si è dilettata nel farsi scattare foto.

Una giovane e bella ragazza estremamente spigliata, che sfortunatamentenessuno conosceva e nessuno aveva invitato voleva a tutti i costi essere immortalata, in pose anche poco ortodosse, al fianco degli invitati più in vista.

Lei si è allontanata, forse delusa di non aver completato la missione che le era stata assegnata.

"Il Giornale" si accontenta con le solite, grottesche, mistificazioni.

A differenza delle feste di Noemi, l'unico "minorenne" in quella festa era il figlio tredicenne di Gioacchino Genchi, Walter.

Le due uniche verità del Giornale, a conti fatti, sono rappresentate dalla presenza, sì, di belle ragazze e che, come tutti, avevano pagato 15 euro per partecipare.

Altra cosa, rispetto alle ragazze pagate per partecipare alle feste ed i festini del premier.

Particolare da non sottovalutare, inoltre, a Lido di Maccarese non ci sono state eruzioni del finto vulcano, né finte erezioni.Mancava pure il lettone di Putin.

Il trenino è vero. E' stato fatto in onore ad un giovane ragazzo costretto sulla sedia a rotelle.

Se solo gli spioni de "Il Giornale" avessero riportato l'intervento di Sonia per festeggiare il compleanno di Roberto Monaco ed il saluto ad un altro giovane disabile, forse ci sarebbe stata anche l'occasione per commuoversi.

Ma questa è solo la "verità" e come tale no può appartenere agli scoop de "Il Giornale".

Questi sono i sentimenti della gioia, dell'amicizia e della solidarietà sincerca della gente per bene, che di certo non può capire ed apprezzare chi vive solo di mistificazioni, di falsità e di ipocrisia.

La festa organizzata dai "Grilli del Pigneto" era stata intitolata "Onorevoli on the beach".

Qualcuno, rifacendosi a Villa Certosa o Palazzo Grazioli, ne aveva travisato il titolo. No. Non era "Onorevoli on the bitch".


mercoledì 9 settembre 2009

Se telefonando … (oggi più attuale di quando è stato pubblicato: il 21 marzo 2003)

Quando è scoppiato il "caso Genchi" in molti si sono chiesti il perché di tanto accanimento contro un funzionario di polizia, consulente dell'Autorità Giudiziaria, che per oltre un ventennio aveva collaborato con successo alle più importanti inchieste italiane.

A parte gli attacchi di Rutelli e di Mastella - che potevano spiegarsi, visto che le indagini di Catanzaro avevano toccato un loro amico - hanno lasciato di stucco le esternazioni del Presidente Berlusconi, quando ha parlato di me, anticipando la vigilia "del più grande scandalo della storia della Repubblica".

Oggi e nei prossimi giorni inizierete a spiegarvi il perché di tutto questo.

Il perché hanno cercato di bloccare e di distruggere un uomo e un servitore dello Stato, che aveva sempre operato alla ricerca della Verità e della Giustizia, commettendo il solo errore di ostinarsi nel pensare che la Legge fosse "uguale per tutti": per i mafiosi, i pedofili, gli extracomunitari, i politici, i potenti e financo per il Presidente del Consiglio.

Ovviamente mi sono sbagliato e per questo oggi pago le conseguenze.

In attesa dell'uscita del libro sulla mia vicenda - ormai agli sgoccioli - vi ripropongo un un articolo di Gianni Barbacetto, pubblicato sul Diario di Enrico Deaglio il 21 marzo 2003, oggi più attuale e interessante di quando è stato scritto.

Un forte abbraccio ed un arrivederci a quanti mi scrivono e mi hanno sostenuto in questi momenti difficili. Una rassicurazione per tutti: non ho alcuna intenzione di arrendermi!

Gioacchino Genchi

Se telefonando ...

C'è un contatto diretto, nel 1994, tra Silvio Berlusconi
e un uomo al lavoro per costruire il «partito di Cosa nostra».
È emerso al processo palermitano per mafia contro Dell'Utri

di Gianni Barbacetto

C'è stato un contatto telefonico diretto, nel 1994, agli albori di Forza Italia, tra Silvio Berlusconi e un uomo allora impegnato a costruire «il partito di Cosa nostra». Lo ha raccontato un consulente della procura di Palermo, Gioacchino Genchi, in una delle udienze del processo in corso nella città siciliana con imputato Marcello Dell'Utri, accusato di concorso esterno in associazione mafiosa. A telefonare ad Arcore, al numero riservato di Berlusconi, alle ore 18.43 del 4 febbraio 1994, è il principe Domenico Napoleone Orsini.

