sabato 19 settembre 2009

MAFIA: PARTINICO, ARRESTATO LATITANTE CONDANNATO PER DUPLICE OMICIDIO

MAFIA: PARTINICO, ARRESTATO LATITANTE CONDANNATO PER DUPLICE OMICIDIO

PARTINICO (PALERMO) (ITALPRESS) - I Carabinieri della Compagnia di Monreale (PA) hanno arrestato il latitante Salvatore Bagliesi, 51 anni. L'uomo, ritenuto un affiliato al clan mafioso Vitale - Fardazza di Partinico, era stato condannato all'ergastolo dalla Corte d'appello dal capoluogo siciliano all'ergastolo per il duplice omicidio di Roberto Rossello e Francesco Paolo Alduino. I fatti risalgono al 1999. Determinante, per la condanna, fu una perizia dell'esperto informatico Gioacchino Genchi, che aveva dimostrato la presenza dell'arrestato sul luogo del delitto. Bagliesi e' stato catturato a Partinico ed era latitante dal mese di dicembre 2008. (ITALPRESS). col 19-Set-09 20:06

martedì 15 settembre 2009

I falsi "trenini" del Giornale

http://www.youtube.com/watch?v=fFXn-lA_GLY

Ma quale "povera Italia".

Silvio Berlusconi attacca ingiustamente la (sua) stampa senza accorgersi che, invece, questa ha il merito di cercare le notizie, scavare (a fondo) e scovare lati oscuri e contraddizioni dei personaggi pubblici. Esiste un giornalismo d'assalto, in Italia, di cui nemmeno Berlusconi si era accorto.

Eppure ce l'ha a libro paga.

La notizia del giorno, che nessuno, forse per decenza, ha avuto la faccia di firmare, appare oggi sul sito del "Giornale" di Silvio Berlusconi (il Premier più volte ha dimostrato di esserne il vero dominus a dispetto della proprietà intestata alla Finanziaria del fratello Paolo) e diretto da Vittorio Feltri.

E' ovvio che se qualcuno gli dovesse chiedere spiegazioni lui dirà di non sapere. nulla e, magari, di non sentire Feltri da mesi.

E cosa è successo di così "scottante" da dover essere raccontato?

Succede che un gruppo di ragazzi dei Meetup di Beppe Grillo, i "Grilli del Pigneto" abbia organizzato una festa, e non un festino, a Lido di Maccarese, vicino Roma, invitando l'uomo, Luigi de Magistris, e la donna,Sonia Alfanopiù votati alle ultime elezioni al parlamento europeo.

Una tornata elettorale che ha visto due stimatissime persone raggiungere uno straordinario risultato grazie alla loro specchiata moralità e alle loro capacità oggi al servizio dei cittadini italiani ed europei. Un risultato raggiunto anche grazie al sostegno della rete. Dove l'informazione, non manipolata e non "inFeltrita", circola liberamente e senza le incrostazioni del "sistema".

Quegli splendidi ragazzi, per organizzare questa festa, si sono autotassati per coprire tutte le spese organizzative e tenevano molto alla presenza degli importanti ospiti che non si sono fatti pregare.

In trenta righe di falso scoop, però, Il Giornale racconta almeno 5 bugìe infarcendo l'articolo di allusioni e parallelismi quantomeno azzardati, per non dire tristemente comici.

"Ma allora le feste non le fa solo il premier? – si domanda Il Giornale – No, anche l'opposizione balla e canta il karaoke, anche l'opposizione più feroce, quella dei Di Pietro boys and girls, alias grillini prestati al dipietrismo."

Lo scopo è difendere Berlusconi e le sue arcinote debolezze.

Nessuno potrebbe scandalizzarsi per una festa dove Berlusconi figurava tra gli invitati, a parte il compleanno di una diciottenne che lo "chiamava Papi" e sulla cui conoscenza il premier ha raccontato bugìe a raffica.

L'opinione pubblica è scossa per i "festini" di Silvio Berlusconi. Cosa ben diversa.

Sempre "Il Giornale", che vanta tra le sue file ottimi "informatori", racconta di un trenino a cui avrebbe preso parte, oltre a Sonia Alfano e Luigi de Magistris anche Gioacchino Genchi e Salvatore Borsellino.

Falso.

Salvatore Borsellino al "Paradise Villagenon c'è mai stato. E' semplicemente intervenuto telefonicamente come Beppe Grillo per salutare i ragazzi e dare conforto del loro impegno in tante battaglie che ci li vedono quotidianamente protagonisti.

Quelle per la libera informazione, contro leggi anti-democratiche, a sostegno dei magistrati onesti che in questo paese sono tanti e circondati da ostacoli.

Sottolinea la presenza di "belle ragazze", Il Giornale,  domandandosi ancora una volta se "le feste e le danze non si fanno solo nella maggioranza" dimenticando di raccontare un particolare che non è sfuggito agli ospiti né al servizio di sicurezza.

Sul finire della serata e non alle 6 del mattino come scritto, scesa da un'automobile scura e con autista, compariva tra gli invitati una ragazza molto "allegra" che si è dilettata nel farsi scattare foto.

Una giovane e bella ragazza estremamente spigliata, che sfortunatamentenessuno conosceva e nessuno aveva invitato voleva a tutti i costi essere immortalata, in pose anche poco ortodosse, al fianco degli invitati più in vista.

Lei si è allontanata, forse delusa di non aver completato la missione che le era stata assegnata.

"Il Giornale" si accontenta con le solite, grottesche, mistificazioni.

A differenza delle feste di Noemi, l'unico "minorenne" in quella festa era il figlio tredicenne di Gioacchino Genchi, Walter.

Le due uniche verità del Giornale, a conti fatti, sono rappresentate dalla presenza, sì, di belle ragazze e che, come tutti, avevano pagato 15 euro per partecipare.

Altra cosa, rispetto alle ragazze pagate per partecipare alle feste ed i festini del premier.

Particolare da non sottovalutare, inoltre, a Lido di Maccarese non ci sono state eruzioni del finto vulcano, né finte erezioni.Mancava pure il lettone di Putin.

Il trenino è vero. E' stato fatto in onore ad un giovane ragazzo costretto sulla sedia a rotelle.

Se solo gli spioni de "Il Giornale" avessero riportato l'intervento di Sonia per festeggiare il compleanno di Roberto Monaco ed il saluto ad un altro giovane disabile, forse ci sarebbe stata anche l'occasione per commuoversi.

Ma questa è solo la "verità" e come tale no può appartenere agli scoop de "Il Giornale".

Questi sono i sentimenti della gioia, dell'amicizia e della solidarietà sincerca della gente per bene, che di certo non può capire ed apprezzare chi vive solo di mistificazioni, di falsità e di ipocrisia.

La festa organizzata dai "Grilli del Pigneto" era stata intitolata "Onorevoli on the beach".

Qualcuno, rifacendosi a Villa Certosa o Palazzo Grazioli, ne aveva travisato il titolo. No. Non era "Onorevoli on the bitch".


mercoledì 9 settembre 2009

Se telefonando … (oggi più attuale di quando è stato pubblicato: il 21 marzo 2003)

Quando è scoppiato il "caso Genchi" in molti si sono chiesti il perché di tanto accanimento contro un funzionario di polizia, consulente dell'Autorità Giudiziaria, che per oltre un ventennio aveva collaborato con successo alle più importanti inchieste italiane.

A parte gli attacchi di Rutelli e di Mastella - che potevano spiegarsi, visto che le indagini di Catanzaro avevano toccato un loro amico - hanno lasciato di stucco le esternazioni del Presidente Berlusconi, quando ha parlato di me, anticipando la vigilia "del più grande scandalo della storia della Repubblica".

Oggi e nei prossimi giorni inizierete a spiegarvi il perché di tutto questo.

Il perché hanno cercato di bloccare e di distruggere un uomo e un servitore dello Stato, che aveva sempre operato alla ricerca della Verità e della Giustizia, commettendo il solo errore di ostinarsi nel pensare che la Legge fosse "uguale per tutti": per i mafiosi, i pedofili, gli extracomunitari, i politici, i potenti e financo per il Presidente del Consiglio.

Ovviamente mi sono sbagliato e per questo oggi pago le conseguenze.

In attesa dell'uscita del libro sulla mia vicenda - ormai agli sgoccioli - vi ripropongo un un articolo di Gianni Barbacetto, pubblicato sul Diario di Enrico Deaglio il 21 marzo 2003, oggi più attuale e interessante di quando è stato scritto.

Un forte abbraccio ed un arrivederci a quanti mi scrivono e mi hanno sostenuto in questi momenti difficili. Una rassicurazione per tutti: non ho alcuna intenzione di arrendermi!

Gioacchino Genchi

Se telefonando ...

C'è un contatto diretto, nel 1994, tra Silvio Berlusconi
e un uomo al lavoro per costruire il «partito di Cosa nostra».
È emerso al processo palermitano per mafia contro Dell'Utri

di Gianni Barbacetto

C'è stato un contatto telefonico diretto, nel 1994, agli albori di Forza Italia, tra Silvio Berlusconi e un uomo allora impegnato a costruire «il partito di Cosa nostra». Lo ha raccontato un consulente della procura di Palermo, Gioacchino Genchi, in una delle udienze del processo in corso nella città siciliana con imputato Marcello Dell'Utri, accusato di concorso esterno in associazione mafiosa. A telefonare ad Arcore, al numero riservato di Berlusconi, alle ore 18.43 del 4 febbraio 1994, è il principe Domenico Napoleone Orsini.

Esponente dell'aristocrazia nera romana, massone
, Orsini è in contatto con il capo della P2 Licio Gelli, che va anche a incontrare a villa Wanda, ad Arezzo. Dopo una gioventù nell'estrema destra neofascista, nei primi anni Novanta Orsini si scopre leghista. Nel novembre 1993 accoglie Umberto Bossi che scende nella Roma ladrona per incontrare i suoi sostenitori nella capitale: si riuniscono nella villa di Trastevere di Gaia Suspisio per una cena e brindisi con Veuve Cliquot, costo politico centomila lire, a cui partecipano, tra gli altri, il giornalista Fabrizio Del Noce, la vedova del fondatore del Tempo Maria Angiolillo e Maria Pia Dell'Utri, moglie di Marcello. Mentre viene servita la crostata di frutta, Bossi si avventura in un comizio di tre quarti d'ora, che si conclude solo quando la brigata si trasferisce al Piper, storica discoteca romana.Orsini si impegna nella Lega Italia federale, articolazione romana della Lega nord. Ma, forte dei contatti con Gelli, lavora per un progetto più ampio: riunire tutti i movimenti «separatisti», tutte le «leghe» nate in quei mesi nel Sud del Paese. Sono per lo più uomini della massoneria a fondare in molte regioni del Sud, dalla Calabria alla Lucania, dalla Puglia alla Sicilia, piccoli gruppi che si ispirano alla Lega di Bossi. I partiti storici, Dc in testa, sono allo sbando, anche per effetto delle inchieste di Mani pulite. Molti lavorano sotto traccia per riempire quel vuoto politico, mentre le stragi del '92, in cui muoiono Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, e del'93, a Firenze, Roma e Milano, destabilizzano il Paese.

