mercoledì 28 ottobre 2009

Fwd: "L'Agenda Rossa di Paolo Borsellino - Le verità nascoste" – Selvazzano Dentro (PD), 29-10-2009, ore 18,00

"L'Agenda Rossa di Paolo Borsellino - Le verità nascoste" – Selvazzano Dentro (PD), 29-10-2009, ore 18,00

Il 29 ottobre 2009 (giovedì), alle ore 18,00, presso l'Auditorium S. Michele di Selvazzano Dentro (PD), parteciperò con Fausto Fanelli (dell'esecutivo del COISP della Polizia di Stato) e Antonino Pipitone (Cordinatore IDV di Padova) alla manifestazione organizzata da Italia dei Valori sul tema "L'Agenda Rossa di Paolo Borsellino – Le verità nascoste".


domenica 25 ottobre 2009

Gioacchino Genchi: l’uomo e il padre


Gioacchino Genchi: l'uomo e il padre

Reset intervista in una lunga chiacchierata, il dott. Gioacchino Genchi, consulente tecnico dell’Autorità Giudiziaria in importanti indagini e processi penali a Palermo, sulla scottante situazione attuale alla luce degli ultimi accadimenti nel nostro paese. Il suo rapporto con il lavoro di funzionario di polizia impegnato nella battaglia per difendere la legalità, il suo ruolo di padre e la reazione della gente, dei giovani, dei cittadini italiani che hanno fatto muro per difenderlo dagli attacchi mediatici e dai poteri forti, che hanno tentato di farlo tacere e screditare il suo lavoro di uomo delle istituzioni alla ricerca della verità.

Speranze di un cattivo magistrato


A pochi giorni dalla sentenza della Sezione Disciplinare del CSM che ha sanzionato me e il collega dott. Verasani con la perdita di anzianità (sei mesi per me e quattro per lui), oltre al trasferimento di sede e funzioni già disposto in via cautelare, vi partecipo di alcune mie riflessioni su questa amara vicenda, che troverete anche pubblicate sul quotidiano IL FATTO di oggi 25 ottobre 2009. Vi ringrazio sempre per il sostegno che mi avete donato in questi mesi. Sotto il testo


La scena finalmente si chiude, cala il sipario nero.
Regista ed attori tirano un respiro di sollievo: ancora un’ottima interpretazione, il pubblico può ritenersi soddisfatto. Giustizia è fatta.
Ma la platea è muta, nessuno plaude.
L’epilogo è paradossale, grottesco.
Due magistrati della Procura della Repubblica di Salerno sono stati severamente puniti dalla Sezione Disciplinare del Consiglio Superiore della Magistratura. Esautorati delle loro funzioni inquirenti, allontanati dalla sede in cui le esercitano. Cassato un pezzo di vita professionale. Ore, giorni, mesi dedicati, in silenzio, con scrupolo, a studiare carte, leggi, sentenze; a scrivere, indagare, nel tentativo di amministrare giustizia. Una Giustizia eguale per tutti.
Tempo sprecato.
I giudici disciplinari, che non avevano mai fatto mistero del proprio convincimento e chiaramente interessati al celere seppellimento della vicenda, possono finalmente veder consacrato il proprio verdetto.

Dunque, ora, non mi resta che prenderne atto: sono ufficialmente inserita nella lista nera dei cattivi magistrati.
Perché, nel legittimo esercizio delle mie funzioni istituzionali, ho osato indagare su altri magistrati -quelli del distretto di Catanzaro- per gravi delitti di corruzione in atti giudiziari, abuso d’ufficio, falso ideologico, omissione in atti d’ufficio, favoreggiamento, calunnia, diffamazione e quant’altro, connessi all’illegale sottrazione al Pubblico Ministero titolare, dott. de Magistris, delle inchieste POSEIDONE e WHY NOT e alla loro successiva disintegrazione.
Ho osato, come era mio obbligo, sequestrare atti e documenti processuali integranti il “corpo” di quei reati. Ho osato perquisire abitazioni e uffici dei magistrati indagati, per ricercare tracce e cose pertinenti ai reati, necessarie al loro accertamento.
Ho osato raccogliere e riscontrare minuziosamente decine e decine di denunce del Pubblico Ministero a cui le inchieste erano state sottratte, reo, anche lui, di aver scoperto il sistema di illecite cointeressenze che domina la gestione del denaro pubblico nel nostro Paese.
Ho osato fare i nomi e i cognomi dei presunti appartenenti a quel sistema e di coloro che, direttamente o indirettamente, ne avrebbero permesso il funzionamento.
Ho osato voler a tutti i costi applicare la legge, senza capire, assai imprudentemente, che nel mio “mestiere” il principio costituzionale dell’eguaglianza dei cittadini dinanzi alla legge non vige così rigorosamente, sempre e per tutti.
Esiste un superiore principio non scritto, di ordine “deontologico”, che è quello dell’Opportunità.
Avrei, cioè, dovuto chiedermi e non l’ho fatto: è proprio opportuno che indaghi il magistrato Tizio, il politico Caio, l’imprenditore Sempronio, il faccendiere Mevio? è proprio necessario perquisirne abitazioni e uffici, sequestrare carte e documenti ?
La risposta è variabile, dipende dalle circostanze. A volte è opportuno e necessario, altre, invece, non lo è.
Perché, mi dicono, la diligenza di un bravo magistrato si misura sulla sua prontezza di riflessi, sulla velocità nell’intuire quando è il caso di poter agire e quando non lo è affatto; sulla sua capacità di interpretare i segnali; di ricorrere a diplomazia e compromessi; di interloquire e persuadere; di attendere che i tempi di indagini lentamente scadano; di saper selezionare e, infine, archiviare.
E la sua correttezza sta nell’evitare di fare i nomi e i cognomi di illustri colleghi, politici, imprenditori, perché, anche quando sembra indispensabile riscontrarne il coinvolgimento, in fondo è una questione di privacy. E chi denuncia potrebbe essere sempre, dietro mentite spoglie, un folle congiuratore, anche se si riscontra che, purtroppo, è sincero.
Merito, dunque, una lezione. Mai eccedere nel perseguire fini di giustizia!
Si spera, per me, che io abbia inteso, una sola volta e per sempre.

Lo ammetto, ignoravo l’esistenza di tali singolari regole “deontologiche”, regole non scritte, sulle quali, pare, debba misurarsi la professionalità del magistrato.
Ma, ad essere seri, qui mi sembra che la vera deontologia non c’entri proprio un bel niente e sarebbe assai dignitoso per la nostra categoria non tirarla neppure in ballo.
Qui, invece, si tratta di capire le ragioni vere per cui tre magistrati della Procura della Repubblica di Salerno, legittimamente e doverosamente impegnati a far luce su un devastante sistema di corruzioni e collusioni giudiziarie, siano stati “fatti fuori” con gli strumenti della nuova legge disciplinare, pagando un prezzo altissimo per la loro autentica indipendenza, politica e associativa.
Si tratta di capire perché, al di là della vergognosa farsa della “guerra tra Procure” (una favoletta che amano raccontare ormai solo a se stessi, dai sicuri effetti tranquillizzanti e catartici) gli organi disciplinari stiano consentendo ad altri magistrati, indagati per gravi fatti di corruzione in atti giudiziari, falso ideologico, abuso d’ufficio, favoreggiamento e quant’altro, e autori anche di illecite attività ai danni dei loro indagatori, di continuare impunemente ad amministrare giustizia nei contesti criminosi oggetto delle indagini della Procura di Salerno.
C’è dunque da chiedersi: quali superiori principi di “deontologia professionale” vigono per costoro? quale eccezionale criterio di ragionevolezza ha indotto i supremi organi disciplinari a non intervenire anche in questo caso con gli strumenti cautelari e a perseverare in tale insensata omissione?
Esistono forse equilibri di poteri -politici, giudiziari, criminali- da dover preservare e che non conosciamo e non possiamo conoscere?
E chi ne sarebbero gli inamovibili garanti? Chi gli “eversori” da punire e cacciare?
Esiste forse un modus operandi, diverso da quello del contrasto aperto e diretto al crimine organizzato di ogni livello, che tende, invece, sottobanco, all’accordo e al compromesso e che serve a salvaguardare occulti sistemi di interessi?
C’è uno sfondo, in questa nostra vicenda, che si finge di non vedere; o forse, semplicemente, fa troppo paura guardare.
Credo, però, che i cittadini della Repubblica Italiana abbiano oggi il diritto di sapere a che gioco stanno giocando gli apparati istituzionali, soprattutto, perché quel gioco baro danneggia la vita di uomini integri, il cui solo scopo è servire lo Stato.
La ricerca della verità sul nostro passato di sangue è un passo fondamentale per comprendere quale sia l’attuale stato delle istituzioni democratiche, come si sia giunti ad esso, quali i meccanismi di reale funzionamento.
Ma occorre anche il coraggio del rinnovamento.
Un rinnovamento al quale la magistratura, che di questo nostro Stato Repubblicano è un pilastro fondamentale, non può restare estranea.
Sono necessarie e urgenti riforme serie che servano non a renderla inerme, ma a conferirle forza di autentica indipendenza dagli inevitabili condizionamenti del potere politico o criminale.
Occorrono soluzioni e strumenti in grado di preservarla anche dal suo interno, liberandola dagli effetti di dipendenza psicologica che, sull’esercizio delle funzioni giudiziarie, può di fatto produrre un’impropria strumentalizzazione dei meccanismi di nomina, promozione, assegnazione di incarichi extra-giudiziari, o per converso, di disciplina, che incidono direttamente sulla vita personale e professionale dei magistrati.
La nostra amara vicenda, che segue quelle di tanti altri colleghi, molti dei quali dimenticati o ignorati, dimostra quanto basso sia il punto in cui versa l’attuale “autogoverno” e quanto distante sia dai nobili intendimenti dei Padri Costituenti.
Un “autogoverno” ormai completamente prigioniero delle logiche di appartenenza e spartizione politica; in cui ruoli amministrativi e giurisdizionali si sovrappongono e si confondono in un tutt’uno; ove la regola dell’imparzialità vale solo per gli altri e il rispetto delle prerogative difensive ha il senso di un optional; ove non esistono più spazi di affermazione e tutela per magistrati davvero liberi e indipendenti, costretti all’isolamento dalla prepotenza degli schieramenti correntizi.
E ancor più forte è divenuto il bisogno, diffusamente avvertito eppur timidamente sussurrato, di un organo “sindacale” nuovo, in grado di assicurare tutela effettiva ai diritti del magistrato in quanto pubblico impiegato, capace di aprirsi ed interloquire con la società civile, per saperne cogliere le problematiche e le reali esigenze; un organo che non necessiti di tesseramenti, autenticamente autonomo e libero da condizionamenti politici, da ambizioni carrieristiche o di potere.
Mi piacerebbe avvertire questo sussulto di rinnovamento, davvero “democratico”, per la nostra categoria.
Mi auguro, da buon cattivo magistrato, che l’assordante e granitico silenzio, in cui si è chiuso l’ordine giudiziario riguardo alla vicenda salernitana, serva almeno alla riflessione.