Esponente dell'aristocrazia nera romana, massone
, Orsini è in contatto con il capo della P2 Licio Gelli, che va anche a incontrare a villa Wanda, ad Arezzo. Dopo una gioventù nell'estrema destra neofascista, nei primi anni Novanta Orsini si scopre leghista. Nel novembre 1993 accoglie Umberto Bossi che scende nella Roma ladrona per incontrare i suoi sostenitori nella capitale: si riuniscono nella villa di Trastevere di Gaia Suspisio per una cena e brindisi con Veuve Cliquot, costo politico centomila lire, a cui partecipano, tra gli altri, il giornalista Fabrizio Del Noce, la vedova del fondatore del Tempo Maria Angiolillo e Maria Pia Dell'Utri, moglie di Marcello. Mentre viene servita la crostata di frutta, Bossi si avventura in un comizio di tre quarti d'ora, che si conclude solo quando la brigata si trasferisce al Piper, storica discoteca romana.Orsini si impegna nella Lega Italia federale, articolazione romana della Lega nord. Ma, forte dei contatti con Gelli, lavora per un progetto più ampio: riunire tutti i movimenti «separatisti», tutte le «leghe» nate in quei mesi nel Sud del Paese. Sono per lo più uomini della massoneria a fondare in molte regioni del Sud, dalla Calabria alla Lucania, dalla Puglia alla Sicilia, piccoli gruppi che si ispirano alla Lega di Bossi. I partiti storici, Dc in testa, sono allo sbando, anche per effetto delle inchieste di Mani pulite. Molti lavorano sotto traccia per riempire quel vuoto politico, mentre le stragi del '92, in cui muoiono Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, e del'93, a Firenze, Roma e Milano, destabilizzano il Paese.

Il principe Orsini è tra i più attivi in quei mesi:
contatta i notabili che hanno fondato le «leghe del Sud», li riunisce, si offre come loro candidato unico alle elezioni, proponendo la costituzione di un'unica, grande «Lega meridionale», in rapporti ambivalenti con la Lega di Bossi: contrapposizione polemica, dichiarata riscossa del Sud contro il Nord, ma sostanziale alleanza e convergenza d'intenti, nel comune progetto di spezzare e frantumare l'Italia. Nello stesso periodo, qualcun altro era molto attivo negli stessi ambienti. Lo racconta Tullio Cannella, uomo molto vicino al capo militare di Cosa nostra, Leoluca Bagarella, impegnato nelle stragi: «Sin dal 1990-91 c'era un interesse di Cosa nostra a creare movimenti separatisti; erano sorti in tutto il Sud movimenti con varie denominazioni, ma tutti con ispirazioni e finalità separatiste. Questi movimenti avevano una contrapposizione "di facciata" con la Lega nord, ma nella sostanza ne condividevano gli obiettivi. Successivamente, sorgono a Catania il movimento Sicilia libera e in altri luoghi del Sud movimenti analoghi. Tutte queste iniziative nascevano dalla volontà di Cosa nostra di "punire i politici una volta amici", preparando il terreno a movimenti politici che prevedessero il coinvolgimento diretto di uomini della criminalità organizzata o, meglio, legati alla criminalità, ma "presentabili"». È la mafia che si fa partito: dopo aver constatato l'inutilizzabilità della Democrazia cristiana, che aveva lasciato diventare definitive le condanne al maxiprocesso di Palermo, Totò Riina e i suoi cercano figure «presentabili» per varare in proprio una nuova forza politica.

«Nell'ottobre 1993», continua Cannella, «su incarico di Bagarella costituii a Palermo il movimento Sicilia libera», che apre una sede in via Nicolò Gallo e ha tra i suoi animatori, oltre allo stesso Cannella, anche Vincenzo La Bua. A Catania era nata la Lega Sicilia libera, controllata da Nando Platania e Nino Strano. Programma: la separazione dall'Italia della Sicilia, che doveva diventare «la Singapore del Mediterraneo», con conseguente possibilità di varare leggi più favorevoli a Cosa nostra, bloccare i «pentiti», annullare l'articolo 41 bis dell'ordinamento carcerario che aveva introdotto il carcere duro per i mafiosi, formare in Sicilia una autonoma Corte di cassazione...

I fondatori di «cosa nuova»

Agli uomini di Cosa nostra non sfugge fin dall'inizio che questo progetto è ambizioso e di difficile realizzazione. Per questo si lasciano aperta un'altra possibilità: cercare rapporti e offrire sostegno a nuove forze politiche nazionali che stanno nascendo sulle rovine del vecchio sistema dei partiti. «Le due strategie già coesistevano», racconta Cannella, «e lo stesso Bagarella sapeva della prossima "discesa in campo" di Silvio Berlusconi».

È Forza Italia, dunque, la carta
di riserva di Cosa nostra. I suoi uomini sono informati in anticipo, attraverso canali privilegiati, dei programmi di Forza Italia. Li conoscono addirittura prima che il nome Forza Italia sia lanciato da Berlusconi sul mercato della politica. Prosegue infatti Cannella: «Bagarella, tuttavia, non intendeva rinunciare al programma separatista, perché non voleva ripetere "l'errore" di suo cognato (Riina, ndr), cioè dare troppa fiducia ai politici, e voleva, quindi, conservarsi la carta di un movimento politico in cui Cosa nostra fosse presente in prima persona. Inoltre, va detto che vi era un'ampia convergenza tra i progetti, per come si andavano delineando, del nuovo movimento politico capeggiato da Berlusconi e quelli dei movimenti separatisti. Si pensi al progetto di fare della Sicilia un porto franco, che era un impegno dei movimenti separatisti e un impegno dei siciliani aderenti a Forza Italia. Si pensi ancora che, all'inizio del 1994, da esponenti della Lega nord (Tempesta, Marchioni e il principe Orsini), con i quali avevo avuto diretti contatti, ero stato notiziato dell'esistenza di trattative fra Bossi e Berlusconi per un apparentamento elettorale e per un futuro accordo di governo che prevedeva, fra l'altro, il federalismo tra gli obiettivi primari da perseguire. Marchioni mi aveva riferito che un parlamentare della Lega nord, questore del Senato, aveva confermato che il futuro movimento, che avrebbe poi preso il nome di Forza Italia, aveva sposato in pieno la tesi federalista».