Il principe Orsini è tra i più attivi in quei mesi:
contatta i notabili che hanno fondato le «leghe del Sud», li riunisce, si offre come loro candidato unico alle elezioni, proponendo la costituzione di un'unica, grande «Lega meridionale», in rapporti ambivalenti con la Lega di Bossi: contrapposizione polemica, dichiarata riscossa del Sud contro il Nord, ma sostanziale alleanza e convergenza d'intenti, nel comune progetto di spezzare e frantumare l'Italia. Nello stesso periodo, qualcun altro era molto attivo negli stessi ambienti. Lo racconta Tullio Cannella, uomo molto vicino al capo militare di Cosa nostra, Leoluca Bagarella, impegnato nelle stragi: «Sin dal 1990-91 c'era un interesse di Cosa nostra a creare movimenti separatisti; erano sorti in tutto il Sud movimenti con varie denominazioni, ma tutti con ispirazioni e finalità separatiste. Questi movimenti avevano una contrapposizione "di facciata" con la Lega nord, ma nella sostanza ne condividevano gli obiettivi. Successivamente, sorgono a Catania il movimento Sicilia libera e in altri luoghi del Sud movimenti analoghi. Tutte queste iniziative nascevano dalla volontà di Cosa nostra di "punire i politici una volta amici", preparando il terreno a movimenti politici che prevedessero il coinvolgimento diretto di uomini della criminalità organizzata o, meglio, legati alla criminalità, ma "presentabili"». È la mafia che si fa partito: dopo aver constatato l'inutilizzabilità della Democrazia cristiana, che aveva lasciato diventare definitive le condanne al maxiprocesso di Palermo, Totò Riina e i suoi cercano figure «presentabili» per varare in proprio una nuova forza politica.

«Nell'ottobre 1993», continua Cannella, «su incarico di Bagarella costituii a Palermo il movimento Sicilia libera», che apre una sede in via Nicolò Gallo e ha tra i suoi animatori, oltre allo stesso Cannella, anche Vincenzo La Bua. A Catania era nata la Lega Sicilia libera, controllata da Nando Platania e Nino Strano. Programma: la separazione dall'Italia della Sicilia, che doveva diventare «la Singapore del Mediterraneo», con conseguente possibilità di varare leggi più favorevoli a Cosa nostra, bloccare i «pentiti», annullare l'articolo 41 bis dell'ordinamento carcerario che aveva introdotto il carcere duro per i mafiosi, formare in Sicilia una autonoma Corte di cassazione...

I fondatori di «cosa nuova»

Agli uomini di Cosa nostra non sfugge fin dall'inizio che questo progetto è ambizioso e di difficile realizzazione. Per questo si lasciano aperta un'altra possibilità: cercare rapporti e offrire sostegno a nuove forze politiche nazionali che stanno nascendo sulle rovine del vecchio sistema dei partiti. «Le due strategie già coesistevano», racconta Cannella, «e lo stesso Bagarella sapeva della prossima "discesa in campo" di Silvio Berlusconi».

È Forza Italia, dunque, la carta
di riserva di Cosa nostra. I suoi uomini sono informati in anticipo, attraverso canali privilegiati, dei programmi di Forza Italia. Li conoscono addirittura prima che il nome Forza Italia sia lanciato da Berlusconi sul mercato della politica. Prosegue infatti Cannella: «Bagarella, tuttavia, non intendeva rinunciare al programma separatista, perché non voleva ripetere "l'errore" di suo cognato (Riina, ndr), cioè dare troppa fiducia ai politici, e voleva, quindi, conservarsi la carta di un movimento politico in cui Cosa nostra fosse presente in prima persona. Inoltre, va detto che vi era un'ampia convergenza tra i progetti, per come si andavano delineando, del nuovo movimento politico capeggiato da Berlusconi e quelli dei movimenti separatisti. Si pensi al progetto di fare della Sicilia un porto franco, che era un impegno dei movimenti separatisti e un impegno dei siciliani aderenti a Forza Italia. Si pensi ancora che, all'inizio del 1994, da esponenti della Lega nord (Tempesta, Marchioni e il principe Orsini), con i quali avevo avuto diretti contatti, ero stato notiziato dell'esistenza di trattative fra Bossi e Berlusconi per un apparentamento elettorale e per un futuro accordo di governo che prevedeva, fra l'altro, il federalismo tra gli obiettivi primari da perseguire. Marchioni mi aveva riferito che un parlamentare della Lega nord, questore del Senato, aveva confermato che il futuro movimento, che avrebbe poi preso il nome di Forza Italia, aveva sposato in pieno la tesi federalista».

Giovanni Marchioni, un imprenditore
vicino alla Lega Italia federale, l'articolazione romana della Lega nord, ha confermato che i promotori delle «leghe del Sud» si sono riuniti a Lamezia Terme. Erano presenti, tra gli altri, La Bua e Strano per Sicilia libera, oltre ai rappresentanti di Calabria libera, Lucania libera e Campania libera. In questa occasione il principe Orsini si propone come candidato unico del futuro raggruppamento di tutte quelle organizzazioni. Orsini conferma tutto ai magistrati palermitani e ammette «di avere chiaramente intuito il tipo di interessi che Sicilia libera intendeva tutelare», scrivono i magistrati di Palermo, «specialmente dopo che Cannella gli disse esplicitamente che "occorreva tenere un discorso all'Ucciardone per poi perorare la causa del noto 41 bis dell'ordinamento penitenziario"».

Già verso la fine del 1993,
comunque, un boss di Cosa nostra impegnato in prima persona nella strategia delle stragi avverte Cannella che quella del movimento separatista non è l'unica via: «Nel corso di un incontro con Filippo Graviano, questi, facendo riferimento al movimento Sicilia libera di cui ero notoriamente promotore, mi disse testualmente: "Ti sei messo in politica, ma perché non lasci stare, visto che c'è chi si cura i politici... Ci sono io che ho rapporti ad alti livelli e ben presto verranno risolti i problemi che ci danno i pentiti». Graviano e, nell'ombra, Bernardo Provenzano, nei mesi seguenti constatano che la strada separatista non è percorribile. È in questo clima che si intrecciano rapporti frenetici tra esponenti delle «leghe» e uomini di Forza Italia.

Gioacchino Genchi è un poliziotto
esperto in analisi dei traffici telefonici. Da tempo è in aspettativa dalla Polizia e dal suo ufficio di Palermo pieno di computer svolge il ruolo di consulente per diverse procure italiane. Per quella di Palermo ha analizzato, con i suoi programmi e i suoi data base, i flussi telefonici dei protagonisti della stagione di Sicilia libera. Scoprendo nei tabulati della Telecom e degli altri gestori telefonici una serie di contatti insospettabili.

Quel 4 febbraio 1994

Il giorno chiave
è il 4 febbraio 1994. Il principe Orsini alle 10.50 telefona a Stefano Tempesta, esponente leghista vicino a Sicilia libera. Nel primo pomeriggio, alle 15.55, raggiunge al telefono Cannella, l'inviato di Bagarella nella politica. Subito dopo, alle 16.14, chiama la sede di Sicilia libera a Palermo. Alle 18.43 chiama Arcore: il numero è quello riservato a cui risponde Silvio Berlusconi. Immediatamente dopo chiama Marcello Dell'Utri. Alle 19.01 telefona di nuovo a Tempesta, che raggiunge ancora alle 19.20. Nei giorni successivi i contatti di Orsini continuano. Il 7 febbraio 1994, alle 17.34, chiama Sicilia libera. Il giorno dopo parla due volte con Dell'Utri. Il 10 febbraio alle 13.26 telefona a Cesare Previti. Il 14 febbraio contatta ancora Dell'Utri e, alle 16.04, Vittorio Sgarbi.

L'analisi al computer dei tabulati
di migliaia di telefonate, naturalmente, non può far conoscere i contenuti dei contatti. Ma rivela i rapporti, le connessioni. Un deputato regionale siciliano dell'Udc, Salvatore Cintola, per esempio, nel periodo tra il 9 ottobre 1993 e il 10 febbraio 1994 chiama 96 volte il cellulare di Tullio Cannella, l'uomo di Sicilia libera. In quei mesi cruciali a cavallo tra il '93 e il '94 sono molti i contatti tra la sede di Sicilia libera e i numeri della Lega nord, a Roma, a Verona, a Belluno. Poi, quando l'opzione «leghista» tramonta, crescono i rapporti telefonici con uomini di Forza Italia. Gianfranco Micciché, Gaspare Giudice, Pippo Fallica, Salvatore La Porta. E Giovanni Lalia, che di Forza Italia siciliana è uno dei fondatori. È lui che dà vita al club forzista di Misilmeri, che anima il gruppo che si riunisce all'Hotel San Paolo di Palermo, formalmente posseduto dal costruttore Gianni Ienna, ma considerato dagli investigatori proprietà dei Graviano e per questo confiscato. È sempre lui, Lalia, che cede il suo cellulare a mafiosi di Misilmeri, il giro di Giovanni Tubato (poi ucciso) e Stefano Benigno (cugino di Lalia, in seguito condannato per le stragi del '93).

Le analisi dei traffici telefonici
mettono in risalto anche gli intensi rapporti tra Marcello Dell'Utri e un gruppo di imprenditori siciliani attivi a Milano nel settore delle pulizie, capitanati da Natale Sartori e Antonino Currò, arrestati poi nel 1998 a Milano. Il gruppo di Sartori e Currò era a sua volta in strettissimi rapporti con il mafioso Vittorio Mangano, un tempo «stalliere» nella villa di Berlusconi ad Arcore. Un capomafia del peso di Giovanni Brusca ha testimoniato a Palermo che il tramite tra Berlusconi e Cosa nostra, a Milano, sarebbe proprio «un imprenditore nel settore delle pulizie». Chissà, si sono chiesti gli investigatori del caso Sartori-Currò, se ha a che fare con i nostri eroi. Ma per ora quell'imprenditore – ammesso che esista – è rimasto senza volto e senza nome.
Restano soltanto i fili sottili dei rapporti intrecciati, nel momento forse più drammatico della storia italiana del dopoguerra, tra gli uomini di Cosa nostra, i promotori delle leghe, i fondatori di Forza Italia. Che questi contatti ci siano stati è ormai certo. Che cosa si siano detti, quali trattative, quali eventuali promesse si siano fatti non è invece ancora dato di sapere con certezza. Il momento fondativo della cosiddetta Seconda Repubblica resta avvolto nel mistero.

Diario, 21 marzo 2003

venerdì 4 settembre 2009

Calendario degli interventi di settembre

A richiesta dei numerosi amici che mi scrivono, riepilogo il calendario degli incontri a cui parteciperò nelle prossime settimane, sui temi della giustizia, della legalità e dell'informazione, in attesa dell'uscita del libro …:
 
 
"Giustizia e Verità" – Ascoli Piceno, 18-09-2009, ore 18,00
Il 18 settembre 2009, alle ore 18,00, nella sala Docens di Piazza Roma, ad Ascoli Piceno, parteciperò con Salvatore Borsellino all'incontro organizzato dagli amici di Beppe Grillo di Ascoli Piceno sul tema: "Giustizia e Verità"
 
 
"Giustizia e sicurezza" – Vasto, 19-09-2009, ore 15,00
Il 19-09-2009, alle ore 15,00, al Palazzo D'Avalos, nella Piazza L.V. Pudente di Vasto, parteciperò all'incontro organizzato da Italia dei Valori sui temi della giustizia e della sicurezza, con Salvatore Borsellino, Luigi de Magistris e Luigi Li Gotti. Modererà il dibattito Peter Gomez
 
 
Festa dell'informazione – Mestre, 20-09-2009, ore 18,00
Il 20 settembre 2009, alle ore 18,00, al Parco Antonio Albanese di Mestre, parteciperò con Salvatore Borsellino e Benny Calasanzio alla festa dell'informazione, organizzata dagli amici di "Beppe Grillo" di Venezia, , che avrà inizio da sabato 19 settembre.
 