Gabriella Nuzzi

"Sogni e idee civiche locali, al servizio della libertà”, Carini (PA) 27 ottobre 2009, ore 21

"Sogni e idee civiche locali, al servizio della libertà", Carini (PA) 27 ottobre 2009, ore 21

Il 27 ottobre 2009 (martedì), alle ore 21,00, presso l'auditorium comunale Totuccio Aiello di Carini (Palermo), parteciperò con Sonia Alfano, Luigi de Magistris e Piergiorgio Morosini, all'assemblea cittadina organizzata da "Un sogno per Carini", dal titolo "Sogni e idee civiche locali, al servizio della libertà".


"Borsellino e Genchi a Londra”, 14 novembre 2009, ore 17,00


"Borsellino e Genchi a Londra", 14 novembre 2009, ore 17,00


Il 14 novembre 2009 (sabato), alle ore 17,00, presso l'UCL University di Londra (Gower Street WC1E 6BT), parteciperò con Salvatore Borsellino al convegno dal titolo "Le stragi del 1992-93 e i rapporti tra Mafia e Stato".

sabato 24 ottobre 2009

"Futruro Remoto” – Palermo, 27-10-2009, ore 16,30

"Futruro Remoto" – Palermo, 27-10-2009, ore 16,30

Il 27 ottobre 2009 (martedì), alle ore 16,30, presso l'Aula Magna del Giudice di Pace Penale di Palermo, in Via Donizzetti n. 14 (a 30 m. del Teatro Massimo), parteciperò con Sonia Alfano e Luigi de Magistris (e altri) al convegno "Futuro Remoto – Giustizia fra esternalizzazione, precariato e rischi legati alla sicurezza della gestione informatica", organizzato dal Comitao informatici ATU della Giustizia.

 

 

INTERVENTI:

On. Dott. Luigi De Magistris Eurodeputato ­On. Sonia Alfano Eurodeputato ­Dott. Gioacchino Genchi Consulente informatico uffici Giudiziari ­Dott.ssa Lidia Undiemi Dottoranda di ricerca dell'università di Palermo ­Caterina Tusa FP­CGIL Sicilia ­Eugenio Sasso FIOM REGIONALE CGIL ­Marco Caselli Testimonianze lavoratori ATU – EUTELIA ­Matteo Terzo Testimonianza lavoratori Stenotipia

 

 

L'attuale politica di esternalizzazione dei servizi informatici attuata dal ministero della Giustizia pone rilevanti questioni di interesse ge­nerale, che sostanzialmente ruotano attorno alla vicenda dei lavora­tori addetti all'assistenza informatica presso gli uffici giudiziari, la cui precarizzazione dura ormai da più di dieci anni a causa delle prece­denti strategie di outsourcing. Questo «giro d'affari» ha comportato la perdita del posto di la­voro di migliaia di tecnici informatici che per anni hanno prestato servizio presso i tribunali di tutta Italia. A breve stessa sorte toc­cherà a centinaia di lavoratori ancora in servizio. Nell'ottica della salvaguardia dell'attività giudiziaria, si consideri che un inevitabile effetto di tale politica è il coinvolgimento dei privati nella gestione dei dati giudiziari.

Da una prima analisi dei bandi di gara e dei contratti quadro stipu­lati fra il ministero della Giustizia e i privati pare, infatti, che non emergano specifiche, chiare ed adeguate garanzie circa i sistemi di sicurezza e l'attribuzione di responsabilità nei casi di violazione dei sistemi informatici oggetto di terziarizzazione. Occorre riflettere sul fatto che l' affidamento a fornitori esterni di determinati servizi pubblici implica che il cittadino, nei casi di cat­tiva amministrazione dell'attività esternalizzata, possa solo rivalersi nei confronti del privato. In altri termini, il rapporto pubblica am­ministrazione­cittadino si trasforma in un rapporto fra privati, con la conseguenza che la gestione della cosa pubblica segue prevalen­temente, se non addirittura esclusivamente, mere logiche di mercato. In questa direzione, si potrebbe infine prendere in considerazione l'eventuale esistenza di incompatibilità tra tale politica di outsour­cing ed alcune disposizioni di legge. Fra queste: ­la normativa in materia di protezione dei dati personali (d.lgs. n. 196/2003), specie in riferimento ai trattamenti in ambito giudiziario; ­il Codice dell'amministrazione digitale (d.lgs. n. 82/2005); ­il Testo unico sugli appalti pubblici (d.lgs. n. 163/2006).

"L'Agenda Rossa di Paolo Borsellino - Le verità nascoste" – Padova, 29-10-2009, ore 20,45

"L'Agenda Rossa di Paolo Borsellino - Le verità nascoste" – Padova, 29-10-2009, ore 20,45

Il 29 ottobre 2009 (giovedì), alle ore 20,45, presso la Sala comunale Diego Valeri (Zona FF/SS Boschetti) di Padova, parteciperò con Salvatore Borsellino alla manifestazione organizzata da Italia dei Valori di Padova sul tema "L'Agenda Rossa di Paolo Borsellino – Le verità nascoste".


mercoledì 21 ottobre 2009

Segnalo, al seguente link, la mia intervista di oggi, 21 ottobre 2009, al TG3 Sicilia, sui rapporti di Ciancimino con apparati dello Stato e sulla tra

Segnalo, al seguente link, la mia intervista di oggi, 21 ottobre 2009, al TG3 Sicilia, sui rapporti di Ciancimino con apparati dello Stato e sulla trattativa con Cosa Nostra.

http://www.tgr.rai.it/SITOTG/TGR_popupvideo/1,8506,tgr%5Esicilia,00.html

Mafia/ Genchi: Nel '91 contatti tra Ciancimino Jr e governo

Mafia/ Genchi: Nel '91 contatti tra Ciancimino Jr e governo

*Mafia/ Genchi: Nel '91 contatti tra Ciancimino Jr e governo *Mafia/ Genchi: Nel '91 contatti tra Ciancimino Jr e governo Nel 'festival degli smemorati' qualcuno ricorderà presto Palermo, 21 ott. (Apcom) - "Noi nell'indagine mafia e appalti, partendo dal ritrovamento di una agenda telefonica di un imprenditore arrestato per mafia, Benny D'Agostino, trovammo il numero di cellulare di Massimo Ciancimino segnato come 'Massimo Rolex'". Lo rivela al Tg3 Sicilia il consulente informatico Gioacchino Genchi che in passato si occupò anche delle stragi di Capaci e via D'Amelio. "Dall'analisi dei dati di traffico del 1991, cioè prima delle stragi, sono emersi contatti con utenze riservate della presidenza del Consiglio dei ministri e del ministero dell'Interno e con cellulari e utenze fisse del ministero della Giustizia". Genchi rivela anche che vennero riscontrate "frequentazioni romane che davano il quadro completo dei rapporti, non solo imprenditoriali, politici e affaristici di Ciancimino, ma davano contatti con apparati dello Stato". Per quanto riguarda la presunta trattativa tra Stato e Cosa nostra, Genchi ha sottolineato che "non ha mai riguardato lo Stato nella sua interezza, lo Stato, fortunatamente è un'istituzione sana e non può essere intaccata. Ci sono alcuni soggetti - sostiene - che per fare carriera nel corpo o istituzione di appartenenza o partito politico nel quale militano vengono di volta in volta in contatto con la mafia". A proposito dei ricordi, dopo 17 anni, sopraggiunti a molti protagonisti della vita italiana del 1992, Genchi ha detto che "non c'è da meravigliarsi di questo festival degli smemorati, qualcun altro ancora non ricorda, ma lo ricorderà presto".