Giovanni Marchioni, un imprenditore
vicino alla Lega Italia federale, l'articolazione romana della Lega nord, ha confermato che i promotori delle «leghe del Sud» si sono riuniti a Lamezia Terme. Erano presenti, tra gli altri, La Bua e Strano per Sicilia libera, oltre ai rappresentanti di Calabria libera, Lucania libera e Campania libera. In questa occasione il principe Orsini si propone come candidato unico del futuro raggruppamento di tutte quelle organizzazioni. Orsini conferma tutto ai magistrati palermitani e ammette «di avere chiaramente intuito il tipo di interessi che Sicilia libera intendeva tutelare», scrivono i magistrati di Palermo, «specialmente dopo che Cannella gli disse esplicitamente che "occorreva tenere un discorso all'Ucciardone per poi perorare la causa del noto 41 bis dell'ordinamento penitenziario"».

Già verso la fine del 1993,
comunque, un boss di Cosa nostra impegnato in prima persona nella strategia delle stragi avverte Cannella che quella del movimento separatista non è l'unica via: «Nel corso di un incontro con Filippo Graviano, questi, facendo riferimento al movimento Sicilia libera di cui ero notoriamente promotore, mi disse testualmente: "Ti sei messo in politica, ma perché non lasci stare, visto che c'è chi si cura i politici... Ci sono io che ho rapporti ad alti livelli e ben presto verranno risolti i problemi che ci danno i pentiti». Graviano e, nell'ombra, Bernardo Provenzano, nei mesi seguenti constatano che la strada separatista non è percorribile. È in questo clima che si intrecciano rapporti frenetici tra esponenti delle «leghe» e uomini di Forza Italia.

Gioacchino Genchi è un poliziotto
esperto in analisi dei traffici telefonici. Da tempo è in aspettativa dalla Polizia e dal suo ufficio di Palermo pieno di computer svolge il ruolo di consulente per diverse procure italiane. Per quella di Palermo ha analizzato, con i suoi programmi e i suoi data base, i flussi telefonici dei protagonisti della stagione di Sicilia libera. Scoprendo nei tabulati della Telecom e degli altri gestori telefonici una serie di contatti insospettabili.

Quel 4 febbraio 1994

Il giorno chiave
è il 4 febbraio 1994. Il principe Orsini alle 10.50 telefona a Stefano Tempesta, esponente leghista vicino a Sicilia libera. Nel primo pomeriggio, alle 15.55, raggiunge al telefono Cannella, l'inviato di Bagarella nella politica. Subito dopo, alle 16.14, chiama la sede di Sicilia libera a Palermo. Alle 18.43 chiama Arcore: il numero è quello riservato a cui risponde Silvio Berlusconi. Immediatamente dopo chiama Marcello Dell'Utri. Alle 19.01 telefona di nuovo a Tempesta, che raggiunge ancora alle 19.20. Nei giorni successivi i contatti di Orsini continuano. Il 7 febbraio 1994, alle 17.34, chiama Sicilia libera. Il giorno dopo parla due volte con Dell'Utri. Il 10 febbraio alle 13.26 telefona a Cesare Previti. Il 14 febbraio contatta ancora Dell'Utri e, alle 16.04, Vittorio Sgarbi.

L'analisi al computer dei tabulati
di migliaia di telefonate, naturalmente, non può far conoscere i contenuti dei contatti. Ma rivela i rapporti, le connessioni. Un deputato regionale siciliano dell'Udc, Salvatore Cintola, per esempio, nel periodo tra il 9 ottobre 1993 e il 10 febbraio 1994 chiama 96 volte il cellulare di Tullio Cannella, l'uomo di Sicilia libera. In quei mesi cruciali a cavallo tra il '93 e il '94 sono molti i contatti tra la sede di Sicilia libera e i numeri della Lega nord, a Roma, a Verona, a Belluno. Poi, quando l'opzione «leghista» tramonta, crescono i rapporti telefonici con uomini di Forza Italia. Gianfranco Micciché, Gaspare Giudice, Pippo Fallica, Salvatore La Porta. E Giovanni Lalia, che di Forza Italia siciliana è uno dei fondatori. È lui che dà vita al club forzista di Misilmeri, che anima il gruppo che si riunisce all'Hotel San Paolo di Palermo, formalmente posseduto dal costruttore Gianni Ienna, ma considerato dagli investigatori proprietà dei Graviano e per questo confiscato. È sempre lui, Lalia, che cede il suo cellulare a mafiosi di Misilmeri, il giro di Giovanni Tubato (poi ucciso) e Stefano Benigno (cugino di Lalia, in seguito condannato per le stragi del '93).