 
21 settembre 2009, ore 8,00-9,00, Gioacchino Genchi su "Antenna 3 Nordest"
Lunedì 21 settembre 2009, dalle 8,00 alle 9,00, parteciperò in diretta alla trasmissione "La Voce del Mattino", condotta da Fabio Fioravanzi su "Antenna 3 Nordest"
 
 
"Intercettazioni: quale verità?" - Pordenone, 21-09-2009, ore 20,45
Il 21 settembre 2009, alle ore 20,45, all'Auditorium della Regione di Pordenone (Via Roma, 1), parteciperò all'incontro organizzato dall'Associazione culturale "Il Sicomoro" sul tema: "INTERCETTAZIONI: quale verità?"
Modera Monica Centofante, della redazione di "Antimafiaduemila"
 
 
"Verità e legalità" – Treviso, 22-09-2009, ore 20,30
Il 22 settembre 2009, alle ore 20,30, nella sala convegni dell'Hotel Ca' del Galletto di Treviso, in Via S. Bona Vecchia 30, parteciperò con Benny Calasanzio all'incontro organizzato dagli amici di Beppe Grillo di Treviso sul tema: "Verità e legalità"
 
 
24-09-2009, dalle 6,00 alle 8,30, Gioacchino Genchi su CANALE ITALIA
Giovedì 24 settembre 2009, dalle 6,00 alle 8,30 del mattino, parteciperò alla trasmissione televisiva "Notizie Oggi", condotta da Gianluca Versace su CANALE ITALIA, in onda tanto in chiaro che sul canale Sky 883. Avrò il piacere di rispondere in diretta alle domande degli spettatori, che potranno intervenire chiamando il numero 049 63 11 11
 
 
"Mafia e Stato: guerra o compromesso?" – Ravenna, 24-09-2009, ore 21,00
Il 24 settembre 2009, alle ore 21,00, alla Sala d'Attore di Ravenna, parteciperò con Benny Calasanzio all'incontro organizzato dall'associazione "punto a capo" sul tema: "Mafia e Stato: guerra o compromesso?

... potrebbero aggiungersi altri eventi …, che aggiornerò nello stesso post

lunedì 17 agosto 2009

Salvatore Borsellino: «Mafia e Stato hanno ucciso mio fratello»


17 agosto 2009
Salvatore Borsellino racconta al Corriere Canadese tutte le nuove scoperte sulla strage di via D'Amelio
di Mario Cagnetta

Dopo tanti anni, un po' di verità sta venendo a galla sulla strage di via D'Amelio. Una strage che già allora era apparsa molto più complessa da capire rispetto a quella di Capaci dove perse la vita Giovanni Falcone assieme alla sua scorta.

Ora, per spiegare la morte di Paolo Borsellino si parla di servizi segreti deviati, dello Stato italiano che non solo cerca di scendere a patti con Cosa Nostra comandata da Totò Riina ma lascia anche da solo il magistrato che con Falcone più aveva contribuito alla lotta contro la mafia, emettendo così la sua definitiva condanna a morte. Salvatore Borsellino, fratello di Paolo, dopo anni di silenzio ha deciso di parlare e ora ci racconta la sua verità.

Dottor Borsellino dopo strage di Capaci, suo fratello Paolo capì di avere le ore contate. Che cosa stava accadendo intorno a lui?
«In quel periodo non era soltanto Paolo ad aver capito di avere le ore contate. Uccidere Falcone senza uccidere Paolo equivaleva a fare un lavoro a metà. Paolo, infatti, se lasciato vivo, avrebbe continuato a fare quello che aveva fatto insieme con Falcone: ovvero combattere in tutte le maniere la criminalità organizzata. Lo avrebbe fatto da solo o contando sull'aiuto di pochi perché in fondo lo Stato ha sempre delegato ai magistrati certi compiti e certe responsabilità che, invece, avrebbe dovuto assumersi in prima persona».

La strage, però, arrivò a neanche sessanta giorni da quella di Capaci. Come mai una così brusca accelerata per liberarsi di un uomo che sarebbe dovuto morire comunque?
«Quello che nessuno si aspettava, e forse nemmeno Paolo se non negli ultimi giorni, era che la strage di via D'Amelio avrebbe seguito a così breve distanza di tempo quella di Capaci. Del resto, numerosi mafiosi avevano giudicato troppo prematuro questo passo e lo avevano fatto presente direttamente a Riina. Ma Riina rispose che la strage si doveva fare subito perché era stata promessa a qualcuno».

Il capo dell'ufficio istruzione di Palermo, Antonino Caponnetto, disse che Falcone morì nel gennaio del 1988 quando nominarono Antonino Meli come suo sostituto. Mi dica quando cominciò a morire Paolo Borsellino?
«Mio fratello iniziò a morire il primo luglio del 1992 dopo l'incontro che ebbe con il ministro della Giustizia di allora Nicola Mancino. Nonostante quest'ultimo continui a negare pervicacemente, lì deve essere stata proposta quella trattativa tra lo Stato e la mafia alla quale Paolo si deve essere opposto nella maniera più assoluta. E a questo punto non restava che quella soluzione e cioè uccidere Paolo ed eliminarlo in fretta».

Che cosa avrebbe potuto fare un magistrato sia pur influente come lui, per fermare una trattativa tra Stato e mafia?
«Poco. Ma di sicuro avrebbe portato quella trattativa agli occhi dell'opinione pubblica come aveva fatto dopo che si era trasferito a Marsala e aveva denunciato il colpo di spugna dello Stato nei confronti della mafia. In quell'occasione affermò che si stava distruggendo il pool antimafia. A seguito dell'intervista a L'Unità e a La Repubblica venne deferito al Csm che però non ebbe il coraggio di prendere dei provvedimenti disciplinari».

Suo fratello capiva molto bene i giochi sotterranei della mafia e della politica. Come spiega allora i tentativi di nominarlo capo della Superprocura antimafia e la candidatura a presidente della Repubblica? Non crede che esporre la sua figura servisse soltanto ad indebolirlo fino a renderlo un bersaglio da eliminare?
«L'idea è che certi coinvolgimenti non servissero altro che ad aumentare il rischio intorno alla sua persona. Non tanto per la candidatura alla presidenza della Repubblica che poteva lusingarlo. Ma per la nomina a capo della Superprocura antimafia. Era chiaro, infatti, che questo portava la mafia a vendicarsi. Mio fratello rimproverò all'allora ministro Scotti di non avergli preannunciato nulla di quello che stava accadendo. Ricordo anche che gli telefonai e che mi rispose confermandomi la sua disponibilità ad accettare quella carica a patto però che le misure di sicurezza intorno alla sua persona cambiassero radicalmente».

A distanza di anni ci può spiegare perché alcuni magistrati di allora hanno denigrato due eroi come Falcone e Borsellino?
«Ricordo che Paolo chiamò giuda un esponente del Csm. Questo giudice era Vincenzo Geraci, che aveva fatto credere a Caponnetto e Falcone che fossero stati raggiunti i voti necessari per poter nominare Falcone come successore di Caponnetto. In seguito le cose andarono diversamente e lo stesso Geraci votò contro Falcone, favorendo l'elezione di Meli che ostacolò l'attività di Giovanni e portò allo smembramento del pool. Falcone decise allora di andare a lavorare al ministero di Giustizia. Cosa che si rivelò positiva perché riuscì a sfruttare anche questo campo di battaglia e fece applicare il meccanismo di rotazione anche all'interno della Cassazione. Ciò significò l'esclusione dell'"l'ammazzasentenze" Corrado Carnevale dal maxiprocesso, che venne affidato a un'altra sezione. E le condanne emesse in primo grado vennero confermate. Questo provocò la reazione selvaggia della mafia con l'uccisione di Salvo Lima, di uno dei cugini Salvo».

La congiura di certi giudici in quale misura spaventava suo fratello? Di cosa aveva paura?
«Quello che Paolo poteva temere sta venendo fuori adesso in maniera lampante con la deposizione fatta da due magistrati che facevano parte del suo staff a Marsala. Questi colleghi nel '92 lo andarono a trovare e lo trovarono distrutto. Mio fratello piangendo gli disse di essere stato tradito da un amico. Questi erano i reali pericoli all'interno della magistratura. Probabilmente un amico, forse un magistrato, ha causato direttamente l'accelerazione della strage di via D'Amelio».

Su questo ci sono anche delle deposizioni di alcuni pentiti. Giusto?
«Un collaboratore di giustizia, che si chiama Pulci, ha anche raccontato che all'interno delle cosche tutti sapevano che mio fratello si era confidato con un uomo delle istituzioni. Era l'uomo sbagliato perché avvertì le cosche mafiose e, come disse testualmente Pulci, la mafia "fu avvisata di fare la strage"».

Le stragi di mafia sono sempre state piene di misteri. Quando fu ucciso il generale Dalla Chiesa fu aperta la cassaforte nel suo appartamento. A Falcone fu manomesso e cancellato il suo diario sul computer. E a suo fratello sparì l'agenda rossa. Quale legame accomuna tutti questi fatti?
«Mio fratello aveva segnato sull'agenda rossa tutte le dichiarazioni dei collaboratori di giustizia e tutte le valutazioni e le indagini sulla strage di Capaci della quale sosteneva a ragione di essere un testimone. Per questo motivo si aspettava di essere sentito dai magistrati. Ma non fu mai sentito da nessuno e venne ucciso prima che potesse farlo».

Anche qui tante prove, tante indizi, addirittura un uomo che viene visto allontanarsi con la borsa. Ma alla fine non è rimasto nulla, soltanto misteri e domande alle quali non è stata ancora data una risposta. Perché?
«La cosa terribile di tutta questa storia è che nonostante esistano le prove fotografiche della persona che ha sottratto la borsa dalla macchina, non si è mai riusciti ad arrivare alla fase dibattimentale di un processo. Questi processi, evidentemente, non dovevano andare avanti».

Paolo Borsellino a un certo punto disse anche alle persone più care «di aver capito tutto». Che cosa aveva capito?
«Quello che aveva capito lo ha lasciato detto nell'intervista a Fabrizio Calvi e a Jean Pierre Moscardo, un video mai trasmesso in Italia e che ora è possibile trovare su Internet. Mio fratello disse che erano in atto dei contatti tra la mafia e la politica e tra Cosa Nostra e alcuni imprenditori del Nord per portare avanti certe strategie per entrare nel mondo finanziario e in quello della politica. Lui lo lasciò detto in una frase che disse anche mia madre. "Sto vedendo la mafia in diretta". È chiaro che non parlava della mafia che aveva sempre combattuto, ma di qualche altra cosa: cioè la commistione tra mafia, politica, istituzioni e servizi segreti. Stava vedendo qualcosa di nuovo e lo aveva capito dopo le dichiarazioni di Gaspare Mutolo, che gli stava parlando di Signorino e di Contrada. Deve essere stato terribile per lui incontrare Contrada e Parisi proprio pochi minuti dopo che Mutolo gli aveva raccontato tutto questo».