Segnalo, al seguente link, la mia intervista di oggi, 21 ottobre 2009, al TG3 Sicilia, sui rapporti di Ciancimino con apparati dello Stato e sulla trattativa con Cosa Nostra.http://www.tgr.rai.it/SITOTG/TGR_popupvideo/1,8506,tgr%5Esicilia,00.html

martedì 20 ottobre 2009

Genchi: Stopparono le mie indagini e diedero tutto ai carabinieri, ma io so che ci fu la trattativa

Genchi: Stopparono le mie indagini e diedero tutto ai carabinieri, ma io so che ci fu la trattativa
di Marco Menduni
Il Secolo XIX del 20 ottobre 2009
"La trattativa c'è stata, ne sono testimone", giura Gioacchino Genchi. Poliziotto, poi super consulente delle procure (fino al caso dell' "Archivio Genchi), lavorò alle indagini sulla strage di via D'Amelio e la morte di Paolo Borsellino, "Ma fummo fermati. Arrivò l'annuncio che tutto doveva passare nelle mani dei carabinieri. Ci sono atti inconfutabili del ministero dell'interno a spiegare l'operato dello Stato".

Le Primissime fasi dell'indagine.

"Sin dall'immediatezza della strage l'attenzione si è rivolta alle attività importanti che in quel momento stava eseguendo Borsellino. In particolare alle dichiarazioni di Gaspare Mutolo, che era l'uomo di fiducia di Toto Riina. Mutolo era già stato sentito da Falcone a Dicembre 1991".

Qual era il suo incarico allora?

"Dirigevo il nucleo anticrimine per la Sicilia occidentale e zona telecomunicazioni, il capo della polizia mi aveva dato un secondo incarico per coordinare meglio l'attività investigativa nel periodo delle stragi. Ero consulente della procura di Caltanissetta"

Borsellino doveva essere fermato dopo le rivelazioni del braccio destro di Riina?

"L'attenzione si concentrò sulla pista dei mandanti esterni proprio per la gravità di Mutolo, che coinvolgevano apparati istituzionali dello Stato, politici, magistrati, uomini dei servizi segreti e della polizia, medici. Insomma: tutta la "zona grigia" che aveva fatto da contorno a cosa nostra. Proprio partendo da questa ipotesi, si è valutato chi volesse davvero fermare Paolo Borsellino. I contatti che il magistrato aveva avuto al magistero dell'interno lasciavano ipotizzare che qualcuno, in ogni modo, cercasse di fermarlo per le indagini he sarebbero scaturite dalle dichiarazioni di mutolo su persone di altissimo livello nelle istituzioni"

La vedova Borsellino ha raccontato che suo marito aveva paura di essere spiato dal monte Pellegrino, dal Castello Utveggio.

"La signora Borsellino, già molti anni fa mi confermò questa sua impressione che ora ha raccontato alla stampa e che sicuramente aveva già riferito ai magistrati di Caltanissetta. Borsellino aveva già individuato nel Castello e negli uomini un possibile e grave pericolo, fino al punto da imporre alla moglie di serrare le imposte della camera da letto".

Ma chi c'era nel Castello?

"Si era installato un gruppo di persone che erano state all'alto commissariato per la lotta alla mafia. Dopo il cambio di vertice nella struttura con la nomina di Domenico Sica, erano stati tutti spostati al Castello. C'erano ufficiali che erano stati all'alto commissariato, dov'era pure Bruno Contrada, che era capo di gabinetto del commissario De Francesco ed altri soggetti su cui abbiamo svolto delle indagini. Il Castello era in una posizione ottimale per garantire la visuale su via D'Amelio, da dove sarebbe stato facile, anche con un binocolo, avere il controllo della via per far detonare l'esplosivo"

Lei indicò la zona del castello come possibile luogo di appostamento di chi teneva il timer.

"Si. E i sospetti derivano dal fatto che, quando hanno saputo che le indagini si stavano appuntando su quell'edificio hanno smobilitato tutte le attrezzature e sono spariti.

Ma perchè proprio quella zona?

"Questo è l'interrogativo: perchè quell'attentato non è stato fatto a Villagrazia, dove Borsellino villeggiava e sarebbe stato agevole ucciderlo con una pistola, o in via Cilea dove abitava? Perchè in via D'Amelio dove occasionalmente si recava dalla madre? Perchè in quella zona c'era quel "controllo" del territorio, perchè era stato possibile eseguire un'intercettazione telefonica sul telefono della madre e perchè c'era la possibilità di colpirlo in un luogo dove fosse stato poco protetto".

Un'operazione che non sarebbe stata condotta solo dalla mafia.

"C'è la certezza che dal punto di vista dinamico-organizzativo ci siano dei soggetti esterni a cosa nostra che si sono occupati dell'attentato. Per tutte le altre stragi di Mafia, come Capaci, si è saputo del telecomando, di come è stato posizionato l'esplosivo, di come è stato operato. Per via D'Amelio, nonostante le collaborazioni che ci sono state in Cosa Nostra, non si è saputo nulla".

La trattativa c'è stata?

"Fummo fermati, ci fu detto che tutto doveva passare nella mani dei carabinieri che stavano gestendo importanti collaborazioni. Ci hanno tolto tutto manu militari, ci hanno fatto rientrare nel gruppo Falcone Borsellino, un fantoccio di cui la polizia non aveva alcun bisogno. perchè aveva già la squadra mobile, la Criminalpol, e perchè i magistrati Cardella e Boccassini, sono saltati dalla sedia e si sono messi di traverso minacciando le dimissioni dopo l'inspiegabile trasferimento di La Barbera al ministero dell'interno, senza incarico, nell'immediatezza dell'arresto di Contrada e pochi giorni prima della cattura di Riina"


Marco Menduni (IL SECOLO XIX, 20 ottobre 2009)

domenica 18 ottobre 2009

Agnese Borsellino: ''Paolo temeva spie castello Utveggio''


Agnese Borsellino: ''Paolo temeva spie castello Utveggio''
18 settembre 2009

Palermo. "Stranamente negli ultimi giorni che precedettero via d'Amelio, mio marito mi faceva abbassare la serranda della stanza da letto, perché diceva che ci potevano osservare dal Castello Utveggio". E' un passaggio dell'intervista rilasciata a La Storia Siamo Noi di Rai Educational, da Agnese Borsellino, la moglie del magistrato ucciso assieme agli agenti della scorta nella strage di via D'Amelio. L'intervista andrà in onda domani alle 23.30 su RaiDue. Il castello Utveggio si trova sul monte Pellegrino e domina dall'alto la città di Palermo; secondo alcuni esperti di mafia, tra cui l'ex consulente di diverse Procure Gioacchino Genchi, sarebbe stato un punto di osservazione da parte di apparati dei servizi segreti. La vedova parla della reazione del marito dopo la strage di Capaci in cui fu assassinato l'amico Giovanni Falcone e ricorda gli "angeli", gli agenti di scorta che seguivano Paolo Borsellino. Dopo Capaci, Agnese Borsellino sostiene che le misure di protezione nei riguardi del marito non sono state all'altezza: "Ritengo che mio marito è stato abbandonato al suo destino di morte. Così come lui ha detto. C'erano stati tanti segnali". Riguardo i punti ancora oscuri della strage di via D'Amelio, la vedova Borsellino afferma: "Ho fiducia nel tempo. Non voglio vendetta, voglio sapere la verità, perché è stato ucciso, chi ha voluto la sua morte e perché lo hanno fatto e non voglio nient'altro. Ho tanta pazienza e tanta fiducia. Magari subito no, ma con il tempo la verità si saprà, perché gli italiani come me vogliono sapere perché è stato ucciso un uomo che era il simbolo della bontà".

ANSA

giovedì 15 ottobre 2009

CASSAZIONE: GENCHI NON HA SVOLTO ATTIVITA' ABUSIVE, ECCO PERCHE' L'ARCHIVIO E' STATO DISSEQUESTRATO

INTERCETTAZIONI: CASSAZIONE, GENCHI NON HA SVOLTO ATTIVITA' ABUSIVE ECCO PERCHE' L'ARCHIVIO E' STATO DISSEQUESTRATO, REATO SOLO SE VIOLAZIONE PRIVACY PROVOCA UN 'VULNUS'
Roma, 15 ott. - (Adnkronos) - Gioacchino Genchi non ha violato la privacy di nessuno. Lo certifica la Cassazione che, nel motivare l'ok al dissequestro dell' 'archivio' disposto lo scorso 25 giugno, evidenzia come vada "esclusa la qualifica di abusivita' attribuita all'attivita' svolta" dal consulente informatico di diversi magistrati, "avendo questi effettuato l'accesso, a seguito dell'autorizzazione ricevuta dal comune di Mazara del Vallo nel sistema informatico dell'Agenzia delle Entrate". Nel caso in questione, scrivono dunque gli 'ermellini' nelle motivazioni della sentenza 40078, "essendo Genchi abilitato a consultare i dati presenti nel sistema informatico dell'agenzia delle entrate, non e' ipotizzabile una volonta' contraria del titolare dello 'ius excludendi'".
Il consulente informatico di diversi magistrati, tra cui Luigi De Magistris e Giovanni Falcone, era stato indagato per intromissione illecita nel sistema informatico dell'Agenzia delle Entrate e per violazione della privacy. Accuse che il Tribunale del Riesame di Roma, lo scorso aprile, aveva fatto cadere ordinando il dissequestro del materiale di Genchi. Contro questa decisione ha fatto ricorso in Cassazione la Procura della capitale ma la Suprema Corte, dichiarando il ricorso inammissibile, ha precisato che "non puo' condividersi la lettura della norma sottesa alla contestazione in esame che individua l'abisivita' della condotta nel fatto di chi, abilitato ad accedere al sistema informatico, usi tale facolta' per finalita' estranee al compito ricevuto".
Inoltre i supremi giudici fanno notare che il reato punito in base al dlg 196/2003, "non sussiste in caso di mancata dimostrazione che la violazione della normativa sulla tutela dei dati personali, abbia prodotto un 'vulnus' significativo alla persona offesa".
Sostenere, infatti, che questa condizione di punibilita' sia "implicita e intrinsecamente connessa - conclude piazza Cavour -
equivale ad asserire un capovolgimento dei principi in tema dell'onere della prova, assolutamente non giustificata dalla fase iniziale delle indagini".
(Dav/Pn/Adnkronos)
15-OTT-09 15:48
Da questo link è possibile scaricare la motivazione integrale della Sentenza della V Sezione Penale della Corte di Cassazione

martedì 13 ottobre 2009

"Nuove Resistenze: Intercett-Azioni” - 17-10-2009, ore 21,15, Fermignano (PU)

"Nuove Resistenze: Intercett-Azioni" - 17-10-2009, ore 21,15, Fermignano (PU)

Il 17 ottobre 2009 (sabato), alle ore 21,15, presso il salone comunale di Fermignano (PU), parteciperò con Mirco Marchetti all'incontro organizzato da IDV di Fermignano, dal titolo "Nuve Resistenze: Intercett-Azioni".