Le analisi dei traffici telefonici
mettono in risalto anche gli intensi rapporti tra Marcello Dell'Utri e un gruppo di imprenditori siciliani attivi a Milano nel settore delle pulizie, capitanati da Natale Sartori e Antonino Currò, arrestati poi nel 1998 a Milano. Il gruppo di Sartori e Currò era a sua volta in strettissimi rapporti con il mafioso Vittorio Mangano, un tempo «stalliere» nella villa di Berlusconi ad Arcore. Un capomafia del peso di Giovanni Brusca ha testimoniato a Palermo che il tramite tra Berlusconi e Cosa nostra, a Milano, sarebbe proprio «un imprenditore nel settore delle pulizie». Chissà, si sono chiesti gli investigatori del caso Sartori-Currò, se ha a che fare con i nostri eroi. Ma per ora quell'imprenditore – ammesso che esista – è rimasto senza volto e senza nome.
Restano soltanto i fili sottili dei rapporti intrecciati, nel momento forse più drammatico della storia italiana del dopoguerra, tra gli uomini di Cosa nostra, i promotori delle leghe, i fondatori di Forza Italia. Che questi contatti ci siano stati è ormai certo. Che cosa si siano detti, quali trattative, quali eventuali promesse si siano fatti non è invece ancora dato di sapere con certezza. Il momento fondativo della cosiddetta Seconda Repubblica resta avvolto nel mistero.

Diario, 21 marzo 2003

venerdì 4 settembre 2009

Calendario degli interventi di settembre

A richiesta dei numerosi amici che mi scrivono, riepilogo il calendario degli incontri a cui parteciperò nelle prossime settimane, sui temi della giustizia, della legalità e dell'informazione, in attesa dell'uscita del libro …:
 
 
"Giustizia e Verità" – Ascoli Piceno, 18-09-2009, ore 18,00
Il 18 settembre 2009, alle ore 18,00, nella sala Docens di Piazza Roma, ad Ascoli Piceno, parteciperò con Salvatore Borsellino all'incontro organizzato dagli amici di Beppe Grillo di Ascoli Piceno sul tema: "Giustizia e Verità"
 
 
"Giustizia e sicurezza" – Vasto, 19-09-2009, ore 15,00
Il 19-09-2009, alle ore 15,00, al Palazzo D'Avalos, nella Piazza L.V. Pudente di Vasto, parteciperò all'incontro organizzato da Italia dei Valori sui temi della giustizia e della sicurezza, con Salvatore Borsellino, Luigi de Magistris e Luigi Li Gotti. Modererà il dibattito Peter Gomez
 
 
Festa dell'informazione – Mestre, 20-09-2009, ore 18,00
Il 20 settembre 2009, alle ore 18,00, al Parco Antonio Albanese di Mestre, parteciperò con Salvatore Borsellino e Benny Calasanzio alla festa dell'informazione, organizzata dagli amici di "Beppe Grillo" di Venezia, , che avrà inizio da sabato 19 settembre.
 
 
21 settembre 2009, ore 8,00-9,00, Gioacchino Genchi su "Antenna 3 Nordest"
Lunedì 21 settembre 2009, dalle 8,00 alle 9,00, parteciperò in diretta alla trasmissione "La Voce del Mattino", condotta da Fabio Fioravanzi su "Antenna 3 Nordest"
 
 
"Intercettazioni: quale verità?" - Pordenone, 21-09-2009, ore 20,45
Il 21 settembre 2009, alle ore 20,45, all'Auditorium della Regione di Pordenone (Via Roma, 1), parteciperò all'incontro organizzato dall'Associazione culturale "Il Sicomoro" sul tema: "INTERCETTAZIONI: quale verità?"
Modera Monica Centofante, della redazione di "Antimafiaduemila"
 
 
"Verità e legalità" – Treviso, 22-09-2009, ore 20,30
Il 22 settembre 2009, alle ore 20,30, nella sala convegni dell'Hotel Ca' del Galletto di Treviso, in Via S. Bona Vecchia 30, parteciperò con Benny Calasanzio all'incontro organizzato dagli amici di Beppe Grillo di Treviso sul tema: "Verità e legalità"
 
 
24-09-2009, dalle 6,00 alle 8,30, Gioacchino Genchi su CANALE ITALIA
Giovedì 24 settembre 2009, dalle 6,00 alle 8,30 del mattino, parteciperò alla trasmissione televisiva "Notizie Oggi", condotta da Gianluca Versace su CANALE ITALIA, in onda tanto in chiaro che sul canale Sky 883. Avrò il piacere di rispondere in diretta alle domande degli spettatori, che potranno intervenire chiamando il numero 049 63 11 11
 
 
"Mafia e Stato: guerra o compromesso?" – Ravenna, 24-09-2009, ore 21,00
Il 24 settembre 2009, alle ore 21,00, alla Sala d'Attore di Ravenna, parteciperò con Benny Calasanzio all'incontro organizzato dall'associazione "punto a capo" sul tema: "Mafia e Stato: guerra o compromesso?

... potrebbero aggiungersi altri eventi …, che aggiornerò nello stesso post

lunedì 17 agosto 2009

Salvatore Borsellino: «Mafia e Stato hanno ucciso mio fratello»


17 agosto 2009
Salvatore Borsellino racconta al Corriere Canadese tutte le nuove scoperte sulla strage di via D'Amelio
di Mario Cagnetta

Dopo tanti anni, un po' di verità sta venendo a galla sulla strage di via D'Amelio. Una strage che già allora era apparsa molto più complessa da capire rispetto a quella di Capaci dove perse la vita Giovanni Falcone assieme alla sua scorta.

Ora, per spiegare la morte di Paolo Borsellino si parla di servizi segreti deviati, dello Stato italiano che non solo cerca di scendere a patti con Cosa Nostra comandata da Totò Riina ma lascia anche da solo il magistrato che con Falcone più aveva contribuito alla lotta contro la mafia, emettendo così la sua definitiva condanna a morte. Salvatore Borsellino, fratello di Paolo, dopo anni di silenzio ha deciso di parlare e ora ci racconta la sua verità.