Ora si parla di Castel Utveggio come del luogo dove materialmente è partito il comando per far esplodere l'auto parcheggiata in via D'Amelio. Lì c'era un ente che fungeva da copertura per i servizi segreti e da dove sono partite delle telefonate durante i giorni precedenti alla strage e forse anche subito dopo. Dopo tanti anni è questa la pista giusta?
«Sono tre anni che continuo a parlare del Castel Utveggio. Ora finalmente ci sono dei giudici seri a Caltanisetta e a Palermo e poi ci sono le rivelazioni di Massimo Ciancimino, il figlio di Vito. Il fatto che parli solo ora non deve sorprendere perché più volte ha sostenuto che certe domande prima nessuno gliele aveva mai fatte. E oggi tutto questo è finito anche sui giornali e finalmente si comincia a parlare di quello che avvenne a Castell Utveggio in quei giorni».

Lei però non ha mai avuto dubbi e ha sempre confidato su quella pista seguendo le intuizioni di Gioacchino Genchi, che per primo indicò quel posto come il punto cardine di tutta la strage di via D'Amelio.
«Oggi tutti parlano e ricordano, come ha fatto Ayala su Mancino. E i giudici ex colleghi di Paolo dopo tanti anni di silenzi vanno a deporre a Caltanisetta. Da mesi si parla di trattativa tra lo Stato e la mafia e si dà per scontato che ci sia stata. Si parla di Castel Utveggio in cui c'era un centro del Sisde. Da lì, come ha dimostrato Gioacchino Genchi, ci fu una telefonata che raggiunse una barca nel golfo di Palermo dove c'era Bruno Contrada con altri funzionari del Sisde. Poi lo stesso Contrada fece una telefonata, forse al Castello Utveggio o forse al centro dei servizi di via Roma, per chiedere che cosa era successo. Lì gli venne comunicato che era morto Paolo Borsellino. Tutto questo accadde 140 secondi dopo la strage. Ed è davvero strano perché io, che ero suo fratello, ebbi la certezza della sua morte soltanto cinque ore dopo».

Teme che la morte di suo fratello possa essere strumentalizzata per portare a compimento progetti di tutt'altro genere anziché per ristabilire la verità storica e fare veramente giustizia sul ruolo dei colpevoli e dei mandanti?
«Spesso mi chiedo da cosa nasca tutto questo interesse. Prima c'era gente che non ricordava e che ora ricorda e altri che prima non parlavano che adesso parlano. Sicuramente è in atto la fine di un ciclo di equilibri nati dopo la fine del '92. Questo forse porterà a un equilibrio nuovo. Che stia cambiando qualcosa lo dimostra anche quello che sta accadendo al presidente del Consiglio. Improvvisamente spuntano registrazioni, foto e sembra quasi che qualcuno abbia deciso che si deve cambiare qualcosa. Genchi dice sempre "chi di servizi ferisce, di servizi perisce". E mi trova pienamente d'accordo. Qualcuno sta mettendo sul tappeto degli elementi per destabilizzare questo equilibrio e crearne uno nuovo. Purtroppo non mi aspetto che le cose migliorino. Dopo Andreotti alla guida dell'Italia è arrivato Berlusconi e dopo Berlusconi non può arrivare che qualcosa di peggio».

Paolo Borselino in un discorso definì la lotta alla mafia come un movimento culturale e morale che deve abituare tutti «a sentire la bellezza del fresco profumo di libertà che si oppone al puzzo del compromesso morale, dell'indifferenza, della contiguità e quindi della complicità». Che cosa manca all'Italia per sentire il fresco profumo di libertà?
«La gente, in Italia, si trova meglio a stare nel puzzo del compromesso e della indifferenza piuttosto che sentire il fresco profumo di libertà. Forse siamo una Paese fatto di gente abituata a tenere la testa per terra con qualcuno sopra che ce la schiaccia. Siamo un Paese schiavo di un potere che facendo strage della nostra Costituzione, che sta distruggendo l'indipendenza dei poteri e che sta togliendo ai magistrati e alle forze dell'ordine i mezzi per poter esercitare le loro funzioni. Siamo uno Stato che con lo scudo fiscale sta facendo del puro e semplice riciclaggio di Stato con la garanzia dell'anonimità. Che cos'altro le devo dire?».

Mi dica come vede il futuro...
«Dobbiamo aspettarci che gli avvenimenti precipitino। Spero che almeno all'interno di questi avvenimenti si riuscirà ad avere un barlume di verità. Perché solo così si guadagnerà qualcosa. E magari verrà fatta giustizia di tutti questi morti, compreso mio fratello sul quale da troppi anni è calato un silenzio davvero insopportabile».
http://www.corriere.com/viewstory.php?storyid=90553

giovedì 13 agosto 2009

Falcone non deve parlare



di Pietro Orsatti su Left-Avvenimenti - 7 agosto 2009
Dove sono i diari elettronici del magistrato morto a Capaci? Qualcuno potrebbe averli distrutti per cancellare le prove dell’esistenza di apparati deviati dello Stato.

La riapertura dell’inchiesta a Palermo e Caltanissetta sulla trattativa fra Stato e Cosa nostra e sulle stragi del ’92 costringe a un esercizio della memoria. Tornando, appunto, a quell’anno terribile. «Questa sera debbo astenermi rigidamente - e mi dispiace, se deluderò qualcuno di voi - dal riferire circostanze che probabilmente molti di voi si aspettano che io riferisca, a cominciare da quelle che in questi giorni sono arrivate sui giornali e che riguardano i cosiddetti diari di Giovanni Falcone. Per prima cosa ne parlerò all’autorità giudiziaria, poi - se è il caso - ne parlerò in pubblico. Posso dire soltanto, e qui mi fermo affrontando l’argomento, e per evitare che si possano anche su questo punto innestare speculazioni fuorvianti, che questi appunti che sono stati pubblicati dalla stampa, sul Sole 24 Ore dalla giornalista Milella, li avevo letti in vita da Giovanni Falcone. Sono proprio appunti di Giovanni Falcone, perché non vorrei che su questo un giorno potessero essere avanzati dei dubbi». Così parlò Paolo Borsellino nel corso di una manifestazione promossa da MicroMega presso la biblioteca di Palermo il 25 giugno 1992, poche settimane prima della sua morte. I diari di Falcone. Anche Giuseppe Ayala, altro pm del maxi processo, parla di questi scritti sempre nel giugno del 1992. «Aveva un diario, sul quale scriveva tutto. Tutto era riportato in un dischetto, perché Falcone scriveva sul computer. Che io sappia, soltanto io, forse una volta Paolo Borsellino, e probabilmente la moglie di Falcone, Francesca, eravamo stati messi a conoscenza dell’esistenza del diario. Non so se il dischetto è stato trovato e, se è stato trovato, naturalmente sarà stato letto e conosciuto. Nel caso in cui, invece, non sia stato trovato o sia stato smarrito, si è perduta l’occasione per ricostruire dalla fonte più autorevole quel che è accaduto intorno a Giovanni Falcone, dentro e fuori il palazzo di Giustizia di Palermo».

Il procuratore di Caltanissetta dell’epoca, Salvatore Celesti (diventato in seguito procuratore generale a Palermo), che indagava per competenza sulla strage di Capaci, in prima battuta negò l’esistenza dei dischetti, poi ammise in parte l’esistenza dei file: «Sono stati acquisiti alcuni dischetti nell’abitazione e negli uffici di Falcone, ora affidati a tecnici per la trascrizione. Il lavoro non è completo, ed è segreto. Se nei dischetti ci sono episodi privati non saranno da noi resi pubblici». Talmente segreti che vennero addirittura cancellati, cosa che in qualche modo già temeva Ayala, come si intuisce rileggendo con attenzione le sue parole. Cancellati da un portatile Toshiba, da un’agenda elettronica Casio in via Notarbartolo a Palermo, dai computer del ministero di Giustizia in via Arenula a Roma. Da chi? Della vicenda si occupò anche Gioacchino Genchi che testimoniò in seguito. Ecco cosa dice: «Dopo l’accettazione di questo incarico, in effetti, ho dovuto rilevare una serie di atteggiamenti estremamente diversi da parte del ministero dell’Interno - afferma Genchi -. (…) Tenga conto che io allora rivestivo l’incarico di direttore della Zona telecomunicazioni (…) e proprio dopo la strage mi era stato dato l’incarico, per coordinare meglio alcune attività anticrimine, presso la Criminalpol della Sicilia occidentale di dirigente del Nucleo anticrimine. Il dirigente dell’epoca, che sicuramente non agiva da solo perché si vedeva che era portavoce di volontà e decisioni ben più alte, in effetti non mi ha certamente agevolato in questo lavoro (…); siamo ritornati con la decodifica dell’agenda, ho ricevuto varie pressioni (…) fui trasferito, per esigenze di servizio con provvedimento immediato, (…) dalla Zona telecomunicazioni all’Undicesimo reparto mobile». Tornando al procuratore Salvatore Celesti, c’è da dire che la storia, nonostante la sua carriera, lo smentì clamorosamente. Il 23 giugno 1992 il procuratore si lasciò sfuggire una dichiarazione che all’epoca fece scalpore. Affermò, infatti, che secondo lui sulla strage di Capaci «non c’è più mistero per quanto riguarda il diario». E contemporaneamente c’era chi cancellava la memoria del Toshiba, alterava i dati sui computer al ministero e sottraeva la scheda di memoria dell’agendina Casio. Il sospetto emerse subito, la conferma, anche grazie alla perizia di Genchi, arrivò qualche anno dopo. Ma intanto qualcuno, L’espresso, aveva rivelato parte del contenuto di questi diari, in particolare i 39 punti di conflitto e di dissidio fra Giovanni Falcone e il procuratore capo Pietro Giammanco che mise il magistrato morto a Capaci nella condizione di abbandonare la Procura e Palermo. Si andava, questo raccontava il settimanale, dalla decisione di togliere al giudice assassinato la delega per le inchieste di mafia fino alla controversia che coinvolse Falcone dopo che il nucleo speciale dei carabinieri consegnò in Procura il rapporto sulla mafia degli appalti e che il procuratore capo sottovalutò e sminuì pubblicamente.

Torniamo a Borsellino e a ciò che disse in quello che è stato il suo ultimo intervento pubblico prima della strage del 19 luglio 1992 a via D’Amelio. «Ecco perché forse ripensandoci, quando Caponnetto diceva “cominciò a morire nel gennaio del 1988” aveva proprio ragione anche con riferimento all’esito di questa lotta che egli fece soprattutto per poter continuare a lavorare». Sembra quasi che oggi si presenti il conto di quanto avvenuto 17 anni fa. «Quando si parla di trattative, di presenza in via D’Amelio di uomini dei servizi, di servitori dello Stato infedeli, di agende rosse e di uffici del Sisde a Castel Utveggio - spiega Salvatore Borsellino, fratello di Paolo - in realtà si raccontano cose che già allora erano emerse ma che poi forse sono state fatte cadere». Come avvenne nel caso delle dichiarazioni del tenente Carmelo Canale, ex maresciallo dei carabinieri promosso tenente per meriti speciali e collaboratore di Paolo Borsellino. Nel 1994 rilasciò dichiarazioni esplosive. Fra le tante, ecco alcune battute indicative del clima e del personaggio: «Il dottor Falcone era molto agitato, aveva gli occhi di fuori, parlava con Borsellino. “Caro Paolo, il responsabile del fallito attentato all’Addaura era Bruno Contrada” (…) Io rimasi sconvolto e mentre scendevamo le scale chiesi a Borsellino chi fosse Bruno Contrada. Borsellino mi pregò di non parlare con nessuno di quell’episodio (…). Nel corso di una conversazione telefonica Borsellino mi disse che aveva appreso da Falcone dell’intenzione di Gaspare Mutolo di iniziare a collaborare. Fra le prime cose che aveva rivelato, Mutolo aveva parlato di episodi di corruzione inerenti il giudice Domenico Signorino e Bruno Contrada».