"Dalle stragi ad oggi: alla ricerca della verità" - 16-10-2009, ore 20,45, Forlì

"Dalle stragi ad oggi: alla ricerca della verità" - 16-10-2009, ore 20,45, Forlì

Il 16 ottobre 2009 (venerdì), alle ore 20,45, presso la Sala Santa Caterina di Via Romanello n. 8, a Forlì, parteciperò con Giancarlo Biserna e Tommaso Montebello alla manifestazione organizzata dal Gruppo Consiliare dell'IDV di Forlì, dal titolo "Dalle stragi ad oggi: alla ricerca della verità". Modererà il dibattito la giornalista Daniela Gaudenzi.



domenica 11 ottobre 2009

La nascita di Forza Italia - LE ARANCE DI MANGANO E I MESSAGGI DEI BOSS ALLA FININVEST

La nascita di Forza Italia

 

LE ARANCE DI MANGANO E I MESSAGGI DEI BOSS ALLA FININVEST

 

di Peter Gomez

 

Alla fine non è rimasto quasi niente: solo una condanna per corruzione e un giro milionario di fatture false. Le accuse di mafia sono cadute. Quelle per traffico di droga pure. Del presunto favoreggiamento al genero di Vittorio Mangano, Enrico Di Grusa, latitante a Milano negli anni Novanta, poi, è meglio non parlare. In cassazione è evaporato anche quello. Eppure la storia delle grandi cooperative di pulizie e servizi gestite a Milano dai messinesi Natale Sartori e Antonino Currò, due buoni amici dell'ex fattore di Arcore, è centrale per capire che cosa è successo negli anni delle stragi. A sentire il pentito Giovanni Brusca, infatti, un pezzo della trattativa tra Stato e mafia (la seconda, da non confondere con la prima condotta dall'ex sindaco di Palermo, Vito Ciancimino), è passata proprio attraverso quegli uffici dove, tra i quasi duemila dipendenti, lavorano pure due delle tre figlie di Mangano.

Brusca ne parla più di dieci anni fa. Racconta di aver convocato Mangano nel settembre del 1993 e di avergli chiesto di prendere contatto con Silvio Berlusconi. La prima trattativa è fallita: il 41 bis (il carcere duro) non è stato revocato, la pressione dello Stato su Cosa Nostra non si è allentata e, quello che è peggio, Totò Riina è in galera da 9 mesi. Discutere con i carabinieri come aveva fatto Ciancimino, non è insomma servito a niente. Così persino Luchino Bagarella, il cognato di Riina, quando gli si chiede come vanno le cose, allarga le braccia e dice: "Siamo in mezzo al mare". Certo nè lui, nè Brusca sanno nulla dei legami politici che Riina aveva coltivato prima della sua cattura. L'altro corleonese, Bernardo Provenzano, che di rapporti ad alto livello ne ha molti, sembra poi sparito.

I fratelli Graviano, i boss del Brancaccio che per tutta l'estate avevano messo a ferro e fuoco l'Italia, sono latitanti al nord. E se anche hanno qualche filo per le mani, non lo fanno sapere. Per questo Brusca, dopo aver letto su "L'espresso " del 26 settembre '93 che Marcello Dell'Utri, per conto di Berlusconi, sta' creando un partito, incontra Mangano: sul settimanale è riportata la storia dei suo antico legame con il braccio destro del Cavaliere. Una storia che lui non conosce, ma che adesso può essere importante.

L'ex fattore di Arcore prende appunti su un foglietto: deve dire a Berlusconi che "la sinistra (intesa come la sinistra Dc ndr) sapeva", cioè era al corrente di tutti i retroscena delle bombe visto che tra Stato e mafia c'era stata una trattativa. Poi va a Milano e in novembre vede Dell'Utri (risulta da delle agende sequestrate al senatore azzurro). A far da tramite con l'ideatore di Forza Italia, spiega però il pentito, sono "dei suoi amici, dei suoi parenti, che avevano a che fare con una ditta di pulizie". Attraverso di loro, secondo Brusca, vengono inviati messaggi alla Fininvest e, forse, per tutto il '94 giungono anche le risposte.

Quando invece era Mangano a muoversi, gli imprenditori telefonavano al gruppo del Biscione e dicevano: "Sono arrivate le arance ". Brusca però non sa chi siano esattamente questi amici dell'ex fattore. A scoprirlo, grazie anche un nuovo pentito, saranno gli investigatori. Le indagini della Dia (Direzione investigativa antimafia) svelano come Dell'Utri ancora nel 1998 sia in contatto con Sartori, mentre l'analisi sui tabulati telefonici delle cooperative del super esperto informatico Gioacchino Genchi, dimostrano che i legami sono molto antichi. Dell'Utri ha sulle sue agende un numero dell'imprenditore di Messina che risale a prima del 1990, e certamente, proprio come raccontato da Brusca, nel '94 riceve a casa una sua telefonata. È un bel riscontro anche se non basta ancora per chiudere il cerchio.

Nessuno infatti può discutere i legami tra i vertici delle cooperative e la famiglia Mangano. Quando Vittorio viene arrestato, nel '95, Sartori si precipita a Palermo; in altri casi le indagini hanno evidenziato passaggi di denaro e, persino, festività trascorse in famiglia tutti assieme. Il problema è che le cooperative per Publitalia per le reti televisive del Cavaliere ci lavorano: le pulizie negli uffici le fanno loro. E così, dal punto di vista processuale, il fatto che Sartori dia un impiego pure alle figlie del boss e si sia ritrovato a difendersi dalle accuse di aver favorito la latitanza di suo genero, resta una coincidenza. A Milano le dichiarazioni del pentito Vincenzo La Piana non bastano per ottenere la condanna di Sartori e del suo socio Currò per mafia. E anche se La Piana parla di un traffico di cocaina che, a metà anni Novanta, doveva essere finanziato dal senatore azzurro, la storia a poco a poco si scolora. Nei faldoni restano a prender polvere pure le informative che descrivono Sartori come un uomo legato persino al boss-imprenditore di Bagheria, Michelangelo Alfano e alla mafia di Messina. In aula, invece, l'avvocato di Sartori esulta. "Questa è una vittoria anche per Dell'Utri", dice. Il legale è un onorevole. Si chiama Gaetano Pecorella e di solito assiste Berlusconi. Ma anche questa è solo una coincidenza.

 

(Fonte: il Fatto Quotidiano, 11 ottobre 2009)

La faida finisce in politica

La faida finisce in politica


Le indagini su un assassinio del 2005, a Locri, e alcune intercettazioni ambientali aprono nuovi scenari sui rapporti tra 'ndrine e amministrazioni locali. Che portano dritto all'omicidio Fortugno
di Pietro Orsatti su
left/Avvenimenti del 9 ottobre 2009
La cronaca, la semplice enumerazione di fatti, a volte può portare fuori strada nella narrazione di un determinato evento. Basta che un fattore sia occultato, o venga ritenuto irrilevante o marginale, per far saltare un intero processo logico e portarci del tutto fuori strada. Come in questo caso, se non si è molto attenti. L'omicidio di un capo clan della 'ndrangheta di Locri, Salvatore Cordì, ucciso a Siderno il 31 maggio 2005. Un omicidio che locale e inquirenti inserirono immediatamente nella faida decennale tra i clan Cordì-Cataldo a Locri. Salvatore era nipote di Antonio Cordì, chiamato "U Ragiuneri", ritenuto per lungo tempo a capo dell'omonima cosca di Locri.
Per cominciare ad analizzare una storia come questa è sempre necessario iniziare dal fatto, quindi dalla dinamica dell'omicidio. Per uccidere Salvatore Cordì venne utilizzato un fucile calibro 12 caricato a pallettoni. A sparare, secondo quanto si apprese immediatamente dopo l'agguato, fu una persona che era in sella ad una moto di grossa cilindrata guidata da un complice. Entrambi indossavano un casco integrale, come da manuale in casi del genere. La vittima venne raggiunta alla spalla sinistra, al collo e alla testa dai pallettoni mentre, resosi conto di essere obiettivo di una attentato omicida correva per allontanarsi. Il decesso non fu immediato, ma avvenne in ospedale poche ore dopo. Fin qui la dinamica "apparente", gli eventi che si sono svolti in poche ore sul proscenio di Siderno. Appena tre mesi prima, cioè il 15 febbraio 2005, a Locri la cosca dei Cordì aveva eliminato Giuseppe Cataldo uscito dal carcere da pochi giorni. Un uomo, Giuseppe, di rilievo negli equilibri dei due clan contendenti; figlio, infatti, di Michele e nipote del patriarca Giuseppe. Un omicidio che inevitabilmente riaprì la faida che solo da qualche tempo sembrava essersi quantomeno acquietata. Se fosse possibile. Anno cruciale il 2005 per la famiglia Cordì. L'uccisione del boss della cosca rivale, poi la morte di quello che in parte deteneva il potere del clan, ovvero Salvatore, e poi "l'affare grosso", l'omicidio eccellente. L'omicidio Fortugno.