Dottor Borsellino dopo strage di Capaci, suo fratello Paolo capì di avere le ore contate. Che cosa stava accadendo intorno a lui?
«In quel periodo non era soltanto Paolo ad aver capito di avere le ore contate. Uccidere Falcone senza uccidere Paolo equivaleva a fare un lavoro a metà. Paolo, infatti, se lasciato vivo, avrebbe continuato a fare quello che aveva fatto insieme con Falcone: ovvero combattere in tutte le maniere la criminalità organizzata. Lo avrebbe fatto da solo o contando sull'aiuto di pochi perché in fondo lo Stato ha sempre delegato ai magistrati certi compiti e certe responsabilità che, invece, avrebbe dovuto assumersi in prima persona».

La strage, però, arrivò a neanche sessanta giorni da quella di Capaci. Come mai una così brusca accelerata per liberarsi di un uomo che sarebbe dovuto morire comunque?
«Quello che nessuno si aspettava, e forse nemmeno Paolo se non negli ultimi giorni, era che la strage di via D'Amelio avrebbe seguito a così breve distanza di tempo quella di Capaci. Del resto, numerosi mafiosi avevano giudicato troppo prematuro questo passo e lo avevano fatto presente direttamente a Riina. Ma Riina rispose che la strage si doveva fare subito perché era stata promessa a qualcuno».

Il capo dell'ufficio istruzione di Palermo, Antonino Caponnetto, disse che Falcone morì nel gennaio del 1988 quando nominarono Antonino Meli come suo sostituto. Mi dica quando cominciò a morire Paolo Borsellino?
«Mio fratello iniziò a morire il primo luglio del 1992 dopo l'incontro che ebbe con il ministro della Giustizia di allora Nicola Mancino. Nonostante quest'ultimo continui a negare pervicacemente, lì deve essere stata proposta quella trattativa tra lo Stato e la mafia alla quale Paolo si deve essere opposto nella maniera più assoluta. E a questo punto non restava che quella soluzione e cioè uccidere Paolo ed eliminarlo in fretta».

Che cosa avrebbe potuto fare un magistrato sia pur influente come lui, per fermare una trattativa tra Stato e mafia?
«Poco. Ma di sicuro avrebbe portato quella trattativa agli occhi dell'opinione pubblica come aveva fatto dopo che si era trasferito a Marsala e aveva denunciato il colpo di spugna dello Stato nei confronti della mafia. In quell'occasione affermò che si stava distruggendo il pool antimafia. A seguito dell'intervista a L'Unità e a La Repubblica venne deferito al Csm che però non ebbe il coraggio di prendere dei provvedimenti disciplinari».

Suo fratello capiva molto bene i giochi sotterranei della mafia e della politica. Come spiega allora i tentativi di nominarlo capo della Superprocura antimafia e la candidatura a presidente della Repubblica? Non crede che esporre la sua figura servisse soltanto ad indebolirlo fino a renderlo un bersaglio da eliminare?
«L'idea è che certi coinvolgimenti non servissero altro che ad aumentare il rischio intorno alla sua persona. Non tanto per la candidatura alla presidenza della Repubblica che poteva lusingarlo. Ma per la nomina a capo della Superprocura antimafia. Era chiaro, infatti, che questo portava la mafia a vendicarsi. Mio fratello rimproverò all'allora ministro Scotti di non avergli preannunciato nulla di quello che stava accadendo. Ricordo anche che gli telefonai e che mi rispose confermandomi la sua disponibilità ad accettare quella carica a patto però che le misure di sicurezza intorno alla sua persona cambiassero radicalmente».

A distanza di anni ci può spiegare perché alcuni magistrati di allora hanno denigrato due eroi come Falcone e Borsellino?
«Ricordo che Paolo chiamò giuda un esponente del Csm. Questo giudice era Vincenzo Geraci, che aveva fatto credere a Caponnetto e Falcone che fossero stati raggiunti i voti necessari per poter nominare Falcone come successore di Caponnetto. In seguito le cose andarono diversamente e lo stesso Geraci votò contro Falcone, favorendo l'elezione di Meli che ostacolò l'attività di Giovanni e portò allo smembramento del pool. Falcone decise allora di andare a lavorare al ministero di Giustizia. Cosa che si rivelò positiva perché riuscì a sfruttare anche questo campo di battaglia e fece applicare il meccanismo di rotazione anche all'interno della Cassazione. Ciò significò l'esclusione dell'"l'ammazzasentenze" Corrado Carnevale dal maxiprocesso, che venne affidato a un'altra sezione. E le condanne emesse in primo grado vennero confermate. Questo provocò la reazione selvaggia della mafia con l'uccisione di Salvo Lima, di uno dei cugini Salvo».

La congiura di certi giudici in quale misura spaventava suo fratello? Di cosa aveva paura?
«Quello che Paolo poteva temere sta venendo fuori adesso in maniera lampante con la deposizione fatta da due magistrati che facevano parte del suo staff a Marsala. Questi colleghi nel '92 lo andarono a trovare e lo trovarono distrutto. Mio fratello piangendo gli disse di essere stato tradito da un amico. Questi erano i reali pericoli all'interno della magistratura. Probabilmente un amico, forse un magistrato, ha causato direttamente l'accelerazione della strage di via D'Amelio».