Successivamente, nel 1997, Canale, accusato da due pentiti di mafia, venne processato per associazione esterna, e poi in seguito assolto (nel 2008 la conferma)। Anche sulle sue rivelazioni, e sulla sua vicenda, ci sono tante ombre, e come tante altre dichiarazioni dell’epoca tornano attuali. È sempre più evidente che, all’epoca, a Palermo due uffici dello Stato molto particolari, i Ros del generale Mario Mori e il Sisde di Bruno Contrada, agissero al limite della legalità e, a volte - è il caso di Contrada condannato - sfociassero in vera e propria collaborazione con la criminalità, in una sorta di continuità. La domanda è, oggi, se i due uffici agissero in concorrenza e all’oscuro ciascuno di cosa stesse facendo l’altro, oppure se su distinti punti si muovessero in convergenza. È certo, però, che senza la loro azione oggi si saprebbe molto di più di quello che avvenne fra il 1992 e il 1993, anno degli attentati a Firenze, Milano e Roma: i due anni delle stragi.
http://www.orsatti.info/archives/1608

19 luglio 1992, i punti oscuri della strage di via d'Amelio


di Pietro Orsatti - 28 luglio 2009 (http://www.orsatti.info)
INCHIESTA Nuova pista per le indagini sull'assassinio del giudice Paolo Borsellino. Per Gioacchino Genchi, che arrivò due ore dopo sul luogo dell'esplosione, individuando nel castello di Utveggio la località da cui sarebbe stato azionato il radiocomando, «occorre indagare sui giorni precedenti».

Nuova pista per le indagini sull’assassinio del giudice Paolo Borsellino. Per Gioacchino Genchi, che arrivò due ore dopo sul luogo dell’esplosione, individuando nel castello di Utveggio la località da cui sarebbe stato azionato il radiocomando, «occorre indagare sui giorni precedenti».

Ci sono domande sulle stragi del 1992 che non hanno mai avuto una risposta certa. Non sono bastati i processi, gli arresti, le indagini. Non sono bastate le ricostruzioni, le perizie e il lavoro di centinaia di agenti di polizia, carabinieri, magistrati. Non ci sono state risposte neanche quando il capo di Cosa nostra, Totò Riina, venne arrestato l’anno successivo. Anzi, il suo arresto ha aperto altri scenari, posto altri interrogativi. «La strage di Capaci fu una strage di mafia con interessi di Stato, quella di via d’Amelio una strage di Stato con interessi di mafia».

Questa definizione è diventata, con il passare del tempo, un’accusa sempre insistente, rafforzata dai tanti misteri, dalle tante ombre infittitesi in questi diciassette anni. Delle due stragi si sa molto, di una in particolare. Quella di Capaci (23 maggio 1992), dove persero la vita il giudice Giovanni Falcone, sua moglie Francesca Morvillo e gli uomini della sua scorta, è sicuramente quella di cui si sa di più, si conoscono esecutori materiali e mandanti. Su quella di via d’Amelio, invece, periodicamente emergono dati nuovi, elementi di un puzzle ancora irrisolto.

A volte sembra essere arrivati a un punto, poco dopo i fatti sembrano smentirlo. Per cercare di capire cosa avvenne in quell’anno è necessario, e inevitabile, cercare di inserire questi due episodi nel momento storico che stava attraversando il nostro Paese. «Gli eventi cruciali del 1992 nessuno li dice. Tutti raccontano quello che succede dopo le stragi e nessuno parla di quello che successe prima – racconta Gioacchino Genchi, all’epoca commissario capo a Palermo e in seguito perito per il Tribunale di Caltanissetta sul processo Borsellino -. Nel 1992 si verificano due attacchi concentrici al sistema politico.

Uno viene da “tangentopoli”, dalla procura di Milano e dalle altre autorità giudiziarie che seguono, alcune bene e altre meno bene, l’esempio e il metodo investigativo milanese. E l’altro attacco arriva invece da un presidente della Repubblica che inizia a picconare quel sistema di cui ha fatto parte ed ha generato. Parliamo di Francesco Cossiga, un presidente della Repubblica che è arrivato alla fine del suo mandato e decide di “togliersi tutti i sassolini dalle scarpe”.

Oggi si direbbe che ha fatto “outing”. Messo addirittura sotto stato di accusa con l’impeachment. Ed è costretto a dimettersi perché c’è un qualcuno che in Italia vuole accelerare, e che magari per prendere le redini dell’Italia avrebbe voluto pure utilizzare i percorsi dell’autorità giudiziaria, strumentalizzare alcune iniziative e inchieste giudiziarie. Ma è ancora presto per parlare di questo. I dati sono questi: un presidente della Repubblica viene fatto dimettere e la strage di Capaci avviene mentre si sta votando l’elezione del capo dello Stato».

Poi la strage di via d’Amelio a Palermo del 19 luglio 1992. Genchi è uno dei primi investigatori ad arrivare sul posto. E ricorda ancora, perfettamente, quei momenti. «Il corpo di Borsellino ancora fumava per terra, i pezzi di Emanuela Loi cadevano dalle pareti, dall’intonaco del palazzo, e certamente là era scoppiato un ordigno che non poteva essere stato azionato sul posto. Perché se fosse stato azionato sul posto chiunque… sarebbe stato un attentato kamikaze e là non sono stati trovati morti se non i poliziotti e Borsellino. È da escludere che gli stessi poliziotti si siano fatti essi stessi un attentato, e non poteva, chi ha innescato la bomba, essere nei palazzi adiacenti perché sarebbe stato travolto dall’onda d’urto».

Uno strano paravento E quindi Genchi, con l’allora questore La Barbera, individua da subito l’unico punto di osservazione possibile. Castel Utveggio. «Dev’essere stato fondamentale l’elemento informativo – pro segue Genchi nel suo racconto -. C’è da tenere conto che non ci si può appostare con il joystick in mano per aspettare per mesi e giorni che arrivasse Borsellino, qualcuno ti deve pur dire quando Borsellino sta arrivando.

E poi ci vuole un punto di osservazione: visto che in via d’Amelio venne fatta anche l’intercettazione del telefono dell’abitazione della sorella e della madre per carpire questi elementi informativi e siccome l’intercettazione abusiva poteva essere eseguita solo in un ambito ristretto, per intenderci con la tecnologia di allora non poteva essere eseguita da Londra o da Milano o da Bruxelles, capimmo che doveva necessariamente essere stata posta da una località vicino. È allora che abbiamo ipotizzato come ci fosse un’unica postazione di ascolto clandestino e di avvistamento».

Nel castello aveva sede un ente regionale, il C.e.r.i.s.d.i., dietro il quale avrebbe trovato copertura un organo del Sisde. La circostanza era stata negata inizialmente dal Sisde che aveva così esposto ancor più gli uomini del gruppo investigativo costituito per indagare sulla strage. Questo scenario inquietante vede uomini dei servizi sul luogo di quello che è probabilmente il punto di osservazione e di azionamento del telecomando dell’autobomba che uccise Borsellino e i ragazzi della scorta. Non è l’unica “stranezza” quell’ufficio dei servizi nel castel Utveggio, posizionato in un punto strategico sulle pendici di monte Pellegrino.

Sempre Genchi, nella sua deposizione alla Corte di Caltanissetta racconta: «Rilevo che il cellulare di Scaduto, un boss di Bagheria condannato all’ergastolo fra l’altro per l’omicidio di Ignazio Salvo, aveva tutta una serie di strani contatti con varie utenze del gruppo La Barbera. Cioè, del gruppo degli altofontesi, di cui parlavo anche in relazione a quei contatti con esponenti dei servizi segreti, rilevo che questa utenza aveva pure contatti con il C.e.r.i.s.d.i. Quindi, questo C.e.r.i.s.d.i. mi ritorna un po’ come punto di triangolazione».

Una strana telefonata Genchi prosegue raccontando di una strana telefonata che arriva al castello nei giorni che precedono la strage. «C’è pure una telefonata, se ricordo bene, mi pare… di Scotto al C.e.r.i.s.d.i. Ovviamente, non so, avrà fatto un corso di eccellenza, perché là preparano manager, non so, avrà avuto le sue ragioni per telefonare». E questo Scotto chi è? C’è un certo Pietro Scotto, dipendente della società di servizi telefonici Elte, che ha un fratello, Gaetano, sospetto mafioso appartenente alla famiglia di Cosa nostra del rione Acquasanta di Palermo.

Ed è proprio Gaetano a mettersi in contatto con utenze del C.e.r.i.s.d.i. nei mesi precedenti l’attentato. E poi c’è quell’altra telefonata, una manciata di secondi dopo l’attentato, che raggiunge il capo palermitano dei servizi, Contrada, in gita nel golfo di Palermo su una barca. Un nuovo spiraglio sui possibili moventi della strage lo ha aperto recentemente Massimo Ciancimino, figlio di don Vito, il sindaco del “sacco” di Palermo.

Massimo ha raccontato ai magistrati di Caltanistetta e di Palermo che la trattativa, quella che portò poi al famoso “papello” di Totò Riina con le richieste allo Stato da parte di Cosa nostra, non iniziò mesi dopo la strage di via d’Amelio, ma nei primi di giugno, ovvero nel periodo in cui Borsellino stava scavando sui mandanti ed esecutori dell’omicidio del suo amico e collega Giovanni Falcone.

Sempre secondo Ciancimino, protagonisti di questa trattativa sarebbero stati il capo dei Ros dei carabinieri Mario Mori, Vito Ciancimino (e lo stesso Massimo che è colui, per sua stessa ammissione, che ha il primo contatto con l’Arma), Totò Riina dal suo covo da latitante e il medico della mafia, il boss Antonino Cinà. Non solo, Ciancimino racconta che i contatti iniziali con i vertici di Cosa nostra avvenivano attraverso Cinà ma che il “papello”, ovvero le proposte di Riina allo Stato, non fu consegnato a Vito Ciancimino dal medico della mafia, ma da “una persona distinta” il cui nome per ora è coperto da omissis.

Queste dichiarazioni del figlio di Vito, sommate alle altre recenti del probabile futuro pentito Spatuzza, da un lato sembrano confermare nel rifiuto da parte del giudice assassinato di accettare la trattativa fra Stato e Cosa nostra il vero movente della strage, come da tempo sospetta e denuncia il fratello di Borsellino, Salvatore, dall’altro aprono spiragli sui probabili depistamenti sulle dinamiche dell’attentato messe in atto da elementi mafiosi e non solo nel corso dei tre processi già celebrati.