francesco-fortugno.jpegIl 2 febbraio di quest'anno sul caso del politico assassinato il 16 ottobre 2005 si è arrivati a un punto. Condannati all'ergastolo i mandanti e gli esecutori dell'omicidio Fortugno. La Corte d'assise di Locri, ha quindicondannato Alessandro e Giuseppe Marcianò, padre e figlio, considerati dalla DDA di Reggio Calabria i mandanti del delitto del vicepresidente del consiglio regionale della Calabria ucciso con cinque colpi di pistola all'interno del seggio allestito per le primarie dell'Unione a Locri. Ergastolo anche per Salvatore Ritorto, ritenuto l'autore materiale del delitto e Domenico Audino, definito come il fiancheggiatore. Il pm Marco Colamonici, nel corso della requisitoria del processo per l'omicidio del vicepresidente del Consiglio regionale della Calabria. Colaminici, facendo riferimento alle dichiarazioni del pentito Domenico Novella, dichiarò una cosa bene precisa, ovvero che i due erano organici del clan dei Cordì, e che Alessandro Marcianò, caposala dell'ospedale di Locri, era in rapporti stretti col boss Cosimo Cordì, ucciso a Locri in un agguato nel 1997. Con lo stesso Cordì, inoltre, Marcianò aveva un di comparaggio. Un aspetto, questo, che in Calabria e in particolare in determinati ambienti ha un significato ben preciso. Cosa c'entra l'omicidio di Salvatore Cordì con il successivo agguato mortale al vicepresidente della Regione? Nulla, forse. Ma la coincidenza temporale dei tre atti criminali, l'appartenenza dei protagonisti al medesimo clan, danno quantomeno da pensare.

Sempre dalla requisitoria del pm, accolta dal collegio giudicante del processo Fortugno, apprendiamo che l'omicidio «doveva anche rappresentare un messaggio al presidente della Regione Agazio Loriero. Questo per quanto riguarda il versante politico. Sull'altro versante, tutti gli accusati appartengono alla famiglia mafiosa dei Cordì. Ecco perché l'asse politico-mafioso». Il pm, ha anche aggiunto uno scenario ben preciso, individuando sia gli affari dei Cordì che il punto di incontro fra 'ndrangheta e , raccontando che «pensando ad un livello più alto, la matrice del delitto va inquadrata nelle risorse pubbliche e nella ripartizione dei fondi per la sanità nella Locride ed in tutta la provincia reggina. Non a caso la sanità pubblica viene definita da tempo come la Fiat della Calabria».

I Cordì stavano cercando di fare il salto nel grande affare della sanità? Oppure, lo avevano già fatto e i due omicidi, quello del capo della cosca rivale e quello del politico che poteva fermare la loro ascesa nel business, sono da mettere nel conto di una di mantenimento delle posizione acquisite? È qui, su questa seconda ipotesi, che probabilmente si inserisce la vicenda dell'omicidio di Salvatore Cordì. Non solo, perciò, un omicidio interno a una "faida", ma un omicidio interpretabile in uno scenario mafioso ben più ampio e allarmante, dove l'intreccio fra affari, e 'ndrine è terreno per la preparazione e la conduzione di un conflitto molto più ampio di quello che appare al primo sguardo. Non illudiamoci, infatti, che la 'ndrangheta sia mafia di serie B. Oggi la 'ndrangheta è una della quattro organizzazioni criminali più potenti non in ma del mondo. E le famiglie Cataldo e Cordì sono perfettamente inserite in questo quadro, compresa la capacità di infiltrare, condizionare e determinare la sia a livello locale che nazionale.

stor_7824116_14370E quindi torniamo a questo omicidio, ai tre colpi di fucile a pallettoni che hanno ammazzato Salvatore Cordì nel maggio del 2005. È in corso un processo nei confronti di sette persone: Antonio Cataldo detto "papuzzella", Francesco Cataldo detto "u prufissuri", Giuseppe Cataldo, Michele Curciarello, Antonio Martino, Antonio Panetta e Salvatore Panetta. Mentre altri due imputati, i fratelli Giuseppe e Domenico Zucco, sono stati processati separatamente. I nove sono stati individuati nel corso di un'indagine molto complessa partita da un'intercettazione telefonica.

Al momento dell'omicidio, infatti, come riportato dalla richiesta di applicazione delle misure cautelari della Direzione distrettuale antimafia «erano in corso attività di intercettazione telefonica ed ambientale» in relazione «di una indagine riguardante gli interessi della cosca Cataldo di Locri nel traffico di sostanze stupefacenti». Riascoltando immediatamente dopo l'agguato le registrazioni del giorno del delitto, l'attenzione degli investigatori si concentrò su un'utenza telefonica, quella intestata a Domenico Zucco dove si ascoltava all'ora del delitto «un tentativo di chiamata verso il telefono cellulare in uso a Panetta Antonio, che consentiva di registrare ed ascoltare le tracce sonore di quanto avveniva nell'ambiente in cui il chiamante – Zucco Domenico – si trovava in quel momento». E i pm proseguono raccontando che «in particolare, si registravano alcuni squilli a vuoto, quindi un rumore simile ad uno sparo e le immediate grida di una donna». Da qui è partita l'indagine. Che per la natura stessa (l'incrocio "relazionale" dei traffici telefonici e di intercettazioni) dell'inchiesta ha visto in qualità di perito Gioacchino , il poliziotto e consulente delle procure di mezza conosciuto soprattutto per la perizia del processo per la strage di nel '92 e per "l'affaire" Why Not. Un'indagine che è riuscita a determinare un movente chiaro (che è il controllo egemone dell'insieme delle 'ndrine della Locride), una catena di comando e un'insieme di relazioni inquietanti che si allargavano a macchia d'olio ben oltre i confini delimitati delle organizzazioni criminali.

C'è un'intercettazione ambientale, di cui è oggetto in parte lo stesso , che mostra uno spaccato del livello di potere della cosca che lascia senza fiato. L'intercettazione avviene in carcere, durante una visita di Francesco e Nicola Cataldo al detenuto Antonio Cataldo. I tre dialogano apertamente del processo in corso, fanno capire che sono a conoscenza di come vanno le indagine relative a loro e anche ad altri procedimenti e che temono un allargamento dell'indagine ad altre persone rimaste fino ad allora estranee. A un certo punto il boss detenuto esplode e fa un riferimento chiaro alle indagini: «Questo fatto qua, gli ha chiesto il rito immediato è un rito immediato è un rito pericoloso perché non gli dà spazio alla difesa, lui adesso porta carte nuove, dice che da tre anni che sta facendo indagini, quello è un pericolo… totale… Io ho letto carta in processi di giornali a Catanzaro (il riferimento all'inchiesta Why Not è evidente, ndr), a , dove lo chiamano da tutte le parti e non solo mette quello che è indagine pura e… ma mette pure di più…». L'intercettazione a questo punto diventa per alcuni secondi incomprensibile, chi trascrive parla di una sovrapposizione di voci, poi Antonio riprende infuriato: «Ma sai cosa vuol dire una custodia cautelare da qua dentro?… che il processo uno non lo può seguire, sai che vuol dire per innescare un meccanismo di quell'altro processo come siamo qua… e vi dovete muovere… basta, leggetevi i giornali… e la puttana della miseria». L'interpretazione dei pm dell'intera conversazione e che Antonio Cataldo, ispirato sia dalla lettura di un giornale (probabilmente un articolo pubblicato dal Calabria Ora, ndr) che probabilmente da altre informazioni, tema un allargamento dell'inchiesta, come poi effettivamente avvenuto, e cerca di esortare i suoi parenti affinché «si adottino adeguate contromisure, che possono consistere in iniziative processuali (evidentemente, all'interno del processo nei confronti di Zucco Domenico), ma che, si intuisce, potranno e dovranno essere anche di altra natura e quindi volte ad inquinare il quadro probatorio o a garantirsi l'irreperibilità». Quali siano queste "altre misure" è difficile capirlo, ma visti gli intrecci emersi a Locri di questo clan, come per quanto riguarda i rivali Caprì, pensare a appoggi "esterni" o all'uso della violenza non è azzardato.

sabato 10 ottobre 2009

"A colloquio con la Giustizia" - 11-10-2009, ore 18,00, Modugno (Bari)

"A colloquio con la Giustizia" - 11-10-2009, ore 18,00, Modugno (Bari)
L'11 ottobre 2009 (domenica), alle ore 18,00, presso la "Sala Romita" di Modugno (Bari), parteciperò con la scrittrice e giornalista Antonella Mascali, alla tavola rotonda organizzata dalla scuola di formazione politica "Antonino Caponetto" dal titolo "A colloquio con la Giustizia", nel ciclo delle manifestazioni del "Caffè letterario". 