Su questo ci sono anche delle deposizioni di alcuni pentiti. Giusto?
«Un collaboratore di giustizia, che si chiama Pulci, ha anche raccontato che all'interno delle cosche tutti sapevano che mio fratello si era confidato con un uomo delle istituzioni. Era l'uomo sbagliato perché avvertì le cosche mafiose e, come disse testualmente Pulci, la mafia "fu avvisata di fare la strage"».

Le stragi di mafia sono sempre state piene di misteri. Quando fu ucciso il generale Dalla Chiesa fu aperta la cassaforte nel suo appartamento. A Falcone fu manomesso e cancellato il suo diario sul computer. E a suo fratello sparì l'agenda rossa. Quale legame accomuna tutti questi fatti?
«Mio fratello aveva segnato sull'agenda rossa tutte le dichiarazioni dei collaboratori di giustizia e tutte le valutazioni e le indagini sulla strage di Capaci della quale sosteneva a ragione di essere un testimone. Per questo motivo si aspettava di essere sentito dai magistrati. Ma non fu mai sentito da nessuno e venne ucciso prima che potesse farlo».

Anche qui tante prove, tante indizi, addirittura un uomo che viene visto allontanarsi con la borsa. Ma alla fine non è rimasto nulla, soltanto misteri e domande alle quali non è stata ancora data una risposta. Perché?
«La cosa terribile di tutta questa storia è che nonostante esistano le prove fotografiche della persona che ha sottratto la borsa dalla macchina, non si è mai riusciti ad arrivare alla fase dibattimentale di un processo. Questi processi, evidentemente, non dovevano andare avanti».

Paolo Borsellino a un certo punto disse anche alle persone più care «di aver capito tutto». Che cosa aveva capito?
«Quello che aveva capito lo ha lasciato detto nell'intervista a Fabrizio Calvi e a Jean Pierre Moscardo, un video mai trasmesso in Italia e che ora è possibile trovare su Internet. Mio fratello disse che erano in atto dei contatti tra la mafia e la politica e tra Cosa Nostra e alcuni imprenditori del Nord per portare avanti certe strategie per entrare nel mondo finanziario e in quello della politica. Lui lo lasciò detto in una frase che disse anche mia madre. "Sto vedendo la mafia in diretta". È chiaro che non parlava della mafia che aveva sempre combattuto, ma di qualche altra cosa: cioè la commistione tra mafia, politica, istituzioni e servizi segreti. Stava vedendo qualcosa di nuovo e lo aveva capito dopo le dichiarazioni di Gaspare Mutolo, che gli stava parlando di Signorino e di Contrada. Deve essere stato terribile per lui incontrare Contrada e Parisi proprio pochi minuti dopo che Mutolo gli aveva raccontato tutto questo».

Ora si parla di Castel Utveggio come del luogo dove materialmente è partito il comando per far esplodere l'auto parcheggiata in via D'Amelio. Lì c'era un ente che fungeva da copertura per i servizi segreti e da dove sono partite delle telefonate durante i giorni precedenti alla strage e forse anche subito dopo. Dopo tanti anni è questa la pista giusta?
«Sono tre anni che continuo a parlare del Castel Utveggio. Ora finalmente ci sono dei giudici seri a Caltanisetta e a Palermo e poi ci sono le rivelazioni di Massimo Ciancimino, il figlio di Vito. Il fatto che parli solo ora non deve sorprendere perché più volte ha sostenuto che certe domande prima nessuno gliele aveva mai fatte. E oggi tutto questo è finito anche sui giornali e finalmente si comincia a parlare di quello che avvenne a Castell Utveggio in quei giorni».

Lei però non ha mai avuto dubbi e ha sempre confidato su quella pista seguendo le intuizioni di Gioacchino Genchi, che per primo indicò quel posto come il punto cardine di tutta la strage di via D'Amelio.
«Oggi tutti parlano e ricordano, come ha fatto Ayala su Mancino. E i giudici ex colleghi di Paolo dopo tanti anni di silenzi vanno a deporre a Caltanisetta. Da mesi si parla di trattativa tra lo Stato e la mafia e si dà per scontato che ci sia stata. Si parla di Castel Utveggio in cui c'era un centro del Sisde. Da lì, come ha dimostrato Gioacchino Genchi, ci fu una telefonata che raggiunse una barca nel golfo di Palermo dove c'era Bruno Contrada con altri funzionari del Sisde. Poi lo stesso Contrada fece una telefonata, forse al Castello Utveggio o forse al centro dei servizi di via Roma, per chiedere che cosa era successo. Lì gli venne comunicato che era morto Paolo Borsellino. Tutto questo accadde 140 secondi dopo la strage. Ed è davvero strano perché io, che ero suo fratello, ebbi la certezza della sua morte soltanto cinque ore dopo».