L’ultimo dichiarante si autoaccusa di essere colui che ha rubato per la mafia la 126 utilizzata poi come autobomba a via d’Amelio. Gaspare Spatuzza, che è uno dei killer di padre Puglisi, con le sue dichiarazioni ha rimesso in discussione quindi alcuni dei fondamenti del processo, aprendo di conseguenza la possibilità di una revisione.

Anche nelle sue dichiarazioni emerge un “uomo senza nome” come in quelle di Massimo Cancimino। Consegna, infatti, la 126 ad alcuni mafiosi di sua conoscenza ma alla presenza di un altro uomo, sconosciuto, che lui ritiene “estraneo”। Altri misteri, altri personaggi e gregari che compaiono a quasi vent’anni di distanza. E come spesso accade l’unica certezza in questa vicenda rimane la morte. Che ha dato appuntamento in via D’Amelio alle 16:58 e 20 secondi del 19 luglio 1992.
http://www.orsatti.info/archives/1575



domenica 26 luglio 2009

L'ombra dei servizi sulle stragi. Intervista a Gioacchino Genchi


di Claudia Fusani - 26 luglio 2009
Tratto da: l'Unità

Genchi: «Ancora indizi utili»

Andate a vedere là, al castello Utveggio, quella è roba vostra» ha detto Totò Riina venerdì parlando per la prima volta dopo 17 anni con i magistrati di Caltanissetta e accreditando l’ipotesi che sulla strage di via D’Amelio ci sia, anche, la mano dei servizi segreti. È il passaggio forse più significativo del colloquio investigativo durato quasi tre ore. Ed è un passaggio che si ritrova pari pari nelle motivazioni di sentenze passate in giudicato. «Le testimonianze del dottor Gioacchino Genchi e della dottoressa Rita Borsellino hanno offerto contributi determinanti su quello che realisticamente potrebbe essere stato l’intervento di soggetti esterni su Cosa Nostra (nella realizzazione delle stragi, ndr)» si legge nella sentenza di condanna per la strage di via d’Amelio. E ancora, qualche pagina dopo: «Il dottor Genchi ha chiarito che l’ipotesi che il commando stragista potesse essere appostato nel castello Utveggio, ipotesi utile per ulteriori sviluppi, era stata lasciata cadere da chi conduceva le indagini».
Piste abbandonate

Insomma, può essere un ossimoro, ma Riina e le indagini dicono la stessa cosa e puntano sui servizi segreti. «Di certo - spiega Genchi impegnato oggi in comizi e dibattiti a tenere alta l’attenzione sui nuovi sviluppi sulle stragi del 1992 e del 1993 - il riscontro alle mie indagini non arriva oggi da Riina ma da tracce telefoniche inequivocabili acquisite alle inchieste». E che prescindono dal fatto che magari quel processo sia da rifare dopo che il boss Gaspare Spatuzza ha smentito Scarantino, uno dei perni della vecchia inchiesta.
Genchi, esperto di telefonia, chiamato in causa di recente per eccessi nell’acquisizione di tabulati seppur come consulente delle procure, era all’epoca uomo di punta nel pool investigativo creato per la strage di Capaci e poi per via d’Amelio. (rapporto concluso nel maggio 1993 per divergenze). Scoprì, ad esempio, che, si legge in sentenza, «nel castello Utveggio (costruzione che domina Palermo e via d’Amelio, ndr) aveva sede il Cerisdi, ente regionale dietro il quale trovava copertura un organo del Sisde». E che questo luogo divenne crocevia di utenze clonate, telefonate intercettate e, soprattutto, «il possibile punto di osservazione per cogliere il momento in cui dare impulso all’esplosivo» caricato sotto la 126 parcheggiata davanti all’abitazione della madre di Paolo Borsellino e che saltò in aria alle 16,58,02 del 19 luglio 1992.
Le indagini hanno individuato Pietro Scotto (condannato e poi assolto) come «autore di lavori non autorizzati sulla linea telefonica del palazzo di via d’Amelio (l’intercettazione con cui Cosa Nostra seppe che il magistrato sarebbe andato lì, ndr)». Scotto è stato riconosciuto da due testimoni; era dipendente della società telefonica Sielte che lavorava con gli 007; soprattutto è fratello di Gaspare Scotto, boss del mandamento dove è avvenuta la strage. «L’analisi delle telefonate di Gaetano Scotto - si legge in sentenza - evidenzia contatti con le utenze di castello Utveggio fino al febbraio 1992».
Genchi, trova la prova che «un’utenza telefonica clonata (di una signora napoletana ignara di tutto, ndr) era in possesso dei boss fin dall’autunno 1991» . E che quell’utenza, «in prossimità del 19 luglio (giorno della strage, ndr) chiama una serie di villini che si trovano lungo il percorso che l’auto di Borsellino aveva percorso quella domenica». Si tratta di contatti telefonici con probabili punti di osservazione lungo il tragitto. Lo stesso apparecchio clonato chiama altre «utenze del Sisde che si incrociavano con telefoni che la domenica avevano chiamato i villini- punti di osservazione».
Il funzionario del Sisde

Era di uno 007 anche il numero di telefono trovato sulla montagnola di Capaci da dove fu fatta saltare l’auto di Falcone. Infine Bruno Contrada, lo 007 poi condannato per mafia. Il pomeriggio del 19 luglio era in barca con un altro funzionario, lo stesso il cui numero è stato trovato a Capaci. Ottanta secondi dopo l’esplosione, quando nessuno ancora sapeva, dal cellulare di Contrada partì una telefonata. Era diretta, ancora una volta, al Sisde. Ne aveva ricevuta anche un’altra, due minuti prima dell’attentato. Ma su questa c’è solo una testimonianza. All’epoca i tabulati non trattenevano le chiamate dal fisso al mobile. «Nonostante il tempo passato restano ancora molte tracce» dice Genchi, «vanno sapute seguire».

Riina ai pm ha puntato il dito «sul castello Utveggio». Qui negli anni novanta c’era un sede coperta del Sisde. E da qui partirono telefonate ai boss nei mesi prima e fino a pochi secondi dopo la strage.

Tratto da: l'Unità

venerdì 24 luglio 2009

TermometroPolitico intervista Gioacchino Genchi - ESCLUSIVA

Il Termometro Politico ha intervistato in esclusiva il consulente Gioacchino Genchi sulla questione delle intercettazioni, dei rapporti tra mafia e politica e del sistema dell'informazione. Dai nostri inviati a Roma Emanuele Rallo ed Alfredo Urciuolo.


Dottor Genchi, molti si chiederanno ancora in cosa consiste esattamente il suo lavoro. Ce lo vuole spiegare?

Io da oltre vent'anni svolgo un'attività di consuenza per l'autorità giudiziaria, e solo ed esclusivamente per l'autorità giudiziaria; lo puntualizzo perché a differenza di tanti altri periti che svolgono il proprio lavoro o per la difesa o per l'accusa, io ho sempre lavorato per i pubblici ministeri o per i giudici, nel settore dell'informatica, della telematica e nell'analisi dei dati di traffico telefonico e delle intercettazioni; le intercettazioni, fatte dalla polizia giudiziaria, poi mi vengono consegnate esattamente come le hanno i difensori degli imputati, i giudici, i pm e i periti dei vari tribunali. E con queste svolgo l'attività di analisi, di elaborazione dei dati, leggendo dei risultati che poi vengono riversati integralmente nei processi, ed è anche sulla base di questi risultati che vengono pronunciate le sentenze di assoluzione o di condanna.


Ma la nuova legge sulle intercettazioni, su cui il presidente Napolitano e il Csm hanno espresso dei forti dubbi, cambierebbe il suo lavoro? Ci sono cose che non potrebbe più fare?

Io, come ho già detto, non mi occupo di fare intercettazioni, quelle le può fare solo la polizia giudiziaria. Chiaramente, venendo meno le intercettazioni telefoniche, verrebbe meno la possibilità di accertare reati gravissimi inerenti all'associazione mafiosa, al traffico degli stupefacenti, della pedofilia, dei reati contro la pubblica amministrazione, e così via. Oggi gli strumenti telematici (telefonia, informatica) sono il migliore ausilio per la criminalità. Una volta il pericolo principale erano le armi da fuoco, tant'è che sono stati previsti dei reati gravissimi per la detenzione di armi pericolose; oggi però in ausilio al proprio lavoro la criminalità utilizza anche e soprattutto strumenti di comunicazione tecnologicamente avanzata, si pensi alle reti criminali internazionali che si avvalgono di questi strumenti per organizzare il trasporto di droga e il riciclaggio del denaro illecito proveniente da queste attività illegali. Togliere le intercettazioni alle indagini in materia di reati così gravi, anche connessi strettamente alla criminalità organizzata, è come pensare di mandare avanti una bellissima carrozza, quale è in questo caso l'indagine penale, togliendole i cavalli, senza i quali la "carrozza" non cammina. Le intercettazioni sono fondamentali nel momento in cui la criminalità, semplice od organizzata, utilizza il telefono come strumento principale per delinquere. Pensiamo ai latitanti, ai rapporti collusivi con imprenditori o con esponenti politici. Questi vogliono togliere le intercettazioni per eliminare il pericolo di cadere nelle intercettazioni, non solo per reati gravi, ma anche per vicende personali, anche a livello intimo; è paradossale come nel momento in cui fanno una legge per abolire le intercettazioni fatte dall'autorità giudiziaria stia emergendo che persone che hanno frequentato delle prostitute, magari perché portategli da soggetti sospettati di collusioni criminali come "prezzo" di una possibile corruzione, sono state "intercettate" dalle persone con cui hanno avuto rapporti intimi, evitando che le intercettazioni le facessero legittimamente le procure ma finendo comunque registrati dalle "escort", come le chiamano adesso.


Lei è stato oggetto di una violentissima campagna di attacchi da parte di esponenti del mondo politico, in particolare di centrodestra. Il presidente del Consiglio, parlando della sua vicenda, l'ha definita "il più grande scandalo della storia della Repubblica": secondo lei, perché ha usato quest'espressione? E lei come ha risposto a questo tipo di attacchi?

Il presidente Berlusconi probabilmente intravvedeva all'orizzonte quello che stava per capitargli, e quindi, poiché di scandali se ne intende, invece di pensare a lui che rappresenta il più grande scandalo non solo nella storia della Repubblica ma di tutta l'Italia unità, periodo monarchico compreso, ha pensato a me. Non so darmi altra spiegazione, è come se lei mi chiedesse perché il bue abbia dato del cornuto all'asino. Non so perché, ma è stato così, anche se sta emergendo in questi giorni che l'unico vero scandalo è Berlusconi, che ha trasformato palazzo Grazioli in un "mignottificio" e si avvale dell'impunità per sé e per tutti coloro che pensano di affermare l'arroganza della propria posizione nel nome della politica. Io non me la sono mai presa, ne ho anzi sorriso, probabilmente lo stesso Berlusconi si è accorto che gli hanno consigliato di dire una fesseria e magari dovrebbe guardare meglio da chi si fa consigliare.


Perché secondo lei la attaccano anche da sinistra? Anche loro hanno da temere per le sue indagini?