giovedì 8 ottobre 2009

"Dalle stragi ad oggi: alla ricerca della verità” – Forlì, 16-10-2009, ore 20,45

"Dalle stragi ad oggi: alla ricerca della verità" – Forlì, 16-10-2009, ore 20,45
Il 16 ottobre 2009 (venerdì), alle ore 20,45, alla Sala Santa Caterina di Via Romanello n. 8, a Forlì, parteciperò con Giancarlo Biserna, Daniela Gaudenzi e Pietro Caruso all'incontro organizzato dal Gruppo consiliare Italia dei Valori di Forlì sul tema "Dalle stragi ad oggi: alla ricerca della verità".

mercoledì 7 ottobre 2009

"Mafia e Stato" – Ferrara, 09-10-2009, ore 20,30

"Mafia e Stato" – Ferrara, 09-10-2009, ore 20,30
Il 9 ottobre 2009 (venerdì), alle ore 20,30, presso il Teatro Boldini di Ferrara, nel ciclo del programma della manifestazione "Mafia e Stato", parteciperò alla presentazione del libro "Mafia Pulita" di Elio Veltri e Antonio Laudati. Oltre agli autori, interverranno alla manifestazione: Il sindaco di Ferrara, Tiziano Tagliati, la presidente della Provincia di Ferrara, Marcella Zappaterra, l'on. Pasquale Ciriello, i magistrati Clementina Forleo, Carlo Negri, Francesco Caruso, Rosario Minna, Paolo Maiorana, nonché il questore di Ferrara, Salvatore Longo e l'avv. Franco Romani, Presidente della Camera Penale di Ferrara.

martedì 6 ottobre 2009

Il regime delle 'espulsioni' colpisce il dissenso scomodo

SCUDO FISCALE: CAMERA DEDICE SU COMPORTAMENTO BARBATO (IDV)

(AGI) - Roma, 6 ott. - E' convocato per stasera alle 18 l'Ufficio di presidenza della Camera chiamato a valutare le parole pronunciate in aula da Francesco Barbato, deputato dell'Italia dei valori, che ha dato del "mafioso" al presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi, nello scontro fra maggioranza e opposizione che ha segnato l'approvazione in via definitiva dello scudo fiscale a Montecitorio, la settimana scorsa. La conferma arriva dallo stesso Barbato che, in Transatlantico aspetta l'esito della vicenda in compagnia di Gioacchino Genchi, l'ex consulente dell'allora pm di Catanzaro, Luigi De Magistris.

"Sospeso io, sospeso lui… Siamo fra color che son sospesi..", scherza Genchi solidarizzando con il parlamentare. Poi mostra in anteprima la copertina del suo libro, in prossima uscita: "Il Caso Genchi. Storia di un uomo in balia dello Stato". Barbato sara' ascoltato dai questori a partire dalle 16,30 per la prevista istruttoria sul caso: "Come mi sento? Mi sto caricando ancora di piu', perche' - risponde - mi rendo conto che davvero bisogna fare pulizia nelle istituzioni, prima che nel Paese". Ad assisterlo ci sara' il capogruppo alla Camera dell'Idv, Massimo Donadi. Il partito, aggiunge Barbato, "su legalita' e lotta alla mafia non transige". (AGI)

venerdì 2 ottobre 2009

Intervista a Gioacchino Genchi – Se provano a fermarmi…

di Pietro Orsatti su Left-avvenimenti

Mentre la tempesta giudiziaria e si sta abbattendo sui palazzi del potere, uno dei protagonisti di molte delle inchieste, delle polemiche e degli scontri di questa stagione si sta preparando a sferrare un altro colpo a un sistema già traballante. Un libro (Il caso Genchi – Storia di un uomo in balia dello Stato) ormai pronto e solo in fase di correzione delle bozze prima della stampa. Gioacchino Genchi, il poliziotto e consulente delle procure, l'uomo che secondo i suoi detrattori intercettava milioni di italiani, è rilassato, sembra riposato, nonostante un tour di incontri e manifestazioni che lo hanno portato in mezza Italia.
Dopo la nostra ultima intervista sono successe molte cose.
Proprio le dichiarazioni che ho rilasciato a left sono state utilizzate come motivazione per il primo dei procedimenti disciplinari e per la sospensione dal servizio per sei mesi, il massimo che potessero darmi. Dichiarazioni che avevo rilasciato solo per difendermi.
C'era anche qualche esponente della maggioranza del che chiedeva addirittura il suo arresto. È l'unico provvedimento a cui è stato sottoposto?
No, c'è anche un altro provvedimento scaturito da un mio botta e risposta con un giornalista di Panorama che mi aveva insultato sulla bacheca di facebook. E qui è accaduta una cosa assurda. La mia sospensione quale sanzione per l'intervista a left è stata sospesa dalla misura cautelare del secondo procedimento, lasciandomi praticamente fuori dal servizio a tempo indeterminato, addirittura oltre i sei mesi della sanzione, per altro verso assurda, che sono pure trascorsi.
Un po' contorta come situazione, può spiegarla meglio?
Ovviamente ho fatto ricorso al Tar che, come sappiamo, ha i suoi tempi per decidere. A parte l'illogicità delle due contestazioni e delle sanzioni, che non hanno precedenti nella storia della pubblica amministrazione, la legge prevede che qualunque sanzione definitiva debba essere eseguita subito, quando diventa esecutiva. In questo caso, anche in campo penale, la misura cautelare, ove ne ricorrano i presupposti, è compatibile con l'espiazione della pena. È la misura cautelare che coesiste con la sanzione e non viceversa.
Perché, secondo lei, questo atteggiamento?
Per tenermi fuori dalla polizia allungano all'infinito i tempi con l'escamotage della sospensione dell'esecuzione della sanzione. Se poi rifletto su quanto sta emergendo in questi giorni dalle indagini di Caltanissetta e di sulle stragi del '92 e sui depistaggi che ci sono stati, non mi riesce difficile immaginare le convergenze di interessi che possono aver contribuito alla mia delegittimazione personale e professionale. Forse vogliono portarmi alla pensione mantenendomi sospeso dal servizio e costringendomi a difendermi fra la Procura di e il ministero dell'Interno, per impedire che io mi occupi delle cose di cui mi stavo occupando. Diciamolo, tutta questa situazione, la tensione e gli attacchi hanno contribuito a colpire la mia salute, e il mio stato di salute potrebbe essere un modo per portarmi a una cessazione anticipata dal servizio. Oppure si aspetta che qualcuno mi ammazzi. Mi hanno tolto pure la pistola e a questo punto non mi potrei neppure difendere, se bastasse la pistola per difendermi.
Si sente ancora un poliziotto?
Non ho mai sentito tanto vicina la polizia e i poliziotti come da quando mi hanno sospeso dal servizio.
Da quando sono stati puntati i riflettori su di lei si è trovato al centro, da protagonista, di un dibattito politico.
Ho ricevuto la solidarietà della società civile, di tante persone oneste, di tante associazioni, di tanti poliziotti, e di qualche politico, per la verità pochi. Alcuni hanno voluto esprimermi la loro solidarietà in segreto, e sono uomini della maggioranza di che vivono una condizione terribile, perché sono costretti a subire, a bere da un calice che è sempre più amaro. Negli schieramenti esterni alla maggioranza questa solidarietà è stata più evidente. A partire da Antonio Di Pietro, che io non conoscevo, non avevo mai incontrato, se non per caso nel '92 al ministero della Giustizia, quando stavamo facendo l'ispezione dei computer di Giovanni Falcone, nel suo ufficio di via Arenula. Di Pietro da subito ha sposato la mia vicenda e quella di Luigi De Magistris e ha dato spazio nel suo partito alle istanze della società civile. Parlo di quella società civile di cui fa parte Sonia Alfano che, insieme a Beppe Grillo e Salvatore sono stati gli unici a schierarsi al mio fianco. Per una circostanza assolutamente casuale, ci siamo ritrovati tutti nella stessa stazione ferroviaria e ci siamo accorti che stavamo tutti salendo sullo stesso treno.
Che treno è?
È un treno in cui si può fare un pezzo di strada insieme senza che nessuno pretenda di imporre una direzione di marcia. La meta di questo treno era ed è la verità e la giustizia. Se in uno Stato si riesce a coniugare verità e giustizia il valore assoluto della libertà sarà sempre più alto, e in una società libera altri valori che si sono divisi fra la destra e la sinistra diventano l'attuazione di un programma che non necessariamente deve essere un programma politico. Mi riferisco ai valori della solidarietà sociale, dei diritti umani e civili. Valori che si ritrovano nella storia di quella sinistra italiana in cui non ho mai militato ma della quale ho sempre avuto ammirazione, non tanto guardando ai leader che negli ultimi anni hanno occupato le stanze dei bottoni, ma nel ricordo di quei sindacalisti, di quei tanti militanti del Partito comunista, degli attivisti della Fiom, di quei giornalisti liberi che con orgoglio condiviso tenevano a chiamarsi "compagni". Quella sinistra di cui ho un ricordo sin da quando ero bambino, quando conobbi Pio La Torre.
Tentazione di fare , di "scendere in campo"?
Avrei potuto candidarmi per le europee. Ma fino a quando potrò rimanere a giocare un ruolo come funzionario dello Stato tenterò di portare avanti il mio lavoro. Se mi permetteranno di farlo.
Lei ha scritto un libro che uscirà nei prossimi mesi.
Sto aspettando il pronunciamento della Corte costituzionale sul Lodo Alfano. Ho scritto due capitoli, uno che vale se il Lodo viene bocciato, l'altro se viene approvato. Un'opzione A e un'opzione B.
Aspettare il pronunciamento della Corte. Un po' come la sua vita, per le scelte che dovrà fare?
Beh, certo. Forse sì. Se la Corte costituzionale accoglie il ricorso della magistratura di Milano e dichiara incostituzionale una legge che anche un bambino capirebbe essere contro la logica, e anche la giustizia di Dio e degli uomini, ovvero di un istituto giuridico che non consente di processare un qualunque soggetto, un qualunque cittadino, offende innanzitutto la coscienza. Offende i principi e i valori in base ai quali gli esseri umani vivono. La società, lo Stato, si arrogano il diritto e, mi si consenta, la prepotenza di tenere in carcere gli assassini, i rapinatori, i mafiosi. Cioè, noi uomini, organizzati in una struttura che si chiama Stato, che è regolato dall'ordinamento giuridico, ci arroghiamo il diritto di carcerare, di punire, di privare della libertà personale altri esseri umani. Noi lo facciamo nel nome di un principio che è la giustizia. Però, con lo stesso principio, diciamo "tutti tranne uno". Perché se noi parlassimo in astratto della possibilità di processare Berlusconi per qualunque altro reato, si potrebbe pensare a un tentativo politico di killerare il presidente del Consiglio. Ma qui siamo davanti alla condanna di Mills. Il giorno in cui il povero Mills dovesse andare in prigione perché diventa definitiva la condanna per giudiziaria, si creerebbe una situazione di ingiustizia e iniquità verso Mills prima di tutto. Certo che, se passasse questa idea di giustizia, la situazione e le decisioni personali e pubbliche muterebbero.