Teme che la morte di suo fratello possa essere strumentalizzata per portare a compimento progetti di tutt'altro genere anziché per ristabilire la verità storica e fare veramente giustizia sul ruolo dei colpevoli e dei mandanti?
«Spesso mi chiedo da cosa nasca tutto questo interesse. Prima c'era gente che non ricordava e che ora ricorda e altri che prima non parlavano che adesso parlano. Sicuramente è in atto la fine di un ciclo di equilibri nati dopo la fine del '92. Questo forse porterà a un equilibrio nuovo. Che stia cambiando qualcosa lo dimostra anche quello che sta accadendo al presidente del Consiglio. Improvvisamente spuntano registrazioni, foto e sembra quasi che qualcuno abbia deciso che si deve cambiare qualcosa. Genchi dice sempre "chi di servizi ferisce, di servizi perisce". E mi trova pienamente d'accordo. Qualcuno sta mettendo sul tappeto degli elementi per destabilizzare questo equilibrio e crearne uno nuovo. Purtroppo non mi aspetto che le cose migliorino. Dopo Andreotti alla guida dell'Italia è arrivato Berlusconi e dopo Berlusconi non può arrivare che qualcosa di peggio».

Paolo Borselino in un discorso definì la lotta alla mafia come un movimento culturale e morale che deve abituare tutti «a sentire la bellezza del fresco profumo di libertà che si oppone al puzzo del compromesso morale, dell'indifferenza, della contiguità e quindi della complicità». Che cosa manca all'Italia per sentire il fresco profumo di libertà?
«La gente, in Italia, si trova meglio a stare nel puzzo del compromesso e della indifferenza piuttosto che sentire il fresco profumo di libertà. Forse siamo una Paese fatto di gente abituata a tenere la testa per terra con qualcuno sopra che ce la schiaccia. Siamo un Paese schiavo di un potere che facendo strage della nostra Costituzione, che sta distruggendo l'indipendenza dei poteri e che sta togliendo ai magistrati e alle forze dell'ordine i mezzi per poter esercitare le loro funzioni. Siamo uno Stato che con lo scudo fiscale sta facendo del puro e semplice riciclaggio di Stato con la garanzia dell'anonimità. Che cos'altro le devo dire?».

Mi dica come vede il futuro...
«Dobbiamo aspettarci che gli avvenimenti precipitino। Spero che almeno all'interno di questi avvenimenti si riuscirà ad avere un barlume di verità. Perché solo così si guadagnerà qualcosa. E magari verrà fatta giustizia di tutti questi morti, compreso mio fratello sul quale da troppi anni è calato un silenzio davvero insopportabile».
http://www.corriere.com/viewstory.php?storyid=90553

giovedì 13 agosto 2009

Falcone non deve parlare



di Pietro Orsatti su Left-Avvenimenti - 7 agosto 2009
Dove sono i diari elettronici del magistrato morto a Capaci? Qualcuno potrebbe averli distrutti per cancellare le prove dell’esistenza di apparati deviati dello Stato.

La riapertura dell’inchiesta a Palermo e Caltanissetta sulla trattativa fra Stato e Cosa nostra e sulle stragi del ’92 costringe a un esercizio della memoria. Tornando, appunto, a quell’anno terribile. «Questa sera debbo astenermi rigidamente - e mi dispiace, se deluderò qualcuno di voi - dal riferire circostanze che probabilmente molti di voi si aspettano che io riferisca, a cominciare da quelle che in questi giorni sono arrivate sui giornali e che riguardano i cosiddetti diari di Giovanni Falcone. Per prima cosa ne parlerò all’autorità giudiziaria, poi - se è il caso - ne parlerò in pubblico. Posso dire soltanto, e qui mi fermo affrontando l’argomento, e per evitare che si possano anche su questo punto innestare speculazioni fuorvianti, che questi appunti che sono stati pubblicati dalla stampa, sul Sole 24 Ore dalla giornalista Milella, li avevo letti in vita da Giovanni Falcone. Sono proprio appunti di Giovanni Falcone, perché non vorrei che su questo un giorno potessero essere avanzati dei dubbi». Così parlò Paolo Borsellino nel corso di una manifestazione promossa da MicroMega presso la biblioteca di Palermo il 25 giugno 1992, poche settimane prima della sua morte. I diari di Falcone. Anche Giuseppe Ayala, altro pm del maxi processo, parla di questi scritti sempre nel giugno del 1992. «Aveva un diario, sul quale scriveva tutto. Tutto era riportato in un dischetto, perché Falcone scriveva sul computer. Che io sappia, soltanto io, forse una volta Paolo Borsellino, e probabilmente la moglie di Falcone, Francesca, eravamo stati messi a conoscenza dell’esistenza del diario. Non so se il dischetto è stato trovato e, se è stato trovato, naturalmente sarà stato letto e conosciuto. Nel caso in cui, invece, non sia stato trovato o sia stato smarrito, si è perduta l’occasione per ricostruire dalla fonte più autorevole quel che è accaduto intorno a Giovanni Falcone, dentro e fuori il palazzo di Giustizia di Palermo».