Le mie indagini riguardano tutti coloro che hanno commesso dei reati o hanno avuto a che fare con persone che hanno commesso dei reati. Io non ho mai svolto attività di indagine, per conto dei magistrati, su persone ritenute innocenti; noi le indagini le abbiamo svolte sempre e solo su persone che sospettavamo di comportamenti criminali, anche se dopo la verifica costituita dall'indagine stessa, queste si sono rivelate innocenti. Come se una persona, sentendosi poco bene, andasse dal medico, e questi le prescrivesse delle analisi per stabilire se vi sia o meno qualcosa da curare. Qualche volta si trova qualcosa per cui intervenire, altre volte si tratta di un falso allarme. Le indagini, che sono fatte da persone oneste, non vengono fatte a senso unico, per colpire Berlusconi o chi per lui; ci sono parecchi che hanno il gusto di fare le indagini in una sola direzione politica, forse in questo Berlusconi non ha tutti i torti, ma io ho sempre collaborato con magistrati che hanno fatto le loro indagini a 360°, senza preclusioni, pregiudizi o ricerca di colpevoli individuati a tavolino. Nelle vicende calabresi erano emerse delle collusioni, oltre che alcuni politici di centrodestra, anche di politici di centrosinistra. Centrosinistra che, a differenza di un centrodestra che non nasconde di farsi delle leggi ad personam, o che definisce "eroe" un mafioso pluriomicida come Vittorio Mangano, ha la presunzione di ritenersi "casto e puro", come se fosse un'eresia pensare che gente di sinistra possa commettere dei reati, o comunque collusi in vicende illecite; l'illecito, in questo caso i reati e le collusioni con la criminalità organizzata, fa parte della natura umana, il reato è una componente della condotta umana, certamente negativa ma pur sempre una componente, e come tale può caratterizzare l'uomo politico di destra così come quello di sinistra. L'indipendenza e l'autonomia della magistratura servono a garantire che le indagini, i processi e l'applicazione delle leggi siano uguali per tutti, siano essi di destra o di sinistra. Questo era quello che si stava facendo in Calabria, e nel momento in cui si sono toccati alcuni "santuari" della politica, alcuni esponenti della politica calabrese si sono ribellati e hanno, attraverso dei canali che hanno anche dentro la magistratura, mi riferisco a magistrati che poi vengono nominati capo di gabinetto dai ministri, anche da ministri di sinistra, e che un giorno fanno i capi di gabinetto e il giorno dopo assolvono degli imputati amici del ministro che li ha nominati e inquisiscono le persone che stavano indagando magari sul ministro e sugli amici del ministro; questa è appunto la logica becera di una certa sinistra che in certi casi fa del giustizialismo e poi, quando le indagini toccano uno dei loro, grida al garantismo e ritiene uno scandalo che qualcuno possa verificare i loro comportamenti.


Chi la avversa, a leggere le cronache, ha utilizzato contro di lei le parole del pm Ilda Boccassini, a cui i media hanno dato ampio spazio. Può spiegarci il suo punto di vista su questa vicenda?

La vicenda nasce da un contrasto che abbiamo avuto nella conduzione delle indagini di Caltanissetta allorché mi opposi al fermo di un indagato, Scotto (il quale successivamente fu assolto), per quanto riguarda la vicenda dell'intercettazione della sorella del giudice Borsellino, nella casa di via D'Amelio dove abitava anche la madre, e sulla "scaratterizzazione" di quella indagine: cioè nel momento in cui l'indagine si rivolse verso i mandanti esterni, occulti, di quella strage che non fu solo mafiosa, e si iniziò ad indagare su persone presenti nelle istituzioni, ci fu una "virata" al ribasso, per cui furono sopravvalutate le dichiarazioni di un collaboratore, Scarantino, nel tentativo di arrivare a dei risultati giudiziari che io reputo del tutto sbagliati. Scarantino dichiarò di avere partecipato ad una riunione di correnti di Cosa Nostra in cui la "cupola" aveva deciso di organizzare l'assassinio di Borsellino, la strage di via D'Amelio; ma chi conosce gli uomini di Cosa Nostra, chi ha conosciuto Scarantino, non può mai credere a queste parole, perché è impensabile che i capi di Cosa Nostra possano aver ammesso Scarantino a partecipare ad una riunione; io credo che i capi di Cosa Nostra a Scarantino non avrebbero nemmeno consentito di fare il parcheggiatore all'esterno del luogo della riunione, perché in famiglia Scarantino si era dediti al furto d'automobili, erano ladri d'auto e nient'altro. Pensare che Cosa Nostra si affidasse a Scarantino significa volerle dare una patente di imbecillità che secondo me è infondata; è nelle collusioni con gli uomini delle istituzioni che va cercata la vera causale e le vere responsabilità di quell'attentato. Oggi, a distanza di quasi 17 anni, i fatti a quanto pare mi stanno dando ragione, perché i processi costruiti sulla base delle dichiarazioni di questo collaboratore stanno cadendo miseramente. Aggiungo che questa sopravvalutazione di Scarantino è una responsabilità che pesa tutta su quei magistrati che gli hanno creduto, magari anche in buona fede, perché altri magistrati molto più accorti e che meglio conoscevano le dinamiche di Cosa Nostra, e mi riferisco a quelli di Palermo, allorché Scarantino rese le sue dichiarazioni che coinvolgevano anche esponenti della mafia palermitana, nessun magistrato di Palermo lo ha mai preso sul serio; quindi io non riesco a capire come un pentito come Scarantino possa essere giudicato inattendibile a Palermo, dove avrebbe operato e dove è stato condannato insieme al fratello per furti d'auto, e venga invece sopravvalutato a Caltanissetta fino al punto da essere considerato nelle sentenze di ergastolo di alcune persone indicate come esponenti della "cupola", mandanti o esecutori.


La storia delle stragi su cui è nata la Seconda Repubblica è tornata d'attualità proprio in questi giorni con le rivelazioni di Riina e Ciancimino jr. Lei è stato recentemente sentito dai magistrati in relazione alla strage di via D'Amelio, cosa ci può dire di nuovo rispetto a quella vicenda, e qual è la sua opinione sugli intrecci mafia-politica di quegli anni?

Rispetto a quello che ho detto ai magistrati non posso dire nulla di più, né posso dirvi quello che ho detto, e anche volendo non posso perché sono stato sentito per molte ore. Quello che posso dire è che vi sono degli elementi certi, incontrovertibili, che mi hanno visto mio malgrado testimone, che dimostrano che vi fu una trattativa tra lo Stato e Cosa Nostra, che ha portato alla volontà di delegittimare e bloccare l'operato di quanti stavano, ed io con essi, svolgendo seriamente delle indagini. Quello che avvenne in Italia tra fine dicembre '92 e gli inizi di gennaio '93 è la prova evidente di come la cattura di Riina sia stata un cavallo di Troia, un regalo per conquistare spazio e posizioni che poi sono serviti per portare avanti un disegno, che purtroppo secondo me è tracimato negli ulteriori segnali che Cosa Nostra ha dato allo Stato con le stragi di Roma, Firenze e Milano, proprio per reclamare una trattativa che probabilmente era già iniziata prima delle stragi del '92 e a ridosso della sentenza del maxiprocesso. Cioè tutto inizia quando i boss di Cosa Nostra vengono sconfitti in Cassazione dopo aver ribaltato per molti anni in Cassazione l'esito dei processi; dopo quel fallimento iniziò il conto alla rovescia, ci furono le minacce, i segnali, i tentativi di dialogo, le stragi, e tutto quello che ha tragicamente segnato la storia d'Italia in quegli anni.


Recentemente ci sono stati degli interessanti rinvii a giudizio a Catanzaro, sia per politici di entrambi gli schieramenti, sia all'interno della stessa Procura, la stessa che aveva contribuito fortemente alla messa in stato d'accusa sua e del pm De Magistris. Lei ha partecipato a queste ultime indagini? E questi rinvii a giudizio crede che siano un punto a favore delle posizioni sue e di De Magistris che dimostrano l'accanimento che avete subìto?

I rinvii a giudizio ci sono stati nei confronti di soggetti già individuati nel corso delle indagini, mi auguro che siano supportati da elementi adeguati, quali quelli che stavamo cercando e che abbiamo trovato con De Magistris sul loro conto. Perché fare il rinvio a giudizio perché si è indagati dalla Procura di Salerno nella gestione di questa indagine è come confezionare un grande uovo di Pasqua, molto bello con un bel fiocco, e dimenticare di mettere dentro una sorpresa. Il processo penale non è fatto di clamori, di rinvii a giudizio, di nomi altisonanti eccetera, ma di contenuti processuali. Tornando all'esempio dell'uovo di Pasqua, se lei ad un bambino ne regala uno enorme, fatto col migliore cioccolato del mondo, il bambino se ne fa poco dell'uovo e del fiocco: la prima cosa che cercherà è la sorpresa, e io mi auguro che dentro questi rinvii a giudizio vi siano le sorprese, e cioè le prove e gli elementi per far condannare queste persone. Se viceversa prelude ad una assoluzione o ad un proscioglimento, era meglio che non venisse fatto.


Il Tribunale di Roma ha stabilito che lei non ha violato la privacy di nessuno ed ha disposto la restituzione del materiale raccolto svolgendo il suo incarico di consulente per diversi magistrati. Cosa pensa dell'eco ridotto che ha avuto questa notizia, rispetto a quello avuto dal sequestro iniziale, e pensa che ora potrà riprendere il suo lavoro come prima?

Guardi, tutta la stampa che si è occupata di me fa parte di una stampa di regime, prezzolata dal potere, dal potere economico o dalla politica. In Italia non c'è un giornalismo libero, non a caso io sto facendo questa intervista con voi, non con i principali network; è dovuto venire un allenatore di calcio, per giunta straniero, per dire che in Italia c'è una stampa prezzolata, d'altra parte i giornalisti non possono dire male di chi li paga, di chi gli assicura le carriere, magari in Rai, sulla base di menzogne o di vera e propria prostituzione. Quindi è normale che coloro che mi avevano attaccato e "lapidato", nel momento in cui i risultati hanno clamorosamente smentito l'impalcatura accusatoria fatta di fandonie e falsità orchestrate nei miei confronti senza alcuna accusa concreta, non ne abbiano parlato. La gente si sarebbe aspettata che io fossi colpevole di chissà quali reati, collusione con mafia, con massoneria, magari addirittura di pedofilia, tutto purché mi si trovasse colpevole di qualcosa. Quando invece è emerso che la mia sola colpa era stata quella di indagare sulle frequentazioni poco limpide di Mastella, piuttosto che di Rutelli, la gente non poteva non capire chi fossero le persone perbene e chi fossero i perseguitati. In tema di persecuzione, è chiaro che un potere giudiziario, sempre più avviluppato col potere politico, ed in concerto con il quarto potere che è quello della stampa, interviene spesso per creare questi "mostri" e per cercare di distruggere le persone che cercano di affermare in questo Paese maledetto un tantino di verità nel nome di una legge che sia uguale per tutti.


Considerando gli ambiti su cui ha svolto le sue indagini e le minacce che ha subito, ritiene oggi di essere in pericolo in qualche modo?