giovedì 1 ottobre 2009

Presidente, lascio la toga anche per colpa sua

di Luigi De Magistris* - 1° ottobre 2009
Al Sig. Presidente della Repubblica - Piazza del Quirinale ROMA
Signor Presidente, scrivo questa lettera a Lei soprattutto nella Sua qualità di Presidente del Consiglio Superiore della Magistratura
 
 
E' una lettera che non avrei mai voluto scrivere. E' uno scritto che evidenzia quanto sia grave e serio lo stato di salute della democrazia nella nostra amata Italia.
E' una lettera con la quale Le comunico, formalmente, le mie dimissioni dall'Ordine Giudiziario.
Lei non può nemmeno lontanamente immaginare quanto dolorosa sia per me tale decisione.
Sebbene l'Italia sia una Repubblica fondata sul lavoro – come recita l'art. 1 della Costituzione – non sono molti quelli che possono fare il lavoro che hanno sognato; tanti il lavoro non lo hanno, molti sono precari, altri hanno dovuto piegare la schiena al potente di turno per ottenere un posto per vivere, altri vengono licenziati come scarti sociali, tanti altri ancora sono cassintegrati. Ebbene, io ho avuto la fortuna di fare il magistrato, il mestiere che avevo sognato fin dal momento in cui mi iscrissi alla facoltà di Giurisprudenza dell'Università "Federico II" di Napoli, luogo storico della cultura giuridica. La magistratura ce l'ho nel mio sangue, provengo da quattro generazioni di magistrati. Ho respirato l'aria di questo nobile e difficile mestiere sin da bambino. Uno dei giorni più belli della mia vita è stato quando ho superato il concorso per diventare uditore giudiziario. Una gioia immensa che mai avrei potuto immaginare destinata a un epilogo così buio. E' cominciata con passione, idealità, entusiasmo, ma anche con umiltà ed equilibrio, la missione della mia vita professionale, come in modo spregiativo la definì il rappresentante della Procura Generale della Cassazione durante quel simulacro di processo disciplinare che fu imbastito nei miei confronti davanti al Csm. Per me, esercitare le funzioni giudiziarie in ossequio alla Costituzione Repubblicana significava tentare di dare una risposta concreta alla richiesta di giustizia che sale dai cittadini in nome dei quali la Giustizia viene amministrata. Quei cittadini che – contrariamente a quanto reputa la casta politica e dei poteri forti – sono tutti uguali davanti alla legge. Del resto Lei, signor Presidente, che è il custode della Costituzione, ben conosce tali inviolabili principi costituzionali e mi perdoni, pertanto, se li ricordo a me stesso.
I modelli ai quali mi sono ispirato sin dall'ingresso in magistratura – oltre a mio padre, il cui esempio è scolpito per sempre nel mio cuore e nella mia mente – sono stati magistrati quali Giovanni Falcone e Paolo Borsellino. Ed è nella loro memoria che ho deciso di sventolare anch'io l'agenda rossa di Borsellino, portata in piazza con immensa dignità dal fratello Salvatore. Ho sempre pensato che chi ha il privilegio di poter fare quello che sogna nella vita debba dare il massimo per il bene pubblico e l'interesse collettivo, anche a costo della vita. Per questo decisi di assumere le funzioni di Pubblico Ministero in una sede di trincea, di prima linea nel contrasto al crimine organizzato: la Calabria. Una terra da cui, in genere, i magistrati forestieri scappano dopo aver svolto il periodo previsto dalla legge e dove invece avevo deciso (ingenuamente) di restare.
Ho dedicato a questo lavoro gli anni migliori della mia vita, dai 25 ai 40, lavorando mai meno di dodici ore al giorno, spesso anche di notte, di domenica, le ferie un lusso al quale dover spesso rinunciare. Sacrifici enormi, personali e familiari, ma nessun rimpianto: rifarei tutto, con le stesse energie e il medesimo entusiasmo.
In questi anni difficili, ma entusiasmanti, in quanto numerosi sono stati i risultati raggiunti, ho avuto al mio fianco diversi colleghi magistrati, significativi settori della polizia giudiziaria, un gruppo di validi collaboratori. Ho cercato sempre di fare un lavoro di squadra, di operare in pool. Parallelamente al consolidarsi dell'azione investigativa svolta, però, si rafforzavano le attività di ostacolo che puntavano al mio isolamento, alla de-legittimazione del mio lavoro, alle più disparate strumentalizzazioni. Intimidazioni, pressioni, minacce, ostacoli, interferenze. Attività che, talvolta, provenivano dall'esterno delle Istituzioni, ma il più delle volte dall'interno: dalla politica, dai poteri forti, dalla stessa magistratura. Signor Presidente, a Lei non sfuggirà, quale Presidente del CSM, che l'indipendenza della magistratura può essere minata non solo dall'esterno dell'ordine giudiziario, ma anche dall'interno: ostacoli nel lavoro quotidiano da parte di dirigenti e colleghi , revoche e avocazioni illegali, tecniche per impedire un celere ed efficace svolgimento delle inchieste.
Ho condotto indagini nei settori più disparati, ma solo quando mi occupavo di reati contro la Pubblica amministrazione diventavo un cattivo magistrato.
Posso dire con orgoglio che il mio lavoro a Catanzaro procedeva in modo assolutamente proficuo in tutte le direzioni, come impone il precetto costituzionale dell'obbligatorietà dell'azione penale, corollario del principio di uguaglianza dei cittadini di fronte alla legge. La polizia giudiziaria lavorava con sacrifici enormi, perché percepiva che risultati straordinari venivano raggiunti. Le persone informate dei fatti testimoniavano e offrivano il loro contributo. Lo Stato c'era ed era visibile, in un territorio martoriato dal malaffare. Le inchieste venivano portate avanti tutte, senza insabbiamenti di quelle contro i poteri forti (come invece troppe volte accade). Questo modo di lavorare, il popolo calabrese – piaccia o non piaccia al sistema castale – lo ha capito, mostrandoci sostegno e solidarietà. Non è poco, signor Presidente, in una Regione in cui opera una delle organizzazioni mafiose più potenti del mondo. E che lo Stato stesse funzionando lo ha compreso bene anche la criminalità organizzata. Tant'è vero che si sono subito affinate nuove tecniche di neutralizzazione dei servitori dello Stato che si ostinano ad applicare la Costituzione Repubblicana.
Non so se Ella, Signor Presidente, condivide la mia analisi. Ma a me pare che - dopo la stagione delle stragi di mafia culminate nel 1992 con gli attentati di Capaci e di via D'Amelio e dopo la strategia della tensione delle bombe a grappolo in punti nevralgici del Paese nel 1993 - le mafie hanno preso a istituzionalizzarsi. Hanno deciso di penetrare diffusamente nella cosa pubblica,nell'economia, nella finanza. Sono divenute il cancro della nostra democrazia. Controllano una parte significativa del prodotto interno lordo del nostro paese, hanno loro rappresentanti nella politica e nelle Istituzioni a tutti i livelli, nazionali e territoriali. Nemmeno la magistratura e le forze dell'ordine sono rimaste impermeabili. Si è creata un'autentica emergenza democratica, da sconfiggere in Italia e in Europa.
Gli ostacoli più micidiali all'attività dei servitori dello Stato sono i mafiosi di Stato: quelli che indossano abiti istituzionali, ma piegano le loro funzioni a interessi personali, di gruppi, di comitati d'affari, di centri di potere occulto. Non mi dilungo oltre, perché credo che al Presidente della Repubblica tutto questo dovrebbe essere noto.
Ebbene oggi, Signor Presidente, non è più necessario uccidere i servitori dello Stato: si creerebbero nuovi martiri; magari, ai funerali di Stato, il popolo prenderebbe di nuovo a calci e sputi i simulacri del regime; l'Europa ci metterebbe sotto tutela. Non vale la pena rischiare, anzi non serve. Si può raggiungere lo stesso risultato con modalità diverse: al posto della violenza fisica si utilizza quella morale, la violenza della carta da bollo, l'uso illegale del diritto o il diritto illegittimo, le campagne diffamatorie della propaganda di regime, si scelga la formula che più piace.
Che ci vuole del resto, signor Presidente, per trasferire un magistrato perbene, un poliziotto troppo curioso, un carabiniere zelante, un finanziere scrupoloso, un prete coraggioso, un funzionario che non piega la schiena, o per imbavagliare un giornalista che racconta i fatti? E' tutto molto semplice, quasi banale. Ordinaria amministrazione.