Il procuratore di Caltanissetta dell’epoca, Salvatore Celesti (diventato in seguito procuratore generale a Palermo), che indagava per competenza sulla strage di Capaci, in prima battuta negò l’esistenza dei dischetti, poi ammise in parte l’esistenza dei file: «Sono stati acquisiti alcuni dischetti nell’abitazione e negli uffici di Falcone, ora affidati a tecnici per la trascrizione. Il lavoro non è completo, ed è segreto. Se nei dischetti ci sono episodi privati non saranno da noi resi pubblici». Talmente segreti che vennero addirittura cancellati, cosa che in qualche modo già temeva Ayala, come si intuisce rileggendo con attenzione le sue parole. Cancellati da un portatile Toshiba, da un’agenda elettronica Casio in via Notarbartolo a Palermo, dai computer del ministero di Giustizia in via Arenula a Roma. Da chi? Della vicenda si occupò anche Gioacchino Genchi che testimoniò in seguito. Ecco cosa dice: «Dopo l’accettazione di questo incarico, in effetti, ho dovuto rilevare una serie di atteggiamenti estremamente diversi da parte del ministero dell’Interno - afferma Genchi -. (…) Tenga conto che io allora rivestivo l’incarico di direttore della Zona telecomunicazioni (…) e proprio dopo la strage mi era stato dato l’incarico, per coordinare meglio alcune attività anticrimine, presso la Criminalpol della Sicilia occidentale di dirigente del Nucleo anticrimine. Il dirigente dell’epoca, che sicuramente non agiva da solo perché si vedeva che era portavoce di volontà e decisioni ben più alte, in effetti non mi ha certamente agevolato in questo lavoro (…); siamo ritornati con la decodifica dell’agenda, ho ricevuto varie pressioni (…) fui trasferito, per esigenze di servizio con provvedimento immediato, (…) dalla Zona telecomunicazioni all’Undicesimo reparto mobile». Tornando al procuratore Salvatore Celesti, c’è da dire che la storia, nonostante la sua carriera, lo smentì clamorosamente. Il 23 giugno 1992 il procuratore si lasciò sfuggire una dichiarazione che all’epoca fece scalpore. Affermò, infatti, che secondo lui sulla strage di Capaci «non c’è più mistero per quanto riguarda il diario». E contemporaneamente c’era chi cancellava la memoria del Toshiba, alterava i dati sui computer al ministero e sottraeva la scheda di memoria dell’agendina Casio. Il sospetto emerse subito, la conferma, anche grazie alla perizia di Genchi, arrivò qualche anno dopo. Ma intanto qualcuno, L’espresso, aveva rivelato parte del contenuto di questi diari, in particolare i 39 punti di conflitto e di dissidio fra Giovanni Falcone e il procuratore capo Pietro Giammanco che mise il magistrato morto a Capaci nella condizione di abbandonare la Procura e Palermo. Si andava, questo raccontava il settimanale, dalla decisione di togliere al giudice assassinato la delega per le inchieste di mafia fino alla controversia che coinvolse Falcone dopo che il nucleo speciale dei carabinieri consegnò in Procura il rapporto sulla mafia degli appalti e che il procuratore capo sottovalutò e sminuì pubblicamente.

Torniamo a Borsellino e a ciò che disse in quello che è stato il suo ultimo intervento pubblico prima della strage del 19 luglio 1992 a via D’Amelio. «Ecco perché forse ripensandoci, quando Caponnetto diceva “cominciò a morire nel gennaio del 1988” aveva proprio ragione anche con riferimento all’esito di questa lotta che egli fece soprattutto per poter continuare a lavorare». Sembra quasi che oggi si presenti il conto di quanto avvenuto 17 anni fa. «Quando si parla di trattative, di presenza in via D’Amelio di uomini dei servizi, di servitori dello Stato infedeli, di agende rosse e di uffici del Sisde a Castel Utveggio - spiega Salvatore Borsellino, fratello di Paolo - in realtà si raccontano cose che già allora erano emerse ma che poi forse sono state fatte cadere». Come avvenne nel caso delle dichiarazioni del tenente Carmelo Canale, ex maresciallo dei carabinieri promosso tenente per meriti speciali e collaboratore di Paolo Borsellino. Nel 1994 rilasciò dichiarazioni esplosive. Fra le tante, ecco alcune battute indicative del clima e del personaggio: «Il dottor Falcone era molto agitato, aveva gli occhi di fuori, parlava con Borsellino. “Caro Paolo, il responsabile del fallito attentato all’Addaura era Bruno Contrada” (…) Io rimasi sconvolto e mentre scendevamo le scale chiesi a Borsellino chi fosse Bruno Contrada. Borsellino mi pregò di non parlare con nessuno di quell’episodio (…). Nel corso di una conversazione telefonica Borsellino mi disse che aveva appreso da Falcone dell’intenzione di Gaspare Mutolo di iniziare a collaborare. Fra le prime cose che aveva rivelato, Mutolo aveva parlato di episodi di corruzione inerenti il giudice Domenico Signorino e Bruno Contrada».

Successivamente, nel 1997, Canale, accusato da due pentiti di mafia, venne processato per associazione esterna, e poi in seguito assolto (nel 2008 la conferma)। Anche sulle sue rivelazioni, e sulla sua vicenda, ci sono tante ombre, e come tante altre dichiarazioni dell’epoca tornano attuali. È sempre più evidente che, all’epoca, a Palermo due uffici dello Stato molto particolari, i Ros del generale Mario Mori e il Sisde di Bruno Contrada, agissero al limite della legalità e, a volte - è il caso di Contrada condannato - sfociassero in vera e propria collaborazione con la criminalità, in una sorta di continuità. La domanda è, oggi, se i due uffici agissero in concorrenza e all’oscuro ciascuno di cosa stesse facendo l’altro, oppure se su distinti punti si muovessero in convergenza. È certo, però, che senza la loro azione oggi si saprebbe molto di più di quello che avvenne fra il 1992 e il 1993, anno degli attentati a Firenze, Milano e Roma: i due anni delle stragi.
http://www.orsatti.info/archives/1608