No guardi le minacce finora le ho ricevute solo dalla classe politica, dalle centrali di potere e dalla stampa collegata a queste, non le ho subite dalla mafia. Nel caso mio c'è stato un accanimento di delegittimazione e di minacce molto più perfido rispetto a quanto avviene con investigatori o magistrati minacciati o in seguito uccisi dalla mafia. Nel caso mio la criminalità si è rivolta ai politici per farmi "togliere di mezzo", non c'è stato nemmeno bisogno che fossero i criminali stessi a scendere in campo, ecco perché non ho paura di morire, perché loro hanno cercato di "uccidermi" attraverso le loro amicizie in Parlamento, al Copasir, alla Rai, a Mediaset, per cercare di impedirmi di continuare a fare il mi lavoro, perché hanno capito che in alcuni processi (il processo a Dell'Utri, il processo a Cuffaro, il processo alle talpe di Palermo, ai carabinieri collusi del Ros) sono stati determinanti i miei contributi. Tutte queste cose fanno comodo ad un sistema che vuole la giustizia sommaria solo per gli extracomunitari, che vuole il carcere solo per chi sbarca a Lampedusa o per qualche spacciatore di borgata, perché persino per lo spacciatore che entra in centro storico e magari rifornisce spesso e volentieri qualche VIP, esiste una legge diversa da quella per lo spacciatore di borgata. Io nel mio lavoro non mi sono mai abbassato a questa logica del considerare la "carica" degli indagati e ho lavorato con dei magistrati che hanno fatto sempre e solo il loro dovere. Tutto questo in Italia non è possibile, quando c'è un sistema come quello che si è instaurato.


http://www.termometropolitico.it/index.php/Politica-Interna/tp-intervista-gioacchino-genchi-esclusiva.html

martedì 21 luglio 2009

La vittoria di Via D'Amelio e l'omerta' della stampa di stato


La vittoria di Via D'Amelio e l'omerta' della stampa di stato

di Anna Petrozzi - 21 luglio 2009 (ANTIMAFIADuemila)
Poca gente, fallimento, insuccesso, niente politici… questo quanto fatto emergere dal mainstream della stampa di stato sulle giornate appena trascorse a Palermo in ricordo del giudice Paolo Borsellino e dei suoi agenti di scorta: Emanuela Loi, Eddi Cosina, Vincenzo Fabio Li Muli, Agostino Catalano e Claudio Traina.
Quattro gatti sotto il sole cocente a rassicurare la coscienza ipocrita e sporca degli italiani stravaccati al mare, quelli tantissimi invece, che hanno fatto bene a non scomodarsi perché tanto è inutile.
Beh peccato che le cose non siano andate esattamente così.
Se da una parte è vero che gli italiani e i siciliani erano vergognosamente pochissimi ad omaggiare la memoria di servitori dello Stato che hanno sacrificato la loro vita e la felicità delle loro famiglie per restituire un po’ di dignità al nostro popolo molliccio ed egoista che ben si identifica nella sua classe politica corrotta e clientelare, dall’altra non si può accettare che si neghi quanto di importante sia accaduto a Palermo in questi tre lunghi e intensi giorni.
Dopo tantissimo tempo, forse più di dieci anni, senza che vi sia stato, grazie a Dio, nessun morto oltraggiato dal piagnucolio di stato, più di cinquecento italiani si sono organizzati tramite la rete e a spese loro, adattandosi al caldo torrido di una Palermo trascurata, sporca e dimenticata, sono venuti a dimostrare di avere compreso, di essere consapevoli, che la lotta alla mafia non è di esclusiva competenza della magistratura e delle forze dell’ordine ma è quel movimento culturale, soprattutto di giovani, che tanto auspicava Paolo Borsellino.
In più di duecento persone hanno accettato la sfida di farsi quattro chilometri e mezzo in salita, alle tre del pomeriggio palermitano, da via D’Amelio fino su al castello Utveggio da dove potrebbe essere stato azionato il comando che ha ucciso Paolo Borsellino e i suoi ragazzi, per chiedere con la loro agenda rossa in mano verità e giustizia su quella e sulle altre stragi attraverso le quali si è fatta politica in Italia e attraverso le quali personaggi squallidi, lugubri e criminali hanno costruito il loro potere e lo detengono occupando indegnamente, come ricorda Salvatore Borsellino, le più alte cariche dello stato.
Quest’uomo coraggioso e arrabbiato che ha girato tutta l’Italia per risvegliare in tutti noi quei valori di cui suo fratello Paolo era rappresentante e baluardo. Quei valori di correttezza, rigore, pulizia interiore, semplicità, forza, coraggio, senso del dovere, umanità, solidarietà che, così come quelli di Giovanni Falcone, incutevano terrore nei mafiosi di Cosa Nostra e nei mafiosi del potere perché avrebbero potuto ostacolare i loro piani e far diventare il nostro un Paese degno, civile e democratico invece di questa italietta da quattro soldi che si vende al miglior offerente per un piatto di lenticchie.
Al grido di giustizia di Salvatore Borsellino hanno risposto più di settecento persone sabato sera, 18 luglio 2009, nell’atrio della facoltà di giurisprudenza di Palermo. Per non contare tutte quelle altre (almeno
300) collegate in diretta streaming da tutta Italia. Un convegno bellissimo, emozionato, partecipato. I relatori, a partire dal saluto iniziale di Rita Borsellino, sono stati continuamente interrotti da uno scrosciare costante, forte e commosso di applausi. Erano anni che a Palermo non si assisteva ad un evento del genere. E invece cosa ha scritto e trasmesso la stampa locale e nazionale? Niente. Un paio di righe qua e là e se citata la conferenza sono stati ben attenti i “nostri colleghi” a non scrivere che è stata organizzata da ANTIMAFIADuemila e che l’appello al sostegno dei magistrati Antonio Ingroia e Nino Di Matteo oltre che alla procura di Caltanissetta impegnati nelle delicatissime indagini sui mandanti impuniti, proprio il titolo della nostra conferenza ignorato da tutti, non è stato lanciato da un fantasma, da un soggetto indefinito, ma dal nostro direttore Giorgio Bongiovanni.
Si sono ben guardati i grandi giornalisti della grande stampa nazionale di riportare poi con attenzione e con il rispetto della completezza dell’informazione le parole dei relatori: Antonio Ingroia, Salvatore Borsellino, Luigi De Magistris e Beppe Lumia.
Informazioni importanti, nuove, esclusive, emozionanti, indice di voglia di riscatto e libertà: una notizia!!!! Ma dove eravate, cari, presunti colleghi, a dormire?
Stesso dicasi per il 19 luglio in via D’Amelio.
borsellino-paolo-web-big.jpgL’obiettivo che si era prefissato Salvatore Borsellino e tutti noi che lo abbiamo accompagnato era di impedire che come ogni anno quella strada teatro di una delle peggiori pagine della nostra storia forse oltraggiata dalle solite corone di fiori come per assicurarsi – dice sempre Salvatore – che Paolo Borsellino sia morto davvero.
Al loro posto quest’anno c’era invece un grande striscione con su scritto “quest’anno i fiori portateli sulla tomba dei vostri eroi” e a fianco c’era una lapide di cartone con la fotografia e le date di nascita e di morte di Vittorio Mangano.
Questa sarebbe dovuta essere la foto di apertura di tutti i giornali almeno per par condicio a tutto lo spazio dato al signor Marcello Dell’Utri, condannato in primo grado a nove anni e mezzo per concorso esterno in associazione mafiosa, e “all’utilizzatore finale” dei suoi buoni contatti, cioè il presidente del consiglio Silvio Berlusconi, quando hanno inneggiato al loro eroe, assassino e mafioso.
E invece non è stata nemmeno accennata.
Sta di fatto che le corone di fiori lì a marcire sul marciapiede quest’anno non c’erano e che i politici non sono venuti a fare la loro passerella.
Questo vuol dire solo una cosa: che Salvatore Borsellino ha vinto la sua sfida!
Che via D’Amelio è stata salvata che la gente comune si è riappropriata della memoria di una strada violentata da una oscura strage di Stato.
Che i politici hanno avuto paura di venire a confrontarsi con quei quattro gatti sotto il sole di via D’Amelio con le loro agende rosse alzate.
Vuol dire che via D’Amelio ha vinto, con buona pace della coscienza dell’italietta al mare.
La buona notizia è che i giornali cartacei stanno per fallire, mentre la rete sta prendendo il sopravvento. Il nostro modesto umile sito di ANTIMAFIADuemila ha raggiunto i 60.000 accessi univoci mensili.
Grazie a tutti voi, grazie a Salvatore Borsellino e a tutti i ragazzi che si sono adoperati perché quest’anno le commemorazioni non fossero di circostanza.

giovedì 25 giugno 2009

La Cassazione conferma il dissequestro. Genchi: ''Saranno accertate le responsabilita' dei pupari''

di Monica Centofante - 25 giugno 2009 (www.antimafiaduemila.it)
Gioacchino Genchi riavrà finalmente il suo archivio. Perché non ha commesso illeciti nell’esercizio delle sue funzioni, ma ha semplicemente rispettato le indicazioni dell’allora pubblico ministero Luigi de Magistris.

Come ha sempre fatto, d’altronde, da vent’anni a questa parte con altri pm e con altre procure.
Lo ha deciso la quinta sezione penale della Cassazione, accogliendo la richiesta del sostituto procuratore generale Francesco Salzani che questa mattina ha dichiarato inammissibile il ricorso presentato dalla Procura di Roma contro il dissequestro deciso dal Tribunale del Riesame lo scorso 8 aprile. Quando un’ordinanza aveva scagionato Genchi da tutte le accuse mosse contro di lui predisponendo la restituzione del materiale sequestrato il 13 marzo nell’ambito di un’operazione disposta dai procuratori Toro e Rossi ed eseguita dagli uomini del reparto tecnico del Ros di Roma, guidati dal colonnello Pasquale Angelosanto.
In quell’occasione, nonostante la delibera del Tribunale, la procura romana aveva sorprendentemente deciso di non restituire al consulente la documentazione sottratta. Con un vero e proprio atto di “eversione giudiziaria”, come lo aveva definito lo stesso Genchi, aggravata dal fatto che negli atti portati via vi erano anche acquisizioni importantissime riguardanti proprio gli stessi magistrati che avevano eseguito il sequestro. Solo l’ultimo atto di una vicenda senza precedenti, montata ad arte nel clamore del mainstream mediatico e puntualmente sgonfiata nel silenzio delle aule di Giustizia.
Ora la Suprema Corte ha messo finalmente la parola fine ad un capitolo di questa assurda storia, che si chiuderà domani quando la sesta sezione penale prenderà in esame anche il secondo ricorso presentato dalla Procura di Roma, contro il dissequestro dell’archivio disposto sempre dal Riesame e sempre nel mese di aprile, ma in riferimento all’ipotesi di reato di abuso d’ufficio in relazione all’inchiesta Why Not e per alla presunta illecita raccolta di tabulati, anche riconducibili a parlamentari. Mentre il ricorso di stamattina era riferito all’accusa (infondata) di accesso abusivo al sistema informativo dell’Agenzia delle Entrate.
“Ho sempre avuto fiducia nella giustizia – ci ha detto Genchi in un commento a caldo - e con questo spirito mi sono presentato davanti ai miei giudici. Sono certo che questa vicenda sarà chiarita con l’accertamento delle vere responsabilità dei pupari che l’hanno determinata al solo scopo di sottrarsi alle loro responsabilità.
Alla legittima aspirazione di ogni cittadino ad una ‘giustizia giusta’ e veloce – ha quindi concluso - si aggiunge l’esigenza che la legge sia ‘uguale per tutti’.”