Per allontanare i servitori dello Stato e del bene pubblico, bisogna prima isolarli, delegittimarli, diffamarli, calunniarli. A questo servono i politici collusi, la stampa di regime al servizio dei poteri forti, i magistrati proni al potere, gli apparati deviati dello Stato.
La solitudine è una caratteristica del magistrato, l'isolamento è un pericolo. Ebbene, in Calabria, mentre le persone rispondevano positivamente all'azione di servitori dello Stato vincendo timori di ritorsioni, spezzando omertà e connivenze, pezzi significativi delle Istituzioni contrastavano le attività di magistrati e forze dell'ordine con ogni mezzo.
Quello che si è realizzato negli anni in Calabria sul piano investigativo è rimasto ignoto, in quanto la cappa esercitata anche dalla forza delle massonerie deviate impediva di farlo conoscere all'esterno. Il resto del Paese non doveva sapere. Si praticava la scomparsa dei fatti. Quando però le vicende sono cominciate a uscire dal territorio calabrese, l'azione di sabotaggio si è fatta ancor più violenta e repentina. Invece dello sbarco degli Alleati, c'è stato quello della borghesia mafiosa che soffoca la vita civile calabrese. L'azione dello Stato produceva risultati in termini di indagini, restituiva fiducia nelle Istituzioni, svelava i legami tra mafia "militare" e colletti bianchi, smascherava il saccheggio di denaro pubblico perpetrate da politici collusi, (im)prenditori criminali e pezzi deviati delle Istituzioni a danno della stragrande maggioranza della popolazione, scoperchiava un mercato del lavoro piegato a interessi illeciti, squadernava il controllo del voto e, quindi, l'inquinamento e la confisca della democrazia.
Sono cose che non si possono far conoscere, signor Presidente. Altrimenti poi il popolo prende coscienza, capisce come si fanno affari sulla pelle dei più deboli, dissente e magari innesca quella democrazia partecipativa che spaventa il sistema di potere che opprime la nostra democrazia. Una presa di coscienza e conoscenza poteva scatenare una sana e pacifica ribellione sociale.
Lei, signor Presidente, dovrebbe conoscere – sempre quale Presidente del CSM - le attività messe in atto ai miei danni. Mi auguro che abbia assunto le dovute informazioni su quello che accadeva in Calabria per fermare il lavoro che stavo svolgendo in ossequio alla legge e alla Costituzione. Avrà potuto così notare che è stata messa in atto un'attività di indebito esercizio di funzioni istituzionali al solo fine di bloccare indagini che avrebbero potuto ricostruire fatti gravissimi commessi in Calabria (e non solo) da politici di destra, di sinistra e di centro, da imprenditori, magistrati, professionisti, esponenti dei servizi segreti e delle forze dell'ordine. Tutto ciò non era tollerabile in un Paese ad alta densità mafiosa istituzionale. Come poteva un pugno di servitori dello Stato pensare di esercitare il proprio mandato onestamente applicando la Costituzione? Signor Presidente, Lei - come altri esponenti delle Istituzioni - è venuto in Calabria, ha esortato i cittadini a ribellarsi al crimine organizzato e ad avere fiducia nelle Istituzioni. Perché, allora, non è stato vicino ai servitori dello Stato che si sono imbattuti nel cancro della nostra democrazia, cioè nelle più terribili collusioni tra criminalità organizzata e poteri deviati? Non ho mai colto alcun segnale da parte Sua in questa direzione, anzi. Eppure avevo sperato in un Suo intervento, anche pubblico: ero ancora nella fase della mia ingenuità istituzionale. Mi illudevo nella neutralità, anzi nell'imparzialità dei pubblici poteri. Poi ho visto in volto, pagando il prezzo più amaro, l'ingiustizia senza fine.
Sono stato ostacolato, mi sono state sottratte le indagini, mi hanno trasferito, mi hanno punito solo perché ho fatto il mio dovere, come poi ha sancito l'Autorità Giudiziaria competente. Ma intanto l'obiettivo era stato raggiunto, anche se una parte del Paese aveva e ha capito quel che è accaduto, ha compreso la posta in gioco e me l'ha testimoniato con un affetto che Lei non può nemmeno immaginare. Un affetto che costituisce per me un'inesauribile risorsa aurea.
Ho denunciato fatti gravissimi all'Autorità giudiziaria competente, la Procura della Repubblica di Salerno: me lo imponeva la legge e prima ancora la mia coscienza. Magistrati onesti e coraggiosi hanno avuto il solo torto di accertare la verità, ma questa ancora una volta era sgradita al potere. E allora anche loro dovevano pagare, in modo ancora più duro e ingiusto: la lezione impartita al sottoscritto non era stata sufficiente. La logica di regime del "colpirne uno per educarne cento" usata nei miei confronti non bastava ancora a scalfire quella parte della magistratura che è l'orgoglio del nostro Paese. Ci voleva un altro segnale forte, proveniente dalle massime Istituzioni, magistratura compresa: la ragion di Stato (ma quale Stato, signor Presidente?) non può tollerare che magistrati liberi, autonomi e indipendenti possano ricostruire fatti gravissimi che mettono in pericolo il sistema criminale di potere su cui si regge, in parte, il nostro Paese.
Quando la Procura della Repubblica di Salerno – un pool di magistrati, non uno "antropologicamente diverso", come nel mio caso – ha adottato nei confronti di insigni personaggi calabresi provvedimenti non graditi a quei poteri che avevano agito per distruggermi, ecco che il circuito mediatico-istituzionale, ai più alti livelli, ha fatto filtrare il messaggio perverso che era in atto una "lite fra Procure", una guerra per bande. Una menzogna di regime: nessuna guerra vi è stata, fra magistrati di Salerno e Catanzaro. C'era invece semplicemente, come capirebbe anche mio figlio di 5 anni, una Procura che indagava, ai sensi dell'art. 11 del Codice di procedura penale, su magistrati di un altro distretto. E questi, per ostacolare le indagini, hanno a loro volta indagato i colleghi che indagavano su di loro, e me quale loro istigatore. Un mostro giuridico. Un'aberrazione di un sistema che si difende dalla ricerca della verità, tentando di nascondersi dietro lo schermo di una legalità solo apparente.
Questa menzogna è servita a buttare fuori dalle indagini (e dalla funzioni di Pm) tre magistrati di Salerno, uno dei quali lasciato addirittura senza lavoro. Il messaggio doveva essere chiaro e inequivocabile: non deve accadere più, basta, capito?!
Signor Presidente, io credo che Lei in questa vicenda abbia sbagliato. Lo affermo con enorme rispetto per l'Istituzione che Lei rappresenta, ma con altrettanta sincerità e determinazione. Ricordo bene il Suo intervento – devo dire, senza precedenti – dopo che furono eseguite le perquisizioni da parte dei magistrati di Salerno. Rimasi amareggiato, ma non meravigliato.
Signor Presidente, questo sistema malato mi ha di fatto strappato di dosso la toga che avevo indossato con amore profondo. E il fatto che non mi sia stato più consentito di esercitare il mestiere stupendo di Pubblico ministero mi ha spinto ad accettare un'avventura politica straordinaria. Un'azione inaccettabile come quella che ho subìto può strapparmi le amate funzioni, può spegnere il sogno professionale della mia vita, può allontanarmi dal mio lavoro, ma non può piegare la mia dignità, nè ledere la mia schiena dritta, nè scalfire il mio entusiasmo, nè corrodere la mia passione e la volontà di fare qualcosa di utile per il mio Paese.
Nell'animo, nel cuore e nella mente, sarò sempre magistrato.
Nella Politica, quella con la P maiuscola, porterò gli stessi ideali con cui ho fatto il magistrato, accompagnato dalla medesima sete di giustizia, i miei ideali e valori di sempre (dai tempi della scuola) saranno il faro del nuovo percorso che ho intrapreso. Darò il mio contributo affinchè i diritti e la giustizia possano affermarsi sempre di più e chi soffre possa utilizzarmi come strumento per far sentire la sua voce.
E' per questo che, con grande serenità, mi dimetto dall'Ordine giudiziario, dal lavoro più bello che avrei potuto fare, nella consapevolezza che non mi sarebbe più consentito esercitarlo dopo il mandato politico. Lo faccio con un ulteriore impegno: quello di fare in modo che ciò che è successo a me non accada mai più a nessuno e che tanti giovani indossino la toga non con la mentalità burocratica e conformista magistralmente descritta da Piero Calamandrei nel secolo scorso, come vorrebbe il sistema di potere consolidato, ma con la Costituzione della Repubblica nel cuore e nella mente.
Luigi de Magistris